Radicalizzazione di uno scisma
Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20, 21).
Può forse nutrirsi lecitamente del Corpo reale di Cristo chi ne
lacera il Corpo mistico che vive sulla terra? Qualsiasi buon cattolico reagisce
a tale domanda con una smorfia inorridita – e ben a ragione. Comunicarsi
all’unico Pane senza appartenere all’unica Chiesa è non soltanto
un’insuperabile contraddizione, ma anche
un intollerabile affronto a Colui che ha sacrificato Se stesso sulla Croce per
dare vita alla Sposa e, al contempo, far sì che fosse una, non in senso puramente
numerico, bensì sul piano dell’essenza: il Sangue divino è stato sparso per
riunire i figli di Dio dispersi (cf. Gv 11, 52), mentre lo Spirito Santo, quale
anima del Corpo, ne unisce tutte le membra col Capo e tra di esse. La Chiesa,
in altre parole, non sussiste se non come mistero di unità e di comunione.
Fine delle discussioni inutili
Che la Fraternità Sacerdotale San Pio X sia oggettivamente in stato
di scisma non è opinione di chi scrive, ma sentenza della suprema autorità
della Chiesa: l’ordinazione di vescovi contro la volontà del Papa è per sua
stessa natura un atto scismatico (cf. Giovanni Paolo II, Motu proprio Ecclesia
Dei [2 Luglio 1988], 3). La necessità del mandato pontificio, ai fini di tale
atto, non deriva unicamente da leggi meramente ecclesiastiche (come erroneamente
sostenuto dai “teologi” di detta fraternità), ma dipende dalla costituzione
divina della Chiesa, in forza della quale chiunque in essa eserciti un
ministero può farlo legittimamente solo se ne ha ricevuto formale mandato dall’autorità
superiore.
I vescovi, in quanto membri del collegio episcopale, succeduto a
quello apostolico, non possono governare una porzione della Chiesa se non in
comunione gerarchica con tutti gli altri, quindi sotto l’autorità del Papa, dal
quale ricevono la potestà di governo (potestas iurisdictionis) su
una determinata diocesi, benché il potere sacramentale (potestas ordinis) sia loro conferito direttamente da Cristo mediante la
consacrazione episcopale. Questi due poteri, sebbene distinti, non sono
tuttavia separabili, in quanto sono entrambi ordinati all’edificazione e alla
crescita del Corpo Mistico. Perciò pretendere che un vescovo possa
legittimamente amministrare i Sacramenti senza avere la giurisdizione sui
fedeli o almeno la delega dell’Ordinario del luogo è contraddittorio, oltre a
ledere gravemente la funzione episcopale e a trattare i Sacramenti alla stregua
di atti magici.
Le (fallaci) argomentazioni della San Pio X sfiorano il giuspositivismo
assoluto: la loro pretesa di stabilire una legittimità alternativa presuppone
che tutto, nella Chiesa, dipenda da determinazioni positive del legislatore e,
di conseguenza, possa essere modificato o sospeso. A questa deviazione si
associa il puro nominalismo del pretesto addotto per sanare l’illegittimità del
ministero dei suoi sacerdoti: la carità verso i fedeli giustificherebbe
gravissime infrazioni all’ordinamento canonico che nel loro caso, oltretutto,
sono sistematiche e durano da cinquant’anni. Qui la carità è soltanto una
parola con cui si tenta – invano – di coprire il terrificante abuso con cui si amministrano
Sacramenti illeciti e si illudono i fedeli di essere in stato di grazia, quando
invece (salvo il caso dell’errore invincibile) oggettivamente non può essere
così.
La realtà dietro la foglia di fico
Il mantra dello stato di necessità è un misero alibi privo
di ogni oggettività e autocertificato da chi ne trae vantaggio. La fattispecie
così denominata è una situazione circoscritta nel tempo e nello spazio, non
certo una situazione che possa riguardare la Chiesa Cattolica nella sua
interezza; sostenere ciò significa considerare inefficace la promessa di Cristo
sull’indefettibilità della Chiesa (cf. Mt 16, 18) e dimostrare praticamente di
non crederci. Nei regimi comunisti quello stato si è sì protratto per decenni,
ma i casi in cui, per inderogabile necessità, si è stati costretti a ordinare
vescovi senza mandato pontificio sono eccezioni e, comunque, non costituiscono
esempi di ribellione. Qui si pretende addirittura che i sacerdoti e i vescovi
della Fraternità siano gli unici ad amministrare i Sacramenti in modo sicuro,
al punto di dissuadere i fedeli dal riceverli perfino da sacerdoti tradizionali
che non vi appartengano e di proibire severamente la partecipazione alla Messa
di Paolo VI, bollata come rito protestante tout court.
Ora, con quale autorità quei sacerdoti danno ordini e impongono
divieti, se non hanno giurisdizione sui fedeli? La pretesa di governarli senza
alcun mandato si configura come un gravissimo abuso non solo canonico, ma anche
di coscienza. Eppure la Fraternità, sia in pratica che in teoria, rivendica il
diritto e il dovere di funzionare a tutti gli effetti come una giurisdizione
ecclesiastica, che però non esiste. Non solo, ma tale entità-fantasma pretende
di operare – per il bene delle anime, beninteso! – in modo completamente
indipendente dalla legittima autorità: di fatto è una vera e propria Chiesa
parallela e autosufficiente. I tentativi di legittimare tale enormità anche de
iure si configurano come una fantateologia che gareggia con quella dei
modernisti più estremisti, in quanto tradisce una visione protestantica.
Concordiamo senz’altro sul fatto che la Chiesa Cattolica stia
attraversando la più grave crisi interna della sua storia; riconosciamo però,
al contempo, che i mali della vita ecclesiale non si sanano con la divisione e
che un errore non si vince con un errore di segno contrario, bensì con la
verità. Solo chi persevera nell’obbedienza alla verità dentro la Chiesa,
per quanto ciò sia martirizzante, può conservare la sana dottrina; chi invece se
ne pone fuori deve necessariamente distorcerla per giustificare la propria
posizione, che non è assolutamente giustificabile. Così non solo i Sacramenti
sono illeciti, ma l’insegnamento stesso finisce con l’essere deformato in nome
di una presunta fedeltà a una “tradizione” ridotta a corpo morto di dottrine
astratte avulso dal grembo della vera Tradizione, la quale si perpetua grazie
alla comunione gerarchica – e in essa soltanto. Uno stato di scisma che si
protrae nel tempo, a lungo andare, sfocia perciò, inevitabilmente, nell’eresia:
esempio lampante di eterogenesi dei fini.
L’eresia come effetto della lotta all’eresia
La tragedia degli scismatici e degli eretici è che, nella loro
sconfinata arroganza, rifiutano qualsiasi cura, respingendo per principio ogni
ipotesi di riconciliazione. Nel caso presente, essi pongono come precondizione
che la Santa Sede dia loro ragione su tutto e accetti tutte le loro pretese: in
parole povere, il Papa dovrebbe ammettere di esser finito completamente fuori
strada con l’intero episcopato e, di conseguenza, di doversi far dare lezioni
da loro in ogni materia, dalla dogmatica alla morale, al diritto canonico… Che
ciò sia palesemente impossibile non è rilevante: la Fraternità non vede alcuna
necessità di approvazione canonica, dato che vuole l’indipendenza assoluta e,
anzi, intende preservarla. La pantomima delle lettere e degli incontri al
vertice è solo una tattica mirante a rafforzare le motivazioni della decisione
già presa, come a dire: «Abbiamo esposto le nostre ragioni, ma quelli non ci
hanno ascoltati»; infatti la decisione è stata rapidamente confermata.
Lo scisma e l’eresia, poi, si associano necessariamente al
fanatismo, del quale han bisogno per legittimarsi e senza il quale non possono
continuare a sussistere, dato che le loro ragioni si smontano in due passaggi.
Ciò che più addolora è vedere tanti fedeli trasformati in fanatici da un
indottrinamento che ruota su tre-quattro idee inculcate in modo ossessivo e
senza possibilità di dibattito; chiunque osi avanzare anche solo l’ombra di un
dubbio è irrevocabilmente bollato come modernista ed escluso dal consorzio
degli eletti, gli unici che si salvino. Dispiace ammetterlo, ma queste sono le caratteristiche
tipiche delle sètte; ciò che è davvero paradossale, tuttavia, è che quella, che
pur si presenta come antitesi della modernità, sia perfettamente conforme alle
più aberranti istanze postmoderne: gli estremi opposti si toccano. Abbiamo non
soltanto l’assoluto giuspositivismo e il nominalismo puro, infatti, ma anche
l’individualismo egocentrico, esclusivistico e autoreferenziale – come
usa dire. Lì, però, la chiamano carità.
La pretesa di legittimare un ministero illegittimo e la frottola di non aver l’intenzione di rompere l’unità nell’atto stesso con cui la si spezza richiedono l’abbandono del principio di non-contraddizione, cosa che rende impossibile qualunque tentativo di dialogo, poiché si nega la realtà in nome di un’idea. A ciò si aggiunge la menzogna secondo cui non si può conservare il seme della fede né il sacerdozio cattolico, insieme agli altri Sacramenti, se non grazie a un’aggregazione che vive separata dal resto della Chiesa. A raccontarsi simili balordaggini per cinquant’anni inculcandole ossessivamente ai fedeli si finisce o in un disturbo mentale (il delirio) o nella più spudorata falsità. In un caso come nell’altro, bisogna d’ora in poi evitare ogni contatto con quella setta e smettere sia di ascoltare che di leggere ciò che da essa è prodotto, poiché ciò porta a peccare non solo contro la fede, ma anche contro la speranza e la carità.
Anziché l’aperta insubordinazione all’autorità (che ha fatto apparire la Messa tradizionale come un appannaggio di gruppi scismatici), la strada giusta da battere sarebbe stata la pacifica rivendicazione del diritto insopprimibile di usare il Messale di san Pio V, che non è stato abrogato né lo potrebbe. I sacerdoti che la scelsero poterono continuare a celebrare la Messa antica, benché in mezzo a gravi sofferenze e ingiustizie. Il Cristo, d’altronde, non ci ha permesso facili scorciatoie, ma ci ha comandato di seguirlo sulla via della Croce. Il vero bene delle anime esige un’obbedienza crocifiggente, non la superbia della ribellione, per quanto ammantata di nobili motivi e di saccenti sofismi. La salus animarum non può in alcun modo esser privatizzata da gruppi separati che ne facciano un pretesto per permanere nella disobbedienza e radicalizzare uno stato di scisma consolidandolo in modo definitivo.
Per approfondire:
https://lanuovabq.it/it/vescovi-fai-da-te-il-rischio-di-creare-una-chiesa-parallela
https://lanuovabq.it/it/lefebvriani-lo-stato-di-necessita-e-una-contraddizione
https://www.sabinopaciolla.com/la-questione-fondamentale-che-il-vaticano-deve-esigere-dalla-fsspx/
https://www.internetica.it/don-citati-FSSPX.pdf