Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 28 gennaio 2023

 

Anno nuovo: voto di silenzio?

 

 

Vide ut sileas; noli timere, et cor tuum ne formidet (Is 7, 4).

Dopo otto anni di attività e centinaia di articoli, si può sentire un forte bisogno di fare una pausa per ritirarsi in sé stessi e dedicarsi alla ricerca esclusiva dell’intimità con Dio. Nel profluvio di parole della società moderna, uno teme di farsi complice della strategia di distrazione di massa, che tiene le persone lontano dal proprio centro interiore e le estrania sempre più dal mondo dello spirito. Non solo questo, ma sottentra spesso lo scrupolo di contribuire più al male che al bene con la denuncia di crimini e abusi o la messa in guardia da difetti e pericoli, col rischio di far pubblicità al peccato e amplificare gli scandali, causando costernazione nei lettori e inducendoli, seppur involontariamente, allo scoraggiamento. L’astensione da ogni commento sarebbe molto più comoda per la tranquillità dell’anima, non più tormentata da perplessità e incertezze.

Le responsabilità connesse all’ufficio di Pastore, d’altro canto, non consentono di dar la precedenza alle aspirazioni personali. Dietro il pensiero di rinchiudersi nel silenzio può nascondersi una sottile tentazione sotto apparenza di bene, mirante a distogliere qualcuno dal compito che la Provvidenza gli ha affidato, specie se, malgrado la sua indegnità e inadeguatezza, riceve inoppugnabili riscontri dei benefici apportati dal suo parlare, che scaturisce ogni volta dalla preghiera e dalla meditazione. Occorre guardarsi, ovviamente, anche dal vizio opposto all’eccessiva minuzia nel valutare l’agire personale, ossia dall’abitudine di incensarsi da sé approvando tutto in base al giudizio proprio anziché a quello divino, che si manifesta mediante un buon confessore o direttore spirituale. Il fondamentale criterio di discernimento, in definitiva, è l’adempimento della volontà di Dio in funzione del bene reale delle anime, piuttosto che dell’autoaffermazione individuale.

Una buona soluzione può essere quella di utilizzare questo spazio in primis per un’educazione a coltivare l’interiorità e la relazione col Signore, così che da essa parta lo sguardo sulla realtà del mondo contemporaneo e ad essa ritorni l’osservazione di ciò che accade intorno a noi. In tal modo potremo mantenere l’obiettività e, soprattutto, non perderemo di vista il senso soprannaturale di ogni cosa. Le analisi delle vicende politiche ed ecclesiali, per quanto imperfette e limitate, devono aiutarci a discernere le scelte che Dio vuole da noi, in maniera che non solo siamo preservati dalle minacce che incombono, ma riusciamo anche a vivere, con l’aiuto della Sua grazia, in modo a Lui gradito. Questo approccio ci consentirà di mantenerci immuni dalle derive dell’autosufficienza e della presunzione, nonché di evitare gli scogli della superbia e dell’orgoglio.

La cura dell’intimità con Dio esige indubbiamente lo sforzo di tacere ogni volta che sia opportuno e quello di allontanare le sorgenti di dissipazione. A tal fine è imperativo tenere spento il televisore il più possibile e gestire con ferrea disciplina i mezzi di comunicazione, a cominciare dal cellulare; si tratta infatti, oggi, delle principali fonti di manipolazione mentale, ossia di quella colossale opera di soggiogamento delle coscienze con cui l’impero globale della finanza ha asservito gran parte della popolazione mondiale. La libertà d’azione richiede, come imprescindibile presupposto, la libertà interiore; quest’ultima è garantita soltanto a chi sa collocare il cuore nel silenzio di Gesù, nel quale sbocciano continuamente luce e vita sempre nuove. L’occhio dell’anima, reso luminoso da questi doni, coglie allora la realtà come la vede Lui, con il Suo giudizio ad un tempo severo e traboccante di misericordia, dato che mira a liberare gli uomini da ciò che li opprime.

Questa scelta è decisamente controcorrente, in una società che glorifica la logorrea boriosa e in un ambiente ecclesiale che affoga in vaniloqui. La commistione tra l’una e l’altro risale ormai a oltre cinquant’anni fa, come ricorda un lettore che all’epoca era già adulto: «La saggia ammonizione sul rischio di farsi coinvolgere in discorsi che probabilmente non son buoni mi fa pensare – ahimè – all’immensa quantità di PAROLE che in campo ecclesiastico si sono sprecate senza portare alcun frutto. Ricordo un po’ com’era l’atmosfera del tempo, anche se allora non me ne interessavo troppo: come ci si compiaceva di entrare in questioni politiche, sociali, economiche, psicologiche che per il clero erano una novità: “Finalmente la Chiesa si apre alla modernità; abbiamo tanto da imparare dal mondo. Che bello!”. Ma la smania dei preti tuttologi che vantaggi ha portato?».

Mi sovviene a mia volta che, benché poco più che adolescente, dopo riunioni-fiume in cui ci si era profusi in proclami che promettevano cambiamenti a tutto campo, dovevo regolarmente concludere, tra me e me, che fuori nulla era mutato nel frattempo, ma tutto era rimasto com’era; unico beneficio, l’appagamento degli oratori e il compiacimento degli uditori. Non v’è chi ignori, tuttavia, che tale sbornia verbale non si è certo esaurita allora: anche oggi certe Messe assomigliano a un mare di chiacchiere in cui, qua e là, galleggia ancora qualche elemento cultuale che i preti, con tutto il loro zelo attualizzante, non son riusciti ad espellere; per avvicinare i riti all’esistenza quotidiana, hanno secolarizzato i primi e privato la seconda delle principali risorse concesse ai credenti per affrontarne le sfide. Ancor più grave è che, in tal modo, hanno estromesso Gesù Cristo dalla Liturgia per mettere al centro sé stessi, come vanitose vedettes. La conseguenza più immediata è lo spegnimento, nel culto come nella vita, del dialogo con Dio.

L’incapacità di ascoltare il Signore e di parlare con Lui ha prodotto una radicale solitudine anche tra gli uomini, ormai incapaci di vera comunione, ma risucchiati nel vortice di incontri e assemblee in cui ognuno tenta di prevalere sugli altri con la propria opinione, mentre le parole si sovrappongono alle parole, spingendo fuori della memoria quel poco che potrebbe pur esserci di buono. In tale triste situazione di conflittualità perenne, l’unica, apparente àncora di salvezza, per chierici e fedeli, sono le fughe affettive, talvolta lecite, più spesso illecite. L’assimilazione alla società corrotta del nostro tempo, del resto, non poteva portare altro frutto che l’adeguamento alla sua “morale” perversa; certo clero si è talmente aperto al mondo da essersene innamorato e, inevitabilmente, ha finito con l’odiare Cristo. Chi ancora offre la direzione spirituale, molto spesso, anziché fornire consigli pratici basati sull’esperienza di due millenni, confonde i malcapitati con le sue considerazioni intellettualistiche o psicologistiche, prive di ogni rapporto, a volte, con la realtà concreta.

Nell’ebbrezza del democraticismo imperante, molti Pastori amano apparire popolari, ma sono il più sovente despoti, ognuno al suo livello. «È stato posto il principio – prosegue il nostro lettore – che non ci siano più scomuniche di ordine teologico e morale, ma che vi siano, e come, scomuniche di carattere ideologico. Adesso si scomunica l’omofobia, il sovranismo, il populismo: l’arbitrarietà della chiacchiera è totale». Quel che si sente in certe omelie supera l’immaginabile: l’infondatezza e l’ignoranza trionfano con accenti perentori che non ammettono possibilità di replica. Il puro arbitrio individuale impazza altresì nell’applicazione alla sacra Liturgia di norme sanitarie che non sono più in vigore, casomai avessero prima una parvenza di legittimità e di ragionevolezza; qualsiasi obiezione, per quanto garbata, all’imposizione della comunione sulla mano è liquidata con fantasiosi rimandi a ciò che avrebbe fatto Gesù o con osservazioni non pertinenti sull’impurità della lingua, come se il comunicando non dovesse esser prima assolto dai peccati gravi e aver chiesto perdono di quelli veniali, così da ricevere l’Eucaristia in modo degno.

In un contesto del genere si può ben comprendere sia l’invito che l’aspirazione a migrare verso la Messa tradizionale; non tutti però, per le più svariate e sacrosante ragioni, possono permetterselo. Il consiglio generale rimane quello di andarvi se e quando possibile, cercando comunque una chiesa in cui il nuovo rito sia celebrato almeno con decoro e senza abusi. Le testimonianze di diversi lettori ci assicurano che, con la buona volontà e l’aiuto della Provvidenza, prima o poi si riesce a trovarla: sono tanti i sacerdoti che, malgrado tutto, han conservato la fede e la devozione; le posizioni estremistiche che li giudicano tutti indistintamente modernisti perduti le lasciamo a quanti si son posti fuori della comunione ecclesiastica. Nel caso di provvedimenti ingiusti contro la celebrazione della vera Messa, evitiamo la disobbedienza aperta (che non si può giustificare se non da chi si considera al di sopra dell’autorità costituita), pur mantenendo una sana libertà di coscienza per continuare a seguire la strada buona in modo discreto, senza cercare lo scontro diretto. Con le situazioni irregolari già esistenti e non risolvibili nell’immediato, poi, si può ammettere una tolleranza de facto, senza pretendere di legittimarle de iure e ancor meno crearne di nuove. Di fronte ad eventuali polemiche suscitate da questa posizione, osserviamo il santo silenzio.

Bada a tacere; non temere e il tuo cuore non si spaventi (Is 7, 4).


sabato 21 gennaio 2023

 

Divino adeguamento

 

 

Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19). Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto (Benedetto XVI, Udienza generale, 24 Maggio 2006).

Ancora una volta la Provvidenza viene in nostro soccorso tramite un testo fornitoci, questa volta, non dall’Ufficio Divino, ma da una lettrice. In esso la fine sensibilità spirituale di papa Benedetto ci apre uno squarcio sul mistero dell’azione di Dio nelle anime. Gesù, nella triplice interrogazione con cui concede all’apostolo Pietro l’opportunità di riparare al triplice rinnegamento, si adatta alla sua debolezza di essere umano segnato dal peccato, ma proprio così gli dà in pari tempo la possibilità di crescere nell’adesione a Lui e gli infonde una fiducia incrollabile di poterlo imitare, un giorno, fino in fondo. Per conformarci a Sé, dunque, il Signore si adegua a noi: non certo per legittimare colpe e difetti, ma per consentirci di elevarci gradualmente, con l’aiuto della grazia, dalla condizione in cui ci troviamo ed Egli è venuto a cercarci.

Tale processo, purtroppo, diventa impossibile quando, da un lato, si riduce la vita cristiana a vago sentimentalismo oppure, dall’altro, si pretende che i fedeli saltino di colpo da uno stadio morale all’altro senza alcuno sviluppo intermedio. È ovvio che, di fronte a un grande peccatore che va scosso dal suo indurimento, bisognerà parlare in modo franco e fermo, sia pure senza far mancare una sapiente carità per evitare che il richiamo lo indurisca ulteriormente, anziché fargli percepire la misericordia di Dio. Normalmente, però, è necessaria molta delicatezza per condurre le persone alla piena verità senza ferirle, scandalizzarle o scoraggiarle: un confessore non è uno schiacciasassi che deve spianare con la forza ogni asperità, bensì un attento coltivatore che, sul modello di Chi l’ha inviato, non spezza la canna incrinata né spenge il lucignolo fumigante (cf. Is 42, 3), pur asserendo con vigore la verità che salva.

Analoga pazienza occorre usare verso l’errore invincibile e quello involontario, che in linea di principio non impediscono lo sviluppo della vita di grazia, purché non vi sia nel soggetto superba ostinazione. Se una persona non è in grado, sul momento, di superare una convinzione cui è molto legata, si aspetterà il tempo in cui la grazia le permetterà di farlo; in una sana relazione con Dio, del resto, esso arriverà immancabilmente. Se invece il Pastore pretende di creare un ambiente spirituale completamente asettico, soffocherà inevitabilmente l’azione dello Spirito Santo e renderà le anime sterili, benché apparentemente irreprensibili. Come per la salute fisica è importante incrementare le difese immunitarie mediante la formazione di anticorpi, così lo è per quella dello spirito; altrimenti si distruggono anche i fermenti positivi, come fanno gli antibiotici con i batteri benefici.

Il buon cattolico non deve illudersi di poter vivere in una bolla umana assolutamente sicura, fuori del tempo e dello spazio, dove sia dispensato dalla fatica di discernere, scegliere e lottare. Quanti propongono ciò, in realtà, rinchiudono le persone in una prigione mentale e operativa: esse non saranno in grado di muovere un dito senza che qualcuno dica loro, ogni volta, se un’idea è giusta o sbagliata oppure se un’azione si può compiere o no. Nelle questioni più delicate è naturale chiedere un parere, ma la coscienza individuale deve pure allenarsi a risolvere i quesiti quotidiani senza appoggiarsi in ogni istante alla tutela di qualcun altro. Un cattolico non può rimanere un perenne bambino, salvo in senso evangelico: allora il suo cuore limpido e puro riceverà senza difficoltà le luci interiori del sensus fidei e le indicazioni del dono di Consiglio.

C’è un modo di insegnare che, non tenendo conto dell’azione della grazia nelle anime, si sforza di incastrarle in una struttura rigida in cui qualsiasi quesito abbia immancabile risposta e sia eliminata anche la minima incertezza. Oltre ad esigere l’impossibile da sé e dagli altri, i fautori di tale metodo non si accorgono che le realtà divine, in questa maniera, son trattate alla stregua di qualunque cosa del mondo creato e ridotte ad oggetto manipolabile dal pensiero umano. Così basta mutare i presupposti intellettuali per virare verso il modernismo – come di fatto avvenne, negli anni Sessanta, per buona parte del clero. In fondo si tratta di una variante del naturalismo moderno, premessa dell’ateismo e del crollo morale. Insistere su questa strada per rimediare ai mali odierni non conduce di certo a una rinascita, ma solo all’esasperazione di una dicotomia che spacca le anime e la Chiesa.

La grazia non sopprime la natura, ma la eleva; per poterla elevare, s’inserisce nel dinamismo umano di persone che vivono in un dato contesto storico e culturale. Ciò non significa certo che la grazia lo consacri così com’è, bensì che lo purifica a poco a poco tramite gli individui che maturano una vita soprannaturale. La conversione dei popoli germanici e slavi, che seguiva quella del capo e della sua corte, non sempre si compì in modo libero e sereno, ma fu spesso forzata per ragioni politiche; così credenze e pratiche pagane sopravvissero per secoli nascoste o camuffate, proprio perché era mancata una paziente e lungimirante evangelizzazione dei singoli e del loro ambiente, ma ci si era accontentati di una “cristianizzazione” di superficie. La repressione autoritaria provocava periodiche esplosioni di feroce violenza, nelle quali tornavano a galla passioni soffocate e non ancora del tutto guarite.

Un triste esempio di tale dinamica – mutatis mutandis – è il modo di inculcare la frequentazione della Messa tradizionale, che fabbrica spesso cristiani pieni di astio, aggressività e superbia. Siamo perfettamente d’accordo sulle gravi carenze e difetti di quella nuova, molto dannose sia per il sacerdote che per i fedeli. Il primo, se per grazia ha conservato la corretta visione del Sacrificio di Cristo, nel celebrare il rito di Paolo VI sente di doverlo puntellare con la propria fede personale; nella Messa di san Pio V, al contrario, è il rito stesso che, per le sue caratteristiche oggettive, sorregge lui e ne nutre abbondantemente la fede. I secondi, nella nuova Messa, perdono di vista il dovere di onorare Dio come Egli desidera e la necessità di riceverne la grazia, concentrandosi sul benessere emotivo dispensato dallo stile e dalle parole del ministro. È innegabile che a lungo andare, senza l’antidoto della sana dottrina e di un’intensa relazione con Dio, si possa perdere pure la fede.

Per passare da una sponda all’altra, tuttavia, bisogna attraversare un fiume; la prudenza indicherà allora i guadi e la maniera giusta di passarli senza affogare. Molti cattolici comuni, trovandosi d’emblée davanti alla Messa antica, rimangono sconvolti e scappano via, dato che non trovano il conforto psicologico cui sono abituati e si sentono come davanti a una parete a picco da scalare, a meno che il Signore non conceda loro una grazia speciale. Se poi si ingiunge loro di non andare più a quella nuova da quel giorno in poi, si sentiranno interiormente dilaniati e saranno talvolta spinti ad abbandonare ogni pratica religiosa; in tal modo, per fare un proselito, si rischia di fare cento vittime. Occorre allora adottare una saggia gradualità, non rispetto al principio, bensì alla sua applicazione, così da ottenere, a lungo termine, ciò che a breve termine non è possibile, se non con grave danno per le anime. Per innalzarci a Lui, la sapienza di Dio si è adattata alla nostra debolezza; non vorremo imitarla, noi poveri mortali?


sabato 14 gennaio 2023

 

Eredità o dissoluzione?

 

 

Ci sono dettagli apparentemente innocui che tradiscono però, se non un’intenzione esplicita, almeno un orientamento di pensiero e di vita. Perfino nelle modalità scelte per le esequie di qualcuno si può contestare ciò che ha insegnato e rigettarne l’eredità spirituale. Se anche nel culto officiato ai più alti livelli prevale l’arbitrio, significa che alla Liturgia non si riconosce il carattere oggettivo che ha per sua stessa natura. Se i riti vengono determinati dagli uomini in base ad esigenze contingenti, essi non sono più parte del deposito intangibile che Dio ha consegnato alla Chiesa per essere onorato come desidera. Se nell’azione più efficace che si possa compiere sulla terra si ammette la contraddizione, quest’ultima riceve la più forte legittimazione possibile: annunciare che sarà uno a presiedere e un altro a celebrare la Messa la riduce a mera formalità, priva di rapporto con la sua reale essenza.

Questo, naturalmente, non è altro che l’esito di un processo cinquantennale con il quale si è tentato di dissolvere l’eredità apostolica sostituendola con una parodia, un patchwork di elementi antichi e invenzioni estemporanee che risponde a puro soggettivismo capriccioso, per giunta affetto da delirio di onnipotenza, ma coperto da fumose motivazioni pastorali. Se del resto il sacerdote è declassato a profano presidente di un’assemblea celebrante, tutto è possibile, poiché le parole non son più usate secondo il loro significato proprio e servono esclusivamente a uno sterile gioco verbale avulso dal reale. Il presbitero non è più colui che offre il Sacrificio divino in persona Christi, ma l’animatore di un gruppo che si autocelebra, un intrattenitore da villaggio-vacanze, un affabulatore che si arrabatta a fornire qualche istante di illusorio benessere o a suscitare un effimero consenso.

Credere, come si legge nella presentazione generale del Messale di Paolo VI, che esso sia in perfetta continuità con quello del passato è possibile unicamente a chi ignora del tutto il secondo: questa è una semplice idea in totale contrasto con la realtà. Chi ha insegnato e continua ad insegnare tale menzogna mente sapendo di mentire; se invece ne è sinceramente convinto, è vittima di quella deformazione mentale che è indotta dall’idealismo tedesco, il quale, nel vano tentativo di conciliare i contrari in una sintesi superiore, finisce con l’annullarli entrambi. In tal modo, infatti, si perde quel che di vero c’era nella tesi al pari di quel che di vero c’era nell’antitesi, a vantaggio di una nuova conclusione che sembra un progresso, ma non esiste se non nel pensiero dell’individuo.

Pretendere che la nuova Messa sia una mera riforma dell’antica comporta un’assoluta cecità sul fatto che essa è pensata e costruita in una prospettiva completamente opposta e secondo una concezione tipicamente protestante. Non a caso il Summorum Pontificum parla di due forme distinte, seppure dell’unico rito romano; non ci si poteva certo aspettare da un papa una sconfessione radicale del Messale promulgato da un predecessore. Molti tradizionalisti, delusa la loro impossibile attesa, non colsero così un evento decisivo che non sfuggì affatto, invece, alla cosca liturgica dell’Aventino: per la prima volta, dopo quasi quarant’anni, un papa ammetteva l’esistenza di una sostanziale differenza e restituiva piena legittimità al venerando rito trasmessoci dalla Tradizione, sia pure accanto a quello inventato dai novatori e imposto d’imperio senz’alcun rispetto del popolo cristiano.

Le due forme si sarebbero dovute arricchire a vicenda: l’antica, liberandosi da modalità di esecuzione troppo ingessate; la nuova, riscoprendo il senso del sacro e del mistero. Tale auspicio si è realizzato soltanto in rari casi, mentre la divergenza ha di fatto continuato ad accentuarsi. Molti sacerdoti che han cercato di incrementare la dignità e la sacralità del culto, spinti da un’esigenza intrinseca al loro intento, sono infine approdati alla Messa tradizionale, pur non potendo sempre sceglierla in modo esclusivo; altri, vincolati dagli obblighi connessi al loro ufficio, han trovato un precario equilibrio, non esente da sofferenze interiori; altri ancora vivono dilaniati da una profonda discrasia tra ciò che sinceramente credono e ciò che son costretti a fare. La maggioranza sembra però soddisfatta di una “liturgia” che ben si accomoda alla secolarizzazione del prete e precipita perciò in una spirale di progressivo svuotamento di senso e di consapevolezza.

Tra l’improvvisazione diventata legge e la fredda applicazione di rubriche, d’altra parte, deve pur esserci un modo di celebrare che abbia un’anima, pur nel pieno rispetto di quanto prescritto; se, da un lato, non bisogna cadere nel soggettivismo, dall’altro occorre evitare la riduzione del mistero ad oggetto assimilabile alla realtà naturale, tendenza, questa, paradossalmente sfociata nella selvaggia sperimentazione postconciliare. Alla radice si ritrova lo stesso difetto di vitale conoscenza di Dio, sostituita da ideologie di segno opposto, ma analoghe nella sostanza, con la pretesa di manipolarlo come un possesso, in luogo del desiderio di lasciarsi da Lui possedere. Scompare così dall’orizzonte l’amicizia con Cristo (che papa Benedetto, nel suo lungo ministero, ha sempre perseguito e insegnato) e, con essa, la percezione del giusto modo di entrare realmente in comunione con Lui.

Proprio questo risultato, del resto, voleva ottenere chi lavora per la dissoluzione. Senza un intimo legame con Dio, fondato sulla grazia anziché sulla norma o sul sentimento, la vita cristiana scade o nel legalismo o nell’anarchia e i Sacramenti sono percepiti o come atti superstiziosi o come espedienti di benessere emotivo. In un caso come nell’altro la natura è soppressa, piuttosto che educata ed elevata, mentre il Signore resta un estraneo tanto nel cuore quanto nella vita, in un progressivo indurimento mascherato da impegno o da virtù. Sia i progressisti che i tradizionalisti, dopo aver fatto terra bruciata di ciò che la grazia ha previamente fatto germogliare nelle anime, stendono sul dinamismo della crescita interiore lo strato di bitume del rispettivo indottrinamento, così che, sotto di esso, tutto marcisce, ma sopra si vede un’apparenza accettabile.

Questo procedimento è tipico dei movimenti settari che, al fine di ottenere il controllo delle menti, squalificano radicalmente la natura umana, con esiti divergenti in superficie, ma affini a un livello più profondo. Tra giansenismo e calvinismo ci sono certo differenze, ma sono entrambi eresie che finiscono in un’oppressione elitaria e soffocante; altrettanto avviene coi loro odierni prolungamenti, benché di segno opposto. La convinzione di essere degli eletti rende gli adepti refrattari a qualunque tentativo di confronto, dato che l’interlocutore è previamente etichettato come avversario – modernista o integrista – da respingere a priori. L’aut… aut è un’impostazione che mira a catturare la persona e a impedirle di guardare altrove, così da chiuderle ogni via di fuga; lo sguardo veramente cattolico è invece quello dell’et… et, che, riconoscendo e valorizzando il bene operato dalla grazia preveniente, ovunque si trovi e sotto qualunque forma, accoglie istanze a prima vista contrastanti.

Gli amanuensi medievali copiarono i codici biblici e patristici, ma anche i manoscritti delle opere di scrittori pagani. Con la loro sapienza non solo ci han conservato il patrimonio dell’antichità classica, che altrimenti sarebbe andato perduto, ma ci permettono pure di costatare, per contrasto, gli effetti della verità e della grazia portate da Gesù Cristo; persino negli scritti immorali colsero l’innato anelito dell’uomo a superarsi, seppur deviato per mancanza di luce e di orientamento. Diverso è il caso della cultura contemporanea, che ha rigettato il dono ricevuto: ora si può registrare soltanto lo smarrimento e la disperazione di chi ha rinnegato la fede dei padri. Anche su questo, tuttavia, si può far leva per scuotere i cuori e ricondurli in patria dal non-senso in cui si sono autoesiliati; una magnifica eredità li aspetta, che li attira dolcemente con la sua maestosa bellezza e li distoglie dalle contraffazioni dei novatori, che non potevano non deluderli.

Questo ritorno, evidentemente, sarà effetto non di un indottrinamento settario che trasformi gli esuli in fanatici, bensì di un accompagnamento sapiente che rispetti i loro tempi di crescita. Nel primo caso si asfalta la mente dei malcapitati di dogmi e precetti mandati a memoria e ripetuti a mitraglia, senza però che alcunché muti nell’intimo; nel secondo si aiuta qualcuno a maturare e a correggersi con la medicina della verità unita ad una carità paziente e lungimirante, così che la sua coscienza si strutturi gradualmente in modo nuovo. Col primo metodo si modifica soltanto la scorza esterna; col secondo – quello che il buon Dio ha adottato con ognuno di noi – si innesca un processo di graduale evoluzione interiore che rinnova la persona in modo stabile e profondo. Il risultato della prima via è un adepto incapace di ragionare; il risultato della seconda è l’uomo nuovo, realmente (e non solo nominalmente) elevato dalla grazia e mosso dallo Spirito Santo.

Ora, ci sono intelletti che, per la loro lucidità e acutezza, fanno inesorabilmente emergere, anche senza proporselo esplicitamente, difetti e incongruenze dei discorsi altrui. Questo è proprio il caso del nostro amato Benedetto, odiato per tale motivo tanto dai modernisti più spudorati quanto dai tradizionalisti puri e duri. Non c’è dubbio che il giovane Ratzinger si sia formato in una cultura che, per il divieto kantiano, aveva abolito la metafisica, compromettendo in modo radicale la possibilità stessa di far teologia in senso proprio; il suo pensiero risente così di un concetto di ragione che, definendosi da sé in senso immanentistico, si è imposto indebiti limiti, influenzando a sua volta il concetto di fede. Ciononostante, la grazia lo rese capace di una visione e di una parola che hanno potentemente rischiarato la nostra epoca di oscuramento intellettuale e di degradazione morale; questo fatto dimostra la rettitudine della sua coscienza guidata dal lumen intellectus, che secondo sant’Agostino è riflesso della luce divina nella mente dell’uomo.

Per valutare correttamente il pensiero ratzingeriano, bisogna tenerne presente tale contesto storico-culturale, distinguendo altresì tra il papa e il teologo, i cui libri (compresi quelli scritti da Sommo Pontefice) non appartengono al Magistero. Per trarre un bilancio equo e sereno del suo apporto, in ogni caso, sarà necessaria una distanza temporale sufficiente per far sopire le polemiche e superare gli interessi contingenti. Ciò non sarà certo possibile a coloro che procedono per classificazione binaria o per associazione di termini, come un computer o un motore di ricerca. La vera intelligenza (ossia la capacità di intus-legere) si pone a un altro livello, da cui si autoescludono sia i progressisti che i tradizionalisti. I modi di procedere di entrambi soffrono del medesimo razionalismo di sapore hegeliano, i cui esiti sono l’individualismo e il totalitarismo: da una parte, un soggetto isolato che pretende di piegare la realtà alle proprie idee; dall’altra, padroni del discorso che stabiliscono cosa si può pensare e cosa no. Siano rese grazie a Dio, il quale, anche per mezzo di papa Benedetto XVI, ci ha liberato da una prigione mentale che ci privava dell’eredità e ci condannava alla dissoluzione.


domenica 8 gennaio 2023


«Signore, ti amo!»

 

 

Se scrivi, non mi sa di nulla, se non vi leggerò Gesù. Se discuti o disserti, non mi sa di nulla, se non vi risuonerà Gesù (san Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, 15, 6).

La Provvidenza non manca mai di soccorrerci per indicarci la via da seguire o il modo di risolvere i nostri dilemmi. Possiamo certo scrivere o parlare, purché ciò abbia per oggetto il Signore oppure, qualora Egli non lo sia esplicitamente, porti a pensare a Lui, ad amarlo e a seguirlo. Il primato e la centralità di Dio nella vita umana è proprio quel che ha contrassegnato l’insegnamento e l’operato del compianto papa Benedetto XVI, la cui profonda vita mistica traspariva nello sguardo limpido e colmo di bontà, nel tratto attento e garbato con tutti, nella parola penetrante e capace di trasformare le persone. Se è vero che gli occhi son la finestra dell’anima, nei suoi brillava una luce soprannaturale che attraeva verso il Cielo e rassicurava l’interlocutore.

La rabbiosa e stupida guerra che gli mosse il mondo, fin da quando era prefetto del Sant’Uffizio, è un’indiretta conferma della sua fedeltà di uomo votato a Dio, che nulla poté far deflettere dalla linea della verità. Di sicuro nessuno è perfetto né rimane esente dal clima culturale in cui si è formato; nella sua impostazione intellettuale si può senz’altro lamentare un certo influsso kantiano, specie nella concezione della ragione, ed esistenzialista, in particolare nella visione della libertà di coscienza. Tuttavia lo studio dei Padri (soprattutto di sant’Agostino) e degli scritti di san Bonaventura preservò la sua mente da quelle derive immanentistiche e soggettivistiche cui si abbandonarono altri teologi del tempo, come Karl Rahner e Hans Küng, fino all’aperta eresia.

Non ignoriamo che, nel 1955, il dogmatico tedesco Michael Schmaus (1897-1993), correlatore della sua tesi di abilitazione all’insegnamento, ne richiese una revisione per via di quella che giudicò un’eccessiva soggettivizzazione del concetto di rivelazione, esigenza cui il candidato si adeguò del resto docilmente. La notizia che Schmaus lo abbia considerato un pericoloso modernista proviene però dal successore di Rahner, Eugen Biser (1918-2014), la cui testimonianza potrebbe peccare di partigianeria. In un’epoca di irrigidimento difensivo, in ogni caso, il sospetto si abbatteva – senza distinguere abbastanza tra chi lo faceva in buona fede, sulla base di un’educazione genuinamente cattolica, e chi invece indulgeva a suggestioni gnostiche – su chiunque tentasse di aprire nuove vie per comprendere la verità rivelata e renderla accessibile alla mentalità del tempo.

Ciononostante, certi circoli tradizionalisti non esitano a liquidare Joseph Ratzinger come modernista e rivoluzionario, seppur moderato. Questo ingeneroso giudizio denuncia un atteggiamento mentale distorto dal pregiudizio e incapace di cogliere sia la complessità del reale, sia l’opera della grazia in un’anima: non è vero che tra il pensiero del giovane teologo e quello del papa non vi sia differenza. È innegabile che l’uomo maturo non abbia mai sconfessato gli scritti precoci, ma ciò non autorizza a giudicare le intenzioni di qualcuno che tenne sempre a mantenere aperto un dialogo con la cultura contemporanea per non abbandonarla a se stessa, nonché per evitare che la Chiesa si rinchiudesse in un ghetto, a detrimento dell’una e dell’altra.

La prospettiva angusta e meschina di chi senza remore appiccica ad altri l’etichetta di eretico, come se l’errore fosse immancabilmente volontario, è uno degli effetti di quel tomismo manualistico che non fa certo onore all’Aquinate, ma lo deforma paradossalmente in una variante del razionalismo moderno. La teologia ridotta a fredde formule e banali sillogismi sa tanto di decadente nominalismo, nel quale i termini non designano più se non concetti astratti che non hanno rapporto con la realtà, ma servono solo a nutrire l’illusione di possedere il divino col ragionamento. Tale impostazione del pensiero impoverisce la mente e sterilizza l’anima; quel che è più grave, reifica il mistero e lo tratta, in modo tendenzialmente blasfemo, alla stregua di un oggetto creato.

È da tale prigione mentale che il giovane Ratzinger cercò la via d’uscita, sicuramente in maniera più equilibrata dei suoi contemporanei. Possiamo anche non condividere alcune delle sue prime opere, così come non riceviamo in eredità l’ermeneutica della continuità e della riforma, con cui credette di risolvere l’aporia del Vaticano II, ma non possiamo certo negarne l’eccelsa statura intellettuale, alla quale i suoi detrattori, da un estremo all’altro del ventaglio, non sanno opporre altro che volgari insulti o giudizi sommari. Pur non amando affatto le visite alle sinagoghe o ai templi protestanti, né tantomeno i raduni interreligiosi, non consideriamo questi elementi sufficienti per giustificare un bilancio totalmente negativo, bensì li collochiamo nel quadro storico di una generazione – diversa dalla nostra – che a suo modo ha provato a disincagliarsi dalle secche.

Di sicuro ci accuseranno di storicismo e relativismo, ma la coscienza non se ne turberà più di tanto, giacché non possiamo, per evitare tale rimprovero, isolarci in una bolla fuori del tempo. Se poi in uno scritto o discorso leggiamo o udiamo Gesù, non possiamo certo concludere che l’autore Gli sia completamente estraneo. Potrà eventualmente disturbarci, a volte, un certo quale sbilanciamento verso il soggetto, da cui ci ha felicemente disintossicato la salutare frequentazione di san Tommaso; ciò non ci autorizzerà, tuttavia, a classificare quel difetto come voluto cedimento al soggettivismo, ma come involontario limite dell’impostazione culturale di una data fase della teologia contemporanea. Se crediamo realmente alla grazia di stato, d’altronde, dobbiamo anche riconoscerne l’azione, cui pone ostacolo la volontà perversa, non quella retta… a meno che la grazia non sia per noi un puro nome da utilizzare in uno sterile gioco intellettuale.

Qui sta il punto: un certo modo di far teologia pretende che ci si limiti a ripetere, sistematizzandolo, quanto affermato dal Magistero, aggiungendovi magari qualche deduzione e puntellandolo con dotte citazioni. Le sintesi chiare e ordinate, certo, sono un ottimo ausilio per i principianti, ma ciò non implica che ci si debba arrestare a quelle proibendo qualunque sviluppo o elaborazione. Quante volte i buoni teologi hanno dato impulso al progresso della dottrina, alla sua esplicitazione e al suo approfondimento! Ciò non ha impedito che, su determinate questioni, ci fossero a volte rischiose oscillazioni, ma il Magistero ha sempre riportato l’ago della bussola nella giusta direzione; così avverrà pure con il personalismo, le cui buone intenzioni hanno coperto le trappole mortali che si son poi manifestate nel lungo periodo.

La giusta reazione, tuttavia, non può consistere nel ritorno del pendolo a un rigido scolasticismo. Pur senza idealizzare nessuno sotto l’onda dell’emozione, non possiamo misconoscere l’apporto di papa Benedetto alla riscoperta della relazione personale con Dio, senza la quale la dottrina diventa ideologia e il culto si riduce a mera esecuzione di rubriche. Il peggiore dei tradimenti non è quello di chi distorce palesemente la verità, ma quello di chi disdegna l’intima amicizia col Signore e aspira all’autosufficienza. Si ritrova qui, trasposta nella religione stessa, l’opposizione paolina tra spirito e carne: «Quelli che sono secondo la carne capiscono le cose della carne; invece coloro che sono secondo lo spirito percepiscono le cose dello spirito. […] Quanti però sono nella carne non possono piacere a Dio» (Rm 8, 5.8). Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si può essere tradizionalisti in modo del tutto carnale, cioè rimanendo estranei all’unione con Dio e combattendo con odio chi la vive e la insegna.

Al fondo di tale disposizione si subodora qualcosa di luciferino: il rigetto della luce e dell’amore, seppur mascherato da ragioni apparentemente irreprensibili, di cui l’assenza della carità dimostra però la falsità. Anche la cattiva qualità dei frutti manifesta quella dell’albero: quell’accanirsi senza requie contro chiunque non corrisponda ai propri stereotipi non fa altro che danneggiare ulteriormente la Chiesa e scuotere la fede dei pochi che ancora la conservano. Chi si ostina su questa via non può esser mosso dallo Spirito Santo né amare davvero la Sposa di Cristo, ma è guidato da un altro spirito e opera in modo settario a beneficio della propria fazione, non del Corpo Mistico. In questo, in ultima analisi, modernisti e tradizionalisti finiscono con l’assomigliarsi: gli estremi opposti si toccano. Noi preferiamo seguire l’esempio del mite Benedetto ripetendone le ultime parole, sigillo e sintesi di tutta la sua esistenza sulla terra: «Signore, ti amo!».

 

domenica 1 gennaio 2023