Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 25 maggio 2024


Mutazioni spirituali / 2

 

 

Oltre all’amputazione della ragione operata da cattive filosofie e alla menomazione della fede causata dalle teologie che le hanno assunte come sostrato intellettuale, dobbiamo prendere in considerazione il pervertimento della dottrina cattolica in senso protestantico con il conseguente regresso moralistico in senso giudaizzante. L’abbandono della metafisica tomistica tout court (anziché il superamento del suo impoverimento e irrigidimento neoscolastico) a favore di un’impostazione del pensiero dal sapore di volta in volta kantiano, hegeliano, marxiano o heideggeriano ha spalancato le porte a qualunque tipo di degenerazione spirituale. È stato tolto, infatti, il fondamento di tutto l’edificio cristiano: la nozione di Essere sussistente che si partecipa alla creatura per pura generosità, prima a livello naturale, poi a livello soprannaturale. Venuta a mancare la consapevolezza di ciò che siamo per natura e per grazia quale principio e motivo di ciò che dobbiamo essere, la vita interiore e morale si è persa nei meandri di un soggettivismo e un emotivismo perennemente cangianti che ci han tolto la chiave di accesso ai beni della Redenzione.

Impossibile amore

In un’epoca in cui si parla quanto mai prima di amore e di misericordia, è diventato impossibile non soltanto riceverli e donarli, ma finanche comprenderli. Sulla bancarella del nominalismo più spinto che la storia conosca, le parole han perduto ogni significato oggettivo, ridotte a veicolo di effimere emozioni e sentimenti. L’uomo postmoderno, in realtà, respinge l’amore e la misericordia autentici, dato che essi richiedono da parte sua una corrispondenza impegnativa che non è disposto a prestare, in quanto esigerebbe da lui lo sforzo di cambiare. Oggi non si vuole essere amati davvero, anzi si teme l’amore come una minaccia al precario equilibrio costruito da un egoismo che prende tutto senza dare nulla in contraccambio, arraffa i doni nell’indifferenza verso il donatore, utilizza cose e persone ai fini del godimento immediato… La misericordia, poi, presuppone riconoscimento del peccato, pentimento sincero e volontà efficace di non offendere più l’Amato; c’è traccia di tutto ciò nel cianciare che se ne fa con tanta abbondanza, anche ai più alti livelli?

In poche parole, è una pseudospiritualità consumistica confezionata apposta per l’uomo occidentale di un’epoca che ha visto il trionfo del nichilismo, un uomo ridotto a consumatore compulsivo, a infante viziato e incapace di riflessione su di sé, prima ancora che sulla realtà che lo circonda, con la quale ha perso ogni contatto, perso com’è nel mondo, detto virtuale, di apparecchi elettronici di cui non riesce più a fare a meno. Il reale è stato sostituito da rappresentazioni algoritmiche che si impongono come l’unica verità ammissibile; perfino i filmati di fatti realmente accaduti, in tale contesto, finiscono con l’essere percepiti nella stessa modalità di uno spettacolo o di una pellicola cinematografica, mezzi di comunicazione, questi, divenuti potentissimi strumenti di manipolazione mentale e comportamentale delle masse. Anche l’esperienza religiosa, coerentemente, si è trasformata in mezzo di deformazione interiore delle persone, che vi ricercano sempre meno l’esigente oggettività della relazione con Dio e sempre più una fonte di benefici materiali o di esperienze singolari.

Oppio del popolo

Perfettamente funzionale a questa nefasta evoluzione è l’inflazione di falso misticismo che caratterizza l’odierna fase della storia ecclesiastica. Apparizioni, sanguinamenti, essudazioni, messaggi, rivelazioni e profezie, in quantità mai registrate prima, si diffondono in tempo reale – come usa dire – grazie alla rete Internet, cosa che fa per lo meno sorridere chi legge la recente norma che prescrive ai vescovi di contenere la divulgazione di eventuali materiali attinenti a presunti fenomeni soprannaturali (cf. Dicastero per la Dottrina della Fede, Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, 17 Maggio 2024, art. 3, § 3)… Non si vedono affatto, nel governo ordinario della gerarchia del nostro tempo, segni che facciano supporre una volontà seria di limitare tale deriva al fine di correggere la così diffusa tendenza alla religione fai-da-te; al contrario, pare che, con il pretesto di non soffocare la religiosità popolare, la favoriscano o, quanto meno, la tollerino ampiamente in nome dell’ossequio a quello spirito che agirebbe mediante il popolo. Ad ogni modo, a coloro che han sete di straordinarietà domandiamo: c’è qualcosa di più straordinario della Messa e di Gesù nel tabernacolo?

Una costante delle pretese rivelazioni, sia pure in assenza di errori dottrinali evidenti, è la mancanza di enfasi sulla corretta risposta che devono fornire i fedeli (enfasi che si ritrova invece in tutte e singole le apparizioni approvate dalla Chiesa), con un’insistenza quasi esclusiva o su motivi consolatorii o, all’opposto, su predizioni catastrofiche. In un caso come nell’altro, il credente viene distolto da un solido impegno di santificazione per mezzo di fallaci promesse condizionate, come nel giudaismo, da adempimenti meramente esteriori, che non modificano sostanzialmente nulla nella sua interiorità né nella sua condotta. Questa salvezza a buon mercato è ovviamente molto appetitosa per l’uomo plasmato dal capitalismo selvaggio che ha creato la società consumistica, il quale gli vieta il vero culto di Dio, ma non una vaga religiosità drogata di sensazionalismo: è proprio l’oppio del popolo, locuzione con cui Karl Marx, piuttosto che il cristianesimo in se stesso, ha probabilmente denominato ciò in cui, con i suoi amici illuminati, mirava a trasformarlo.

Effetti devastanti

Il problema principale della “spiritualità” dominante, sostenuta tanto dalla gerarchia che dai mezzi di comunicazione, è la dimenticanza di quel che fa da perno a tutta la vita cristiana: la cooperazione con la grazia, la quale agisce e porta frutto nella misura in cui l’uomo, facendo leva sulla propria volontà libera, collabora con essa. Questa mancata cooperazione è la causa per cui il cattolico contemporaneo, per lo più, non riesce a progredire moralmente e spiritualmente ma, malgrado la grande abbondanza di strumenti formativi e di cognizioni intellettuali, ricade ripetutamente negli stessi peccati o persevera in abitudini immorali senza mai decidersi a far quel che può per modificare la propria condotta. Il concetto luterano di grazia come mera benevolenza divina che non esige nulla dall’uomo, del resto, incoraggia tale indolenza e paralizza ogni serio sforzo di santificazione; il concetto cattolico, definendola come partecipazione della vita di Dio all’anima, rende invece possibile e quindi richiede l’elevazione della persona ad una modalità superiore di essere e di operare.

È pur vero che l’ignoranza e l’errore scusano il peccatore in tutto o in parte, a seconda che si possano superare o meno; nondimeno gli atti cattivi, a prescindere dal grado in cui sono imputabili al soggetto, rimangono tali in sé stessi: perciò bisogna comunque evitare di compierli e, qualora uno non riesca ad astenersene per debolezza, deve ripararli con qualche penitenza in quanto azioni che offendono Dio. I meriti di Cristo sofferente, per essere applicati all’anima e non restare un tesoro inutilizzato, richiedono infatti la partecipazione dell’individuo alla Sua Passione espiatrice mediante mortificazioni volontarie. Tutti i maestri di spirito han sempre insegnato tale necessità, la quale, non riconosciuta né soddisfatta, a lungo andare reclama sui peccatori i flagelli della divina giustizia, che sono i castighi da loro meritati ma, al contempo, i salutari mezzi di correzione con cui la divina misericordia volge in bene anche le afflizioni. Queste verità perenni sono efficace antidoto contro la protestantizzazione e giudaizzazione dei cattolici nonché fondamento imprescindibile di una sana vita spirituale che renda effettivamente l’uomo partecipe della vita di Dio: non un utopista perso in chimere, ma un Suo figlio e imitatore.


sabato 18 maggio 2024


Mutazioni spirituali / 1

 

 

Si tratta di un fenomeno, per lo più inavvertito, che proprio in quanto tale richiede un attento esame. La trasformazione interiore delle persone e dei popoli, d’altronde, è provocata da fattori esterni che li inducono a reagire, riflettere, adattarsi e interagire in maniera vantaggiosa o, per lo meno, intesa così. Se il principio di questa influenza è benefico, il cambiamento fa leva sulla cooperazione del soggetto ed è perciò, almeno in parte, consapevole. Se invece il processo mira alla manipolazione e a un’incosciente sottomissione, bisogna che la manovra non sia percepita come una minaccia o non lo sia affatto. Quest’ultimo è appunto il caso delle mutazioni avvenute negli ultimi decenni non solo a livello sociale, politico e culturale, ma anche a livello spirituale: sia nella società che nella Chiesa è stata posta in atto un’immensa opera di mistificazione che ha stravolto il normale modo di pensare e di vivere di gran parte dell’umanità.

Amputazione della ragione

Quando ci si propone, al giorno d’oggi, di trasmettere l’annuncio evangelico, ci si ritrova davanti a un muro impenetrabile sul quale si infrange ogni tentativo di instaurare un dialogo. Ciò succede su due diversi piani: su quello intellettuale, moltissime persone non hanno più gli strumenti concettuali necessari per poter semplicemente pensare qualcosa che sia altro dalla materia o superi l’orizzonte della pura immanenza; sul piano morale, non sono assolutamente disposte a mettersi in discussione e ad ammettere di essere in difetto riguardo a determinati comportamenti. Come sono state estirpate dalle menti le nozioni stesse di trascendenza e di divinità personale, così lo son state quelle di colpa e di legge morale. L’esistenza umana è concepita come un viaggio verso l’ignoto nel quale ognuno si affanna a trarre il massimo vantaggio immediato possibile in termini di godimento psicofisico; il minimo intralcio va inesorabilmente eliminato, a cominciare dalla religione.

Ciò che a stento sopravvive mediante l’indottrinamento scolastico è una sorta di religione civile con i suoi stanchi rituali laici, come le periodiche premiazioni, da parte del Presidente della Repubblica, di studenti distintisi per impegni di solidarietà. Le predichette tenute in tali occasioni sono intrise di moralismo massonico alla De Amicis, magari con un linguaggio un po’ aggiornato ai tempi nuovi, ma immutato nella sostanza. Unica norma riconosciuta: le regole che la comunità si è data; quali esse siano e su quale fondamento o in qual modo siano state stabilite è dato per acquisito, pur non essendo affatto chiaro. La dittatura sanitaria ha però svelato da chi sono state realmente formulate e imposte, dietro l’enorme paravento che nasconde una realtà ben diversa: la peggiore operazione di condizionamento mentale e operativo che i popoli abbiano mai subìto, puntellata dagli indiscutibili dogmi della democrazia e dall’illusione di una libertà priva di scopo e di criterio.

Sul fronte ecclesiale le cose non vanno certo meglio, visto che le medesime idee, grazie alla nuova Pentecoste, hanno impregnato la mente e la vita dei cattolici praticanti, ormai in gran parte cultori dello Stato laico, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. La demoniaca Agenda 2030 è stata accolta nei documenti pontifici, i quali, proprio per tal motivo, han perso ogni autorevolezza e pure il carattere che dovrebbero avere come testi magisteriali. Qui non risulta amputata la sola ragione, ma pure la fede, ridotta ad ideologia mondana assorbita da problemi temporali, per giunta di dubbia consistenza. La gerarchia, rinnegati i suoi compiti di istituzione divina, si è riciclata come megafono di vacua propaganda e complice di infondati allarmismi, fino a farsi attiva cooperatrice del genocidio vaccinale; i pochi vescovi e sacerdoti che a ciò si sono opposti si son visti estromessi e banditi senza pietà né remissione, mentre i colpevoli di abusi su minori prosperano impuniti.

Insidie più sottili

Noi che abbiamo reagito potremmo sentirci al sicuro, ritenendoci immuni dai pericoli accennati. In realtà nessuno va esente dalle tentazioni, le quali sono tanto più perniciose quanto meno evidenti. È innegabile che l’autonomia di giudizio sia un bene, purché non sia spinta fino all’eccesso tipico di chi non accetta più alcuna autorità che non sia quella del giudizio proprio. In tal modo ogni singolo cattolico diventa a se stesso regola di fede e di morale; eventualmente, qualora senta il bisogno di avere un punto di riferimento, si sceglie i maestri secondo il gusto e la passione del momento. Non si ripeterà mai abbastanza che, di questo passo, la Chiesa si atomizza e sprofonda nel caos, non senza gravissime responsabilità per quanti incentivano deliberatamente tale processo ergendosi a dottori in materie che non conoscono né competono a loro. In questo caso la ragione e la fede appaiono non soltanto amputate, ma anche deformate in quel poco che ne resta.

La mutazione spirituale, qui, è ancora più profonda e difficile da curare, giacché si fonda sulla vana presunzione di essere un cattolico vero. A monte della deriva morale causata da una superbia ormai fuori controllo, il rischio è quello di una distorsione mentale che altera la percezione della realtà per mezzo di un modello rigido, semplicistico e onnicomprensivo con cui si pretende di spiegare qualsiasi fenomeno. Un tipico esempio di ciò è la categoria di rivoluzione quale chiave interpretativa univoca ed esclusiva della storia moderna e contemporanea: essa, oltre a fornire un quadro ermeneutico che a torto sembra esaustivo, fermando la ricerca ad un certo livello e impedendole così di spingersi più lontano, fornisce altresì un comodo alibi ai peccati e alle omissioni dei cattolici, che in tal modo si sentono prosciolti da ogni responsabilità riguardo ai mali del tempo presente. Analogo discorso vale per quegli ortodossi che rinchiudono la storia dell’umanità nell’ideologica dialettica che oppone un Occidente insanabilmente predatore a un Oriente del tutto innocente.

A forza di applicare semplificazioni schematiche e riduttive, ci si convince che coincidano con una pretesa verità assoluta, l’unica ammissibile nel dibattito. Sarà forse superfluo osservare che simile disposizione interiore, oltre ad esser fortemente dannosa per il soggetto, estingue la carità rendendo impossibile l’unione con Dio e la comunione con gli altri fedeli? Nulla di meno cattolico, anzi nulla di più manicheo… Il cristiano autentico, invece, potendo disporre serenamente delle risorse proprie della ragione e conoscendo pienamente la verità rivelata, sa cogliere e apprezzare ciò che di vero e di buono si trova ovunque: Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est (Ogni cosa vera, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo; san Tommaso d’Aquino, In sent. I, dist. 19, q. 5, art. 2, resp. 4). La frase, all’epoca attribuita a sant’Ambrogio, è più volte ripresa dall’Aquinate a testimonianza dell’apertura mentale che, pur nel suo rigore intellettuale, lo guidava.

Unica via di salvezza

I santi Dottori riuscirono non soltanto a mantenere l’equilibrio, ma anche a penetrare a fondo nella verità perché pregavano molto e facevano abitualmente penitenza; così il loro lavoro era illuminato dalla Sapienza divina ed elevato dai doni del Paraclito. Essi poterono in tal modo preservarsi, in pari tempo, sia dalle deformazioni tipiche degli aspri polemisti di oggi sia da quelle, di segno opposto, degli utopisti e sognatori spuntati con la primavera conciliare e che ancora non si arrendono al suo evidente avvizzimento. Entrambe le mutazioni dell’identità cattolica, ugualmente dannose seppur per motivi diversi, non possono essere guarite se non dalla grazia soprannaturale; per accoglierla, tuttavia, è indispensabile anche qui la preghiera assidua e la penitenza costante. In questa Chiesa in cui tutti parlano di tutto, spesso a sproposito, sarebbe ora di ridurre le parole e di passare ai fatti. L’anelito al silenzio e alla carità concreta è il migliore antidoto a questo male.


sabato 11 maggio 2024


Non fermate quel battito

 

 

A quanto pare, la proposta di legge di iniziativa popolare denominata Un cuore che batte fa paura; altrimenti non si spiegano le manovre miranti ad affossarla prima, delegittimarla poi. Addirittura un ministro della Repubblica, in questi giorni, ha ritenuto di dover intervenire per screditarla, ma nel far ciò ha commesso almeno tre gravi errori. Il primo è di natura istituzionale: un membro dell’esecutivo, in un regime fondato sul sacro principio della separazione dei poteri, non dovrebbe interferire con l’attività legislativa. Il secondo attiene alla virtù di prudenza: prima di esprimere un parere, si sarebbe dovuto informare meglio – cosa niente affatto difficile a quei livelli – sul fatto, del tutto inverosimile, servito da pretesto alla richiesta del suo parere. Il terzo riguarda la coerenza: tralasciando il passato del ministro, sul quale non vogliamo infierire, vien da domandarsi se un impegno efficace a favore della vita possa prescindere da iniziative concrete volte a limitare il ricorso all’aborto.

Singolari convergenze

Con buona pace delle femministe (nonché dei giornalisti avvezzi a storpiare la nostra bella lingua), continueremo a usare il termine maschile anche se, a ricoprire l’incarico, è una donna, non esistendo in italiano il corrispettivo femminile. Il ministro in questione, dunque, avrebbe fatto meglio a tacere, piuttosto che fornire una risposta priva di senso logico: che cosa significa, nel contesto considerato, la locuzione buona prassi medica? La medicina è un’arte che applica conoscenze scientifiche alla cura dei pazienti ai fini della guarigione; la prassi, intesa come insieme coerente di pratiche abituali, deve perciò fondarsi su dati oggettivi che orientino gli interventi in modo che ottengano il successo sperato. Sopprimere un essere umano nel grembo materno non rientra nella prassi medica; la gestazione non è una malattia: né la gestante né il feto possono esser considerati pazienti. Si tratta, in realtà, di un vero e proprio omicidio, di un’azione, cioè, non solo del tutto aliena, ma contraria alla medicina.

Non prendiamo neppure in considerazione quelle espressioni di barbarie intellettuale che riducono il feto a un grumo di cellule o a una parte del corpo della donna: tutti i dati scientifici dimostrano che si tratta, senza ombra di dubbio, di un altro individuo, dotato di tutte quelle potenzialità di sviluppo che, in condizioni idonee, ne faranno un uomo autonomo, così come, viceversa, ognuno degli attualmente viventi (compresi gli abortisti) è stato un embrione, prima di essere ciò che è oggi. A livello filosofico, dobbiamo necessariamente ammettere che, se noi siamo persone, lo è pure il feto, sebbene non abbia ancora esplicitato le proprie capacità personali; d’altronde nemmeno un neonato lo ha fatto, mentre un disabile mentale non potrà mai farlo: dovremmo allora concludere che essi non sono persone e che, di conseguenza, è lecito eliminarli? Solo a pensarlo, si sente l’odore di un’ideologia pagana e demoniaca che insisteva parecchio su una fantomatica razza pura

Eterogenesi dei fini?

La vera minaccia per l’odierna società non sono i gruppi di squilibrati che si considerano neonazisti, bensì i movimenti di sinistra, con alla testa il Partito Demonocratico. Malgrado la loro accanita lotta contro i fascismi di tutti i tempi (concetto, peraltro, non ben definito), la propaganda che diffondono riguardo alla vita nascente presenta singolari affinità con le aberrazioni hitleriane. A voler pensarne bene, si potrebbe supporre che lo sviluppo di alcune delle loro idee sia involontariamente venuto a combaciare con alcune di quelle dei loro avversari – ammesso che ancora esistano. Le elucubrazioni mentali, tuttavia, sono regolarmente smentite dalla semplice realtà di fatto: è risaputo, infatti, che le stesse fonti finanziarie hanno creato e tenuto in vita entità politiche opposte di natura totalitaria che, senza di esse, non sarebbero né sorte né sopravvissute. L’etichetta di democratico svela presto la sua effettiva consistenza: se sei membro del partito, prova a dissentire su qualcosa.

Ma come? accomunare il Terzo Reich all’Unione Sovietica, che ha perduto almeno venti milioni di cittadini nella lotta contro il primo? A livello intermedio, ci fu indubbiamente uno scontro titanico; se però si sale più in alto, ci si accorge che le stesse famiglie di banchieri giudei, da quasi tre secoli, causano i conflitti e finanziano entrambe le parti in lotta al fine sia di ricavarne il maggior profitto possibile, sia di tenere il mondo in pugno. È del tutto plausibile che i nipoti e pronipoti dei nemici di allora continuino ad esser foraggiati dalle stesse fonti. Non fanno eccezione quei sedicenti cattolici che danno a credere di battersi per la difesa della vita umana, ma di fatto – oltre ad aver sostenuto con spudorata sicumera la dittatura sanitaria, che ha avvelenato interi popoli – si oppongono ferocemente ad ogni iniziativa che possa ridurre il numero di aborti, adottando così risoluzioni i cui effetti pratici coincidono perfettamente con i fini perseguiti dagli avversari: la legge 194 non si tocca.

Sano realismo

A voler pensarne bene, si potrebbe supporre che il Ministro della Famiglia ecc. ecc. sia caduto nella trappola tesagli da quegli operatori di menzogna che, almeno in gran parte, sono i giornalisti. A voler essere realisti, invece, vien da domandarsi se pure la destra attualmente al potere in Italia, così come l’opposizione, non sia controllata dagli stessi poteri, visto oltretutto che, circa le questioni cruciali di politica interna ed esterna, non è cambiato sostanzialmente nulla. Non è necessariamente sintomo di inguaribile complottismo ritenere che, per assicurarsi il successo, l’oligarchia finanziaria iscriva sul libro-paga gli esponenti di tutti gli schieramenti oppure, addirittura, crei alla bisogna candidati che vincano infallibilmente le elezioni, come accaduto in Francia e negli Stati Uniti – giusto per citare gli esempi più scandalosi. Non è qui il luogo di analizzare i regimi “democratici”, sorti dalle idee del liberalismo, come strumenti perfettamente manovrabili da quelli che consentono ad essi di esistere e funzionare (a condizione che ne eseguano gli ordini).

Nondimeno, onde evitare di cadere in un becero qualunquismo, da cattolici vogliamo confidare che in politica, come in ogni altro ambito dell’esistenza umana, siano attive anche persone la cui mente non sia incantata dalle sirene della finanza né la coscienza assopita dalle loro profferte. Da cattolici vogliamo confidare che chiunque, pur trovandosi al potere, possa udire la voce di Dio che echeggia in un battito cardiaco. Da cattolici vogliamo confidare che pure chi si lascia sfuggire dichiarazioni imprudenti, se non insensate, sia capace di correggersi e di rimediare, se non altro per non stornare altrove il consenso di una larga fetta dell’elettorato. La storia della Repubblica ci insegna, sì, che per una sana volontà di indipendenza si può essere eliminati per mano dei terroristi o con un colpo di stato giudiziario; il significato più nobile del servizio politico, tuttavia, non esclude  l’eventualità del martirio, come nel caso di Gabriel García Moreno.

Chi sta al potere deve scegliere se passare sulla terra senza lasciare traccia significativa, come se non fosse esistito, o dando un contributo importante al bene comune, magari con effetti irreversibili. Non vorremmo doverci rassegnare all’idea che non ci sia neppure una persona dotata di coraggio e di retta coscienza, arrendendoci così al fatto che proprio tutti siano tenuti sotto controllo dal mostro anticristico dell’alta finanza, compresi quelli che sembrano opporvisi per attirare il dissenso e, in tal modo, neutralizzarlo con aspettative illusorie. Non vorremmo che le ragioni della politica soffocassero il naturale istinto materno contro la semplice realtà oggettiva. Vorremmo che, al netto delle polemiche pretestuose, prevalesse il buon senso di chi riconosce che un cuore battente manifesta un essere umano vivo e vegeto, che per il momento, però, non ha altro modo di far sentire la sua voce e il suo desiderio di condividere con noi l’esistenza terrena in vista di quella celeste. Non fermatelo.


sabato 4 maggio 2024


Appello di san Giuseppe

al Redentore

 

 

Omelia diffusa in questi giorni nella Rete

Dalla Lettera di san Paolo Apostolo ai Colossesi (3, 14-15.17.23-24)

Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione, ed esulti nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un solo corpo, e siate riconoscenti. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie, mediante lui, a Dio Padre. Qualunque cosa facciate, operatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite Cristo Signore.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (13, 54-58)

In quel tempo, Gesù, arrivato nella sua patria, li istruiva nelle loro sinagoghe, così che, meravigliati, si chiedevano: «Da dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto  questo?». Erano scandalizzati riguardo a lui. Gesù però disse loro: «Non c’è profeta senza onore se non nella sua patria e nella sua casa». Non fece là molti miracoli a motivo della loro incredulità.

 

Nonne hic est fabri filius? (Mt 13, 55).

«Non è forse costui il figlio del carpentiere?». Nella festa di san Giuseppe Artigiano risuona la domanda interdetta dei nazaretani di fronte alla sapienza dimostrata e ai miracoli compiuti da un loro concittadino che, fino a pochi mesi prima, era vissuto in tutto e per tutto come uno di loro conducendo un’esistenza normalissima e non lasciando presagire nulla della propria divinità. Proprio coloro che conoscevano Gesù più da vicino, paradossalmente, ebbero maggiori difficoltà degli altri ad accogliere la manifestazione della Sua vera identità: l’averlo osservato per tanti anni secondo la comune umanità diventò un ostacolo alla loro fede piuttosto che un aiuto; in altri termini, fu motivo di scandalo.

Eppure il Figlio di Dio ha voluto a tal punto esser considerato il figlio del carpentiere da tollerare tale scandalo, benché ciò possa sembrarci insensato dal punto di vista umano. La logica dell’Incarnazione, in realtà, ha comportato proprio questa completa assunzione – eccettuato il peccato – della condizione della creatura che doveva essere redenta. Nessun ambito andava lasciato fuori, neppure quello del lavoro; anzi, il Verbo fatto uomo ci ha insegnato, anzitutto col proprio esempio, ciò che san Paolo ci raccomanda nell’Epistola: «Qualunque cosa facciate, operatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3, 23). Per prima cosa – come suggerisce san Luca all’inizio degli Atti – Gesù cominciò a fare, poi a insegnare (cf. At 1, 1).

Trasponendo il discorso all’attualità ecclesiale, ci si rende conto che il Signore ha voluto a tal punto essere rappresentato da uomini da sopportare tutti gli scandali causati dai Suoi cattivi rappresentanti. Se ciò è stato vero lungo tutta la storia cristiana, oggi ha raggiunto un livello davvero intollerabile. Pur sottomettendoci agli arcani disegni della Provvidenza, che non smentisce le proprie disposizioni per motivi contingenti, non siamo tuttavia insensibili a ciò che udiamo e vediamo nella Chiesa; al contrario, gemiamo per effetto di quella sofferenza che nasce dall’amore per Cristo e per la Sua Sposa, amore che costituisce il più potente e profondo affetto del nostro cuore.

Nel festeggiare l’uomo cui Dio affidò l’eccelso compito di padre adottivo del Verbo incarnato, perché non immaginare, in virtù della confidenza che abbiamo acquisito con lui nonché con una certa audacia, i dolci e rispettosi richiami paterni che il Patrono della Chiesa universale potrebbe rivolgergli in cielo, dove Gli è così vicino e così unito, dopo essergli stato così familiare in terra? Non temiamo di recare oltraggio né all’uno né all’altro, ma vorremmo piuttosto approfittare, nei limiti del consentito, della preziosa intimità con entrambi, grazia di cui – ne siamo ben consapevoli – non siamo degni, ma che non possiamo nemmeno negare.

Osiamo, dunque, osiamo rappresentarci nella mente san Giuseppe intento a scuotere l’apparente indifferenza del Redentore, che da tanti anni sembra lasciar languire la Chiesa, certo a causa delle colpe dei suoi membri e dei suoi ministri: «Perché non intervieni? Non ti offende vedere la tua Sposa fino a tal punto oltraggiata? Non ti curi che tante anime riscattate dal tuo sangue siano fuorviate da dottrine distorte, ma presentate come tue? Non ti importa di essere disonorato in modo abominevole davanti a coloro che non ti conoscono ancora oppure ti conoscono poco e male? Non ti sei abbastanza saziato di insulti durante la Passione, perché adesso tu debba esser coperto di improperi dai tuoi stessi rappresentanti? Non ti vergogni del modo scandaloso in cui ti fanno apparire?».

Forse queste domande esprimono più il nostro stato d’animo che non quello di Colui che, nella vita terrena, ha sempre obbedito agli ordini divini senza la minima obiezione, adorando Dio in perfetto silenzio, con immediata prontezza e impareggiabile umiltà. L’arditezza delle parole che Gli abbiamo attribuito – ne siamo ben consapevoli – mal si concilia con la Sua fisionomia spirituale; tuttavia non possiamo nemmeno pensare che san Giuseppe, una volta investito del Patrocinio sulla Chiesa intera che è sulla terra, ne osservi inerte la rovina procurata dai nemici infiltratisi al suo interno. In particolare, ci pare inimmaginabile che non si appelli accoratamente al Figlio adottivo perché la liberi dalla banda di ladri e pederasti che la tiene in ostaggio.

Del resto come potremmo noi, con guide del genere, lasciar esultare nei nostri cuori la pace di Cristo, nella quale siamo stati chiamati a formare un solo corpo? Come si può fare tutto, in opere e parole, nel nome del Signore Gesù Cristo senza esser rettamente formati nella conoscenza della verità e nella sua applicazione alla vita concreta? Come si può servire il Signore ponendo al di sopra di tutto la carità, se coloro che dovrebbero fungere da nostri punti di riferimento si rendono sommamente odiosi con la loro slealtà e perfidia? Le esortazioni che l’Apostolo ci indirizza nell’Epistola appaiono irrealizzabili nel contesto in cui ci troviamo a vivere.

Eppure questa è la condizione in cui la Provvidenza ci ha posto, nei Suoi disegni di imperscrutabile sapienza. Il nostro tempo ci riserva sfide che nessuna epoca della storia cristiana ha dovuto affrontare, con la relativa opportunità di acquistare meriti straordinari. La situazione del tutto inedita in cui siamo stati collocati, infatti, ci costringe ancor più che nel passato più fosco a farci santi come unica soluzione possibile. In condizioni del genere, ci sono lasciati soltanto due sbocchi: o la santità o la perdizione. Che san Giuseppe ci ottenga la grazia di scegliere e raggiungere la prima; ci insegni a compiere ogni atto come se fosse Gesù stesso a compierlo; ci sostenga nella lotta insieme con la Sposa immacolata, Mediatrice di tutte le grazie, che in questo mese di Maggio vogliamo invocare con particolare intensità perché nella Chiesa si cambi finalmente rotta, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.


sabato 27 aprile 2024


L’importanza del patriarcato

 

 

ne in illo coniugio virili sexui, utique potiori, fieret iniuria (sant’Agostino di Ippona, De nuptiis et concupiscentia, I, 11).

Non sarà certo consono all’attuale spirito del tempo, anzi suonerà decisamente urtante e anacronistico questo inciso del Dottore di Ippona; eppure proprio così si esprime e dobbiamo prenderne atto, se non vogliamo censurare perfino i Padri e trattenerne solo quel che ci fa comodo, scartando il resto come presunta tara culturale di un’epoca lontana. La tanto decantata riscoperta della patristica, operata dopo il Vaticano II, ci appare un po’ troppo selettiva quando leggiamo i testi nella loro integrità ed evitiamo di applicare ad essi i pregiudizi moderni, i quali, d’altronde, sono un fenomeno talmente recente da non poter competere con una tradizione millenaria. Possibile che l’umanità intera – e in essa la Chiesa – sia vissuta, fino a pochi decenni fa, in completo errore circa temi di fondamentale importanza, come quelli relativi al rapporto tra l’uomo e la donna, alla costituzione della famiglia e alla struttura della società?

Ordine benefico

Nel dimostrare come il connubio tra Maria e Giuseppe, benché vissuto nella continenza perfetta, sia stato un vero matrimonio, sant’Agostino osserva che la genealogia di Gesù riportata da san Matteo termina al marito (malgrado il fatto che non sia il padre biologico della prole) «affinché non fosse fatta ingiuria al sesso virile, senz’altro più importante». Senza neppure prendere in considerazione quella forma di demenza che è il femminismo, ultimamente riacutizzatasi con la propaganda contro un patriarcato da lungo tempo scomparso, ci limitiamo ad accennare all’odierna tendenza clericale, non meno estemporanea e pilotata dall’alto, a rivendicare ruoli di autorità per le donne in ogni ambito. A parte il fatto che il governo della Chiesa spetta, per costituzione divina, a coloro che sono insigniti dei sacri Ordini, tali pretese cozzano con un dato antropologico costantemente affermato sia dalla Sacra Scrittura che dalla Tradizione: la priorità dell’uomo rispetto alla donna.

A tale proposito occorre preliminarmente chiarire l’equivoco che nasce da una mancata distinzione: quella tra la dignità ontologica, fondata sulla comune natura umana, e la dignità morale, basata sui diversi gradi di responsabilità e di merito. Mentre i meriti dipendono dall’esercizio del libero arbitrio di ogni individuo, le responsabilità sono connesse all’ordine impresso dal Creatore alla famiglia, alla società e alla Chiesa. Di conseguenza, la pari dignità che sussiste a livello ontologico tra l’uomo e la donna non impedisce affatto che, a livello morale, i loro rapporti siano regolati in senso gerarchico in modo da assicurare la permanenza di quell’ordine che garantisce il benessere e il retto sviluppo di ogni corpo sociale, dal più piccolo al più grande. Dio ha voluto che l’uomo avesse il ruolo di guida e che la donna fungesse, in qualità di adiutorium simile sibi (Gen 2, 18), da necessario complemento di lui. Solo chi sta al suo posto, riconosciuto e amato come quello giusto, è felice e sa rendere felici gli altri, a cominciare dal marito e dai figli.

Demoniaca inversione

L’apice della rivolta satanica contro Dio, estesasi all’umanità con il peccato originale, non è la semplice contestazione dell’ordine naturale, bensì la sua completa inversione. Non potendo qui prendere in esame l’universale crisi dell’autorità, lungamente pianificata e scientemente provocata, ci limitiamo a considerare i due più gravi effetti dell’ideologia perversa che ha portato le donne a ribellarsi ad ogni potestà: a quella di Dio, a quella del padre, a quella del marito. Il primo è la dissoluzione della famiglia, la quale, ancor prima di esser minata dal divorzio, ha perso quel fondamentale elemento di coesione e serenità che era l’angelo del focolare; il secondo è il genocidio silenzioso dei non ancora nati, considerati grumi di cellule o una parte del corpo femminile, quando invece tutte le evidenze scientifiche dimostrano che l’embrione è un essere umano distinto dalla madre e dotato di vitalità propria, sebbene non ancora autonoma.

L’inversione distrugge, in questi casi, l’ordine oggettivo tra beni di per sé intangibili, quali l’unità delle famiglie e la vita dei nascituri, e il puro arbitrio individuale o un preteso equilibrio emotivo elevati a valori assoluti, ossia sganciati da qualsiasi altro riferimento. Ora, l’esercizio della libertà, senza un criterio di verità e di bene, si annulla completamente e sfocia nella schiavitù a ogni tipo di condizionamento, interno ed esterno. Il benessere psicologico, d’altra parte, è ben lungi dall’essere assicurato in uno stato di totale opposizione alle leggi dell’essere; la realtà dimostra ampiamente, anzi, fino a qual punto le donne che, in nome della loro indipendenza, hanno sfasciato la famiglia o ucciso i propri figli siano afflitte da disturbi psichici di gravità variabile, ma tutti innegabili e di ardua soluzione, non essendoci modo di riparare al male commesso. Unica via di redenzione è una sincera conversione, seguita da un impegno intenso e leale a difesa della vita e della famiglia.

Segnali di speranza

Ignorando il frastuono terroristico della sinistra sanguinaria e sodomitica, l’attuale governo ha reso possibile – cosa peraltro già prevista dalla legge – la presenza di membri delle associazioni pro vita nei consultori pubblici. Lo scomposto schiamazzare delle opposizioni dimostra che si tratta di una misura efficace nel limitare i danni della famigerata Legge 194, in attesa che si creino condizioni favorevoli alla sua totale abrogazione. Certo, l’antropologia secondo natura non consentirebbe a una donna di presiedere un governo; ciò non ha tuttavia impedito alla Provvidenza di servirsi in bene di una delle attuali storture istituzionali: meglio una madre, per quanto nubile, che un banchiere. Questo segnale positivo sta incoraggiando altre donne (parlamentari, giornaliste, magistrati) a riappropriarsi della propria vera indole e ad agire di conseguenza, esercitando quella sana libertà di parola che gli avversari considerano un monopolio: i diritti “democratici”, a quanto pare, sono a senso unico…

Pur senza lasciarci andare a un facile ottimismo, ci sembra che stia maturando il tempo di un cambio di rotta: la cappa ideologica che soffoca il minimo dissenso in ambiti fondamentali della vita sociale pare cominciare a cedere sotto il peso della semplice evidenza. Se questa impressione è reale, si può sperare anche nell’approvazione del progetto di legge di iniziativa popolare denominato Un cuore che batte: dopo l’approdo a due commissioni della Camera dei Deputati, una maggioranza rafforzata dalle elezioni europee potrebbe convertirlo e renderlo esecutivo. In tal modo, oltre alla presenza dei volontari pro vita nei consultori, l’ecografia obbligatoria indurrebbe molte donne tentate di abortire a riconsiderare quella decisione nefasta. Favorire una maggiore consapevolezza rispetto a una scelta non significa ammettere che quella scelta sia lecita né approvare una falsa idea di autodeterminazione; è invece un atto di carità nei confronti di persone a cui non si può altrimenti impedire di commettere un delitto gravissimo.

Il recupero dell’autentica natura della donna consentirà pure all’uomo di riappropriarsi della sua identità e di riprendere il proprio posto nella famiglia e nella società a tutto vantaggio della sposa e dei figli, i quali ritroveranno in lui il naturale sostegno, difensore e modello. Così l’importanza del sesso virile riapparirà in tutta la sua benefica portata, secondo l’ordine stabilito dal Creatore e da Lui inscritto nella natura umana. L’evidenza dell’essere, riconosciuta e liberamente accolta, riaprirà all’uomo e alla donna la via delle legittime gioie terrene, capaci di far pregustare quelle celesti, sia pure nelle contraddizioni di questo mondo corrotto. In fin dei conti, sant’Agostino – e con lui tutti i grandi maestri di umanità e di fede – non si sbagliava; di fronte a un gigante come lui, anzi, i nani della “cultura” odierna possono solo ringhiare come botoli privi di ragione. Riaffermiamo dunque con serenità e coraggio la semplice verità antropologica senza temere le reazioni del totalitarismo in auge; più numerosi saremo, prima rinascerà la società e, con essa, rifiorirà la Chiesa, che da quella riceve i membri e, indirettamente, anche i ministri.