Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 14 settembre 2019


Costruire la Chiesa del futuro?




«Come Gesù con gli apostoli»: questo inciso, buttato lì nel discorso in modo quasi inavvertito, è una conferma dell’intento dissimulato (ma non troppo) della gerarchia romana nominata da “Francesco”: «costruire la Chiesa del futuro» – come enunciato poche righe più su – ovvero rifondarla secondo il «sogno di Chiesa espress[o] in Evangelii gaudium». Già il numero di appassionati dello squilibrio di cui ogni parroco della capitale ha ricevuto il consiglio di circondarsi perché lo coadiuvino nel ministero è fortemente allusivo: dodici, come «il piccolo gruppo da cui tutto è partito» (corsivo originale), sebbene tale cifra non vada presa «alla lettera, ma serve per farmi capire» (corsivo mio). In perfetto stile massonico, un discorso in apparenza banale, immotivato, inconsistente contiene in realtà indizi sufficienti per essere compreso dagli iniziati, mentre gli altri si limiteranno ad alzare le braccia sconfortati e ad eseguire obtorto collo gli ordini loro comunicati con leziosa delicatezza dal rivoluzionario gentile che Bergoglio ha scelto come vicario della diocesi capitolina.

Di fatto, l’abbondante ricorso a tipiche perle dello slang ecclesialese (tutti sono chiamati a mettersi in atteggiamento di ascolto; accompagnare la comunità; ascolto contemplativo della realtà, ecc.) non riesce a celare davvero una volontà perentoria che non ammette repliche né titubanze. La cosa è già decisa e ti casca sulla testa in piena estate, mentre tu sei magari in ferie e non ti aspetti certo dai tuoi superiori comunicazioni così importanti sulle strategie pastorali da adottare tra poco, all’inizio del nuovo anno pastorale, visto che a maggio, oltretutto, c’è stato un convegno diocesano dedicato proprio al programma. Dov’è la trasparenza? Dov’è la fiducia nei sacerdoti incaricati di guidare le parrocchie? Dov’è la tanto decantata sinodalità? Questo modo di agire ricorda piuttosto quello dei partiti comunisti: la direzione centrale decide, gli organi periferici eseguono senza discutere. A dar retta ai bene informati, in effetti, il vero redattore della lettera luglienga ai parroci romani risulta essere un rampante vescovo ausiliare che è stato a capo di una fra le parrocchie più rosse della Capitale… Che ci si poteva aspettare? La mentalità è quella.

Quel che più disturba, in tutta la manovra, è la mancanza di una motivazione plausibile. Si direbbe che a Roma, fino a questo momento, nessuno si sia mai dedicato all’ascolto delle persone e che i parroci non abbiano a tal fine collaboratori stabili, se si ingiunge loro categoricamente di trovarli (il processo… che stiamo mettendo in atto… richiede…; l’individuazione di una buona équipe pastorale è una priorità; dovrai con sapiente discernimento andar[e] a scovar[li]; sta[’] spesso con loro, ecc.). Non è forse offensivo nei confronti di chi da tanti anni si impegna in parrocchia con intelligenza e responsabilità? A parte le frequenti sgrammaticature, comunque, il grande assente è il buon senso. Quando, una volta, si presentò da me un giovane padre di famiglia la cui moglie, portandogli via la figlioletta, era scappata con un altro e, per vincere la causa, l’aveva falsamente accusato di aver abusato della bimba, non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello di affidarlo a un cristiano capace di sognare e di contagiare gli altri con i suoi sogni, ma mi preoccupai piuttosto di indicargli un buon avvocato, cioè proprio uno di quei «professionisti competenti e qualificati» che il Vicario di “Francesco” esclude a priori.

Perché? Dov’è la logica in tutto questo? Siccome si fa tutto per un fine, viene il sospetto che, dietro questa imbarazzante parodia, ci sia un disegno preciso, visto che ad ottobre è in agenda un sinodo il cui testo preparatorio tradisce intenzioni rivoluzionarie e che a fine novembre dovrebbe entrare in vigore una nuova edizione del Messale. Chi sono i pittoreschi personaggi evocati dalla lettera, finora tenuti prudentemente ai margini? Estremisti di sinistra? Dal testo traspare che essi vanno reclutati per assumere, in prospettiva, la guida delle parrocchie. Da un lato, i loro compiti – come pure i criteri di selezione («quelli che hanno voglia di incontrare gli altri»; «cristiani che credono nella Risurrezione») – rimangono insanabilmente vaghi («prendersi cura del cammino di tutti, custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative»); dall’altro, le specificazioni contenute nella seconda parte della missiva fanno inevitabilmente pensare ad una funzione di controllo, verifica e indottrinamento di tutti gli altri operatori pastorali. Questi ultimi vanno evidentemente rieducati, visto che il Pastore deve appellarsi a nuovi collaboratori che «prov[i]no simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani».

Dispersi nella solita melassa appiccicosa, propinati con un tono mellifluamente bonario e suadente, i germi della sovversione sono ben riconoscibili a chi è avvezzo a fiutarli. A Roma non sono nuovi, d’altronde, a tutta una serie di decisioni apparentemente innocue, ma di portata dirompente, come quella di scegliere quale rettore del Seminario Romano un sedicente seguace del beato Charles de Foucauld o quella di porre un diacono permanente a capo di una parrocchia, nella quale si è insediato con moglie e figli. A patrocinare quest’ultima distorsione ritroviamo il ghost writer della lettera, che l’ha giustificata sostenendo di aver in tal modo inteso ripristinare le antiche diaconie… che tuttavia non erano luoghi in cui si amministravano i Sacramenti, bensì strutture di dispensazione della carità. È così che, agli ordini del diacono, c’è un presbitero che assicura le funzioni cultuali e, in qualità di amministratore parrocchiale, fa da prestanome per le esigenze del diritto canonico… Ancora una volta, la stessa illogicità priva di motivo evidente, ma dovuta sicuramente a ragioni non dichiarate. A voi non sembra che vogliano ribaltare la costituzione divina della Chiesa?

Dove deve portare l’«ascolto creativo della realtà e delle storie di vita», sottratto alla potestà e alla competenza dei sacerdoti per essere appaltato ad «esploratori coraggiosi», «entusiasti che credono nella brace che sta sotto la cenere, rabdomanti che trovano falde d’acqua in terreni aridi», il cui ruolo «consiste nell’essere i “custodi del Fuoco”»? Non dovrà servire a sdoganare l’omosessualismo e a svincolare l’applicazione dell’Amoris laetitia dalle resistenze di un clero non ancora del tutto allineato, perché in buona parte wojtyliano e ratzingeriano? Con la dissoluzione della morale va di pari passo quella della fede. Una sola volta, a giochi fatti, è nominato Gesù Cristo, evocato ancora come il Risorto (una volta) e il Signore (due volte), ma sempre in modo funzionale al discorso, piuttosto che come autorità da seguire. La Croce non compare affatto; lo Spirito Santo è invece citato ben cinque volte, ma come fattore di destabilizzazione, contrariamente alla Sua missione ordinatrice. Al contempo si allude con estrema disinvoltura ad una pratica spiritistica, la rabdomanzia, e alla religiosità sciamanica, da cui proviene l’espressione custode del fuoco. Dal riferimento paolino appena accennato (2 Tm 1, 6, non 2, 6) si potrebbe dedurre che tale fuoco sia la grazia che il discepolo deve ravvivare; il contesto suggerisce invece che si tratta del senso del cammino da tener desto (?): della grazia santificante non v’è traccia.

Non sottovalutate simili bizzarrie: neanche una parola è scelta a caso, né si tratta di ritrovati stilistici meramente poetici (che sarebbero del resto fuori luogo), bensì di ben precisi messaggi in codice. Nella simbolica templare e rosacruciana assunta dal rito scozzese, il fuoco è la forza che, bruciando ogni scoria di imperfezione, rinnova la natura per riportarla all’integrità originaria, secondo il motto Igne Natura Renovatur Integra (con cui, in modo mistificatorio, è spiegato l’acronimo I.N.R.I.). Il fuoco, nell’esoterismo massonico, ha altresì la funzione di “liberare” l’uomo per condurlo allo stato di perfezione, in cui è affrancato da leggi, dogmi e convenzioni sociali. Ora, il nome ebraico di Gesù (Yehošuah) – rileva la Cabala – è formato dalle quattro lettere dell’impronunciabile tetragramma divino (YHWH) con l’aggiunta, al centro, della lettera šin (ש), che simboleggia appunto il fuoco. Se il tetragramma designa la realtà stessa dell’Essere, incomprensibile e irraggiungibile, Cristo non è certo una figura storica, ma rappresenta il più alto Io dell’umanità, il “salvatore” immanente all’uomo, ovvero la natura liberatoria della realtà spirituale, come insegna il cabalista Johannes Reuchlin (di cui fu discepolo Melantone, il “teologo” ufficiale di Lutero). Per i più illuminati, Egli non è altro che l’Adam Kadmon, al contempo uomo primordiale e personificazione dell’universo.

Se il metodo mirante a ribaltare l’ordine costituito è tipicamente marxista, la visione soggiacente è dunque di stampo gnostico e cabalistico; l’obiettivo è l’impregnazione delle strutture cattoliche di un culto panteistico – in ultima analisi, satanico – che surrettiziamente è già stato insinuato nella nuova Messa, nel cuore della quale si invoca il Dio dell’universo. In occasione del cinquantenario, dunque, stanno semplicemente portando a termine il lavoro iniziato mezzo secolo fa. Gli odierni Pastori, oltre a lasciarci digiuni di una spiegazione plausibile delle continue innovazioni da loro promosse, si guardano bene – chissà perché – dal definire in modo chiaro l’orizzonte entro il quale si muovono: qual è la visione di fondo a cui si accenna? e la direzione comune? e la posta in gioco? e le cose nuove da sperimentare? Quale fuoco hanno «invocato insieme nella Veglia con il Papa»? Quest’ultimo, come ricorderete, ha imperniato tutta l’omelia della Messa di intronizzazione proprio sul concetto di custodia. Queste note sono allora sintomo di una sindrome paranoica o conclusioni inevitabili di una serie di osservazioni ripetute e convergenti?

La cosa più tragica è che, in realtà, questi presuli così ispirati non ci offrono alcuna visione seria cui riferirci né alcuna direzione sensata da seguire. I chierici da loro “formati” danno in gran parte l’impressione di essere immersi nel nichilismo puro: al di là delle costruzioni puramente verbali con cui li hanno formattati, i loro interessi reali si restringono al cibo, al calcio e alle vacanze, in un insostenibile vuoto esistenziale e intellettuale. I giovani che li frequentano, dietro il palcoscenico dell’attivismo parrocchiale, sprofondano a loro volta nell’angoscia di un tirare a campare privo di senso, prigioniero del materialismo, orbo del minimo spiraglio di trascendenza e di autentico amore, in uno stare insieme compulsivo mascherante spesso il fatto che nessuno si prende davvero cura di nessuno. Per reazione, nel disperato tentativo di strappare al sesso qualche istantanea scintilla di un surrogato di assoluto e di attenzione, si abbandonano alla depravazione in modi e in una misura impensabili. L’odio che covano verso chi avrebbe le risposte che cercano e si rifiuta di fornirle loro è palpabile, almeno da chi non è completamente ottuso e assorbito dai suoi schemi sociologici. È presso qualche appassionato dello squilibrio che dovrebbero trovarle?

Anche le nostre domande si accumulano, ma dobbiamo fermarci qui. Ci verrebbe legittimamente da chiederci quali poteri stian dettando questa agenda dell’assurdo, inesorabilmente attuata con cinica freddezza dietro sorrisi ipocriti e patetici. Il carburante del caterpillar apparentemente inarrestabile proviene, con ogni probabilità, dal salvadanaio di György Schwartz (alias George Soros), il filantropo totalmente sprovvisto di moralità che cominciò a far fortuna, da adolescente, collaborando con i nazisti alla confisca dei beni di altri ebrei come lui; è il candidato al posto di Anticristo che, quale capo-fila del sionismo di sinistra, ha fatto fuori il nostro uomo forte, affiliatosi al sionismo di destra e rimasto vittima, a quanto pare, di una lotta tra pescecani. In conclusione, non sapendo esattamente a quali logge afferiscano i cultori del nulla che attualmente dirigono la Chiesa militante, per avere indicazioni potremmo provare a interrogare gli stregoni dai quali il loro capo si è fatto “benedire”. Così scopriremmo chi è il vero ispiratore dei suoi “sogni” e quale ne è l’obiettivo segreto: costruire la Chiesa gnostica del futuro.

sabato 7 settembre 2019


Dio salvi l’Italia / 2




In manu Dei potestas terrae, et utilem rectorem suscitabit in tempus super illam (Sir 10, 4 Vulg.).

«Nella mano di Dio è il dominio della terra; a tempo opportuno susciterà su di essa un governante benefico». Il Signore non manca mai di soccorrerci con la Sua parola di verità. In ogni circostanza, anche nelle più buie, ci invia messaggi di incoraggiamento perché non soccombiamo alla sfiducia o all’avvilimento. Il compimento delle Sue promesse, tuttavia, richiede la nostra attiva collaborazione. Un popolo apostata – così come l’umanità che si ostina nel peccato – non merita un buon governo che operi per il suo bene effettivo, ma c’è sempre una minoranza nascosta che prega, patisce e offre a vantaggio di tutti gli altri, in vista della loro conversione. Non conosciamo certo il momento preciso in cui la Provvidenza preporrà al nostro Paese l’uomo adatto, ma dobbiamo fin d’ora implorare ardentemente questa grazia, se finora ci eravamo un po’ adagiati nell’illusione che lo avesse già fatto. Occorre sicuramente tenere in mano la corona, ma per usarla il più spesso possibile. Quanto all’affidamento al Cuore Immacolato di Maria, non rimaneva altra cosa da fare, vista la spaventosa minaccia che incombe su di noi.

La salvezza dell’Italia non si può scindere da quella di tutto il continente, ma non ci sarà concessa se non per mezzo di un uomo, il governante benefico suscitato da Dio. Costui non potrà essere uno che, ai comizi, brandisce il Rosario e, a chiusura del corso di formazione politica del partito, confida all’uditorio che subito dopo andrà a godersi Vasco… Da cattolici e da uomini sani non vediamo proprio come si possano conciliare, nella vita della stessa persona, la Madonna e un drogato incallito che ha già rovinato intere generazioni e continua a farlo impunemente. Non comprendiamo nemmeno come un devoto di Maria santissima possa affidare il programma economico del suo movimento politico nonché l’organizzazione del suddetto corso a un imbroglione già condannato per bancarotta fraudolenta, che si diletta di esoterismo e lo divulga in regolari seminari di studio. In generale, tutto l’entourage del carismatico, finanche a livello periferico, è composto di personaggi quantomeno inquietanti; nel Lazio ce ne sono pure di collusi con la mafia dei Rom… Per candidarsi a eletto del Cielo, occorre dunque decidere una volta per tutte da che parte stare e operare coerentemente le scelte conseguenti: non ultimo, mettere ordine nella propria vita sentimentale, onde evitare di moltiplicare gli adultèri e di lasciarsi sedurre dalla figlia di un corrotto che è pure massone. Ricordate Sansone e Dalila? Un uomo di Stato, peraltro, dovrebbe essere di buon esempio ai cittadini, non imitarli.

Mi sembra che dovremmo compiere uno sforzo per uscire da quel tipico provincialismo italico che rinchiude la visuale nelle beghe intestine e nella passione politica, vissuta con una devozione totalizzante, quasi religiosa. Non si tratta di essere pro o contro questo o quel personaggio, ma di inquadrare i fatti in un contesto più obiettivo. Su certi eventi si sorvola troppo facilmente, senza far caso a singolari coincidenze cronologiche. Il 10 dicembre 2018 i partecipanti alla Conferenza delle Nazioni Unite di Marrakech siglano il Global Compact, presentato come un patto mondiale che deve consentire una gestione «sicura, ordinata e regolare» dei flussi migratori. Fra i grandi assenti c’è l’Italia, il cui governo è giustamente contrario. Il giorno successivo, però, il Ministro degli Interni vola in Israele, dove rilascia dichiarazioni di stupefacente adesione alla propaganda sionista. Tre mesi prima, il 7 settembre, si era incontrato con lo statunitense Bannon e l’ebreo belga Modrikamen; quest’ultimo, subito dopo la riunione, aveva dichiarato trionfante: «È dei nostri!». Nell’era digitale, in cui si è costantemente connessi, una notizia scaccia l’altra con incredibile velocità; bisogna quindi allenarsi a tener desta la memoria e la riflessione personale.

Le successive prese di distanza servono a poco, una volta che si è caduti in certe reti; il viaggio in Israele lo dimostrerà chiaramente. Se sono le stesse entità a finanziare sia una parte che l’altra, il conflitto è solo apparente: è una dialettica meramente fittizia, utile ad alimentare l’illusione che i popoli possano effettivamente autodeterminarsi e atta quindi a mantenerli schiavi, pur convinti di essere liberi. Se tuttavia gli Italiani, in poco più di un anno, esprimono e raddoppiano un consenso che rischia di scompigliare i piani dell’oligarchia finanziaria globale, bisogna trovare un modo per far uscire di scena lo scomodo compare, il quale, probabilmente, o non è rimasto fedele ai patti o pensava di forzare la mano a chi l’aveva autorizzato solo per addomesticare l’ondata populistica e convogliarla in senso favorevole al sistema. Ai padroni il carisma può anche tornare utile, utilizzato nel modo giusto; ma, qualora i suoi effetti travolgano le previsioni, occorre soffocarlo con le buone o con le cattive: se gli allettamenti non bastano più, si passa alle minacce. I signori dell’alta finanza non scherzano.

Ovviamente i lettori mi rimprovereranno di non avere uno straccio di prova, ma due indizi possono già farne una, o perlomeno inducono facilmente a certe conclusioni, purché si ragioni con la testa piuttosto che con la pancia. Non nego che certe delusioni siano causa di profonda sofferenza, ma la mente deve rimanere lucida e, passata la prima, naturale reazione emotiva, riprendere il controllo. Le spiegazioni fornite a posteriori, oltretutto, non tengono affatto, ma sanno tanto di pezze cucite sullo strappo, che in tal modo si allarga: perché saltar giù dal treno in corsa proprio nel momento in cui la forza politica raggiunta consentiva di far pressioni sul macchinista, contenendo le sue tresche segrete con Bruxelles, Parigi e Berlino? Sarebbe toccato all’alleato, semmai, provocare la crisi, ma evidentemente non doveva apparirne responsabile, così da poter giustificare la vergognosa svolta: un sodalizio proprio con il partito, frantumato e putrescente, con cui aveva giurato che non sarebbe mai sceso a patti, un covo di pervertiti macchiati di gravissimi scandali come quelli bancari e quello di Bibbiano… ma un partito in cui gioca pur sempre un ruolo determinante il boy scout invitato alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Non è che non si debba perdonare: è che non si può perdonare chi non si vuol pentire, ma al contrario, da settant’anni, con sfrontata arroganza copre crimini ripugnanti e in essi persevera giustificandoli – con tanto di benedizione, ora, anche della gerarchia “cattolica”, vaticana e locale.

* * * * *

Se vogliamo che il Signore susciti per il nostro Paese un governante benefico, dobbiamo rinunciare una volta per tutte all’inganno filosofico e giuridico che ci ha inevitabilmente portato al punto in cui siamo. La democrazia liberale è un sistema costitutivamente anticristico; non per nulla essa è stata inventata e imposta dalla massoneria con il preciso intento di distruggere l’ordine costituito. L’idea che il popolo sia sovrano è in realtà una menzogna con cui le nazioni sono state scientemente manipolate allo scopo di far apparire come espressione della volontà popolare quel che invece è stato deciso da un ristretto numero di individui, i controllori del cartello bancario transnazionale cui tutti i politici e gli uomini di governo devono obbedire, se tengono alla propria pelle. È una cosca mafiosa che determina le crisi (belliche, economiche e migratorie) come fattori di consolidamento del governo unico mondiale: dato che il livello politico è incapace di gestirle, le soluzioni vengono offerte dal livello tecnocratico, che stringe ogni volta di più il nodo scorsoio riducendo le sovranità nazionali, mentre dissolve progressivamente la libertà individuale con il miraggio dei diritti senza limiti, che altro non sono se non strumenti di induzione mentale e comportamentale.

Il potere non può appartenere al popolo, anzitutto perché è di Dio (cf. Sal 61, 13), unico fondamento legittimo di ogni potestà terrena, tanto nell’ambito spirituale che in quello temporale; storicamente, esso è stato conferito a Gesù Cristo, che lo detiene in cielo e in terra (cf. Mt 28, 18), ma lo esercita quaggiù tramite i suoi rappresentanti nelle due sfere: la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni statali. Analogamente a quanto avviene nella Chiesa, anche nello Stato il potere deve competere a uno solo, eletto dall’alto mediante cooptazione in un collegio di maggiorenti che siano all’altezza del loro compito. Il sovrano così scelto non detiene un potere assoluto, ma è tenuto ad applicare la legge divina; garante supremo della sua autorità e, al tempo stesso, sorvegliante del suo operato è il Papa sul piano universale e il Vescovo su quello locale. Ciò non implica un’ingerenza diretta del potere spirituale in quello temporale, ma assicura la retta gestione del secondo; né lede i diritti di chi non è credente o segue altri culti, in quanto la legge naturale è inscritta nella coscienza di ogni uomo e il bene comune si fonda sulla sua osservanza. Fulgidi esempi, in campo cattolico, sono sant’Ambrogio e san Gregorio VII per l’ambito ecclesiale; per l’ambito civile, santo Stefano d’Ungheria, sant’Enrico II imperatore, san Luigi IX di Francia. Nella storia bizantina, invece, il Patriarcato di Costantinopoli fu quasi sempre ridotto a funzione dell’Impero e tristemente coinvolto, di conseguenza, nei continui intrighi e ribaltoni di palazzo.

Altra sana tutela atta ad evitare derive autoritarie è il fatto che il re o imperatore è tenuto a ricevere il consiglio e l’ausilio dell’intima cerchia formata dagli uomini migliori per meriti e prestazioni (aristocrazia). Il popolo può essere consultato, per mezzo del voto, circa decisioni circoscritte che lo riguardino direttamente, ma soltanto in questioni moralmente indifferenti, non certo su valori insindacabili, che lo Stato ha il dovere di far rispettare in modo incondizionato. In realtà, il popolo non è un soggetto unitario dotato di volontà propria; il concetto designa invece una moltitudine di fatto divisa e ondeggiante, che va saggiamente educata e unificata. Il ricorso alle urne permette al massimo di rilevare l’orientamento momentaneo della maggioranza dei votanti (la quale, in termini assoluti, può pure risultare una minoranza); essi poi, per mancanza di maturità o di cultura, non sono tutti dotati delle competenze necessarie per scegliere bene, ma sono in gran parte influenzabili. Il consenso viene pertanto determinato, nelle moderne “democrazie”, da chi controlla la formazione culturale i mezzi di comunicazione.

La partecipazione popolare alla gestione del potere si effettua in modo molto più efficace mediante le associazioni di cittadini, secondo il noto principio di sussidiarietà. Le opere della Chiesa Cattolica, in passato, hanno svolto un ruolo incommensurabile nel campo della sanità e in quello dell’istruzione, nonché in quello della ricerca scientifica e del progresso tecnologico. Senza i monasteri non sarebbe nata l’Europa moderna, che si è poi rivoltata contro le proprie radici prima con Lutero, poi con l’Illuminismo, infine con i regimi comunisti e i governi massonici. Oggi siamo giunti all’apice della ribellione, il cui strumento principale è l’Unione Europea; ma nani e ballerine che si agitano sul palcoscenico sono soltanto marionette manovrate dall’alta finanza: nomi come Goldman & Sachs, Rockefeller, Morgan, Warburg, Lazard, Schiff… tutti legati, in un modo o in un altro, alla riservata famiglia Rothschild, la quale, da due secoli e mezzo, specula dietro le quinte sulle guerre e sulle rivalità geopolitiche finanziando tutte le parti in lizza per assicurarsi proventi stratosferici in ogni evenienza, comunque vadano le cose.

Nell’attuale momento storico, ridurre la spiegazione dei fatti a uno scontro tra gli Stati Uniti di Trump e l’Europa di Macron e della Merkel è un banale depistaggio. Sull’unificazione del mondo esistono fondamentalmente due “scuole di pensiero”, l’una di tradizione francese (il martinismo), l’altra di tradizione anglosassone e mazziniana, con eventuali contaminazioni. I principii esoterici e i fini perseguiti sono analoghi, cambiano solo le modalità di realizzazione: progressiva infiltrazione per la prima, guerre e rivoluzioni per la seconda. L’Unione Europea, per quanto si presenti come terzo polo autonomo, è nata e cresciuta, con la scusa della guerra fredda, sotto lo stretto controllo di Washington, dove oggi si fronteggiano altresì, almeno in apparenza, il radicalismo del Deep State e una politica di reazione su spinta popolare.

In Oriente, il ruolo di antagonista giocato per settant’anni dall’Unione Sovietica è stato assunto dalla Repubblica Popolare Cinese, la quale, grazie ai vertiginosi progressi nella tecnologia digitale, è in piena espansione verso Occidente per la spartizione dell’Africa e del Mediterraneo in combutta con la Francia. La Gran Bretagna, dal canto suo, sta riemergendo come potenza planetaria, fine che esigeva l’uscita dall’Unione e suggeriva un riavvicinamento all’amministrazione trumpiana. In tale quadro conservano un peso non trascurabile i produttori di petrolio dell’OPEC, ai quali si oppone la vivace campagna per la trazione elettrica e le energie rinnovabili. Curioso che gli Emirati Arabi Uniti siano tra i pochi Stati non sorvegliati dalla CIA e che proprio nella loro capitale, Abu Dhabi, Bergoglio abbia firmato una dichiarazione sostanzialmente apostatica…

In questo scenario i Rothschild sono onnipresenti come invisibili burattinai. L’unica potenza che a quanto pare – salvo smentite – non rientra nel quadro e conserva un’autonomia è la Federazione Russa, che in Siria ha mandato in fumo i piani dell’establishment. Essa è guidata da un uomo che ha chiesto al papa scelto dal sistema, seppure invano, di effettuare la consacrazione che il suo Paese attende da appena un secolo. Egli sembra l’unico in grado di inceppare la macchina mondialista mirante al dominio di un’umanità da suddividere in blocchi federali rivali e bilanciati, ma tutti egualmente sottomessi ai banchieri; l’Unione Europea non è altro che uno di essi. Se dobbiamo invocare il Cuore Immacolato di Maria, è per chiedergli di servirsi di questa costruzione artificiale e senza volto per concentrare in un solo luogo il potere che sarà poi conferito al Suo eletto, il quale volgerà in bene i perversi disegni dei servitori di Lucifero e, quale novello Costantino, sbaraglierà i nemici con il soprannaturale appoggio del Cielo.

sabato 31 agosto 2019


Dio salvi l’Italia / 1




Ci siamo occupati, ultimamente, di categorie protette, ossia di quelle minoranze etniche o sociali a cui, per il semplice fatto di essere quelle determinate minoranze, tutto o quasi è permesso. In virtù di una sorta di complesso di eccellenza, i loro membri son convinti di essere al di sopra delle leggi comuni e riconoscono come unica morale quella che li autorizza a far sempre e comunque quel che vogliono, a prescindere dai diritti altrui. Secondo un paradossale razzismo rovesciato, i cittadini normali, pur costituendo la stragrande maggioranza della popolazione, obbligata a lavorare in modo sempre più stressante, a pagare una delle tassazioni più esose al mondo, a fare spesso i salti mortali per arrivare a fine-mese e, di conseguenza, ad aggiungere regolarmente nuovi buchi alla cinghia, sono discriminati a casa loro, dovendo subire capricci, abusi, angherie e prevaricazioni non solo da parte dei rappresentanti delle istituzioni, che dovrebbero teoricamente tutelarli (visto che li pagano profumatamente), ma anche da parte delle minoranze privilegiate, le quali sanno di poter contare sul favore di magistrati compiacenti che applicano le leggi in modo quantomeno arbitrario. Anch’essi, in realtà, formano una casta, che comprende pure quegli psicologi, avvocati e assistenti sociali che rubano i bambini ai genitori legittimi per affidarli a pervertiti, oppure obbligano alla rieducazione coatta chiunque osi dissentire dal pensiero dominante.

Non tutte le minoranze, tuttavia, sono uguali né hanno lo stesso peso: ce n’è una che tira i fili e le altre che le servono da strumenti di destabilizzazione. Da noi, in Italia, sembrava che si fosse messo in moto un processo mirante a invertire la tendenza, almeno contenendo l’invasione di clandestini che pretendono di entrare illegalmente nel nostro territorio, traghettati dalle ONG finanziate da Soros e politicamente dirette da Francia e Germania. Poi, come un fulmine a ciel sereno, questa inopinata crisi di governo, provocata proprio da colui dal quale meno ce la si poteva aspettare. Il personaggio aveva già ampiamente esibito, purtroppo, tutta la propria inadeguatezza: oltre a una rozzezza e una volgarità assolutamente inaccettabili da parte del titolare di uno dei ministeri più importanti, le quali offendono la dignità della sua funzione e di coloro che rappresenta, a lasciare sgomenti è la disarmante mancanza di preparazione e di finezza politica. La sua mossa avventata, ora, ha consegnato il Paese all’ennesimo esecutivo abusivo di sinistra, composto di traditori al servizio di interessi estranei; la stampa di regime, del resto, già ci aveva indottrinati in questo senso.

È legittimo tentare qualche ipotesi sui motivi di questo inedito ribaltone ferragostano provocato nel momento meno indicato per il bene della Nazione, non solo per la programmazione finanziaria in vista, ma pure per l’imminente scadenza fissata dalla Corte Costituzionale in riferimento all’eutanasia. La prima spiegazione che viene in mente è che il leader della Lega, avendo perso la testa in seguito al successo elettorale di maggio, abbia tentato il fatidico passo più lungo della gamba, sicuro di diventare Presidente del Consiglio in seguito a nuove elezioni. I suoi ex-alleati, invece, da quegli avventurieri spregiudicati che sono, senza morale né competenza né pudore, si son subito gettati tra le braccia degli odiati nemici di ieri, pedine insensate della scacchiera europeista e irriducibili difensori di un regime di privilegi e corruzione che perdura da settant’anni. Ciò induce a sospettare che già prima il capo del governo facesse il doppio gioco, compiacendo di soppiatto le pretese di Bruxelles, Parigi e Berlino dietro lo schermo delle continue bagarre interne alla coalizione da lui guidata. La mossa di Salvini si potrebbe allora interpretare come un tentativo estremo di mandare in fumo tali trame; ma perché non denunciarle espressamente? L’ultima congettura è che l’ordine di far saltare tutto sia arrivato da quel livello di potere che, controllando sia la destra che la sinistra, coordina i conflitti al fine di utilizzarli, con invisibili manovre, a vantaggio dei propri scopi.

Tutto il progetto europeista, nella sua stessa ispirazione e nel suo stesso esordio, è in realtà di matrice americana (leggi: ebraica, visto che sono i banchieri a dettar la politica degli Stati Uniti d’America, sia quella ufficiale che quella “sommersa”). È da almeno un secolo che, nei circoli iniziatici più esclusivi d’Oltreoceano, si preconizzano gli Stati Uniti d’Europa, copia conforme dell’entità sorta con la rivoluzione massonica del 1776 (quella con cui la “figlia” coloniale si ribellò alla “madre” britannica). Senza un motivo e un interesse, una superpotenza non entra in due conflitti mondiali, né riversa in un altro continente un fiume di denaro con la scusa della ricostruzione (delle macerie in gran parte provocate dalla sua stessa aviazione…). A tagliar corto, basti sapere che Jean Monnet, il vero promotore e architetto dell’Unione, era a tutti gli effetti un uomo di fiducia di Washington, oltre ad essersi distinto per i servigi resi alla Corona inglese tanto da diventar baronetto.

Le numerose basi militari americane presenti sul territorio europeo, prima soltanto occidentale, poi anche orientale, costituiscono del resto un indizio sufficiente per capire chi comandi davvero da noi, al di là di quelle cortine fumogene che sono meri giochi delle parti: la guerra fredda, lo scontro di civiltà, le rivalità commerciali sulle opposte sponde del Pacifico… L’Unione Sovietica sarebbe implosa dopo appena un paio d’anni senza il massiccio flusso di “prestiti” dalle banche statunitensi (leggi ancora: ebraiche); quanto alla matrice anglo-sionista del terrorismo islamico, sarebbe addirittura banale insistervi. Riguardo alla guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, può essere interessante sapere che neanche Mao Tse-Tung avrebbe vinto la guerra civile, se a un certo punto l’Occidente non avesse inspiegabilmente tagliato i fondi a un Chiang Kai-Sheck in netto vantaggio. Oggi la Repubblica Popolare Cinese detiene un terzo del debito pubblico americano e, con la sua tecnologia digitale, può spiare chiunque. Gli accordi siglati con il governo uscente le avrebbero permesso di sorvegliare le basi installate sul nostro suolo? Ma l’esecutivo partorito dalla crisi, teoricamente, sarà ancor più amico di Pechino e sfavorevole a Washington.

Arcani dell’occulto governo unico del mondo, suddiviso in zone d’influenza che si equilibrino a vicenda… Certe minoranze, del resto, non si sentono legate da alcun patto, malgrado le sperticate attestazioni di allineamento dispensate in Israele nel dicembre scorso. La fedeltà, peraltro, avendo a fondamento la fede e la ragione, è assente dalla struttura psichica talmudica, regolata invece dalla vendetta e dalla sete di dominio. Lo stallone italico deve aver scalciato un po’ troppo, a meno che il copione non fosse concordato fin dall’inizio. Se l’han lasciato fare per un annetto buono, è forse semplicemente perché bisognava allentare la tensione dell’esasperato popolo bue con la passeggera illusione di un cambiamento; ma non doveva durare più di tanto… Questi pizzaioli di italiani sono comunque colpevoli di aver tentato di opporsi all’inarrestabile movimento del progresso, che deve annullare le identità nazionali e culturali per ridurre tutti a schiavi felici del sistema mondialista, economico, politico e “religioso” (basti pensare all’accordo tra Cina e Vaticano, che ha gettato milioni di cattolici nel tritacarne del regime). Il populismo è ammesso soltanto nella misura in cui rende la sottomissione più emotivamente sopportabile, ma non può assolutamente produrre risultati concreti: dobbiamo togliercelo dalla testa.

Torneremo dunque a mettere la nostra Marina Militare al servizio delle organizzazioni criminali che prosperano sul traffico di esseri umani, così che aumenti a dismisura la presenza di delinquenti che, nonostante i gravi reati commessi, vengono scarcerati perché possano commetterne di più gravi? La BCE potrà continuare ad estorcere alle nostre finanze pubbliche, con il fondo salva-Stati, decine di miliardi di euro da trasfondere nel salvataggio delle banche tedesche e francesi, fino a quando non sarà necessario metter le mani sui nostri risparmi? Francia e Germania, che si autorizzano allegramente a violare le norme del patto di stabilità, ma sono poi severissime con noi, persisteranno nel gioco di modificarle a ogni piè sospinto a loro uso e consumo, rendendo così impossibile l’adeguamento da parte nostra? La colossale truffa dell’Unione Europea non può essere arrestata, perché risponde ad un piano occulto del quale i vari Mattarella, Macron, Merkel, von der Leyen… non sono altro che stolidi burattini, colpevoli però di prestarvisi.

A un gioco delle parti fa pensare, in conclusione, anche l’ultima crisi di governo. Si vocifera di un accordo segreto tra il capo della Lega e il sodomita comunista – con ascendenze giudaiche, guarda caso – a capo del PB (Partito di Bibbiano), il quale, grazie alla mossa del primo, è di colpo diventato l’ago della bilancia. Al di là di tali indiscrezioni non verificabili, in ogni caso, di certo c’è il flirt di Salvini con Steve Bannon, l’inviato di Trump in Europa, documentato fra l’altro dalla foto che li ritrae raggianti in compagnia del principale finanziatore del Movement, il faccendiere ebreo belga Mischaël Modrikamen. C’è dunque una regia sotterranea che controlla opposti schieramenti che si combattono solo in superficie? Una lettura in profondità della storia di quest’ultimo secolo – non quella propinata da scuola e università – induce inevitabilmente a pensarlo, con buona pace degli isterici che scattano automaticamente gridando al complottismo.

Che i sovranisti italici non siano in realtà così insanabilmente invisi all’establishment di Bruxelles, d’altronde, lo suggerisce l’inopinato trasferimento del ministro Fontana dalla famiglia agli affari europei, che ha lasciato orfani i pro life nostrani, di lui così entusiasti. Sono state davvero le sue “scandalose” dichiarazioni a favore della famiglia naturale a suggerirne il ricollocamento in una posizione più defilata? o una manovra che ci sfugge? Comunque sia, di colpo lo scenario è saltato per aria proprio a causa di colui che si era detto «pronto a tutto per difendere le leggi, i confini e la dignità del nostro Paese»… Tra chi, da una parte, ci ha difeso nel modo che si è visto e chi, dall’altra, invoca più Europa per arginare l’egemonia americana (sic) al costo della perdita della sovranità nazionale, si direbbe che siamo stati consegnati a un mostro senza volto che vuol continuare a stritolarci per mezzo di un regime tecnocratico al quale i popoli ad esso sottomessi sono del tutto estranei, trattandosi di una macchina costruita da fuori con la cooperazione di traditori locali. Forse è questo il castigo che ci spetta per aver abbandonato Gesù Cristo. Non si può mica viver di rendita all’infinito per il solo fatto di ospitare la sede del Successore di Pietro; visto poi chi ci s’è piazzato adesso, prepariamoci al peggio.

sabato 24 agosto 2019


Lo hanno rimesso in croce




Perversae cogitationes separant a Deo (Sap 1, 3).

«I pensieri perversi separano da Dio». La divina sapienza ci stimola a completare il nostro quadro. Abbiamo osservato come la nuova teologia, con il suo metodo ipercritico, abbia instillato nelle menti dei cattolici uno scetticismo generale. Bisogna tuttavia aggiungere che essa, se da una parte ha sistematicamente messo in dubbio le conoscenze consegnateci dalla Rivelazione, orale e scritta, dall’altra le ha sostituite con nuovi “dogmi”, privi però di ogni fondamento. Ci sono falsità di ordine storico che son diventate certezze indiscutibili; tanto per fare un esempio, l’idea che non siano stati gli Ebrei a volere la morte di Gesù, ma i Romani. Uno di coloro che più ha contribuito ad accreditare tale evidente falsificazione del Santo Vangelo è il fu Jean-Marie Lustiger (circonciso col nome di Aaron), il quale aveva preteso di farsi cristiano rimanendo giudeo, non solo di stirpe ma pure di fede. Lo dimostra il fatto che nelle sue esequie, celebrate il 10 agosto 2007, per disposizione testamentaria furono inseriti elementi propri del rituale ebraico. Il fatto, certamente concordato ai piani alti di ambo le sponde, ai piani più bassi provocò indignazione: «Non è possibile essere una cosa e il suo contrario simultaneamente. Ma questa è una nuova posizione della Chiesa Cattolica e quindi dobbiamo respingerla con vigore e cercare di capirne i motivi reconditi».

È un piccolo esempio dei frutti del cosiddetto dialogo – sarebbe più appropriato monologo – ebraico-cristiano, quella farsa grottesca in cui sedicenti cattolici si lascian seppellire dai giudei, con tanta gratitudine, di insulti e veleno. Il motivo occulto del nuovo corso, a ragione aborrito dal rabbino citato, non è però quello da lui sospettato (che cioè la Chiesa volesse fagocitare l’ebraismo), semmai il contrario: la nostra giudaizzazione per annacquamento della verità evangelica. Nel brodo di coltura di conciliari acrobazie dialettiche si son di fatto sviluppati i ben più nocivi germi delle mistificazioni teologiche. In totale contraddizione con la Scrittura e la Tradizione, sfruttando una diffusa ignoranza indotta, sono stati inculcati assiomi contrari sia alla fede che alla ragione, del tipo: «Dio non giudica e non punisce»; «Dio ti ama così come sei»; «Prima bisogna annunciare l’amore di Dio, la morale viene dopo», ecc. Nell’epoca in cui la Bibbia è stata restituita al Popolo di Dio, in cui chiunque può tenerla in casa e perfino proclamarla nella liturgia, il testo sacro è censurato in modo inverecondo o piegato alle interpretazioni più fantasiose a conferma dell’ideologia del momento. In realtà, il tema del giudizio divino attraversa da un capo all’altro sia l’Antico che il Nuovo Testamento; nelle parole stesse del Signore, la possibilità di ricevere il Suo amore è chiaramente condizionata dall’osservanza dei Comandamenti; la dimensione morale è inseparabilmente inclusa nell’annuncio cristiano fin dalle prime battute.

Se dico a qualcuno che Gesù Cristo è morto per i suoi peccati, secondo il kérygma originario (cf. 1 Cor 15, 3), ma non gli svelo al contempo quali siano i suoi peccati, la lieta novella che gli trasmetto sarà per lui semplicemente irrilevante, se è convinto di non averne. Non per nulla san Paolo, rivolto al procuratore romano Felice, gli parlò di giustizia, continenza e giudizio futuro, piuttosto che di amore divino; l’insuccesso non fu certo dovuto a un errore pastorale dell’Apostolo, bensì al fatto che il suo interlocutore non aveva una coscienza retta, ma sperava che il detenuto tentasse di corromperlo (cf. At 24, 25-26). Chi è abituato ai peccati della carne non può nemmeno comprendere l’amore di Dio, accecato com’è dalla libidine, che ne distorce il pensiero e ne schiavizza la volontà: «La sapienza non entrerà in un’anima dedita al male né abiterà in un corpo sottomesso ai peccati» (Sap 1, 4). Se dunque ho veramente a cuore la salvezza di un’anima, devo anzitutto scuoterla con la prospettiva del giudizio futuro: «Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16, 27).

Una volta aperto un varco nel cuore indurito con la minaccia del castigo, occorre incoraggiarlo con la promessa del Salvatore: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dio ama il peccatore non in quanto tale, ma in quanto creatura fatta a Sua immagine che, se acconsente alla grazia, si può convertire e redimere. L’infinitamente Santo e Giusto, che in nessun modo può approvare il male, vuole invece liberarne gli uomini, ma per far questo ha bisogno del loro libero assenso, con il quale essi rigettano i propri peccati, emettono il proposito di non commetterne più e accolgono il perdono. Questo atto della volontà è a sua volta preparato e reso possibile dalla grazia preveniente, ma è pur sempre un atto umano, necessario e meritorio. Se i ministri di Cristo non insegnano a far questo, sono mentitori che ingannano le anime con una falsa sicurezza, esponendole alla dannazione eterna e mettendo in pericolo la propria stessa salvezza: «Se io dico al malvagio: “Tu morirai” e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te» (Ez 3, 18).

Ormai, nella Chiesa, ci si è assuefatti alla sistematica giustificazione di qualsiasi trasgressione in piena disobbedienza alla parola del Signore, alla quale ci si richiama però affannosamente, in modo palesemente tendenzioso, per legittimare la propria infedeltà o per codificare nuovi, imperdonabili delitti. Si sono addirittura create intere categorie di persone che godono di una generale impunità, dato che un semplice giudizio portato sui loro atti trasgressivi solleva immediatamente ondate di corale indignazione. Non si grida più, come all’epoca della peste: «Dàgli all’untore!», bensì: «Dàgli al razzista, all’omofobo, al fascista!». È così che siamo in ostaggio di zingari che, se non ti borseggiano, ti assillano con le loro sfrontate bugie, insultandoti poi ferocemente se non li accontenti; di drogati che, dietro minaccia di danneggiamenti e vessazioni, ti estorcono il pizzo per comprarsi la dose; di clandestini che, pur oziando da mane a sera, si ritengono insigniti di tutti i diritti e privilegi; di negri che, in nome dell’antirazzismo, si esonerano da sé dall’osservanza delle più elementari regole del vivere civile; di musulmani che, in forza della loro religione, godono della licenza di stupro sulle donne degli infedeli; di sodomiti che si concedono qualsivoglia pubblica indecenza e denunciano chiunque abbia qualcosa da eccepire…

Volendo andare alla radice di tale atteggiamento, scopriremo – non per un problema di prevenzione o di paranoia – che esso è tipico di una certa minoranza la quale, storicamente, lo ha sempre praticato a danno di tutti gli altri, ritenendosi ad essi superiore. Anche la spiegazione del fatto è la stessa: il rinnegamento di Dio. C’è chi Lo ha messo in croce fisicamente e chi, sotto la sua influenza, Lo sta rimettendo in croce spiritualmente. Il primo, tuttavia, non ama il secondo per via di questa sequela; al contrario, lo sta assoggettando progressivamente a sé non solo a livello finanziario, ma anche sul piano morale e culturale. L’idea-principe (il pensiero perverso di cui sopra) che il diavolo instilla nei superbi è quella di non avere alcun obbligo nei confronti di chi non fa parte del gruppo; diretta conseguenza è che, da un lato, giustificano allegramente qualunque omissione o trasgressione e, dall’altro, pretendono qualsiasi cosa senza meritarla. Se eventualmente si degnano, dall’alto della propria pretesa eccellenza, di realizzare per estranei qualcosa di materialmente buono, lo fanno per mero interesse di casta o per salvaguardare una facciata perbene. La carità, in tale contesto, è una realtà totalmente sconosciuta, sia per una ragione ontologica (l’assenza del Battesimo o dello stato di grazia), sia per un motivo di ordine morale (la mancanza di umiltà).

Come possono esser detti nostri fratelli maggiori quelli che, ripudiato il Padre comune e perseverando ostinatamente nel rifiuto di convertirsi, sono da Lui riprovati? Nei loro confronti, peraltro, è una grave offesa, visto che il Talmud ci classifica come bestie. In realtà, l’innata durezza e diffidenza con cui trattano chiunque non sia dei loro, così come il carattere anaffettivo delle loro stesse relazioni interne, sono effetto di un implacabile senso di colpa collettivo che li attanaglia da duemila anni, piuttosto che di persecuzioni ed esclusioni che essi stessi han provocato con i propri comportamenti odiosi e con i subdoli, instancabili tentativi di dominare le società che li ospitano. Per loro, d’altronde, non esiste alcuna via parallela di salvezza, a dispetto delle affermazioni contenute in saggi propagandistici attribuiti a un papa ritiratosi dalle sue funzioni che non ha modo di far pervenire all’esterno le sue rimostranze, qualora ne abbia. Gesù Cristo è l’unico Salvatore di tutti gli uomini, a maggior ragione di quelli verso i quali Dio si è impegnato con le Sue promesse, purché si decidano a riconoscerlo come Colui che le ha adempiute al di là di ogni aspettativa.

«Che cosa dobbiamo fare, fratelli?» (At 2, 37), domandarono gli astanti, col cuore trafitto, alla fine del discorso pronunciato da san Pietro subito dopo la Pentecoste, che si era concluso con questa solenne affermazione: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2, 36). «Convertitevi – rispose l’Apostolo – e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2, 38). Quel giorno furono battezzate ben tremila persone (cf. At 2, 41), tutte anime che entrarono così nella via della salvezza. La soluzione della bimillenaria questione ebraica è tutta lì, in quei pochi versetti. E noi, che già abbiamo il Battesimo con tutti gli altri mezzi della grazia, possiamo forse persistere nel vanificare la morte del Signore con i perversi pensieri della falsa teologia, che nella coscienza di tanti cattolici ha disintegrato la fede e la morale, cancellando in essa la consapevolezza della necessità di appartenere alla Chiesa e di osservare i Comandamenti divini?

Principium verborum tuorum veritas; in aeternum omnia iudicia iustitiae tuae (Sal 118, 160).

sabato 17 agosto 2019


Dov’è davvero la profezia?




Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiae non sedit (Sal 1, 1).

Non è per infierire sul clero, al quale appartengo io stesso, con impietose analisi sulle sue condizioni, ma per aiutarvi a comprendere ciò che, nell’attuale situazione ecclesiale, vi scandalizza e confonde al di là del sopportabile. Senza far torto a tanti buoni sacerdoti, retti e fedeli, che perseverano nella loro missione a prezzo di notevoli sacrifici e sofferenze interiori, non possiamo non costatare la deriva di numerosi preti e religiosi che tradiscono la propria vocazione per deviazioni dottrinali o intemperanze morali, oppure – dato lo stretto nesso che le collega – per entrambe le forme di infedeltà. Lo stato dei consacrati varia da regione a regione e da un Ordine all’altro, ma dappertutto si registrano – sia pure con accentuazioni diverse – analoghe tendenze che sembrano riconducibili alla stessa matrice. Sperando allora di non essere ulteriore motivo di scandalo, condividerò con voi una riflessione che da qualche anno si va precisando nel mio pensiero.

Nella bimillenaria storia della Chiesa non era mai accaduto che, in seguito a un concilio, i Pastori si sentissero in dovere di cambiare sistematicamente tutto per attuarlo (liturgia, teologia, diritto, morale, pastorale, spiritualità…). L’unico esempio di rinnovamento globale innescato da un’ecumenica assise è quello prescritto dal Concilio di Trento, il quale, però, non comportò uno stravolgimento completo della Chiesa militante nelle sue espressioni e nel suo funzionamento, ma consistette in una rigorosa quanto necessaria messa a punto a tutti i livelli, visto il grado di corruzione in cui essa versava e il dilagare delle eresie protestanti. La riforma interna era dunque un obbligo assolutamente ineludibile che percepivano tutti i migliori spiriti dell’epoca. Intorno alla metà del secolo XX, invece, ciò che minacciava la vita cristiana era una subdola crisi di fede che non si esprimeva in un’aperta contestazione, bensì in una sostanziale indifferenza dissimulata da un’adesione puramente formale, spesso ipocrita e interessata, contro la quale non aveva alcun effetto un rigorismo esteriore il cui unico frutto fu, quando giunse il momento, un violento rifiuto dell’educazione ricevuta.

Nel frattempo la nouvelle théologie preparava un colpo mancino, sfruttando la generale disaffezione alle forme e ai maestri della Tradizione, incasellati in un sistema senz’anima di regole e precetti. Già a Pio XI, peraltro, la convocazione di un concilio era stata vivamente sconsigliata dal cardinal Billot, il quale già allora vedeva chiaramente che essa era l’occasione d’oro attesa dai modernisti e dai nemici della Chiesa per modificarla dall’interno. Anche Pio XII, per motivi analoghi, aveva accantonato il progetto di riprendere il Vaticano I. Col senno di poi, quella di Giovanni XXIII fu quindi, come minimo, una colossale imprudenza. Più oltre non osiamo spingerci con la pretesa di giudicarne le intenzioni, che Dio solo conosce e che l’uomo, semmai, può soltanto ipotizzare in presenza di indizi significativi. Sono ben note le amicizie del giovane Roncalli con soggetti in odore di modernismo, come pure le frequentazioni massoniche del nunzio a Parigi, ma tutto ciò non pare sufficiente per supporre una sua iniziazione; le asserzioni in questo senso di massoni troppo loquaci appaiono quantomeno sospette, soprattutto a chi ne conosce l’abito di mescolare verità e falsità al fine di accreditare le proprie menzogne.

Secondo una fonte che non sono riuscito a rintracciare, il Papa buono avrebbe agonizzato gridando: «Chiudete il concilio! Chiudete il concilio!». Il successore decise tuttavia di proseguirlo a oltranza, ma si accorse ben presto di non averne il controllo. I cospiratori franco-tedeschi avevano lanciato la loro macchina distruttrice e solo un miracolo avrebbe potuto fermarli: la Chiesa era ormai in balìa del loro volere. In molti seminari e istituti religiosi infiltrati da superiori e professori progressisti o massoni, soprattutto nell’Europa nord-occidentale, la rivoluzione scoppiò subito, prima ancora che si concludesse il Vaticano II; segno, questo, che era stata preparata da tempo, come conferma lo studiato coordinamento dell’azione. Il metodo adoperato dai novatori per trasformare clero e religiosi in fedeli propagandisti della religione artificiale inventata a tavolino si può sintetizzare in una parola: castrazione. Una castrazione intellettuale, pratica e morale che avrebbe sfornato individui dall’identità e dalla funzione incerte, privi di spina dorsale, incapaci di pensiero autonomo, ghiotti di continue innovazioni, accomodanti sulle cose più sacre e proni a ogni ordine abusivo: in una parola, l’ideale per effeminati senz’arte né parte…

È difficile, del resto, che al di fuori di quella categoria qualcuno sia disposto a farsi reclutare per sottoporsi a una “terapia” del genere, a meno che non sia pronto a combattere per tutto il seminario (e per il resto della vita) per conservare gli attributi virili e la sanità dell’anima. Si tratta anzitutto di una castrazione della mente: mentre il processo conoscitivo, per sua stessa natura, mira a superare l’ignoranza o l’incertezza con l’apprendimento ordinato di dati corrispondenti alla realtà, la nuova teologia, per una pretesa di scientificità, ha consacrato il dubbio sistematico non solo come metodo universale, ma anche come permanente stato mentale di scetticismo. Il neoclero, di conseguenza, non è più sicuro di nulla, né si sente autorizzato ad asserire alcunché – eccettuate le assurdità della propaganda politico-clericale – in modo non dico perentorio, ma almeno comprensibile. Da ciò consegue poi la castrazione della volontà: privata da una coscienza perennemente confusa di oggetti definiti cui applicarsi, essa scivola inesorabilmente in una piatta indifferenza a qualunque cosa non tocchi direttamente gli interessi vitali del soggetto. Fase terminale del processo è la castrazione dell’agire, il quale, non essendo più diretto a un fine degno di un essere umano, ricusa con orrore qualsiasi dovere di stato o impegno stabile; d’altra parte, poiché ignora o trascura ogni limite o vincolo, si concede ogni genere di licenza.

Triste risultato (senza escludere – ripeto – le felici eccezioni) sono preti-attori che recitano una parte scadente in una pessima commedia, in totale assenza di amore per la preghiera e di zelo per le anime. Loro suprema aspirazione sembra essere l’oziare per ore davanti al computer o al televisore, nuovi tabernacoli della presenza virtuale del demonio. Nel migliore dei casi, questo vuoto esistenziale vien compensato con il culto del cibo e del corpo, nonostante la perizia culinaria di questi gourmet da guida del Touring mal si concili con la cura della linea, che impone poi improbabili diete oppure ore di palestra dagli esiti imprevedibili. Altro oggetto di religiosa osservanza è la passione sportiva (più nel senso della tifoseria che della pratica); non da meno è la smania di viaggiare alla scoperta di uomini e Paesi. Riguardo al peggiore dei casi, infine, non c’è bisogno di insistere: dipendenza da pornografia e cedimento al vizietto sono purtroppo sempre più diffusi. Inutile dire che, in un contesto del genere, parole come penitenza e mortificazione assumono connotazioni decisamente umoristiche, ridotte, come pure i Novissimi, a temi da barzelletta.

Ora, ciò che più colpisce è che neanche i papi più “conservatori” abbian fatto nulla di efficace per modificare tale situazione. Decine e decine di discorsi rivolti a preti, religiosi e seminaristi sembran caduti nel vuoto, in mancanza di decisi interventi sui formatori. La riprovazione formale degli errori senza la rimozione degli erranti ostinati – se non in casi estremi – ha permesso a questi ultimi di prosperare indisturbati, compiendo carriere folgoranti fino ad occupare i posti-chiave; non è certo Bergoglio ad aver elevato alla porpora eretici conclamati come Kasper e Marx. Il discorso inaugurale del Vaticano II ha lanciato l’illusione che basti spiegare la verità nel modo giusto per debellare l’errore senza proscriverlo; tutto il séguito non fu altro che un’applicazione di questa falsa premessa. Come si può dunque difendere ad ogni costo un concilio dagli esiti catastrofici, come se i guai da esso provocati fossero unicamente conseguenza di una cattiva ermeneutica? Ma un concilio serve proprio a chiarire punti controversi in modo univoco; perciò non deve aver bisogno di essere a sua volta interpretato, altrimenti non serve a nulla, anzi crea ulteriori problemi.

Forse la soluzione del rompicapo è più semplice di quanto non sembri, almeno a livello teorico. Non sono riuscito a trovare un atto formale di chiusura del Vaticano I; se un lettore è in grado di segnalarmelo, gliene sarò estremamente grato. Ora, se un concilio non si è concluso, non se ne può convocare un altro; se invece lo si fa, il nuovo concilio è illegittimo, a prescindere dal numero di partecipanti, e tutte le sue decisioni sono nulle. Se un giorno la Provvidenza ci donerà un papa che, dirimendo la questione in modo definitivo, la affranchi dal regime vaticansecondista, la Chiesa Cattolica sarà finalmente libera di uscire dalle secche in cui l’hanno incagliata e di riprendere il mare aperto, non rimettendo gli orologi agli anni Cinquanta (secondo la ricetta di talune aggregazioni dai tratti tipicamente settari che si attribuiscono il monopolio di una Tradizione fossilizzata), ma ristabilendo i contatti con la Tradizione perenne senza i pregiudizi e le censure della cosiddetta teologia postconciliare, quella colossale mistificazione che, al fine di snaturarla in senso protestante e giudaizzante, non ha risparmiato alcun aspetto della vita cristiana. Allora basterà ricostruire tutto da capo, con un po’ di pazienza…

Con il pontificato e il “magistero” di Bergoglio si potrà procedere in modo analogo, posto che le dimissioni di Benedetto XVI risultano nulle, in assenza di una dichiarazione di volontà conforme a quella prescritta ad validitatem da Bonifacio VIII nella Costituzione Quoniam aliqui: sponte ac libere cedo Papatui et expresse renuntio loco et dignitati, oneri et honori (di mia libera volontà lascio il Papato e rinuncio alla carica e alla dignità, all’onere e all’onore). Non solo Ratzinger non ha mai pronunciato queste parole, ma, da quanto è dato arguire dai segni esterni, non ha nemmeno abbandonato la carica, almeno non del tutto. Proprio il solerte sforzo di certi canonisti di giustificare l’anomala procedura da lui seguita dimostra che essa non è conforme a quella che avrebbe dovuto applicare. Che dire? Dato che un papa non ha la potestà di modificare la natura del proprio compito, non possiamo far altro che riconoscere l’invalidità della sua rinuncia e, conseguentemente, quella del pontificato successivo. Non certo noi, però, ma solo un futuro papa potrà dichiararlo nullo con tutti i suoi atti, sanandone in radice quelli amministrativi onde evitare il caos giuridico. Questo – a scanso di equivoci – non è sedevacantismo, visto che un papa canonicamente eletto è ancora in vita, sebbene non in funzione. Alle stranezze, del resto, ci siamo abituati.

Anche con la liturgia, infine, un esame dogmatico-giuridico consente di risolvere il problema in modo radicale. Paolo VI promulgò un messale che, oggettivamente, non è un ritocco di quello di san Pio V (come nel caso delle edizioni di Clemente VIII, Urbano VIII, Leone XIII, Benedetto XV e Giovanni XXIII, tralasciando qui la riforma della Settimana Santa di Pio XII, che meriterebbe un discorso a parte), ma un rifacimento totale che ha profondamente alterato l’Ordo Missae in base a una teologia che non è quella cattolica del Divin Sacrificio. A tale atto di arbitrio ne seguì uno di imperio con cui il rito artificiale fu inesorabilmente imposto a tutti, nonostante le vive proteste di clero e fedeli che di colpo si videro privati senza ragione di un bene preziosissimo, dal quale dipende strettamente la conservazione e propagazione della fede. In questo caso il Papa agì ultra vires, al di là dei suoi poteri, poiché intervenne in modo dirompente su un patrimonio che è parte integrante della Tradizione (una delle due fonti della Rivelazione divina) e quindi, in quanto tale, era stato fino allora preservato sostanzialmente immutato, malgrado modifiche e arricchimenti secondari.

Un futuro papa dovrà restituire alla Chiesa la Messa romana che le è stata trasmessa dall’Antichità, ma non come variante alternativa, bensì come l’unica legittima, che dovrà rimpiazzare un prodotto così legato a un’epoca da esser già invecchiato, oltre ad aver spento la fede cattolica quasi ovunque (come ha fatto in Inghilterra il rito anglicano, di cui quello di Paolo VI è un’evidente imitazione). Una volta preso atto degli effetti disastrosi di certe scelte, bisogna avere il coraggio di voltar pagina con decisione per lasciarsi alle spalle la strada della rovina e riprendere la via della vita: l’unica, quella di sempre, perché l’ha tracciata il Signore e non gli uomini. Dio non è un rivoluzionario che ama cambiamenti senza fine e capovolge i valori come se fallimento, disordine e squilibrio fossero un bene da perseguire: queste sono sciocchezze da sessantottini attardati e retrogradi che non hanno ancora capito di aver perso la partita e di esser rimasti indietro, fuori della storia. Se proprio vogliamo parlare di profezia, non è in Amazzonia che possiamo trovarla, ma nel ritorno alla Tradizione. Chi, per grazia e per fermezza, è riuscito a sfuggire a ripetuti tentativi di castrazione spirituale ne ha una certezza incrollabile; niente e nessuno varrà ormai a fargli mutare idea. Egli sa che il destino di chi rimane fedele, costi quel che costi, è la gloria eterna; quello dei traditori – se non si convertono in tempo – la dannazione (altrettanto eterna).