Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 16 febbraio 2019


Il tradimento dei gesuiti




Corruptio optimi pessima.

Nel XVI secolo la propaganda protestante – anche grazie all’inescusabile ritardo di una Roma restia a riformarsi dalla sua scandalosa corruzione persino dopo il terribile sacco del 1527 – dilagò ovunque in Europa, in curie diocesane, corti principesche, università civili e facoltà teologiche. La novità faceva agevolmente presa su clero e intellettuali disgustati della condotta della corte papale e dei presuli latitanti che vi soggiornavano stabilmente, anziché stare alla guida del loro gregge. L’atteso concilio finalmente convocato a Trento, seppure in extremis, fu più volte interrotto per anni. A molti la situazione sarebbe potuta sembrare disperata, ma la Provvidenza aveva già suscitato santi vescovi e fondatori che fornissero gli strumenti della rinascita: gesuiti, teatini, barnabiti, cappuccini e tanti altri sul campo di battaglia; nelle retrovie, a sostenere i combattenti con la preghiera e l’offerta di sé, le carmelitane riformate e, più tardi, le visitandine.

Quelle forze, oggi, si sono in gran parte estenuate se non addirittura pervertite, a cominciare dai gesuiti, legati a tutti i principali movimenti sovversivi del XX secolo, dalla riconciliazione con la massoneria all’intesa con i comunisti, dal cinema corruttore al sincretismo religioso, dalla svolta antropologica alla teologia della liberazione, dai figli dei fiori al movimento omosessuale… Già san Carlo Borromeo, a suo tempo, aveva auspicato la soppressione di un’istituzione di cui, malgrado gli indubbi meriti e l’eccelsa santità del fondatore, nonché di tanti membri, presagiva fin da allora che avrebbe potuto prendere una piega preoccupante a causa di un potere sempre più vasto, capillare e incontrollabile, che poteva essere usato in bene come in male. Ma pure in tempi più recenti, dopo la clamorosa svolta dell’Ordine, che influenzò in modo decisivo il Concilio e i successivi sviluppi, Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato, pensò di sopprimerli di nuovo con l’appoggio del fidato Ratzinger o per lo meno di effettuare un drastico intervento di riforma con l’allontanamento del famigerato padre Arrupe, amico dei gesuiti rivoluzionari sudamericani e apologeta di Teilhard de Chardin, esoterista e falso scienziato che aveva introdotto nella teologia cattolica la visione del mondo propria dell’occultismo cabalistico-massonico.

Non siamo in grado di ricostruire le trame occulte che possano spiegare l’incredibile metamorfosi – almeno nel complesso – dell’Ordine che rappresentava la punta di diamante della Chiesa Cattolica, non solo nel campo della teologia, ma anche nell’ambito della ricerca scientifica. Sta di fatto che, nel primo dopoguerra, si moltiplicano i contatti, miranti a stabilire un dialogo, tra singoli gesuiti e alti rappresentanti della massoneria, specialmente in Francia. Uno dei più fervidi promotori di tale incontro sarà, subito dopo il secondo conflitto mondiale, quell’Yves Marsaudon, membro del supremo consiglio delle logge francesi di tradizione scozzese, che frequenterà assiduamente il nunzio apostolico dell’epoca, monsignor Angelo Giuseppe Roncalli. È proprio in quegli anni, ma soprattutto a partire dalla morte (1955), che a dispetto delle condanne inizia il culto del pensiero di Teilhard de Chardin, convinto evoluzionista e adoratore di una materia divinizzata, considerata matrice di sviluppo dello spirito e grembo di gestazione di un Cristo cosmico in cui l’uomo dovrebbe trovare compimento qual essere sovrumano…

Questa visione tipicamente gnostica era valsa al gesuita, nel 1926, la rimozione dall’insegnamento e la proibizione di pubblicare, nonché il trasferimento in Cina. Laggiù aveva nondimeno avuto agio di approfondire le filosofie orientali (così congeniali alle sue idee) e di accreditarsi come paleontologo, fatto che gli aveva poi dato, in virtù di una fama artificiale, la possibilità di riciclarsi nelle università civili. La postuma aureola di riconciliatore della fede con la scienza non incantò però il cardinal Ottaviani, il quale nel 1958, pur senza metterle all’Indice, ordinò il ritiro delle sue opere da tutte le biblioteche religiose. Malgrado ciò ai riconoscimenti laici, specie in Francia e negli Stati Uniti, si associarono ben presto esplicite operazioni di riabilitazione ecclesiastica, a partire dal libro pubblicato nel 1962 da un altro gesuita sospetto, Henri de Lubac. Fu così che la gnosi teilhardiana – come più tardi ammesso da Josef Ratzinger – poté permeare in profondità il manifesto del rinnovamento conciliare, la Gaudium et spes. Non meraviglia affatto, a questo punto, che un cardinal Casaroli, nel 1981, ne abbia tessuto l’elogio in una missiva al futuro cardinal Poupard; è un po’ più imbarazzante, invece, che vi abbia fatto riferimento Benedetto XVI nell’evocare un’escatologica liturgia cosmica.

Senza una sotterranea manovra di promozione è inspiegabile come una simile ideologia allucinata, irrazionale e blasfema, basata sul rinnegamento della fede e sulla falsificazione dei dati scientifici, si sia imposta nella Chiesa Cattolica come catalizzatore del cristianesimo a venire. Gli evidenti tratti demoniaci, prima ancora che allo studio e alla pratica dell’esoterismo, scaturiscono da un’inquietante esperienza che il piccolo Pierre fece già nell’infanzia, quando, sentendosi attirato da una presenza panica che gli si rivelava nella natura, le acconsentì voluttuosamente, come racconterà egli stesso. Siamo obbligati a concludere che il Sant’Uffizio, per qualche ragione a noi ignota, non fu abbastanza severo nei confronti del teologo; un personaggio del genere, pochi secoli prima, avrebbe fatto la fine di un Giordano Bruno, suo parente stretto. Possiamo soltanto ammettere che i gesuiti deviati fossero già così potenti, all’interno della Curia Romana, da poter influenzare le decisioni di papa Pio XII; il suo confessore, d’altronde, non era forse il biblista Augustin Bea, fautore della riforma liturgica e dell’esegesi storico-critica, nonché sognatore di un concilio in cui la Chiesa rivedesse finalmente la sua dottrina sul giudaismo e sugli acattolici?

Alla dissoluzione dogmatica innescata da Teilhard e proseguita, seppur più discretamente, da de Lubac con la sostanziale riduzione della grazia alla natura, si affiancava la demolizione delle fonti della fede e della loro autorità. La Scrittura (ora trattata come un’opera letteraria qualunque) e la Tradizione (attestata in modo eminente dalla lex orandi) dovevano subire una sottile e pervasiva manipolazione dettata da “incontestabili” ragioni filologiche. L’École biblique di Gerusalemme – come chiunque può osservare nelle note della sua celebre Bibbia – si autorizzava allegramente ad alterare il textus receptus in base a mere illazioni e congetture di studiosi. Intanto il gesuita Stanislas Lyonnet, allievo di Bea e a sua volta maestro di Martini, dava il la allo stravolgimento della teologia biblica con un’interpretazione tendenziosa del peccato originale e della giustizia divina, ripensata come fedeltà di Dio alle proprie promesse ed epurata dell’aspetto retributivo, il quale è continuamente sottolineato, invece, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (a titolo di esempio, cf. Sal 61, 13; Pr 24, 12; Mt 16, 27; Rm 2, 6; 1 Pt 1, 17; Ap 22, 12).

La reazione dei professori dell’Università Lateranense, capeggiati da Piolanti e Spadafora, in nome della retta dottrina ebbe per esito, nel 1962, la sospensione di Lyonnet dalla cattedra, presto resagli, nel 1964, per intervento di Paolo VI. Con questo avallo di fatto dell’interpretazione modernista dell’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII, le porte dei seminari venivano spalancate alla nouvelle théologie, ormai libera di reinterpretare la Rivelazione in chiave esistenzialistica e di ridurre il Magistero a un’ermeneutica fra le altre, ineluttabilmente soggetta all’evoluzione culturale. Pochi si avvidero – facendosi perciò condannare all’ostracismo – del fatto che una tale legittimazione modificava i princìpi stessi della riflessione teologica, in tal modo consegnata allo storicismo con inevitabili esiti soggettivistici e relativistici. Non è risolutivo, in tale contesto, accanirsi a confutare singole innovazioni del Vaticano II (come la collegialità, l’ecumenismo e la libertà religiosa), né fermarsi alla condanna del modernismo da parte di san Pio X, dato che la sua riedizione è ben più perniciosa e ha prodotto una radicale mutazione della forma mentis cattolica. Il trionfo della prassi sulla teoresi è servito a imporre cambiamenti ingiustificati in nome dell’adattamento a mutate condizioni socio-culturali che sono frutto di una sotterranea pianificazione.

Sul fronte germanico, l’operazione di rilettura del dogma col filtro di filosofie incompatibili con la fede produceva frutti ancor più velenosi. Da una parte Karl Rahner, sulla linea kantiana, elaborava la sua teoria del cristianesimo anonimo (ovvero di un complesso di verità che sarebbero presenti, in forma trascendentale, in tutte le culture e che la fede cattolica non farebbe che portare in piena luce), con la conseguente dissoluzione della teologia nell’antropologia e l’annullamento della necessità, ai fini della salvezza, di appartenere alla Chiesa seguendone gli insegnamenti. Dall’altra Hans Urs von Balthasar (anch’egli gesuita, in un primo tempo), nel suo sforzo hegeliano di riconciliare Lutero con la dottrina cattolica, finiva con l’alterare quest’ultima in una personale costruzione estetizzante, fino ad accogliere l’assurda idea di un conflitto tra le Persone divine durante la Passione di Cristo. La concentrazione, ormai invalsa, sulla scelta del metodo e sull’approccio ermeneutico rende ciechi di fronte all’inconciliabilità di certi contenuti con la dottrina trasmessa. Che i due teologi, poi, siano assurti ad alfieri di due contrapposte ermeneutiche del Concilio, l’una progressista, l’altra conservatrice, non è altro che l’ennesimo inganno di una colossale mistificazione.

Arriviamo così a Giovanni Paolo II davanti al suo nodo gordiano, pronto a scioglierlo alla maniera di Alessandro, ma ignaro di un occulto pericolo. Il suo interessamento finanziario, mediante lo IOR, all’ascesa del sindacato Solidarność aveva appena coinvolto la Santa Sede nello scandalo del Banco Ambrosiano. Tale situazione metteva il Pontefice in una pericolosissima posizione di ricattabilità, effettivamente sfruttata da quel diabolico massone di Casaroli per bloccarlo sui gesuiti, come pure nella condanna dei regimi comunisti e nella consacrazione della Russia. Oltretutto, in ricompensa per l’appoggio occidentale alla rivoluzione polacca, si pretese il primo incontro sincretistico di Assisi, che, quale inizio di una lunga serie, costituì il riconoscimento di fatto della teologia dei gesuiti. Le erogazioni verso la Polonia, peraltro, continuarono sotto l’egida dell’IRI guidata da Romano Prodi, amico di famiglia – all’epoca – di un oscuro ausiliare di Reggio Emilia miracolosamente balzato, in pochi anni, a segretario della CEI, poi Vicario di Roma e Presidente della medesima.

Se Montini era imbevuto dell’umanesimo integrale del trasformista Maritain e del Cristo cosmico di Teilhard de Chardin, Wojtyła aveva una fede rocciosa e forgiata dalla vita sotto un regime del blocco sovietico, pur essendosi nutrito, negli studi, del personalismo franco-tedesco. Con un temperamento del genere, nessuno avrebbe potuto impedirgli – se fosse stato un po’ meno patriota – di rimettere ordine nella Chiesa, a cominciare dai gesuiti. Purtroppo le cose andarono diversamente, così che oggi il progetto eversivo, per quanto temporaneamente contenuto, è giunto a compimento proprio grazie a uno di loro, plasmato questa volta dalle idee di Marx, Rahner e Lutero, rifuse in una massonica mistica della fratellanza umana che lo ha condotto fino ad una dichiarazione formale di apostasia, secondo la quale «le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani»: è la presunta religione universale ed eterna della Cabala, che sarebbe il ceppo comune di tutte le religioni storiche e in cui queste ultime dovrebbero riconfluire. Che dire? Preso atto di questa infausta storia, rimaniamo saldi, ognuno al proprio posto, per mantenere accesa la fiamma della fede.

sabato 9 febbraio 2019


Dio, l’io moderno e la nuova religione




Tutta l’avventura della modernità (intesa nella sua accezione negativa) scaturisce dall’esaltazione dell’uomo e in essa si consuma: l’uomo misura di tutte le cose, l’uomo artefice della sua fortuna, l’uomo indipendente da qualsiasi autorità, l’uomo fonte del diritto e vindice di una libertà assoluta; pur se non creatore della natura, almeno suo manipolatore. Sul finire del Medioevo, il nominalismo prima e l’Umanesimo poi spezzano l’ordine perfetto – almeno a livello teoretico – fondato sulla gerarchia dell’essere e del potere, entrambi partecipati da Dio e sempre orientati a Lui quale loro origine e fine. I particolarismi locali e nazionali, gli interessi di principi e banchieri, infine la rivoluzione protestante trascinano l’Europa in una serie di guerre devastanti che ne infrangono la sostanziale unità politica e religiosa, rendendola incapace di unirsi, almeno fino al 1571 (e solo in parte), contro la comune minaccia, l’irresistibile avanzata dell’Islam ottomano.

In un mondo ordinato e intelligibile l’uomo, proprio in virtù della sua sottomissione a Dio, aveva un posto di tutto rispetto in qualità di creatura alla quale è affidato il governo dell’universo visibile. La sovranità di Cristo, esercitata in suo nome dal papa e dall’imperatore, rispettivamente nella sfera spirituale e in quella temporale, subordinata l’una all’altra come il bene terreno alla salvezza eterna, era principio di una società regolata dalla legge divina, dalla quale l’esercizio delle potestà umane era al contempo saldamente legittimato e salutarmente delimitato. Con il progressivo crollo della civiltà cristiana emerge invece un arbitrario e abusivo primato dell’individuo, la cui riuscita viene inevitabilmente a porsi in concorrenza con il bene comune, che in realtà garantisce – piuttosto che minacciarlo – il bene particolare. Non tutti gli individui, però, sono ugualmente in grado di ottenere il proprio personale successo, ma soltanto quelli che, secondo Calvino, sono predestinati da Dio oppure, secondo Pico della Mirandola, sono capaci di essere ciò che vogliono.

A sentire il celebre umanista italiano, l’uomo sarebbe stato creato da Dio privo di una natura definita e avrebbe quindi il potere di determinarla in base al proprio arbitrio: tesi molto attuale, questa, ma di innegabile matrice cabalistica. I pensatori rinascimentali, che collocarono al centro dell’universo un uomo ormai privo di sicurezze e sperduto in un mondo ostile, erano in gran parte maghi e alchimisti che con le loro pratiche esercitavano un potere (diabolico, evidentemente) sulla natura e sui propri simili. Il loro “cristianesimo”, piuttosto che di Vangelo, sapeva molto di quel Talmud che da secoli rappresentava il Nazareno come uno stregone e i Suoi miracoli come sortilegi. La loro esaltazione dell’essere umano è in realtà molto elitaria e selettiva; il loro sapere iniziatico risulta decisamente esclusivo. Con l’odierno sviluppo dei mezzi di comunicazione, tuttavia, ognuno può illudersi di disporre di conoscenze illimitate, specie se rinuncia al senso critico e omette di domandarsi chi ne detenga il controllo; l’ideale del Rinascimento si è apparentemente “democratizzato” – sia pure nel trionfo del liberismo capitalistico, pilotato da pochissime persone.

Artefici di questa truffa colossale sono proprio gli eredi, demiurghi di un mondo nuovo e fautori del transumanesimo, di quei “filosofi” dell’esoterismo. L’imbroglio più perfido e sottile, apice e sintesi di questo radicale sovvertimento, si è però consumato con lo stravolgimento della liturgia cattolica, trasformata in strumento propulsivo della folle illusione che fa sentire l’individuo al centro del tutto e in grado di ottenere qualsiasi soddisfacimento, come un perenne bambino viziato. Qui un “dio” puramente immaginario, proiezione di un ego immaturo che si rifiuta di crescere, dispensa ai suoi cultori, mediante intrattenitori dilettanti, emozioni facili e passeggere distrazioni, a conferma delle opinioni correnti e lenimento delle quotidiane frustrazioni. È naturale che, in un contesto simile, vada assolutamente evitato qualsiasi accenno a comandamenti, giudizio e retribuzione, idee proprie di una religione superata in quanto – come ho di recente appreso da un “biblista” – legata ad una società costruita sull’obbedienza, che non esiste più. Vedete fin dove può giungere un’interpretazione della Sacra Scrittura mistificata in funzione dell’autoaffermazione di un io narcisista e della sua ridicola volontà di potenza…

Nella nuova “religione”, Dio sarebbe semplicemente un partner dell’uomo che costruisce con lui la sua avventura in una commovente love story immancabilmente a lieto fine, qualunque variante possa intervenire nel frattempo. Basterebbe però dare una scorsa al classico trattato De Deo uno – non a caso quasi sempre stralciato dagli studi teologici o aggiornato in chiave esistenzialistica a partire dai bisogni dell’uomo (contemporaneo) – per rendersi subito conto che quel surrogato di divinità non è più il Dio creatore che si è rivelato al popolo d’Israele e ha redento l’umanità in Gesù Cristo, bensì il misero prodotto di una cultura malata e disperatamente – come ama dire – autoreferenziale. Dov’è l’Essere infinito, perfettissimo, onnisciente, onnipotente, provvidente, giusto e misericordioso della nostra fede? Sarà rimasto nei vecchi libri relegati in soffitta o gettati nella spazzatura (differenziata, mi raccomando!), oppressivo e ingombrante com’era.

In realtà era proprio il culto di quel Dio – come la presenza di ogni figura autenticamente paterna – che, lungi dallo schiacciarlo, elevava l’uomo e lo rendeva veramente grande, garantendo non solo la maturazione interiore, ma con essa pure la reale libertà degli individui, abilitati a compiere scelte buone perché conformi al vero, nonché a rispondere delle proprie azioni in qualità di persone e non di bruti. Una divinità che ti ama così come sei lasciandoti come sei, cioè egoista e peccatore, non ti vuole veramente bene. Una misericordia che passa sopra a tutto, senza mai esigere ravvedimento e riparazione, è un’approvazione del male che commetti e finisce con l’essere il colmo dell’ingiustizia. Un amore che non indichi la via che occorre seguire per accoglierlo e diventarne capaci, benché sia gratuito, si condanna all’insignificanza. Una preghiera che non chieda anzitutto la grazia necessaria per rendersi graditi all’Altissimo si riduce inevitabilmente a pretesa puerile e capricciosa di beni transitori da consumare avidamente in un fugace godimento.

Presupposti di questo genere svuotano completamente il mistero della Redenzione, che diventa in tal modo incomprensibile, a meno che non venga riletto come mera manifestazione di benevolenza a senso unico, negando il valore espiatorio della Croce. Il dramma è che l’ego infantile dell’uomo contemporaneo, non avendo altra aspirazione che un’assoluta libertà di autosoddisfazione, è indifferente anche alle più sublimi attestazioni d’amore, salvo che, casualmente, incontrino qualche suo desiderio occasionale e possano così esser sfruttate a suo vantaggio: ma che interesse c’è a sapere che qualcuno, duemila anni fa, ci ha dimostrato di volerci tanto bene da morire inchiodato su due travi? E come poteva, un semplice uomo come noi, conoscere coloro che sarebbero vissuti dopo di lui? Il fallimento di tanta catechesi e predicazione basata sull’amore incondizionato di Dio, il cui rifiuto non avrebbe conseguenza alcuna, è la prova migliore della falsità di queste premesse. Così chi è cresciuto in una “religione” che ruota attorno all’ego subisce un vero e proprio shock, la prima volta che assiste ad una Messa in cui non può sentirsi al centro perché non deve far quasi nulla, se non adorare in silenzio e associarsi, mediante il sacerdote, all’azione di un Altro che, offrendosi al Padre per lui, lo strappa alla sua palude di peccato e al suo destino di dannazione eterna.

Un pittore duecentesco (di probabili ma occulte tendenze catare) era stato incaricato di affrescare la cripta di non so più quale cattedrale italiana. A lavori ultimati, il vescovo scoprì con sgomento che, tra le pieghe del perizoma del Cristo crocifisso, per un’illusione ottica apparivano inconfondibilmente i lineamenti di un volto inquietante; quel trucco scandaloso rendeva il luogo di culto inutilizzabile. Nel dilemma che gli si poneva tra due scelte entrambe inaccettabili – tollerare l’affronto o distruggere un’opera d’arte sacra – il presule si risolse alla fine per l’interramento della cripta. Circa sette secoli dopo, però, gli scavi han riportato in luce l’immagine blasfema, con un tempismo forse non casuale. L’attuale celebrazione “teologica” dell’erotismo e la legittimazione della sodomia allignano sul terreno dell’esaltazione di un io infantile dalla sessualità informe, ma discendono da quelle antiche dottrine esoteriche che li considerano veicoli di unione con il “divino” in vista del ripristino di un presunto, originario stato androgino. Il nuovo umanesimo, riedizione della gnosi con tanto di rinnovato culto del sesso, non fa altro che riproporre vecchie eresie. Il neocattolicesimo sta forse completando la sua mutazione in religione pansessista, ossia in “sacro” incitamento all’impurità e alla perversione?

Nonostante tutto, grazie a Dio, noi crediamo ancora in Lui e sappiamo ormai riconoscere chi si cela dietro tali teorie. Se casa nostra è occupata dagli intrusi, non è una ragione per abbandonarla, ma un motivo in più per far salire al cielo l’incenso della nostra preghiera onde ottenerne la liberazione. La maggiore vittoria del demonio non è spingere la gente all’incredulità o all’eresia, bensì convincere i cattolici fedeli a privarsi dei Sacramenti senza ragione, in modo speculare a quello in cui convince i cattolici infedeli di poterli ricevere senza conversione. La storia insegna che per sradicare certe aberrazioni non bastano le argomentazioni teologiche, tanto meno quelle erronee che vorrebbero la Chiesa ridotta ad un pugno di ribelli. A volte bisogna che l’Onnipotente ascolti le suppliche dei pii mandando un drastico castigo che risolva il problema alla radice. Per inciso: quest’anno la Pasqua ricorre il 21 aprile – come nel 1527, quando una Roma rigurgitante di prelati umanisti, alchimisti e libertini fu decisamente strigliata a fondo.

Exsurge, Deus, iudica causam tuam; memor esto improperiorum tuorum, eorum quae ab insipiente sunt tota die (Sal 73, 22).

sabato 2 febbraio 2019



Oltre il Concilio, la gnosi




La Chiesa terrena, in moltissimi dei suoi membri (non certo nel suo mistero soprannaturale), ha subìto una sorta di mutazione genetica: l’autocoscienza dei cattolici non è più la stessa. Non c’è più distinzione tra verità e opinione, errore o menzogna, tra bene e male, tra amici e nemici; il principio luterano del libero esame ha trionfato, svuotando la Sacra Scrittura di ogni autorità. La Tradizione è una realtà ormai sconosciuta alla maggioranza dei fedeli, mentre il Magistero non conta più nulla: al massimo si prende quel che fa comodo, ignorando ciò che dà fastidio o non è di conferma alle vedute soggettive del singolo “credente”. In questo Martini ha stravinto, nonostante le sue geremiadi sul ritardo della Chiesa Cattolica; il problema è che quell’uomo (come inequivocabilmente dimostrano le sue blasfeme Conversazioni notturne a Gerusalemme) non credeva affatto in Dio, ma in una sorta di forza immanente che spingerebbe la storia verso un “progresso” puramente orizzontale nel senso inteso dalla rivoluzione massonica, iniziata nel 1789 e giunta al culmine nel 1968.

In una situazione del genere, temo che neanche una dichiarazione chiarificatrice sul Vaticano II che ribadisse la verità cattolica, se mai arrivasse, porterebbe grandi vantaggi, ma cadrebbe nel vuoto, come tanti documenti del Magistero recente non in linea con l’insindacabile spirito del Concilio. Ormai la maggior parte della gerarchia è mentalmente deformata; Bergoglio non fa altro che affermare esplicitamente ciò che già da decenni pensavano tanti preti, vescovi e cardinali, pur senza manifestarlo troppo chiaramente perché non si poteva. Ora si sentono liberi di venire allo scoperto – e questo, in ogni caso, è per noi un vantaggio: riconoscendoli per quello che sono veramente, senza maschera, possiamo respingerli come falsi pastori; pur non avendo l’autorità di farlo pubblicamente, ne abbiamo comunque il diritto e il dovere nel foro interno della coscienza.

Il problema è più profondo di un concilio inopportuno: la nouvelle théologie, che quel concilio ha consacrato, ha portato col tempo al rigetto della metafisica e all’oblio della dimensione soprannaturale, con la conseguente caduta nel naturalismo e la mondanizzazione della Chiesa, ridotta a movimento politico o ad agenzia umanitaria che deve a tutti i costi assecondare un mondo a sua insaputa già cristiano, anziché convertirlo e correggerlo per la sua salvezza eterna. Tutti gli orientamenti, veri o falsi, sono ammessi in quanto ridotti a diverse “interpretazioni”, ma non si sa di cosa, visto che non c’è più un oggetto definito da conoscere mediante la fede, ridotta a pura esperienza, e neanche una base comune a livello di semplice logica. La razionalità stessa è stata oscurata, a vantaggio di un “pensiero” liquido che può imporsi unicamente con gli abusi di potere e la manipolazione delle coscienze.

In realtà il diavolo ci ha gabbati facendoci concentrare su un fronte secondario, mentre le sue forze avanzavano indisturbate alle nostre spalle. I russi la chiamano maskirovka, strategia diversiva. Il Vaticano II era già superato alla sua conclusione, dato che, nei progetti di coloro che ne avevano preso il controllo, era soltanto uno strumento per aprire un varco alla loro gnosi anticristica. Mentre ci lambiccavamo a capire come interpretare l’ultimo concilio in modo corretto, cioè in continuità con la Tradizione, questa gnosi ha dilagato fino a sommergere tutto e a sostituire la fede. Ai novatori non importa più nulla di quello che è stato il concilio per antonomasia: da intoccabile superdogma esso è diventato, come tutto il resto, un rottame del passato. Dopo che quell’evento è stato sfruttato per cancellare quanto lo aveva preceduto e abbattere così ogni barriera, sono andati ben più lontano delle premesse poste allora; ormai lo rievocano solo di tanto in tanto come puro nome, privo di contenuto reale, per giustificare le loro derive senza fine.

Le dottrine gnostiche articolano la storia in cicli distinti sempre più perfetti; in ognuno di essi sorge un nuovo mondo, la cui comparsa comporta la distruzione del precedente e l’instaurazione di un ordine diverso, più corrispondente a quello occulto della sapienza iniziatica, noto – ovviamente – soltanto a pochi eletti, ma consistente in realtà nella totale distruzione dell’ordine naturale (e con esso della Chiesa, degli Stati e dell’umanità stessa, in omaggio all’odio satanico che lo ispira). La storia recente della Chiesa Cattolica si spiega così; non c’è dunque da meravigliarsi più di tanto, alla luce di tutto ciò, della progressiva demolizione del dogma, della morale, dei Sacramenti e dell’autorità gerarchica: è l’obiettivo scientemente voluto e sistematicamente perseguito dalle società segrete, secondo un preciso programma elaborato alla fine dell’Ottocento.

Il “Cristo” dello spiritualismo occultistico non è certo la Seconda Persona della Trinità che ha assunto la natura umana per salvarci, ma un indefinito “spirito” in continuo sviluppo che si identifica con l’universo o con l’umanità, da cui tutto emana senza fine – compresi i contrari – e che giunge a compimento nell’uomo iniziato, il quale si autoredime (non dal peccato, ma dall’ignoranza e dalla molteplicità del mondo materiale) “deificandosi” mediante la propria conoscenza. Ma, al di là delle intricatissime dottrine, di un’allucinante irrazionalità, proprie delle svariate sètte gnostico-massoniche, il reale e comune oggetto del loro culto è il diavolo. I satanisti, accanendosi con astio demoniaco contro la giustizia di Dio, lo esaltano come il vero amico degli uomini, portatore del progresso e liberatore dal tiranno celeste, pur sapendo perfettamente di dannarsi in tal modo all’Inferno, dove contano però di poter alleviare l’eterno tormento con il perverso godimento di bestemmiare senza fine il Creatore.

In questo quadro i dogmi, i riti e le strutture della Chiesa Cattolica sono un rivestimento transeunte che l’unica religione eterna, base comune di tutte le religioni storiche, ha assunto in una determinata epoca e cultura, ma che deve necessariamente essere aggiornato in funzione dei tempi nuovi, forieri di un nuovo ordine del mondo. Il cardinale Achille Liénart (1884-1973), arcivescovo di Lille e, da massone, cavaliere qadosh (titolo corrispondente al trentesimo grado del rito scozzese, che implica la partecipazione al culto di Lucifero), proprio questo aveva di mira quando, il secondo giorno del Concilio, infranse la procedura esigendo con un banale pretesto che fosse rimandata la votazione delle commissioni nominate dal Papa, che furono poi completamente rifuse per introdurvi i teologi neomodernisti sanzionati da Pio XII, con il conseguente rigetto di tutto il lavoro preparatorio. Sarebbe stato lui stesso, in punto di morte, a rivelare questo retroscena al confessore, autorizzandolo al contempo a divulgare il contenuto dell’accusa. Il moribondo avrebbe altresì asserito che il danno da lui provocato insieme con i suoi sodali era così grave che per la Chiesa, umanamente, non c’era più nulla da fare.

Che il racconto sia autentico o meno, la triste realtà che è sotto i nostri occhi ci conferma comunque che – ahimè – l’affermazione è fin troppo vera. Bisognerebbe essere ciechi per non vedere che la Chiesa Cattolica ha imboccato la via dell’autodemolizione e che ormai, dopo cinquant’anni, regna in essa una confusione babelica. Questo è il punto d’arrivo di una lunga parabola che parte dall’Eden, quando il tentatore, l’angelo ribelle che si era rifiutato di servire il Creatore (non serviam), istigò i progenitori alla disobbedienza illudendoli di poter in tal modo diventare come Dio (eritis sicut dii). Da allora egli continua a sedurre gli uomini con una falsa sapienza che rappresenta un sovvertimento della Rivelazione. Essa si è dapprima espressa nelle antiche dottrine talmudiche, poi – per influsso di quelle – nella filosofia moderna e contemporanea, infine assunta a fondamento intellettuale dalla nouvelle théologie, che ha partorito il Vaticano II.

Se, nell’attuale cristianesimo geneticamente modificato, non c’è più posto per la trascendenza, la grazia, la preghiera, la santificazione e la vita futura, ma solo per un’innocua religiosità emotiva e sentimentale, vero oppio dei popoli, o per un piatto impegno umanitario funzionale al mondialismo, è perché le sue premesse non sono più nella Rivelazione divina, bensì nella gnosi cabalistica. Qui la realtà oggettiva (che comprende pure la finitezza, la malattia e la morte) non conta più nulla, ma è negata in nome di un’illusoria idea di progresso senza fine; la pretesa salvezza dell’umanità proviene non dal misericordioso intervento di Dio a favore di chi si converte cambiando vita, quanto da un’illimitata acquisizione di conoscenze che consentano la manipolazione tecnocratica della natura – progressivamente violentata fino all’alterazione dell’uomo stesso – da parte di un’oligarchia di “illuminati” che, per realizzare i propri scopi di potere, ha narcotizzato le coscienze.

In questo caos pianificato, non smettiamo mai di ringraziare il Signore di averci conservato la fede e la ragione. È una grazia straordinaria per chi è stato chiamato a vivere all’epoca della grande apostasia camuffata da legittimo sviluppo della fede. Il cosiddetto rinnovamento, in realtà, ha partorito un’altra religione (con un’altra dottrina, un altro culto e un’altra morale) artificiale e caduca, funzionale alla comparsa dell’unica religione universale della massoneria. Ciò non significa che sia nata un’altra Chiesa, in quanto la Chiesa non può se non essere una, quella fondata da Gesù Cristo. Se si parla di neochiesa, bisogna intendere il corpo estraneo e parassitario che si è formato in seno ad essa ed è silenziosamente cresciuto come un cancro, fino a invadere tutto l’organismo con le sue metastasi. La nostra missione, in attesa che l’onnipotente Medico celeste lo rimuova, è quella di collaborare con la Provvidenza per custodire il dono ricevuto e aiutare a ritrovarlo o ad accoglierlo almeno chi vi è disposto; a tal fine ci vuole tanta preghiera, tanto studio… e tanta penitenza. Non scantoniamo in fallaci scorciatoie che ci porterebbero fuori dell’unica Chiesa di Cristo. A Bruno Cornacchiola, dopo averlo convertito all’istante dalla sua via di perdizione, la Vergine della Rivelazione intimò: «Chi è dentro, per grazia, non esca; chi è fuori, per grazia, entri!».

Deus in medio eius, non commovebitur; adiuvabit eam Deus mane diluculo (Sal 45, 6).

sabato 26 gennaio 2019


La radice di ogni male / 2




Quando, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, non trovarono traccia di camere a gas e forni crematori, ma – sulla base della tesi che i nazisti, prima di ritirarsi, avevano avuto il tempo di far saltare tutto e di smaltire le macerie per occultare i propri crimini – ne “riscostruirono” qualcuno dietro indicazione di “testimoni”. Se la cifra di sei milioni è senz’altro esagerata (ed esclude tanti cristiani, cui è negata la memoria), è tutta la narrativa dell’Olocausto che non regge: perché utilizzare un gas altamente infiammabile accanto a forni? come evacuarlo dopo l’uso? non ci sono modi molto più semplici ed economici per ammazzare la gente?… Ma – com’è noto – la presenza ebraica era molto forte nel regime sovietico; agli stupidi goyyîm, del resto, si può far bere qualsiasi panzana, ossessionandoli di anno in anno con la giornata della memoria.

Dobbiamo però osservare che con ogni probabilità gli ashkenaziti, dai quali è nato il sionismo, non sono in realtà di origine ebraica, ma discendono dai khazari, popolazione dell’Asia centrale che nell’VIII secolo si convertì al giudaismo e successivamente, sotto la spinta dei mongoli, si propagò nell’Europa orientale. Il loro sistema sociale si divideva in due caste: quella dominante, dei nobili e guerrieri, e quella sottomessa, composta di artigiani e commercianti. Pur non avendo alcun rapporto etnico con gli antichi israeliti, essi tuttavia furono considerati loro discendenti e vennero a costituire il 90% dell’ebraismo mondiale, rappresentato per la parte restante dai sefarditi dispersi nell’area mediterranea, i soli di origine semitica, ma paradossalmente discriminati dai primi. Coloro che hanno occupato la Palestina, quindi, hanno ben poco a che fare con essa, né possono sensatamente accusare di antisemitismo quanti li contestano.

All’interno del giudaismo ashkenazita si è sviluppato il movimento chassidico, molto propagandato come corrente “mistica”, da cui trarre ispirazione, da quelle correnti giudaizzanti del cattolicesimo postconciliare che lo stanno riducendo a variante dell’ebraismo che possa essere riassorbita in esso. La dottrina dei maestri khassidîm si fonda però sulla gnosi cabalistica, la quale considera il diavolo e il male un’emanazione del lato sinistro della divinità; l’uomo pio e giusto avrebbe il compito – pensate un po’ – di ristabilire l’armonia tra i contrari, aiutando così Dio stesso (che si identifica con l’universo) a trovare compimento in un equilibrio superiore in cui il peccato sarebbe superato mediante il suo riassorbimento nel bene. Quest’alta missione si realizza per mezzo di conoscenze e pratiche occulte di cui solo certi rabbini, ovviamente, sono depositari. L’organizzazione oggi più potente, in questo ambito, si chiama Chabad-Lubavitch ed è diffusa in tutto il mondo; la sua sede centrale si trova a New York. È una vera e propria potenza transnazionale in grado di controllare i principali governi del pianeta grazie ai capitali di membri di nome Rothschild e Rockefeller, oltre che alle cerimonie di magia nera.

Ora, non è passato inosservato che Jorge Mario Bergoglio abbia forti legami con il mondo ebraico. Già in veste di arcivescovo si era distinto per svariate manifestazioni di sudditanza accogliendo in cattedrale, in ripetute occasioni, membri dell’alta massoneria del Bᵉnè Bᵉrith, in certi casi raccolti intorno a lui, nel presbiterio, persino durante la Messa. In perfetta continuità con la propria condotta a Buenos Aires, ha poi scandito la sua trasferta romana di episodi sconcertanti. Qui mi soffermo solo su due di essi che mi paiono particolarmente esemplificativi. Il 5 dicembre 2016 ha ricevuto in Vaticano il rabbino chassidico Adin Steinsaltz, principe del nuovo Sinedrio ricostituito nel 2006; il 17 gennaio 2018, in un discorso tenuto in Cile, ha poi citato Gershom Scholem (1897-1982), il maggiore studioso contemporaneo della cabala ed egli stesso attivo cabalista. Presi da soli, sembrano dettagli isolati e insignificanti, ma nel contesto del suo “magistero liquido” acquistano un’importanza rivelatrice.

Lo spirito talmudico del legalismo farisaico, con la sua pretesa di annullare la legge divina mediante le cavillose interpretazioni e casistiche rabbiniche, affiora inconfondibile nei sofismi dell’Amoris laetitia. Il peccato originale, poi, consisterebbe non più, come affermato dalla Sacra Scrittura, nella disobbedienza a un precetto divino, ma – secondo le nuove fonti della “fede” – in una scissione tra l’uomo e il mondo causata da una modalità di conoscenza che renderebbe il secondo oggetto e il primo sfruttatore avido e irrispettoso delle sue risorse. Ma è tutta la visione bergogliana di Dio, del mondo e dell’uomo a tradire un’impronta cabalistica. La mistica del popolo, con cui “Francesco” ha abilmente sostituito la teologia della liberazione, ha evidenti tratti panteistici, visto che nel popolo idealizzato vivrebbe e parlerebbe Dio stesso, il quale non è però, qui, l’Essere increato personale, immutabile e distinto dalla creazione, della Rivelazione cristiana, ma una non meglio definita energia immanente alla storia e in continua evoluzione, come quella descritta da un altro gesuita eterodosso, Carlo Maria Martini, nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme, che danno tutta la misura della sua apostasia. Tale idea della divinità può essere identificata con il Dio biblico solo mediante una radicale falsificazione della Scrittura, di cui uno dei principali artefici fu proprio lui.

Da questo atteggiamento ideologico scaturisce il rifiuto del pensiero metafisico classico (che ha consentito l’elaborazione del dogma cristiano e lo sviluppo della scienza moderna) a vantaggio di una presunta conoscenza come esperienza vitale in cui l’essere umano perde i propri connotati di creatura razionale per fondersi con la realtà che lo circonda, alogica e muta. Da qui nasce parimenti quel catastrofismo ambientale, totalmente antiscientifico, che imputa all’attività umana variazioni climatiche che nella storia si sono sempre verificate. Bisogna semmai parlare di manipolazione del clima, fatto ormai accertato cui va ricondotto l’attuale dissesto, ma qui mi limito ad osservare che, in un’impostazione del genere, la vittima deputata è l’uomo occidentale, colpevole di esistere, ragionare e agire, a meno che non accetti di regredire a un ipotetico stadio primitivo, a uno “stato di natura” il cui abbandono sarebbe la vera origine del male.

Ecco dunque spiegata l’esaltazione di quelle culture originarie che il cristianesimo, dopo averle per secoli demonizzate e soffocate, dovrebbe riscoprire per incorporarle in sé. Poco importa che esse includano svariati tipi di stregoneria e di culto degli spiriti: al fine di instaurare con esse rapporti di tolleranza e di dialogo, bisogna comunque guardarle con rispetto, magari partecipando ai loro riti; piuttosto che condannarne le pratiche per coloniale senso di superiorità, anzi, si può pure accettare di bere pozioni magiche e di ricevere “benedizioni” da sciamani, come già accaduto in un altro pontificato in nome di un’incondizionata stima per l’uomo e per tutte le sue espressioni. Ma alla fine, non sono forse anche gli spiriti un’emanazione divina chiamata ad armonizzarsi con il tutto e a contribuire al completamento di una divinità ancora imperfetta? L’uomo davvero pio, nella dottrina chassidica, ha proprio il compito di rimediare ai suoi limiti…

Vedete a quali degeneri assurdità demoniache conduce l’abbandono della metafisica e l’assunzione acritica di modelli di pensiero estranei alla tradizione cristiana, anzi ad essa insanabilmente avversi? Dopo la disobbedienza dei progenitori e l’apostasia del popolo eletto, siamo giunti alla perversione della mente, che Satana ha realizzato mediante coloro che si sono messi al suo servizio e che si è ormai diffusa anche nella Chiesa Cattolica, fino ai livelli più alti. Acconsentire a idee del genere significa assoggettarsi a un influsso diabolico che offusca l’intelletto e schiavizza la volontà; è come offrire al demonio la chiave per entrare in quelle facoltà cui altrimenti non avrebbe accesso. Che la suprema autorità ecclesiastica sia soggetta a tale influenza è malauguratamente più di un sospetto: è un vero e proprio indizio di tempi apocalittici, concordante con le convergenti indiscrezioni sul terzo segreto di Fatima del cardinale Luigi Ciappi e di padre Malachi Martin, che accennarono a un’apostasia della Chiesa a partire dal vertice. Chi, per grazia, ha conservato la lucidità necessaria ad esaminare in modo obiettivo il pensiero e la storia dell’ultimo secolo può tuttavia smascherarla. Tanto per cominciare, basta spegnere il televisore all’ennesima mistificazione sulla Shoah, offrendo piuttosto qualche Requiem aeternam per le povere vittime le cui anime si siano salvate.

Il progetto sionista sta fagocitando non solo la Chiesa, ma anche quell’anelito di riscatto nazionale che l’anno scorso sembrava aver finalmente trovato un interprete. A quanto pare, scaltri giudei sono riusciti a incantare il giovinotto rampante, ambizioso e un po’ supponente, che poteva rappresentare per loro un pericolo, con la sua innegabile capacità di presa sulle masse, ma, una volta accalappiato, può tornare molto utile ai piani quale docile esecutore di ordini in veste di leader, autorizzato da Sion, del sovranismo europeo. Come temevo, il criptosionismo di Bannon sta portando frutto. Gli yankees, d’altronde, conoscono solo due modi per risolvere ogni tipo di problema: o fanno piovere bombe o fanno piovere dollari (che sia per sostenere le loro pedine o per screditare chi si mette loro di traverso); agli israeliani va invece il primato dei sequestri e degli assassinii. Non so se la svolta del nostro aspirante capo di governo sia dovuta ad una cultura politica sufficiente perché si senta ammonito dalla storia della Repubblica: al di là dei loro limiti ideologici, statisti come Moro e Craxi avevano tentato di rendere l’Italia un po’ più indipendente, ma finirono l’uno peggio dell’altro.

In ogni caso, l’andazzo sembra confermare che siamo destinati a rimanere sudditi sia dell’Unione Europea (sul piano economico-politico) che degli Stati Uniti (su quello strategico-militare), cioè, in sostanza, dell’entità occulta che da settant’anni manovra sia questi che quella e ha spinto la Francia sull’orlo della guerra civile; ma che bisogno c’era di spalmarsi così smaccatamente sulla propaganda di quella banda di criminali israeliani, bugiardi, immorali e razzisti, che, attaccando illegalmente la Siria e le forze che la sostengono, vuol far scoppiare la terza guerra mondiale? Sbilanciarsi troppo in quel senso, senza alcun vantaggio reale per noi, rischia oltretutto di inimicarci la grande potenza che rappresenta l’ultimo baluardo della libertà e della civiltà umana contro il totalitarismo globalista e che, con isterico accanimento, insistono a provocare in Medio Oriente e in Crimea. La tecnologia militare della fortezza russa, insieme a quella dell’alleata aviazione cinese, ci ha lasciati indietro di un bel pezzo: abbiamo davvero interesse a farci trascinare in un conflitto dalla parte sbagliata? Sì, c’è sempre qualcuno che avrebbe da guadagnarci, ma non è certo il popolo. Del resto, abbiamo troppi peccati da scontare – e di convertirci ascoltando gli appelli della Madonna di Fatima, da quanto si vede, non se ne parla nemmeno. Nei piani divini rivelati da Nostra Signora, pare proprio che la Russia sia destinata ad essere lo strumento del castigo.

sabato 19 gennaio 2019


La radice di ogni male / 1




Auferte gentem perfidam credentium de finibus, ut unus omnes unicum ovile nos Pastor regat (dall’Ufficio Divino).

«Espellete dai confini dei credenti il popolo che ha rinnegato la fede, perché un solo Pastore governi tutti noi quale unico ovile». Questo chiede ai Santi, dopo averne enumerato le principali categorie, l’inno del mattutino del 1° novembre. Nel linguaggio liturgico è inequivocabile di chi si tratti: sono quei perfidi Iudaei per i quali la Chiesa, il Venerdì Santo, chiedeva la grazia della conversione a Colui che i loro antenati crocifissero per mano dei Romani. Il dramma della storia cristiana, come pure della situazione attuale, a livello ecclesiastico e politico, risale tutto a quel tragico momento in cui il popolo giudaico, per bocca delle sue guide, apostatò dal suo Dio e meritò di essere disperso (Iudaea pro culpa perfidiae dispergenda, dice san Gregorio Magno), quando i rappresentanti del Sinedrio – pur non avendo alcuna legittima autorità per farlo – dichiararono a Pilato di non avere altro re all’infuori di Cesare (cf. Gv 19, 15), cioè di un imperatore pagano che usurpava i diritti divini sulla Terra Santa, il cui unico sovrano era Adonai.

L’apostasia, in realtà, veniva da lontano. Già in epoca persiana ed ellenistica la fede, in Israele, si era fortemente raffreddata, come testimonia il profeta Malachia con le sue sferzanti invettive contro l’indifferenza religiosa e la trascuratezza nel culto. Prima ancora che Antioco IV Epifane, verso la metà del II secolo a.C., imponesse per decreto l’ellenizzazione forzata, i giudei avevano cominciato ad ellenizzarsi spontaneamente con l’appoggio di buona parte della classe dirigente, rifacendosi il prepuzio, aprendo palestre alla greca e imparandovi il connesso vizio contro natura. L’eroica riscossa maccabaica, dagli evidenti tratti soprannaturali, provvide a fare una buona pulizia dei traditori, oltre che a riconquistare l’indipendenza nazionale dall’empio regime straniero. Fu così che la fede poté conservarsi nel popolo eletto e che il Figlio di Dio poté incarnarsi in una società ancora credente, tale da produrre, sia pure per effetto di grazie straordinarie, quei due miracoli viventi con il cui concorso venne sulla terra: la Vergine che lo mise al mondo nella natura umana e il Giusto che, offrendogli la propria paternità legale, lo inserì nella dinastia davidica.

Nel frattempo, però, lo Stato sorto dalla rivolta dei Maccabei si era logorato negli interminabili intrighi e complotti della dinastia asmonea, i quali avevano offerto a Pompeo, nel 63 a.C., un buon pretesto per occupare la Palestina e porla sotto protettorato romano. Poi un certo Erode, idumeo, nel 37 aveva ricevuto dal Senato un mandato regale per procura; le iniziali rivolte nazionalistiche si erano ben presto sopite, vuoi per la crudeltà del tiranno, vuoi per il benessere e lo splendore del suo regno. Se gli zeloti ne fremevano, i sadducei (i preti di allora) avevano invece trovato un modus vivendi che assicurava loro potere, ricchezze e privilegi, mentre ai farisei bastava esser lasciati tranquilli nella loro osservanza formalistica della legge, che con le cavillose dottrine rabbiniche forniva puntualmente scusanti ed eccezioni per ogni evenienza che fosse di detrimento ai loro comodi o interessi. Ma, proprio quando tutto sembrava andare a gonfie vele, ecco inaspettatamente arrivare il Messia…

San Matteo mostra efficacemente l’agitazione di Gerusalemme all’arrivo dei Magi in cerca del Re dei giudei; ma il problema si risolse con una strage di bambini e nessuno più se ne diede pensiero. Ecco però spuntare, una trentina d’anni dopo, il Precursore, che chiama a penitenza e a conversione per prepararsi all’arrivo di Uno a cui non è degno nemmeno di sciogliere i sandali… e Questi, di lì a poco, compare sulle rive del Giordano, dove una voce dal cielo lo dichiara Figlio di Dio. Comincia così una missione che urta immediatamente le correnti dominanti del giudaismo, accomodate nei loro compromessi abilmente mascherati agli occhi delle masse, ma ben evidenti a quegli Esseni che, rifiutato il culto ufficiale, si sono ritirati nel deserto in attesa del Maestro di giustizia (e che, proprio a causa del loro isolamento, non lo riconosceranno). La tensione cresce sempre più, passando ben presto dal piano delle dispute dottrinali a quello della decisione di uccidere lo scomodo profeta.

Il rifiuto del vero Re divino e la correlativa sottomissione a uno straniero furono dunque il punto culminante di una parabola di incredulità in cui l’uomo si era messo al posto di Dio. Nonostante la rottura dell’alleanza, il Signore lasciò al popolo eletto ancora quarant’anni per convertirsi, così che almeno una parte di esso si salvasse dalla catastrofe della guerra giudaica; ma le autorità religiose continuarono a sostenere il regime pagano e i vari fantocci, discendenti di Erode detto il Grande, che lo rappresentarono in certi periodi, finché gli zeloti, nel 67 d.C., non le tolsero di mezzo con un orribile massacro. Il tremendo castigo divino terminò con la distruzione del tempio e la deportazione dei sopravvissuti. Il giudaismo si trasformò in rabbinismo, cioè nella sola corrente rimasta, e da quel momento la sua lotta contro il cristianesimo assunse i caratteri di un’opposizione strisciante che approfittò di tutte le circostanze per nuocere alla Chiesa e ai cristiani.

Sarebbe troppo lungo ripercorrere tutte le tappe di questa tragica storia nelle sue diverse dimensioni (politica, economica, sociale e culturale). Basti dire che quest’incessante cospirazione giudaica non è una leggenda nera inventata dall’estrema destra, ma una realtà oggettiva riconosciuta perfino dagli ebrei mentalmente più liberi e attenti a dati storici incontrovertibili. Nella dottrina del giudaismo, le promesse divine contenute nell’Antico Testamento, che in senso spirituale si sono già adempiute in Cristo e nella Chiesa, vengono indebitamente sfruttate per legittimare un dominio materiale del mondo attuato surrettiziamente mediante una progressiva infiltrazione nelle strutture portanti delle società cristiane. Nell’ultimo secolo e mezzo, questa ideologia ha prodotto un movimento politico mirante al ristabilimento di uno Stato sovrano e alla sua supremazia planetaria.

A tale scopo, mentre il baricentro dei loro occulti interessi si spostava negli Stati Uniti, scelti come nuova potenza mondiale egemone al posto della Gran Bretagna, i sionisti usarono il regime nazista per effettuare uno sterminio tale che nessuno osasse anche solo pensare di opporsi alla rinascita di Israele due millenni dopo. È un fatto accertato che, negli anni Trenta, il sionismo di destra avesse stretti rapporti con Hitler, il quale gli offrì programmi di addestramento militare e di formazione agricola in vista della conquista della terra e della creazione dei kibbutz. I rabbini tedeschi accolsero con favore le leggi razziali, che ristabilivano finalmente la separazione prescritta dalla Torah; quando cominciarono a funzionare i campi di sterminio, poi, i magnati si trasferirono oltreoceano, lasciando andare a morire gli altri. Aggiungiamo che Adolf Hitler era nipote illegittimo di un Rothschild di Vienna, mentre il padre di Benjamin Netanyahu fu un ardente sionista dell’ala più legata al partito nazista, che fu del resto finanziato dai Rothschild e dai Rockefeller fino a guerra inoltrata.

A questo punto, chi può essere ancora onestamente sorpreso della straordinaria somiglianza di metodi del regime israeliano? La radice è la stessa. Se esso fa radere al suolo i villaggi palestinesi, spargere diserbanti cancerogeni sui loro campi, tirare a segno in diretta dai cecchini sui cittadini di Gaza con fucili da caccia e pallottole che esplodono all’interno del corpo, bombardarne scuole e ospedali, mitragliarne i pescherecci, impedirne l’approvvigionamento (e tanti altri crimini contro l’umanità con cui sta sterminando un intero popolo senza che nessuno eccepisca nulla)… è perché il nazismo è una creatura del sionismo e gli è intrinseco come visione del mondo e atteggiamento di fondo: la convinzione della superiorità di una razza pura ed eletta, con il conseguente obiettivo della sua supremazia su tutte le altre. I programmi eugenetici della Germania nazista ebbero d’altronde una matrice culturale anglosassone e furono anch’essi finanziati dai Rockefeller; il regime hitleriano fu dunque un laboratorio sperimentale dell’impero anglo-sionista.

È una semplice evidenza fattuale che ci obbliga a ripensare e riscrivere, come minimo, tutta la storia del XX secolo, ma ci fornisce altresì una chiave per comprendere l’attualità. Quando si motivano le tremende e ingiustificabili crudeltà di oggi come ritorsione per il lancio di missili da Gaza, vien da chiedersi come sia possibile che centinaia di razzi aggirino un blocco che ferma perfino i farmaci. La storiella dei tunnel che la collegherebbero con l’Egitto può essere ancora ripetuta soltanto da cattolici giudaizzanti o da quanti hanno interesse a farlo; da dove entrano dunque gli armamenti? È ormai noto che è Israele stesso a fornirli al partito Hamas per legittimare agli occhi del mondo la prosecuzione dello sterminio dei nativi, considerati meno che bestie. Fin dall’inizio, d’altronde, il Mossad lo ha appoggiato in tutti i modi per – da una parte – spaccare il fronte palestinese così da indebolire il Fatah, disposto alle trattative, e – dall’altra – provocare l’ascesa dell’estrema destra israeliana, così da mantenere alto il livello di scontro e impedire l’attuazione degli accordi di Oslo.

Oggi, per i sionisti, l’attesa messianica si è sostanzialmente compiuta con la creazione del loro Stato terrorista; manca soltanto la ricostruzione del tempio salomonico (già pronto da assemblare, una volta demolite le moschee della spianata), il cui altare è già stato consacrato poche settimane fa con il plauso entusiasta dei pentecostali americani, che vedono in ciò un segno dell’imminenza della Parusia. Se per realizzare questo folle progetto bisogna scatenare la terza guerra mondiale, dov’è il problema? Ciò è anzi necessario, visto che i goyyîm sono troppi e vanno selezionati lasciando in vita soltanto quelli che dovranno servire la razza eletta; poi potrà comparire il loro “messia”, che si farà adorare nel terzo tempio. Tutto questo è apertamente teorizzato da molti rabbini ortodossi. Di squilibrati ce ne son sempre stati, ma squilibrati capaci di determinare l’andamento del mondo sono decisamente più pericolosi.

Come gli ebrei sono riusciti a passare per le eterne vittime della storia, così l’Anticristo, pur essendo il peggior criminale mai vissuto, si presenterà come il Grande Umanitario, ma mirerà a ridurre l’intero genere umano in una schiavitù mai registrata prima illudendolo di non essere mai stato così libero e felice. Quanta gente, del resto, è già oggi parte di un ingranaggio spietato che ne manipola la mente e l’ha ridotta a massa consumatrice senza alcuna fede, incapace di ragionare, rinchiusa nell’orizzonte della materia? Anche nella nostra società e in gran parte della Chiesa si è rinnegato Dio, per mettere al suo posto l’uomo e la sua riuscita terrena. L’unica soluzione è per tutti una radicale conversione: per i cristiani apostati, per gli ebrei d’Israele e della diaspora, per i musulmani da loro usati come forza d’urto… se mai possibile, anche per i sionisti. Noi non mettiamo limiti alla Provvidenza: la conversione dei giudei è infatti la condizione per il ritorno del Messia (quello vero).

20 gennaio: anniversario della conversione di Alphonse Ratisbonne in santAndrea delle Fratte (Roma, 1842) e festa della Madonna del Miracolo

Supplica alla Madonna del Miracolo:

http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2019/01/oggi-20-gennaio-ricorre-lanniverario.html#more

Per approfondire:

https://www.maurizioblondet.it/vogliono-guerra-allora-ricordiamo-ci-trascino-nelle/

https://lascuredielia.blogspot.com/2017/01/il-peggiore-nemicodegli-ebrei-eun.html