Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

domenica 21 aprile 2019


Urbi et orbi
Appello ai Cardinali




Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno (Mt 5, 37).
Se questi taceranno, grideranno le pietre (Lc 19, 40).

Là dove la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità è stata costituita per illuminare le genti, han posto il trono della loro abominevole empietà, affinché, colpito il pastore, siano in grado di disperdere anche il gregge (Leone XIII, Esorcismo contro Satana e gli angeli ribelli).

In coscienza, in qualità di fedeli della Chiesa Cattolica, non possiamo considerare normale l’odierna situazione ecclesiale. La costituzione divina della Chiesa militante, stabilita dal suo Fondatore in modo immodificabile, vuole che essa abbia, quale principio di unità visibile, un unico capo; infatti il governo di uno solo e l’obbedienza che gli è dovuta da ogni membro della Chiesa assicurano la comunione di tutti sia con il Capo invisibile, che dal cielo la regge tramite il Suo Vicario in terra e gli altri vescovi, sia tra di loro. Per volontà divina, il primato papale consiste nella piena e suprema, immediata e universale giurisdizione del Successore di Pietro su tutti i battezzati. L’ufficio di Romano Pontefice ha pertanto carattere giuridico e non sacramentale: esso è conferito mediante elezione canonica e decorre a partire dal momento dell’accettazione. La rinuncia ad esso è sempre possibile, purché sia debitamente manifestata, ma comporta la perdita totale dell’ufficio, permanendo soltanto il grado episcopale.

Da questi irrefutabili dati risulta inequivocabilmente che la qualifica di papa emerito è destituita di ogni fondamento dogmatico e canonico. Un papa che rinunci all’ufficio di Sommo Pontefice rimane semplice vescovo e perde ogni diritto di usare ancora il nome, l’abito e lo stemma indicanti la dignità connessa all’ufficio medesimo. Mantenerli dopo l’abdicazione è fonte di confusione, soprattutto se la relativa dichiarazione esprime soltanto l’intenzione di non esercitare più il ministero attivo a partire da una certa data e non – come sarebbe logico – l’atto di volontà con cui si effettua la rinuncia. Se poi è intesa in rapporto a un ipotetico aspetto distinto dell’ufficio, la rinuncia stessa è invalida per errore sostanziale circa il proprio oggetto. L’ufficio di Romano Pontefice è per essenza, come già detto, la suprema giurisdizione su tutta la Chiesa; perciò non lo si può detenere senza esercitarlo attivamente, né si può rinunciare al suo esercizio conservandone la dignità.

Diverso è il caso del vescovo emerito, il quale, pur avendo rinunciato al potere di giurisdizione ricevuto dal Papa (e quindi non detenendolo più), conserva il potere di ordine (legato all’indelebile carattere sacramentale conferitogli dalla consacrazione episcopale), che può tuttavia esercitare solo a determinate condizioni. Tale anomala evenienza, che prima costituiva un’eccezione, dopo il Concilio Vaticano II è diventata la regola: adesso abbiamo successori degli Apostoli a tempo, quasi si trattasse di cariche civili. Ciò è nondimeno ammissibile per via della distinzione, appena menzionata, delle due potestà; ciò che rende il Papa tale, invece, è la sola potestas iurisdictionis, nella quale non si può scindere un aspetto attivo da un supposto aspetto contemplativo, nemmeno se – come ipotizzato da un canonista nel 2013 – Benedetto XVI si è avvalso della propria autorità suprema per rinunciare  all’esercizio di tutte le facoltà connesse (cosa che, ammesso che sia possibile, significherebbe che ancora la conserva). Riguardo alla sua rinuncia, dunque, è assolutamente necessario e quanto mai urgente un chiarimento autorevole.

L’eventualità di una rinuncia invalida rende infatti nulla l’elezione del successore, che nel caso presente appare dubbia anche per un altro ordine di gravi motivi: la cospirazione che ha condotto all’elezione, pubblicamente testimoniata da uno dei suoi principali artefici (riguardo alla quale la Costituzione Universi Dominici gregis di Giovanni Paolo II commina la scomunica latae sententiae a quanti ordiscono un accordo prima del conclave e a chi lo accetta); le irregolarità procedurali dell’elezione stessa (che in forza delle norme stabilite dalla medesima Costituzione la rendono nulla); la manifesta eterodossia, precedente all’assunzione al Soglio di Pietro (da cui Paolo IV, con la bolla Cum ex apostolatus officio, esclude gli eretici). L’universale accettazione da parte della Chiesa può pure sanare le irregolarità procedurali, ma è arduo ammettere che possa sanare la carente ortodossia del candidato e lo stato di scomunica di alcuni elettori e dell’eletto stesso. È vero che l’eterodossia di quest’ultimo, pur essendo notoria, non era stata formalmente dichiarata prima dell’elezione, ma successivamente ad essa egli ne ha dato ulteriore, ampia conferma: Furor illi secundum similitudinem serpentis (Il suo furore è simile a quello del serpente, cf. Sal 57, 5).

A tutti i quesiti sopra sollevati, allo stato attuale, pare impossibile fornire una soluzione definitiva. Tuttavia è indubitabile che l’insegnamento di Jorge Mario Bergoglio non sia conforme alla dottrina cattolica: la lista delle affermazioni ad essa contrarie o con essa difficilmente compatibili si allunga di giorno in giorno, aggravando sempre più lo sconcerto e lo smarrimento degli autentici fedeli, che vedono contraddetta la fede trasmessa in continuità dalla Chiesa per due millenni. I laici e i semplici sacerdoti non hanno però l’autorità di intervenire in questo campo, ma possono soltanto reclamare che lo facciano quanti ne hanno il compito, cioè i Vescovi e soprattutto voi Cardinali, collaboratori immediati del Papa. In caso di evidenti errori o ambiguità dottrinali, voi avete l’ineludibile obbligo di redarguirlo severamente e di esigerne la rettifica, come avvenne nel caso di Giovanni XXII quando, tra il 1331 e il 1333, a voce e per iscritto, espresse opinioni contrarie alla sentenza comune circa la condizione dei defunti dopo la morte. I Cardinali di allora lo spinsero a ritrattare, prima di morire, quel singolo errore; nel caso attuale, ne abbiamo a fasci.

Il vostro silenzio siderale, insieme alle anomale modalità delle dimissioni di Benedetto XVI, può essere interpretato come effetto di una permissione divina e, quindi, elemento di un piano superiore mirante a far emergere il reale stato, sul piano della fede e su quello della morale, di parte del clero e dei fedeli, stato che, fino a Francesco I, veniva dissimulato, mentre adesso si appalesa senza più alcuna remora, esibendo tutta la sua ripugnante immondezza. «Doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri. Di fatto, ora molti anticristi sono apparsi; da questo conosciamo che è l’ultima ora» (1 Gv 2, 19.18). Se questa intuizione di fede ci spinge ad avere fiducia nei segreti disegni della Provvidenza, ci chiediamo nondimeno fino a che punto il Popolo santo di Dio dovrà esser messo alla prova sopportando scandali abominevoli e quante anime dovranno ancora essere esposte alla dannazione eterna dall’eterodossia di tanti ministri ordinati. Forse non bastano le inadempienze dei Vescovi nel correggere gli eretici e i viziosi, perché si debba aggiungere la vostra omissione di una doverosa riprensione di colui che continua a smantellare la dottrina e a promuovere i corrotti?

Siamo ben consapevoli che spetta al Signore dirigere la storia, fissandone tempi e scadenze, ma sappiamo parimenti che la nostra preghiera e la nostra azione, previste dall’eternità dalla prescienza divina, sono incluse nel Suo governo e possono pertanto affrettarli. Che cosa preferite, Eminenze Reverendissime? Il martirio per fedeltà alla fede che siete stati chiamati a difendere, simboleggiato dalla porpora che indossate, o la morte ignominiosa che un castigo celeste potrebbe infliggervi per mano dei nemici della Chiesa? Un’opposizione franca e dignitosa, sull’esempio dell’apostolo Paolo, a colui che è ritenuto successore di Cefa, per quanto possa provocare la revoca dei vostri incarichi, o l’umiliazione di una condanna civile, con la relativa berlina mediatica e la concreta eventualità del carcere? È pur vero che c’è chi, fra voi, ha perso l’ufficio non soltanto per un’aperta contestazione, ma persino per aver fatto semplicemente il suo dovere di guardiano della dottrina, come pure chi, da un’altissima responsabilità economica, è stato gettato in pasto alle belve nell’arena di un processo-farsa; non ignoriamo affatto che le presenze scomode possano essere neutralizzate con scandali orchestrati ad arte. Ma non siete certi che il Signore protegga coloro che si pongono senza riserve al Suo servizio e Gli danno coraggiosa testimonianza?

Se la vostra non è la nostra stessa fede, dovete rinunciare al vostro compito e ritirarvi a vita privata. Chi non professa la dottrina cattolica e non è disposto ad abiurare le sue convinzioni erronee deve andarsene, perché non è più membro della Chiesa e deve quindi uscirne anche visibilmente; il suo ministero è del tutto illegittimo. Che ci crediate o no, Dio vi chiederà conto delle vostre scelte e vi castigherà, se non saranno state conformi alla Sua santa volontà. Se invece vi alzerete in piedi e proclamerete a gran voce la verità, noi vi seguiremo con entusiasmo e benediremo il Signore per voi, implorandolo di difendervi da ogni male. C’è tutto un popolo che aspetta solo un segnale per mettersi in moto, ma ha bisogno di guide.

Siamo fedeli figli della Chiesa; perciò non vogliamo fare da soli. Riconosciamo pienamente il ruolo vostro e dei Vescovi; non intendiamo affatto sminuirlo. Gli attacchi che subite ci fanno terribilmente soffrire, perché amiamo il Signore e coloro che Lo rappresentano. È per la fede in ciò che siete e per la stima che nutriamo nei vostri confronti che vi supplichiamo di intervenire. La vostra ricompensa sarà molto grande, già su questa terra, quando il Signore avrà ristabilito le sorti della Sua amata Sposa. Se non farete in tempo a vedere ciò, morirete con la pace di una buona coscienza e sarete ammessi all’eterna beatitudine, nonché ricordati per sempre come veri Pastori.

sabato 13 aprile 2019


Abisso di umiltà e di amore




Psallam, et intellegam in via immaculata (Sal 100, 1-2).
Effundite coram illo corda vestra (Sal 61, 9).

Imposuisti homines super capita nostra (Sal 65, 12). Sì, Signore, hai posto degli uomini sulle nostre teste. Questa non sarebbe cosa anomala, se si trattasse di veri Pastori, piuttosto che di malvagi che ci schiacciano col sorriso sulle labbra, volendo far mostra di bontà e benevolenza. Tu hai permesso ciò per il nostro bene, a sconto dei nostri peccati e per saggiare chi Ti è realmente fedele. Inimici Domini mentiti sunt ei (I nemici del Signore gli hanno mentito, Sal 80, 16): i rivoluzionari che hanno preso il timone della nave – lo sai bene – sono per costituzione ipocriti, infidi, sleali, menzogneri, inaffidabili… e non potrebbe essere diversamente, visto che Ti hanno rinnegato sostituendoti con le proprie idee, pur millantando di essere al Tuo servizio.

Al posto della beatitudine del Paradiso (in cui non credono), il loro umanesimo cristiano prospetta un’illusoria felicità su questa terra, dove dobbiamo invece soffrire e lottare per meritare la gloria; anziché proporre l’autentica santità, frutto del dono soprannaturale della grazia e di un costante sforzo umano, vaneggiano di una santità meramente verbale, fatta di bei discorsi; in luogo del sano nutrimento della Scrittura e della Tradizione, con una sicumera da imbonitori televisivi propinano fumo allucinogeno, buono soltanto a procurare qualche istante di artificiale euforia. I mantra della comunione e del servizio non sono altro che ricatti morali miranti a ottenere sottomissione assoluta alla loro dittatura; ma non possono entrare nella nostra coscienza, dovranno farsene una ragione.

Di fatto, i modernisti attualmente al potere non hanno altro principio che il raggiungimento dei loro obiettivi, in vista dei quali ogni mezzo è valido e che perseguono con un’intransigenza inflessibile da regime cinese, del tutto aliena dal timore di Dio e dalla più elementare umanità, nonostante si riempiano la bocca di dialogo, accoglienza, misericordia… Ore suo benedicebant, et corde suo maledicebant (Con la loro bocca benedicevano e nel loro cuore maledicevano, Sal 61, 5): le loro parole apparentemente buone dissimulano, nell’intimo, una volontà maligna. Per quelli non esiste né diritto né giustizia, se non nella forma di una volgare contraffazione da far valere, alla bisogna, per i loro fini perversi: Mendaces filii hominum in stateris (Bugiardi sono i figli degli uomini sulle bilance, Sal 61, 10); usano pesi falsi ed essi stessi son trovati mancanti (cf. Dn 5, 27).

Verumtamen Deo subiecta esto, anima mea, quoniam ab ipso patientia mea (Tuttavia sii soggetta a Dio, anima mia, poiché da lui viene la mia pazienza, Sal 61, 6): nonostante tutto, la fede ci obbliga a rimanere sottomessi a Te tramite i Tuoi legittimi rappresentanti, per quanto indegni, almeno fino a quando non siano dichiarati formalmente eretici e i loro ordini non contraddicano alla Tua legge. Per fabbricarsi un costrutto mentale che giustifichi la disobbedienza – mi ammonisci di nuovo – bastano due minuti, ma non è altro che un costrutto mentale. Finché si osserva l’obbedienza, se necessario fino alle lacrime, Tu dài la capacità di sopportare tutto col pensiero del Tuo giudizio: Tu reddes unicuique iuxta opera sua (Tu renderai a ciascuno secondo le sue opere, Sal 61, 13).

Transivimus per ignem et aquam, et eduxisti nos in refrigerium (Siamo passati per il fuoco e l’acqua e ci hai ricondotti al sollievo, Sal 65, 12): dopo averci fatto attraversare ogni genere di prove, sarai Tu a tirarcene fuori e a darci ristoro. Le soluzioni umane possono dare risposte immediate, ma non sono quelle da Te volute e perciò, alla lunga, ci portano fuori strada proprio perché non conformi ai Tuoi progetti. Il tralcio, una volta staccatosi dalla vite, prima o poi si secca (cf. Gv 15, 6); la comunione gerarchica non è un fatto puramente giuridico, bensì una congiunzione soprannaturale con Te. Il potere di legare e di sciogliere è stato da Te conferito alla Chiesa visibile, non a una presunta Chiesa di puri; sedicenti spirituali di ogni tipo e tendenza ci sono sempre stati, ma con le loro ribellioni non hanno certo giovato al Corpo Mistico. Questo prolungato martirio bianco può sì condurre all’esasperazione, ma solo quanti non restano assiduamente ai Tuoi piedi per lasciarsi istruire e nutrire da Te, unico necessario, affannandosi con le proprie forze a risolvere un problema che supera quelle umane (cf. Lc 10, 38-42).

La Tua Sposa deve rifugiarsi nel deserto (cf. Ap 12, 6), vale a dire entrare nel nascondimento, in attesa che Tu intervenga: Exspecta Dominum, viriliter age (Aspetta il Signore, agisci virilmente, Sal 26, 14); Deus confringet capita inimicorum suorum (Dio spaccherà la testa ai suoi nemici, Sal 67, 22). Sta a noi affrettare, con la preghiera, la Tua entrata in azione: Effunde super eos iram tuam, et furor irae tuae comprehendat eos (Riversa su di loro la tua ira e il furore della tua collera li afferri, Sal 68, 25). Verrà pur l’ora in cui potremo rallegrarci santamente: Videant pauperes et laetentur […] quoniam exaudivit pauperes Dominus, et vinctos suos non despexit (Vedano i poveri e si rallegrino, poiché il Signore ha esaudito i poveri e non ha disprezzato i suoi che sono prigionieri, Sal 68, 33-34). Il deserto è simbolo di quella povertà spirituale e precarietà materiale che è necessaria per accedere all’intimità con Te ed essere ristabiliti nella Tua alleanza (cf. Os 2, 16-25); noi vogliamo farlo a nome di tutta la Chiesa terrena, così che possa ritrovare la via.

È chiaro che non tutti sono chiamati allo stesso grado di clandestinità: c’è chi deve viverla solo nel cuore, continuando a sopportare un contesto ostile senza aderirvi interiormente, ma c’è anche chi deve agire fisicamente in modo nascosto per non essere bloccato (come avviene su queste pagine). Dobbiamo ispirarci ai sacerdoti e vescovi che, ai tempi della guerra fredda, operavano oltre cortina – sempre che non ci sia un doppiogiochista che fornisca al nemico le liste dei missionari, come accadde allora con quelli segretamente inviati dall’Angelico Pastore… In questo, l’essere consacrati al Cuore Immacolato di Maria riveste un’importanza niente affatto secondaria, non solo per avere protezione, ma soprattutto per assimilarne i sentimenti. Per poter volare nel deserto, sfuggendo così all’assalto del drago, la Donna deve ricevere da Te le due ali della grande aquila (cf. Ap 12, 13-14): si tratta delle due disposizioni fondamentali di quel Cuore purissimo, l’umiltà e la carità, tra loro essenzialmente legate. Come intuisce sant’Agostino, la seconda si sviluppa sul fondamento della prima, quel fondamento che sei Tu stesso (caritas a fundamento humilitatis, quod est Christus Iesus; Confessioni, VII, 20, 26).

L’umiltà più profonda e sublime è quella che Tu, Figlio di Dio, hai incarnato abbassandoti per noi fino ad assumere la nostra umanità e ad immolarti sulla croce (cf. Fil 2, 7-8). Essa si manifesta in modo inconfondibile finanche nella Tua parola scritta, la quale, pur riservando i suoi divini segreti a chi se ne rende degno, è alla portata di chiunque: «L’autorità delle Sacre Scritture mi appariva tanto più venerabile e degna di fede sacrosanta in quanto si offrivano a qualsiasi lettore, ma serbavano la maestà dei loro misteri a una penetrazione più profonda. L’estrema chiarezza del linguaggio e l’umiltà dello stile le rendevano accessibili a tutti, eppure stimolavano l’acume di coloro che non sono leggeri di cuore e, se accoglievano nel loro seno l’umanità intera, lasciavano passare per anguste fessure, fino a te, un piccolo numero di persone, molto maggiore, tuttavia, di quanto non sarebbe stato se ad esse fosse mancata un’autorità così eminente e una santità così umile da attrarre nel proprio grembo le turbe» (sant’Agostino, Confessioni, VI, 5, 8).

Uno di coloro che più di chiunque altri, con l’acume che gli hai donato, è riuscito a penetrare nelle anguste fessure dei maestosi misteri è quell’eccellente teologo che, alla voce di Madonna Povertà, se ne venne dalle rive atlantiche nella nostra terra e, in pochi anni, si consumò per Te alla scuola del Poverello. Egli è fra i pochi che siano scesi tanto in profondità in quell’abisso di umiltà e di carità che è il Tuo cuore di Verbo incarnato, il quale, per amore dei perduti, si mantiene costantemente in una posizione di inaudito abbassamento: «Cristo reputa un grande dono il fatto che il peccatore gli conceda che la sua morte gli sia di giovamento» (sant’Antonio di Padova, Sermone per la Domenica IV dopo Pentecoste, I, 6). È un’intuizione sconvolgente: una sola scintilla di quel fuoco divorante di carità (cf. Eb 12, 29), eternamente ardente, che è la vostra Trinità adorabile è in grado di incenerire il nostro ridicolo orgoglio. Tu, il Figlio dell’Altissimo, infinitamente santo e innocente, mendichi da una misera creatura, già morta per i suoi peccati e non meritevole di nulla, un atto di assenso – il suo pentimento – che Ti consenta di applicarle gli effetti della Tua morte redentrice.

Chi ha gettato anche solo un fuggevole sguardo su questo abisso, senza rimanerne scandalizzato, sente svanire in sé ogni moto di rabbia e di risentimento per gli odierni despoti ecclesiastici, mentre cresce in lui un sentimento di sconfinata commiserazione per quanti, con la loro ideologia mondana, impediscono alla Tua morte di esser loro di giovamento, cioè di salvarli. Contemplare la Tua santa Passione ci dispone a ricevere nell’anima i torrenti della Tua carità; le ingiustizie e le sofferenze subite scavano in noi lo spazio dell’umiltà necessaria per accoglierla. Quis ergo nos separabit a caritate Christi? (Rm 8, 35): chi potrà staccarci da un amore che giunge a tanto? Soltanto il nostro io, con una reviviscenza di superbia; altrimenti, non c’è in tutto l’universo creatura capace di farlo.

Con l’anima abbracciata al Crocifisso, il reclamo del giusto castigo scaturirà da un cuore purificato che intravede come, dalla Tua misericordia, provengano non solo i benefici più impensabili, ma pure le correzioni salutari, fino a infliggere agli uomini – se non rimane altro modo per strapparli alla pena eterna – terribili flagelli. Soltanto con gli occhi del cuore fissi sul mistero della tua carità abissalmente umile sarà possibile sopportarli e aiutare altri a farlo: nulla è impossibile a Te (cf. Lc 1, 37).

sabato 6 aprile 2019


Acquista la pace interiore




«Se vuoi lo Spirito Santo, sii puro come un angelo, perché la colomba di Noè non si posò sul fango, ma ritornò nell’arca. Se, volando nel mondo, trovi il fango, non ti ci fermare neppure per un momento e ritorna nell’arca del mio tabernacolo, aspettando che le acque della corruzione diminuiscano e non ti insozzino. Allora tu puoi essere colomba che porta al mondo il ramoscello della vera pace. Attira lo Spirito Santo nella tranquillità della carità; se ti agiti e dài corso ai nervi, lo Spirito Santo si eclissa da te, perché non in commotione Dominus (1 Re 19, 11)» (Nostro Signore Gesù Cristo al Servo di Dio don Dolindo Ruotolo).

Il Signore non è presente nell’agitazione e nell’irrequietezza dell’uomo; lo Spirito Santo rifugge dai moti carnali della nostra umanità peccatrice e insubordinata. Per diffondere intorno a sé la pace di cui c’è tanto bisogno, occorre attirarlo in sé nella pacatezza della carità, ossia disporre l’anima in modo tale che possa essere guidata da Lui, abbandonando i sentimenti che ostacolano la Sua azione e incrementando gli atteggiamenti ad essa conformi. All’ombra del Tabernacolo, cioè di Colui che vi abita, possiamo assimilare le Sue virtù e diventare, a poco a poco, colombe foriere di bene: «Io ti adoro e ti amo, qui, nella tua presenza eucaristica, così pura, santa, dolce, umile e mite, così piena di forza, di amore e di pace». Allora la nostra resistenza agli errori propalati da certa gerarchia e ai suoi eventuali ordini illegittimi, come pure i richiami che abbiamo il diritto e il dovere di rivolgerle, avranno un carattere soprannaturale e saranno davvero efficaci secondo i piani di Dio.

Il profeta Elia, dopo aver dimostrato a tutto il popolo l’inconsistenza del culto di Baal ed eliminato i suoi falsi profeti, si era visto costretto alla fuga a causa dell’ostinata impenitenza della regina pagana Gezabele (cf. 1 Re 18, 17-19, 3). Ritiratosi sul Monte Oreb, luogo fondativo della nazione per la concessione della Legge, aveva udito due volte la voce divina domandargli: «Che fai qui, Elia?» (1 Re 19, 9.13). Preannunciato da una bufera, da un terremoto e da un incendio, il Dio dell’alleanza gli si era manifestato in un sibilus aurae tenuis (1 Re 19, 12), un sussurro di brezza leggera. Prima e dopo, il Profeta aveva invariabilmente risposto: «Ardo di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, distrutto i tuoi altari, ucciso di spada i tuoi profeti. Io sono stato lasciato solo e cercano la mia vita per eliminarla» (1 Re 19, 10.14). A questo punto l’Onnipotente, anziché compiangerlo o consolarlo, gli ordina asciuttamente di tornare indietro per consacrare coloro che dovranno purificare il popolo dall’idolatria; Egli si riserva solo settemila persone che non hanno piegato le ginocchia a Baal (cf. 1 Re 19, 15-18).

Le risposte di Dio, di solito, non sono quelle che desideriamo o che ci aspetteremmo. Per cogliere la Sua presenza e udirne la voce, è necessario coltivare il silenzio, la tranquillità, la pace interiore. Chi si sofferma troppo sul fango che trova intorno a sé rischia di dimenticare l’arca da cui proviene e di sprofondare, suo malgrado, nelle acque melmose della corruzione. I beni della casa paterna possono esser sperperati non soltanto con una vita dissoluta (cf. Lc 15, 11-13), ma pure con uno zelo amaro e distorto che può inavvertitamente condurci in una terra lontana, la regione della dissomiglianza (cf. sant’Agostino, Confessioni, VII, 10, 16). Non c’è dubbio che moltissimi membri della Chiesa, ad ogni livello, abbiano violato il patto battesimale sia quanto alla fede che alla morale, che gli altari del Signore siano stati in buona parte distrutti e sostituiti con tavoli in funzione di un culto alterato, che i difensori della verità vengano ostracizzati e ridotti al silenzio… ma la soluzione non è nelle nostre mani, se non per quello che il Signore richiede da noi.

La pace del cuore presuppone l’unità interiore, che non potrà mai raggiungere chi si disperde dietro ogni singola manifestazione dell’errore e dell’empietà. Gli abomini che udiamo e osserviamo vanno ricondotti alla loro radice: occorre operare una reductio ad unum. Ci siamo di recente interessati, per quanto sommariamente, della gnosi contemporanea. Come alle sue antiche origini, essa ripropone costantemente – sia pure in un continuo “aggiornamento” di forme esterne – la medesima visione panteistica ed evoluzionistica. La sua versione cabalistica è stata adottata da quelle società segrete che stanno dirigendo l’umanità verso l’instaurazione di un ordine nuovo (che altro non è se non il capovolgimento di quello naturale stabilito da Dio) e di un unico governo mondiale (che si edifica mediante una serie di tensioni politiche provocate ad arte). Anche la Chiesa Cattolica dev’essere assorbita in una sorta di consorzio religioso-culturale, solo in apparenza pluralistico ed ecumenico, mirante a indottrinare le masse secondo i principi di un culto universale – di stampo satanico – che sia al contempo fondamento e apice del potere assoluto di un’oligarchia di banchieri.

Perché la Chiesa potesse essere assimilata e servire così al progetto, era indispensabile innescare in essa un’evoluzione dottrinale, liturgica, morale e disciplinare che la rendesse compatibile; è proprio ciò che è avvenuto in quest’ultimo mezzo secolo. La massoneria internazionale ha messo in atto ogni mezzo per attuare tale trasformazione; la stessa opposizione tra conservatori e progressisti (gli uni e gli altri controllati da occulte entità superiori) è funzionale alla disgregazione del corpo ecclesiale, secondo un preciso metodo che sfrutta le divisioni ai livelli più bassi, mentre le coordina a quelli più alti. Al punto in cui siamo arrivati, il progetto si lascia scorgere in modo sempre più scoperto, segno, questo, che i suoi promotori hanno acquisito una sicurezza umanamente incontrastabile. La “religione umanitaria” che vorrebbero inculcarci, con il suo culto paganeggiante della Madre Terra, i suoi “comandamenti” dell’accoglienza indiscriminata e della società multietnica, il suo egualitarismo assoluto e massificante, è un indottrinamento “democratico” alla riduzione della popolazione, alla cancellazione delle identità (culturali, nazionali e perfino sessuali), alla supina accettazione di deleteri programmi elaborati da menti perverse (come, per esempio, la sostituzione dei popoli).

Il sostrato cabalistico di tale progetto affiora in modo inequivocabile con la sua idea di una divinità che, per completarsi, deve identificarsi con il suo contrario (ed ecco il Cristo che si fa diavolo…); che, pur essendo sempre la stessa, si manifesta con volti diversi nelle varie religioni (che devono quindi esser tutte volute dalla sapienza divina…); che si identifica con l’Uomo e si evolve secondo lo sviluppo di una presunta coscienza collettiva (che è al cuore dell’originale mistica del popolo e deterrebbe l’autorità di capovolgere la legge morale, in modo che comportamenti finora esclusi in quanto intrinsecamente cattivi diventino non solo leciti, ma addirittura lodevoli, se non obbligatori). Non è necessario che chi si fa profeta di simili farneticazioni sia membro delle logge: è sufficiente che ne condivida il pensiero. In ambito operativo, anzi, la regia occulta non colloca, di regola, degli illuminati (che, in virtù delle loro conoscenze, potrebbero acquisire un potere eccessivo e rendersi troppo indipendenti), bensì personaggi ispirati, che cioè abbiano le “idee giuste”, ma siano all’oscuro del progetto complessivo e dell’identità dei burattinai supremi.

In quest’ottica, anche il tradizionalismo va riassorbito secondo il modello della Chiesa patriottica cinese. La giostra può pure apparire multiforme e variegata, purché sia interamente manovrata dal ferreo regime e giri, in fin dei conti, a pro dei suoi scopi. Più bestie si vedono, del resto, più il circo risulta interessante; se son chiuse in gabbia, se ne possono osservare le divertenti esibizioni senza alcun pericolo. Anche l’agitarsi e il dar corso ai nervi – per tornare alla divina esortazione ricevuta da don Dolindo – può riuscire a beneficio del sistema, che fa così brillare la propria tolleranza per contrasto con l’intransigenza oscurantista dei palesi oppositori, ben schedati e sorvegliati. Per non cadere in trappola, dunque, bisogna conservare la mente lucida e aspirare a un’anima pacificata e chiaroveggente perché illuminata dallo Spirito Santo. Respingerne l’assistenza e perdere la purezza di cuore con le proprie ribellioni, nel frangente in cui ci troviamo, sarebbe la peggiore delle disgrazie e la più splendida vittoria del nemico.

Acquista la pace interiore e migliaia, intorno a te, troveranno la salvezza (prepodobnij Serafim Sarovskij, 1759-1833).


Per approfondire:

sabato 30 marzo 2019


Persegui la perfezione




Signore Dio onnipotente, che ci hai fatto arrivare all’inizio di questo giorno, salvaci oggi con la tua potenza, affinché in questo giorno non deviamo verso alcun peccato, ma i nostri discorsi siano sempre orientati, i nostri pensieri e le nostre azioni sempre diretti ad operare la tua giustizia (dall’Ufficio Divino).

La santità consiste, in negativo, nell’assenza di ogni peccato; in positivo, nella somiglianza a Cristo. È evidente che, per ottenere la seconda, occorre anzitutto raggiungere la prima. Nella pratica, i due processi sono correlativi e reciprocamente proporzionali. Un’incipiente conformazione al Signore presuppone certamente l’eliminazione di tutti i peccati mortali (che privano l’anima della grazia santificante), ma non ancora quella di tutti i peccati veniali e di tutti i difetti. Fra questi ultimi, anzi, ci possono essere debolezze involontarie da cui Dio, per mantenerli umili, non libera nemmeno i più progrediti, nonostante le loro insistenti richieste. Perché vi sia peccato, del resto, è necessario il deliberato consenso, che di solito manca quando una persona sottoposta a profonde purificazioni o agli effetti di ferite del passato cede, suo malgrado, a qualche imperfezione.

La crescita nella santità è dunque possibile anche in condizioni di disagio o di sofferenza interiore, purché ci sia fede viva e buona volontà. Se riceviamo regolarmente la grazia mediante i Sacramenti, ce ne lasciamo impregnare nella preghiera e la esercitiamo in opere suscitate dalla carità, a poco a poco essa ci trasforma con la nostra collaborazione. Possiamo però anche frapporle ostacoli (per esempio, con l’ostinazione in un’opinione erronea, l’orgoglio di non riconoscere i torti inflitti agli altri, la pigrizia nel combattere un difetto o una cattiva abitudine) oppure mancare di corrisponderle (per esempio, trascurando una buona ispirazione del Cielo od omettendo l’adempimento di un dovere che la coscienza ci impone). Può persino accaderci di dilapidare, con ricadute in vecchi peccati o  cedimenti a tendenze malsane, i tesori spirituali che il Signore ci ha elargito. È per questo che la tradizione ascetica ha sempre raccomandato una continua attenzione a sé stessi, piuttosto che ai difetti e alle mancanze altrui.

La via della perfezione cristiana non è impossibile, né è riservata in modo esclusivo a determinati ceti della Chiesa, sebbene la vita consacrata ne rappresenti la forma più radicale ed esemplare. Chi, per via del suo stato, è posto in evidenza davanti al popolo deve indicargli la strada da percorrere in modo convincente, facendogli da guida e modello. Oggi è invalsa una concezione secondo la quale i religiosi, per adempiere bene la propria missione, dovrebbero essere e agire il più possibile come tutti gli altri, anziché distinguersene. In tal modo molti di loro hanno snaturato la propria vocazione, rendendola insignificante, e in molti casi, di conseguenza, l’hanno pure abbandonata. Le rinunce che la caratterizzano vanno sì intese in chiave positiva (come incentivo all’amore soprannaturale), ma non le si può reinterpretare fino ad annullarle. La perfetta continenza, il rifiuto di ogni possesso e la sottomissione ai superiori mostrano ai laici l’esigenza comune della castità (anche nell’uso del matrimonio), del distacco (affettivo o effettivo) dai beni di questo mondo e dell’obbedienza alla volontà di Dio (manifestata mediante chi Lo rappresenta sulla terra).

Nel Breviario tradizionale, i testi dell’Ora Prima – per ignoti motivi abolita in quello “riformato” – contengono un vero e proprio programma per tutta la giornata del cristiano che desidera davvero seguire il suo Maestro. Già nell’inno si chiede a Dio la grazia di esser preservati da quanto può nuocere all’anima: la lingua sia frenata onde evitare liti; la vista distolta dalle inconsistenti attrattive del mondo; il cuore, esente da stoltezza, purificato nell’intimo; l’arroganza della carne domata dalla moderazione di cibo e bevande. Così, al calar della notte, i fedeli potranno cantare gloria a Dio puri per l’astinenza dai peccati, risultato, questo, cui mira in particolar modo il tempo di Quaresima, ma che deve diventare un impegno stabile: sarebbe derisorio effettuare certi sforzi per soli quaranta giorni, lasciandosi poi andare per il resto dell’anno.

In questa palestra quotidiana, in cui è necessario esercitarsi per tutta la vita, senza interruzione, una vigile e costante ascesi non può esser sostituita da nient’altro. Il criterio onnicomprensivo ci è fornito dall’orazione riportata in apertura, che segue la salmodia e il capitolo: secondo i due aspetti della santità (in negativo e in positivo), oltre che per evitare il peccato l’aiuto divino è chiesto al fine di indirizzare pensieri, parole e azioni alla realizzazione della giustizia di Dio, cioè della Sua volontà. Dopo il Pater, un versetto salmico domanda al Signore di volger lo sguardo ai Suoi servi, che sono opera Sua, e di guidare i loro figli; la Sua luce risplenda su di noi e sia Lui a regolare le opere delle nostre mani (cf. Sal 89, 16-17). Segue una preghiera che al tempo stesso specifica e compendia lo spirito di questo ufficio: «Dégnati, o Signore Dio, Re del cielo e della terra, di dirigere e santificare, reggere e governare, oggi, i nostri cuori e i nostri corpi, i nostri pensieri, discorsi e atti nella tua legge e nelle opere dei tuoi comandamenti, affinché ora e in eterno, con il tuo aiuto, meritiamo di esser salvi e liberi, o Salvatore del mondo».

L’unica condizione della vera libertà, in vista della salvezza definitiva, è l’osservanza della Legge donata da Colui che ci ha non solo creati, ma anche redenti e chiamati alla Sua gloria: è del tutto logico che le nostre opere debbano esser conformi al volere di Colui del quale siamo opera noi stessi, nel quale siamo salvi e col quale siamo chiamati a regnare per sempre dando gloria senza fine al Padre, Re immortale dei secoli (cf. 1 Tm 1, 17). Per questo, durante l’anno, l’Ora Prima si conclude, ampliandolo, con un auspicio in cui san Paolo tutto riassume: «Il Signore diriga i nostri cuori e i nostri corpi nella carità di Dio e nella pazienza di Cristo» (cf. 2 Ts 3, 5). L’originale greco suggerisce l’idea che il cuore sia raddrizzato così da poter essere introdotto in quell’amore di agape che è la Trinità stessa e in quella capacità di sopportazione che è propria del Redentore: ecco la sintesi del cammino di santificazione.

Per due volte è invocato il Re della creazione visibile e invisibile, quasi a rammentare all’orante il giudizio e la mèta che lo attendono; la vita eterna è altresì esplicitamente indicata nella benedizione finale. Tutto ciò che faremo durante la giornata, dunque, riceve in tal modo la retta norma e il giusto orientamento: il pensiero di dover rendere conto, un giorno, di ogni pensiero, parola e azione ci aiuta a respingere le tentazioni e ad osservare i Comandamenti, confortandoci al tempo stesso con l’attesa della ricompensa riservata a coloro che avranno lottato secondo le regole (cf. 2 Tm 2, 5). Quanto più aspro è il combattimento, tanto più ricchi sono i meriti acquisiti e più elevato il grado di gloria in Paradiso. Ciò che dobbiamo patire quaggiù, se accettato e offerto volentieri, riduce la pena temporale del Purgatorio e rende l’anima più capace di beatitudine. Questa certezza ci induce a ringraziare la Provvidenza per le avversità che dispone per noi in questa vita e a rallegrarcene in spirito di fede, anziché lamentarcene con impazienza. Le nostre pene interiori sono sensibilmente aggravate dal fatto che le viviamo con un cuore non rettificato.

Un’ultima annotazione si impone. La vera partecipazione attiva alla Messa – quella interiore – consiste nell’associarsi, con la mediazione del sacerdote, al Sacrificio redentore di Gesù, offrendo al Padre, in Lui, con Lui e per mezzo di Lui, la propria persona e la propria esistenza, gioie, fatiche e dolori. Nulla, tuttavia, può esser deposto sull’altare, nel calice e sulla patena, che non sia degno di Dio. Ecco allora la ragione ultima per cui ogni nostro pensiero, parola e azione deve risultargli gradito: non possiamo certo presentargli qualcosa che Lo offenda o Lo rattristi. Partecipare alla Messa in questo modo è dunque un potentissimo atto di perseguimento della perfezione cristiana, in quanto ci fa tendere ad essa ad ogni istante in tutto ciò che siamo e facciamo, facendo poi scaturire torrenti di grazia su ciò che saremo e faremo, in vista della successiva offerta. Questa dinamica pulsante della vita spirituale ci eleva, giorno per giorno, nella santità di Cristo e abbraccia di carità il mondo intero, vicini e lontani, aspirandolo nel vortice dell’amore trinitario mediante l’opera della Chiesa che prega, celebra, annuncia, converte e santifica.

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sabato 23 marzo 2019


Verginità spirituale




Più la vita di silenzio è densa, più l’anima è sola con Dio; e più l’anima è vergine, più si ritira dall’agitazione del mondo (Robert Sarah, Dio o niente, Siena 2015, 274).

La peggiore malattia spirituale, peculiare al nostro tempo, è una fondamentale disposizione di spirito che attacca proprio la fede. Sullo scorcio del Medioevo, prima che le idee nominalistiche e umanistiche impregnassero la cultura, il realismo del pensiero cristiano rendeva il soprannaturale un elemento familiare e quasi normale della vita; una fede semplice e diretta faceva sì che i miracoli fossero frequenti e comunicava perciò, anche in tempi calamitosi, una sicura fiducia nella vigile e onnipotente presenza di Dio. Fu per la crisi della scolastica (che trasformò la teologia in una selva di sottigliezze mentali riservate a pochi), poi per la diffusione della gnosi rinascimentale e per lo sconquasso dottrinale della rivoluzione protestante che dilagarono la credulità fideistica e l’insana attrattiva per la magia, fino allora contenute in margini abbastanza ristretti. L’autorità ecclesiastica, in ogni caso, vigilava sui fenomeni eccezionali onde accertarne l’origine.

Oggi la temperie culturale della postmodernità ha amputato dal cervello di molti cattolici la nozione stessa di spirito e di trascendenza. Da un lato, la loro fede positivistica è paralizzata da un tirannico naturalismo che esclude a priori il soprannaturale; dall’altro, abbandonati a una concezione arbitraria e soggettivistica del divino, abboccano con estrema facilità a tutto un ventaglio di spiritualismi, che si presentino come apparentemente tradizionali o seducentemente orientaleggianti. Il risultato è che i veri miracoli son diventati rari e che la gente, alle prese con disgrazie e malattie, cade spesso nelle dipendenze o nell’occultismo, se non nella disperazione fino al suicidio. Il filtro della fede adulta mette in dubbio tutto, anche fatti accertati da testimonianze incontrovertibili, ma lascia al contempo passare qualunque assurdità per un malinteso rispetto della libertà di coscienza o per un’acritica accondiscendenza alla religiosità di massa, illudendosi poi di rimediare al disastro con chiacchiere fumose o con palliativi che curano i sintomi senza arrivare alla radice del male.

Per combattere bene all’esterno, dunque, bisogna prima controllare se per caso il nemico non sia già in casa. A lungo andare persino la sana dottrina, senza una viva relazione con Dio coltivata nella preghiera, può risolversi in un gioco intellettuale costruito con puri nomi cui non è più associato alcun contenuto reale. Anche su questa strada, proprio per la buona causa della Tradizione, si può finire con l’escludere l’azione soprannaturale del Salvatore contando presuntuosamente solo sul proprio agire puramente umano, magari determinato da malattie spirituali. Coltivare l’umiltà, prima ancora che la via regia dell’unione con Dio, è una questione di interesse personale: chi si lascia dominare dalla superbia, infatti, perde progressivamente il contatto con la realtà, che vede ormai unicamente attraverso le lenti deformanti delle sue convinzioni soggettive. L’umile è invece in grado di acquisire un sano realismo che gli permette di valutare le situazioni in modo obiettivo e di discernere con sicurezza cosa è alla sua portata e cosa non lo è.

Da più parti si sfidano i consacrati a uscire allo scoperto. Debbo anzitutto domandarmi: è volontà di Dio? oppure è una suggestione del demonio? o ancora una spinta proveniente dall’io ribelle? Quale ne sarebbe, inoltre, la reale utilità? Non è diventando rivoluzionari di segno contrario, insubordinati alla legittima autorità e insofferenti alla croce, che si giova alla Chiesa. Per il bene delle anime, basta che buoni sacerdoti si facciano discretamente individuare, senza per questo farsi impallinare dagli avversari: se quelli che celebravano per i vandeani o per i cristeros si fossero esposti all’arresto senza necessità, chi sarebbe rimasto a fianco dei combattenti? Perché il loro ministero porti frutto, tuttavia, occorre altresì che i fedeli siano docili alla loro guida. Chi rigetta ogni messa in guardia dalle derive scismatiche o dai misticismi fasulli non ha bisogno di preti, visto che ha già deciso tutto da solo; a che scopo reclama allora che si manifestino apertamente? Semplicemente per sentirsi confermato nell’orientamento che ha scelto da sé? Mi dispiace, ma non è questo il ruolo dei Pastori – e non è proprio il caso di bruciarsi per il gusto di avere al proprio seguito una masnada urlante di gente accecata dalla rabbia, dal risentimento e dal disprezzo verso tutti gli altri. Sarebbero questi i veri cristiani?

Ciò che è in nostro potere, oltre alla preghiera e alla difesa della verità, è richiedere una presa di posizione da parte di coloro che hanno l’autorità e la responsabilità di intervenire. Non illudiamoci che qualcuno, in Vaticano, tremerà alla nostra voce, se ci faremo riconoscere. Quel che il regime teme di più, al contrario, è l’esistenza di reti sotterranee che sfuggano alla sistematica sorveglianza su tutte le iniziative pubbliche. Non intendo pertanto fare il suo gioco lasciandomi incasellare in un’opposizione controllata: sono proprio i più esposti che possono essere utilizzati per attirare i dissidenti e individuarli. Ma, al di là di queste considerazioni tattiche, è una questione di fede che deve rimanere il criterio ultimo e decisivo di ogni scelta: la Chiesa è e rimane una e apostolica, soprannaturalmente coesa e guidata grazie al ministero dei successori degli Apostoli, i quali non possono diventare tutti eretici, nemmeno se permangono in comunione (almeno esternamente) con un papa materialmente, ma non formalmente eretico. Chi non riconosce questo non è cattolico, in quanto non crede più l’indefettibilità della Chiesa.

Se nelle mie disamine evito generalmente di fare nomi, è per il semplice motivo che il mio intento non è polemizzare con persone o istituzioni, ma porre in luce, per utilità dei lettori, i pericoli che intravedo, indicando quanto basta perché chi deve intendere, ritrovandosi in quelle osservazioni, intenda, se il suo cuore è umile e sincero. C’è pure chi pensa di saper tutto e prova ogni volta a deviare il discorso in diatribe su dettagli secondari, ma lo fa soltanto a proprio danno, non perché chi scrive sia infallibile, bensì perché, quando la divina Sapienza – benché per mezzo di strumenti indegni e insufficienti – bussa alla coscienza, uno ha tutto l’interesse a darle ascolto. Il Signore può scegliere chi vuole per parlarci, persino dei credenti non ancora battezzati che, per purezza di cuore, sono ricettivi alla grazia preveniente. È così che io stesso ho potuto riudire, espressa con spontanea semplicità, una legge fondamentale della vita soprannaturale, ossia l’interdipendenza tra le virtù teologali: «Quando la fede va giù, la speranza e la carità la riportano su».

Quando ci sentiamo vacillare nella prima, il desiderio e l’amore di Dio intervengono a sostegno e rinforzo. Viceversa, qualora lo scoraggiamento offuschi la seconda, la conoscenza e la dilezione di Lui la ravvivano con la certezza che non può abbandonare chi Lo ama né deludere chi Lo serve con abnegazione. Anche le tentazioni contro la terza possono essere vinte, se l’intelletto è illuminato dalla verità rivelata e la volontà fortificata dall’attesa della ricompensa celeste. È sempre l’unico e medesimo Sommo Bene che, con le virtù teologali, viene conosciuto, desiderato e amato. Questa dinamica spirituale consente di spalancare la gabbia del soffocante materialismo, dell’appiattente immanentismo e del fluttuante storicismo in cui si è rinchiusi dal pensiero dominante, ma pure di superare le secche di un’adesione meramente formale alla dottrina, priva di speranza e di carità, che sterilizza l’anima e la lascia preda dei sentimenti cattivi generati dalle sue malattie. In quest’ultimo caso, una fede solo pensata (e quindi non autentica) può a poco a poco inaridire le altre due virtù, già così poco sviluppate, e degenerare in una disposizione permanente di astio indiscriminato contro tutto e contro tutti, anticamera dell’Inferno.

Conserva e accresce le virtù teologali solo chi si mantiene umile, si mortifica volentieri, pratica la penitenza e dimentica l’amor proprio. Si illude chi pensa di poter saltare direttamente all’ultima casella del gioco (l’unione consumata con Dio) senza passare per quelle precedenti (la purificazione del cuore, la lotta contro le passioni, la correzione di vizi e difetti, l’espiazione dei peccati passati, l’esercizio della carità verso il prossimo…). Digiunare regolarmente, ognuno secondo le sue forze; curare il raccoglimento, riducendo la dipendenza dai mezzi di comunicazione; coltivare il silenzio, tralasciando letture o conversazioni inutili; imporsi qualche privazione o accettare con serenità le afflizioni inflitte dall’esterno, purché non vada a detrimento di altri o delle proprie responsabilità; per chi se la sente, portare il cilicio (almeno per qualche ora il venerdì, sospendendone l’uso, però, nel caso abbia ripercussioni troppo gravose sulla psiche): ecco gli elementi principali di un’ascesi discreta e incisiva che rende la preghiera irresistibile fino a fare miracoli, come quella dei Santi. Per imparare a pregare come loro, con la stessa audacia e confidenza, meditiamo l’invocazione posta in chiusura, scaturita dall’intimo di un predicatore di sicura dottrina.

«Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne» (2 Sam 5, 1; cf. 1 Cor 12, 27). Così i penitenti devono dire a Cristo: «Abbi pietà di noi, perdona i nostri peccati, perché noi siamo tue ossa e tua carne. Per noi uomini ti sei fatto uomo, per redimerci. […] Ad un angelo non possiamo dire: “Siamo tue ossa e tua carne”. Ma a te, che sei Dio, Figlio di Dio, che non hai assunto gli angeli, ma il seme di Abramo, possiamo dirlo in verità. Abbi dunque misericordia delle tue ossa e della tua carne! E chi mai ha avuto in odio la sua carne (cf. Ef 5, 29)? Tu sei nostro fratello e nostra carne, quindi sei obbligato ad aver pietà e a compatire le miserie dei tuoi fratelli. Tu e noi abbiamo lo stesso Padre: ma tu per natura, noi per grazia. Tu dunque, che nella casa del Padre hai ogni potere, non volerci privare di quella sacra eredità, perché noi siamo tue ossa e tua carne» (sant’Antonio di Padova, Sermone per la Domenica III dopo Pentecoste, I, 4).