Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 21 febbraio 2026


Radicalizzazione di uno scisma

 

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20, 21).

Può forse nutrirsi lecitamente del Corpo reale di Cristo chi ne lacera il Corpo mistico che vive sulla terra? Qualsiasi buon cattolico reagisce a tale domanda con una smorfia inorridita – e ben a ragione. Comunicarsi all’unico Pane senza appartenere all’unica Chiesa è non soltanto un’insuperabile contraddizione,  ma anche un intollerabile affronto a Colui che ha sacrificato Se stesso sulla Croce per dare vita alla Sposa e, al contempo, far sì che fosse una, non in senso puramente numerico, bensì sul piano dell’essenza: il Sangue divino è stato sparso per riunire i figli di Dio dispersi (cf. Gv 11, 52), mentre lo Spirito Santo, quale anima del Corpo, ne unisce tutte le membra col Capo e tra di esse. La Chiesa, in altre parole, non sussiste se non come mistero di unità e di comunione.

Fine delle discussioni inutili

Che la Fraternità Sacerdotale San Pio X sia oggettivamente in stato di scisma non è opinione di chi scrive, ma sentenza della suprema autorità della Chiesa: l’ordinazione di vescovi contro la volontà del Papa è per sua stessa natura un atto scismatico (cf. Giovanni Paolo II, Motu proprio Ecclesia Dei [2 Luglio 1988], 3). La necessità del mandato pontificio, ai fini di tale atto, non deriva unicamente da leggi meramente ecclesiastiche (come erroneamente sostenuto dai “teologi” di detta fraternità), ma dipende dalla costituzione divina della Chiesa, in forza della quale chiunque in essa eserciti un ministero può farlo legittimamente solo se ne ha ricevuto formale mandato dall’autorità superiore.

I vescovi, in quanto membri del collegio episcopale, succeduto a quello apostolico, non possono governare una porzione della Chiesa se non in comunione gerarchica con tutti gli altri, quindi sotto l’autorità del Papa, dal quale ricevono la potestà di governo (potestas iurisdictionis) su una determinata diocesi, benché il potere sacramentale (potestas ordinis) sia loro conferito direttamente da Cristo mediante la consacrazione episcopale. Questi due poteri, sebbene distinti, non sono tuttavia separabili, in quanto sono entrambi ordinati all’edificazione e alla crescita del Corpo Mistico. Perciò pretendere che un vescovo possa legittimamente amministrare i Sacramenti senza avere la giurisdizione sui fedeli o almeno la delega dell’Ordinario del luogo è contraddittorio, oltre a ledere gravemente la funzione episcopale e a trattare i Sacramenti alla stregua di atti magici.

Le (fallaci) argomentazioni della San Pio X sfiorano il giuspositivismo assoluto: la loro pretesa di stabilire una legittimità alternativa presuppone che tutto, nella Chiesa, dipenda da determinazioni positive del legislatore e, di conseguenza, possa essere modificato o sospeso. A questa deviazione si associa il puro nominalismo del pretesto addotto per sanare l’illegittimità del ministero dei suoi sacerdoti: la carità verso i fedeli giustificherebbe gravissime infrazioni all’ordinamento canonico che nel loro caso, oltretutto, sono sistematiche e durano da cinquant’anni. Qui la carità è soltanto una parola con cui si tenta – invano – di coprire il terrificante abuso con cui si amministrano Sacramenti illeciti e si illudono i fedeli di essere in stato di grazia, quando invece (salvo il caso dell’errore invincibile) oggettivamente non può essere così.

La realtà dietro la foglia di fico

Il mantra dello stato di necessità è un misero alibi privo di ogni oggettività e autocertificato da chi ne trae vantaggio. La fattispecie così denominata è una situazione circoscritta nel tempo e nello spazio, non certo una situazione che possa riguardare la Chiesa Cattolica nella sua interezza; sostenere ciò significa considerare inefficace la promessa di Cristo sull’indefettibilità della Chiesa (cf. Mt 16, 18) e dimostrare praticamente di non crederci. Nei regimi comunisti quello stato si è sì protratto per decenni, ma i casi in cui, per inderogabile necessità, si è stati costretti a ordinare vescovi senza mandato pontificio sono eccezioni e, comunque, non costituiscono esempi di ribellione. Qui si pretende addirittura che i sacerdoti e i vescovi della Fraternità siano gli unici ad amministrare i Sacramenti in modo sicuro, al punto di dissuadere i fedeli dal riceverli perfino da sacerdoti tradizionali che non vi appartengano e di proibire severamente la partecipazione alla Messa di Paolo VI, bollata come rito protestante tout court.

Ora, con quale autorità quei sacerdoti danno ordini e impongono divieti, se non hanno giurisdizione sui fedeli? La pretesa di governarli senza alcun mandato si configura come un gravissimo abuso non solo canonico, ma anche di coscienza. Eppure la Fraternità, sia in pratica che in teoria, rivendica il diritto e il dovere di funzionare a tutti gli effetti come una giurisdizione ecclesiastica, che però non esiste. Non solo, ma tale entità-fantasma pretende di operare – per il bene delle anime, beninteso! – in modo completamente indipendente dalla legittima autorità: di fatto è una vera e propria Chiesa parallela e autosufficiente. I tentativi di legittimare tale enormità anche de iure si configurano come una fantateologia che gareggia con quella dei modernisti più estremisti, in quanto tradisce una visione protestantica.

Concordiamo senz’altro sul fatto che la Chiesa Cattolica stia attraversando la più grave crisi interna della sua storia; riconosciamo però, al contempo, che i mali della vita ecclesiale non si sanano con la divisione e che un errore non si vince con un errore di segno contrario, bensì con la verità. Solo chi persevera nell’obbedienza alla verità dentro la Chiesa, per quanto ciò sia martirizzante, può conservare la sana dottrina; chi invece se ne pone fuori deve necessariamente distorcerla per giustificare la propria posizione, che non è assolutamente giustificabile. Così non solo i Sacramenti sono illeciti, ma l’insegnamento stesso finisce con l’essere deformato in nome di una presunta fedeltà a una “tradizione” ridotta a corpo morto di dottrine astratte avulso dal grembo della vera Tradizione, la quale si perpetua grazie alla comunione gerarchica – e in essa soltanto. Uno stato di scisma che si protrae nel tempo, a lungo andare, sfocia perciò, inevitabilmente, nell’eresia: esempio lampante di eterogenesi dei fini.

L’eresia come effetto della lotta all’eresia

La tragedia degli scismatici e degli eretici è che, nella loro sconfinata arroganza, rifiutano qualsiasi cura, respingendo per principio ogni ipotesi di riconciliazione. Nel caso presente, essi pongono come precondizione che la Santa Sede dia loro ragione su tutto e accetti tutte le loro pretese: in parole povere, il Papa dovrebbe ammettere di esser finito completamente fuori strada con l’intero episcopato e, di conseguenza, di doversi far dare lezioni da loro in ogni materia, dalla dogmatica alla morale, al diritto canonico… Che ciò sia palesemente impossibile non è rilevante: la Fraternità non vede alcuna necessità di approvazione canonica, dato che vuole l’indipendenza assoluta e, anzi, intende preservarla. La pantomima delle lettere e degli incontri al vertice è solo una tattica mirante a rafforzare le motivazioni della decisione già presa, come a dire: «Abbiamo esposto le nostre ragioni, ma quelli non ci hanno ascoltati»; infatti la decisione è stata rapidamente confermata.

Lo scisma e l’eresia, poi, si associano necessariamente al fanatismo, del quale han bisogno per legittimarsi e senza il quale non possono continuare a sussistere, dato che le loro ragioni si smontano in due passaggi. Ciò che più addolora è vedere tanti fedeli trasformati in fanatici da un indottrinamento che ruota su tre-quattro idee inculcate in modo ossessivo e senza possibilità di dibattito; chiunque osi avanzare anche solo l’ombra di un dubbio è irrevocabilmente bollato come modernista ed escluso dal consorzio degli eletti, gli unici che si salvino. Dispiace ammetterlo, ma queste sono le caratteristiche tipiche delle sètte; ciò che è davvero paradossale, tuttavia, è che quella, che pur si presenta come antitesi della modernità, sia perfettamente conforme alle più aberranti istanze postmoderne: gli estremi opposti si toccano. Abbiamo non soltanto l’assoluto giuspositivismo e il nominalismo puro, infatti, ma anche l’individualismo egocentrico, esclusivistico e autoreferenziale – come usa dire. Lì, però, la chiamano carità.

La pretesa di legittimare un ministero illegittimo e la frottola di non aver l’intenzione di rompere l’unità nell’atto stesso con cui la si spezza richiedono l’abbandono del principio di non-contraddizione, cosa che rende impossibile qualunque tentativo di dialogo, poiché si nega la realtà in nome di un’idea. A ciò si aggiunge la menzogna secondo cui non si può conservare il seme della fede né il sacerdozio cattolico, insieme agli altri Sacramenti, se non grazie a un’aggregazione che vive separata dal resto della Chiesa. A raccontarsi simili balordaggini per cinquant’anni inculcandole ossessivamente ai fedeli si finisce o in un disturbo mentale (il delirio) o nella più spudorata falsità. In un caso come nell’altro, bisogna d’ora in poi evitare ogni contatto con quella setta e smettere sia di ascoltare che di leggere ciò che da essa è prodotto, poiché ciò porta a peccare non solo contro la fede, ma anche contro la speranza e la carità.

Anziché l’aperta insubordinazione all’autorità (che ha fatto apparire la Messa tradizionale come un appannaggio di gruppi scismatici), la strada giusta da battere sarebbe stata la pacifica rivendicazione del diritto insopprimibile di usare il Messale di san Pio V, che non è stato abrogato né lo potrebbe. I sacerdoti che la scelsero poterono continuare a celebrare la Messa antica, benché in mezzo a gravi sofferenze e ingiustizie. Il Cristo, d’altronde, non ci ha permesso facili scorciatoie, ma ci ha comandato di seguirlo sulla via della Croce. Il vero bene delle anime esige un’obbedienza crocifiggente, non la superbia della ribellione, per quanto ammantata di nobili motivi e di saccenti sofismi. La salus animarum non può in alcun modo esser privatizzata da gruppi separati che ne facciano un pretesto per permanere nella disobbedienza e radicalizzare uno stato di scisma consolidandolo in modo definitivo.


Per approfondire:

https://lanuovabq.it/it/vescovi-fai-da-te-il-rischio-di-creare-una-chiesa-parallela

https://lanuovabq.it/it/lefebvriani-lo-stato-di-necessita-e-una-contraddizione

https://blog.messainlatino.it/2026/02/il-nuovo-scisma-della-fsspx-non-e-giustificato-mons-marian-eleganti.html

https://www.sabinopaciolla.com/la-questione-fondamentale-che-il-vaticano-deve-esigere-dalla-fsspx/

https://www.internetica.it/don-citati-FSSPX.pdf


sabato 7 febbraio 2026


Il tramonto di un impero

 

Nella ridda di analisi, ipotesi e pronostici scatenata in ambito geopolitico dagli eventi accaduti nelle prime settimane del 2026, non bisogna fissare lo sguardo su dettagli isolatamente focalizzati, bensì considerare il contesto generale in cui si collocano. Anche la controinformazione, spesso, arresta le sue riflessioni a un certo livello, dando la falsa impressione che quelle spiegazioni siano sufficienti. È anche vero, d’altronde, che l’accesso agli elementi atti a chiarire adeguatamente il quadro ci è in gran parte precluso; di conseguenza non possiamo fare altro che dedurre dai dati disponibili una visione dell’assetto mondiale che sia almeno probabile, in alternativa a quella, del tutto inaffidabile, fornitaci dalla propaganda di regime.

L’agonia di un gigante

A fondamento di velleità abusive e proclami altisonanti, occorre anzitutto riconoscere la situazione disastrosa dell’economia statunitense, gigante dai piedi d’argilla che poggia su un debito pubblico di nientemeno che trentottomila miliardi di dollari, i cui soli interessi annuali (ben seicentocinquanta miliardi) superano il prodotto interno lordo. In queste condizioni, Washington continua a mantenere circa ottocento basi militari (di cui più di un centinaio solo in Italia) sparse su tutto il globo terracqueo, rischiando così, da qualche anno in qua, la bancarotta. Il problema è aggravato dal fatto che sempre più numerosi Paesi mirano a sganciarsi dal dollaro per le transazioni internazionali, mentre i grandi detentori di quote del debito pubblico americano (in primis, la Cina) stan cercando di sbarazzarsene, con conseguenze imprevedibili.

A tale disperata emergenza vengono opposte due soluzioni divergenti: quella dei globalisti, che si ostinano a propugnare il progetto di un mondo unificato (e schiavizzato) dall’alta finanza, con gli Stati Uniti in veste di sceriffo planetario che faccia rispettare le regole da essa imposte, e quella dei trumpiani, i quali, per salvare il salvabile, preferiscono un modello di supremazia che convenga soprattutto agli interessi americani, pur tenendo conto di quelli altrui (a cominciare da quelli della Russia). Dietro gli uni c’è l’oligarchia bancaria apolide dei fondi di investimento, che perde terreno ma tiene ancora in pugno l’Europa con l’estensione britannica del Commonwealth; dietro gli altri c’è la nuova tecno-oligarchia emergente della Silicon Valley, composta per lo più di ebrei nati e cresciuti in America.

Nel primo caso, una ristrettissima mafia di banchieri, il cui cuore è l’extraterritoriale City londinese e i centri operativi le borse commerciali, persegue da decenni una sorta di comunismo capitalistico globale (eufemisticamente chiamato capitalismo inclusivo) e vuole privare gli Stati della sovranità come i cittadini di ogni proprietà, promettendo l’illusoria felicità di non possedere nulla. Nonostante le tensioni degli ultimi anni, sembra riconfermata l’intenzione di fare della Cina la nuova potenza egemone, cosa che la seconda scuola, evidentemente, non può conciliare con il progetto di rifare grande l’America. In quest’ultimo caso, però, bisogna inevitabilmente ridimensionare le pretese e accettare una ripartizione delle influenze geopolitiche in base a un equilibrio concordato.

La nuova strategia

La sopravvivenza richiede, da un lato, la diminuzione delle spese e, dall’altro, l’accesso a risorse sufficienti. Ecco allora l’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (di cui gli Stati Uniti erano i principali contributori), la cessazione degli aiuti economici all’Ucraina (che ha risucchiato un fiume di denaro) e la demolizione dell’Alleanza Atlantica (che speriamo giunta al capolinea). Caduta ogni ipocrita maschera che, finora, è stata usata per dare una parvenza di legittimità alle ingiustificabili quanto abituali intrusioni americane nella vita politica di altri Stati sovrani, non si parla più di difesa della libertà dei popoli e di esportazione della democrazia, ma si afferma con sfacciata arroganza la pura volontà di perseguire i propri interessi sputando in faccia a chi non è d’accordo, con buona pace di un’Organizzazione delle Nazioni Unite completamente esautorata.

Dall’altro lato, si impone la necessità vitale di accedere alle risorse naturali che garantiscano uno sviluppo economico reale a beneficio del maggior numero, capace perciò di ricreare quella classe media che è stata spazzata via dalla finanza usuraia e speculatrice con le sue crisi artificiali. Non c’è però bisogno soltanto di ripristinare l’industria tradizionale, delocalizzata dai globalisti (donde il fabbisogno di gas, petrolio ed energia elettrica): una nuova, immensa fonte di profitto è costituita dalla cosiddetta intelligenza artificiale, soprattutto per le applicazioni militari (donde l’incremento di guerre e massacri come fonti di guadagno e teatro di sperimentazione). Qui una generazione di giovani leoni rampanti mira appunto a soppiantare Soros, Gates, le famiglie Rothschild-Rockefeller, cioè i fautori del vecchio modello, ormai superato ma caparbiamente difeso per mezzo dell’Unione Europea, del Forum Economico Mondiale e delle istituzioni internazionali.

La nuova leva dei vari Bezos (Amazon), Zuckerberg (Facebook), Altman e Musk (OpenAI), Page, Brin e Pichai (Google) ha puntato sul signor Trump per imporre la propria agenda: alla demolizione controllata dell’assetto naturale (attuata con l’abolizione delle frontiere, l’immigrazione incontrollata, la distruzione della famiglia, la riduzione della popolazione, la confusione dei sessi, la cancellazione della cultura) essi oppongono un apparente ritorno alla “normalità” che restituisca stabilità e fiducia alle persone e alla società nelle sue diverse articolazioni. Non possiamo tuttavia illuderci che si tratti di un’inversione di tendenza mirante al bene dei popoli e degli individui: l’unico interesse è il profitto, perseguito in modo diverso e con altri mezzi, ma sempre con spregiudicato cinismo; basti pensare al contributo tecnologico di alcuni di quei colossi al genocidio di Gaza.

Per quanto riguarda l’accesso alle risorse, dunque, bisogna da una parte assicurarsi forniture sufficienti di gas e petrolio per riavviare l’industria locale; ciò spiega la banditesca impresa del Venezuela, la quale (certamente concordata con Cina e Russia in cambio di probabili concessioni, rispettivamente, su Taiwan e Ucraina) ha puntato a un regime change che permetta di sfruttarne i giacimenti a proprio vantaggio. Dall’altra, lo sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale richiede enormi quantità di acqua dolce, terre rare e metalli critici, di cui è ricchissima la Groenlandia. Non solo: il controllo di quella regione è di grande importanza anche per il dirottamento dei traffici sulle rotte artiche, che consentirebbe di evitare sia Panama che Suez, con un forte risparmio di tempo e di denaro. Morto da tempo il rispetto del diritto internazionale, è venuta meno anche la lealtà verso gli alleati: tutto è sacrificato agli interessi della nuova lobby tecnocratica.

Dalla padella nella brace

Come già visto, anche i magnati del digitale hanno in gran parte origini ebraiche o stretti rapporti con l’oligarchia giudaica, tant’è vero che alcuni di loro han stipulato contratti miliardari con l’esercito terrorista dello Stato abusivo che da ottant’anni incendia il Medio Oriente e detiene il controllo delle nuove tecnologie. Le società, inizialmente fondate come enti no profit (così da aggirare limitazioni e controlli), si son rapidamente trasformate in contractors militari che non rendono conto a nessuno, anche grazie al vuoto legislativo concernente i progressi del settore, così rapidi da impedire adeguati aggiornamenti normativi. Altra motivazione, nient’affatto secondaria, della volontà di smantellare le istituzioni internazionali (oltre al forte risparmio economico) è la necessità di eliminare gli ostacoli legali all’impiego indiscriminato dell’informatica nelle operazioni di guerra, nonché di scongiurare il rischio di processi intentati per crimini contro l’umanità.

Ben comprensibili, a questo punto, sia il canaio mediatico che le rivolte urbane aizzati ad arte dagli oligarchi di Davos contro il campione della banda emergente, che prima li ha pubblicamente presi a schiaffi a casa loro, poi ha scoperchiato il calderone degli scandali: è una faida – seppur coordinata – tra due cosche giudaiche. L’impero usuraio basato su banche, borse e fondi di investimento deve cedere il posto al nuovo impero digitale, che però non pare affatto meno spietato; anzi, se ripensiamo alle anticipazioni di qualche anno fa sul Sistema Finanziario Quantistico (QFS), il mondo che si vuole instaurare si profila come una schiavitù ben peggiore, nella quale tutto sarebbe gestito con una tecnologia informatica posseduta da pochissimi individui. Come oggi sono algoritmi a individuare obiettivi da distruggere e nemici da uccidere, così domani dovranno essere algoritmi a determinare la disponibilità di cibo, denaro ed energia, a regolarvi l’accesso e a definire le norme che ognuno dovrà osservare.

Dopo aver esasperato i popoli con un sistema che ne ha distrutto benessere, salute e indipendenza, i nuovi padroni si presentano come “liberatori” per condurli senza resistenza in un sistema molto più nocivo, il quale non è altro che la radicalizzazione del precedente sotto una veste più allettante. Non dissimile è lo scenario ecclesiastico del passaggio da un pontificato all’altro; non mancano indizi, del resto, che l’amministrazione americana sia coinvolta nell’elezione di Prevost, il cui programma, malgrado qualche divergenza d’immagine, prosegue quello del predecessore con i logori mantra di ecumenismo e sinodalità. Vogliono una Chiesa liquida in un mondo liquido, così che gli individui non abbiano più alcuna protezione. Lo esige il progresso; chi vi si oppone va eliminato come odioso nemico dell’umanità… a meno che la Provvidenza non stia preparando qualcosa di realmente nuovo, tale da sostituire l’impero anticristico che è sull’orlo del collasso: non sarebbe la prima volta, infatti, che i lupi si divorano tra loro.

 

In fondo, nulla di nuovo:

https://lascuredielia.blogspot.com/2022/10/di-trappola-in-trappola-1-la-strategia.html

https://lascuredielia.blogspot.com/2022/10/di-trappola-in-trappola-2-quando-ti.html

 

Fonti:

https://telegra.ph/Perch%C3%A9-Trump-vuole-smantellare-le-organizzazioni-internazionali-01-24

https://youtu.be/NmY4AzsGRnM?si=uWnXne3WbTHE2eme

https://youtu.be/OzfTHRT8kew?si=TALME9XRGXNrf-kz


sabato 24 gennaio 2026


I due livelli di Leone

 

C’è un modo di esprimersi, proprio degli ambienti di loggia, che si muove intenzionalmente su due o più livelli di significato: un livello di comprensione immediato, in cui si formula quanto si vuole far capire al pubblico comune, e uno o più livelli nascosti, accessibili soltanto a chi conosce le tecniche della scrittura criptica, nei quali si comunica il messaggio che interessa veramente, ma solo a coloro che devono recepirlo e sono in grado di farlo. In tal modo si compie una trasmissione di indicazioni, ordini e notizie il cui contenuto è generalmente opposto a quello manifestato in superficie e, proprio per questo, non può esser svelato alle masse, che vengono così rassicurate in modo ingannevole.

Un’altra nota tattica diversiva è l’attirare l’attenzione di tutti su un evento che faccia da schermo ad altre azioni, che così passano inosservate o quasi. Grandi attese aveva suscitato il concistoro indetto per il 7 e 8 Gennaio scorsi, il quale, grazie alla metodologia stabilita dagli organizzatori, si è risolto in una prosecuzione del tormentone sinodalità, mentre temi ben più sensibili (come la liturgia) sono stati accortamente accantonati; niente di strano, se si sa che il tutto è stato orchestrato dall’ineffabile Segreteria del Sinodo. Molto minore presa sul grande pubblico ha invece avuto il discorso rivolto dal Papa al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che sembra però contenere ben altri motivi di preoccupazione, sia pure abilmente camuffati.

Incongruenze o suggerimenti?

Come al solito, non riusciamo ad associarci al plauso generale tributato dai conservatori di diverse etichette, che si sono rallegrati delle osservazioni – in sé sacrosante – sulla necessità che le parole siano aderenti alla realtà e su quella che la pace si fondi sull’ordine stabilito da Dio. Sarebbe tutto così consolante, se non fosse per quelle apparenti dissonanze che, con il loro coerente contrappunto, ci inducono a sospettare che il testo celi almeno un secondo livello di lettura, che interessa quanti son segretamente interpellati. Proprio l’accenno al linguaggio orwelliano, che suona come un monito, potrebbe in realtà contenere l’indicazione della corretta chiave interpretativa: ciò che si sta dicendo corrisponde al “vero” inteso da chi parla, ma quel “vero” non è quello che pensa l’ascoltatore. La verità cui si appella l’oratore, probabilmente, non è la verità del senso comune, bensì una pretesa verità iniziatica: cos’è, allora, la realtà cui devono corrispondere le parole? quale l’ordine su cui deve fondarsi la pace? chi è Dio in quella visione esoterica?

Dopo i ringraziamenti (che danno l’impressione che il Vicario di Cristo sia debitore di quanti hanno accolto il suo invito e la Chiesa sia uno Stato alla pari degli altri), la rievocazione del Giubileo testé conclusosi, ignorando il suo nesso costitutivo con l’indulgenza plenaria, lo ridefinisce come occasione di esperienze benefiche per la vita terrena, senza alcun richiamo alla sorte degli uomini dopo la morte. Il riferimento al viaggio in Libano presenta quel Paese come valido esempio di intreccio di culture e religioni, quasi fosse un obiettivo da raggiungere. Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva il ricordo del Sacco di Roma perpetrato da Alarico nel 410, che introduce la riflessione derivata dall’agostiniana Città di Dio e sfociante nell’affermazione che siamo giunti al cambiamento d’epoca già preconizzato da Bergoglio, chiamato padre caritatevole.

Questi indizi di capovolgimento della visuale sono avvalorati dalla sottolineatura delle differenze tra il V secolo e il nostro tempo: una diversa consapevolezza culturale e un diverso sviluppo delle categorie di pensiero, concetti tipici dello storicismo e del relativismo. La storia dipenderebbe non solo dagli eventi esterni ma anche, in chiave soggettivistica, dagli atteggiamenti interiori di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita. Come l’Ipponate, viviamo in un periodo di profondo riassetto dei paradigmi culturali, oltre che degli equilibri geopolitici; nel suo caso, però, i cambiamenti erano subiti, ora sono pianificati. Se si accetta tale processo, come rimediare alla fluidità del linguaggio e all’ambiguità dei concetti (cose che Leone stigmatizza) così da render possibile un dialogo fruttuoso e alieno dalla violenza?

Quale sostrato filosofico?

Per garantire una connessione tra parole e realtà che assicuri una libertà di espressione ancorata alla verità, Prevost richiede l’uso di termini che esprimano inequivocabilmente cose distinte e chiare. Se l’allusione è al rosacruciano Cartesio, siamo agli antipodi del realismo del pensiero cattolico. Per giunta la libertà di coscienza è qui invocata, in chiave vitalistica e individualistica, in nome di princìpi etici e religiosi radicati nella vita personale. L’obiezione di coscienza all’aborto e all’eutanasia è de iure equiparata al rifiuto del servizio militare; nei primi due casi, però, essa è resa obbligatoria dalla legge morale, mentre nel secondo è dettata da un’ideologia: chi sopprime un nascituro o un malato terminale è un omicida, mentre chi uccide un nemico in una guerra giusta fa il suo dovere, per quanto possa farlo malvolentieri. Invece la scelta dell’obiettore, qualunque essa sia (quindi, per assurdo, anche quella di negare un farmaco salva-vita ottenuto con sperimentazioni su animali), è qui definita un atto di fedeltà a sé stessi anziché all’ordine morale e a Colui che l’ha impresso nella coscienza umana.

Il ribaltamento della realtà è ormai completo, a favore di un soggettivismo assoluto che dissolve ogni dovere nell’individualismo puro. Se è vero che lo Stato, per evitare derive totalitarie, non può violare la diversità delle coscienze sul piano del diritto esterno, rimane fermo che non può neppure tollerare che essa mini l’ordine pubblico e metta in questione il bene comune con il disprezzo delle esigenze oggettive di ogni legittimo ordinamento giuridico, che vigono a prescindere da ogni convinzione personale. Su quale base, con tali premesse, fondare la difesa della famiglia e della vita e condannare aborto, eutanasia, maternità surrogata, violenza domestica e abuso di droghe? Quale adesione è ancora possibile alla realtà, alla verità e alla natura? Cosa si intende davvero con questi termini, visto che se ne desidera la corrispondenza a concetti ben definiti e privi di ambiguità?

Una visione fluida e individualistica della coscienza (che – lo ripetiamo – non viene esplicitamente espressa, ma sembra sottesa allo scritto) permette ai signori del discorso di riversare nei cervelli le idee più aberranti con l’imbuto della Rete, ora enormemente potenziato dalla pseudo-intelligenza artificiale, strumento perniciosissimo al quale l’insistenza dei richiami papali pare volerci assuefare con intenti overtoniani. Così si spalanca la porta a qualsiasi deviazione morale: pensiamo in particolare alle perversioni sessuali, riguardo alle quali qualunque giudizio appare ormai come un intollerabile attacco alle libertà individuali; anzi, diventa obbligatorio praticarle per chi, una volta manipolato, desideri essere fedele a se stesso. A questo punto la gerarchia cattolica, da barriera contro le derive indotte nella società postmoderna, si è trasformata in alleata dei poteri eversivi; il suo capo, quasi non ci fosse alcuna contraddizione, può al contempo riaffermare la famiglia naturale e incoraggiare l’accoglienza dei sodomiti nella Chiesa.

In questo contesto anche la libertà di professare una religione (nei limiti necessari per quelle false) si riduce a diritto soggettivo dell’individuo e le persecuzioni dei cristiani, mai prima così diffuse, a crisi dei diritti umani (quando invece sono forme di odio per Cristo), come se il cristianesimo non fosse altro che una religione qualunque fra le tante. Ancora una volta la realtà con cui devono essere in accordo i concetti e le parole che li designano non è quella abitualmente intesa dal senso comune e ancor meno quella conosciuta mediante la fede. Qual è il fondamento oggettivo e trascendente cui ci si richiama, in tale prospettiva immanentistica? Se non è quello della metafisica classica e scolastica (l’unico che assicuri l’immutabilità delle realtà pensate e la stabilità del quadro conoscitivo), non rimane altro che le cattive filosofie contemporanee, profondamente influenzate dalla cabala giudaica con la sua falsa trascendenza panteistica in incessante trasformazione.

Conferme geopolitiche?

Indiretta conferma pare fornita dal fragoroso silenzio sulle atrocità che continua a perpetrare lo Stato più criminale della storia umana, mentre l’oratore non può esimersi dall’ennesima, ingiustificabile condanna dell’antisemitismo, corredata con l’immancabile citazione di un relitto, la Nostra aetate. Qui si capisce chi governa realmente il mondo e, purtroppo, anche la Santa Sede. Come negli Stati Uniti, in Vaticano sembra essere avvenuto un avvicendamento tra i candidati delle due correnti del giudaismo spurio, le quali, sia pure in un confronto che impedisce a ognuna delle parti di acquisire un potere eccessivo, sono coordinate da un’occulta entità superiore. Al di là dei mezzi adoperati e della velocità del processo, lo scopo comune è la dissoluzione di ogni ordine e verità a vantaggio dell’instaurazione di una tirannia satanica.

Diversi interventi di Leone, probabilmente, rispecchiano una molteplicità di livelli di interpretazione, a cominciare dal discorso dell’Habemus papam, il quale, per l’accurata scelta di temi e parole, non può certo essere frutto di improvvisazione né di un’affrettata stesura, visto il breve lasso di tempo intercorrente tra la fumata bianca e la comparsa alla loggia. Si vocifera, in effetti, che la mattina dell’8 Maggio (per effetto della visita pasquale di Vance?) i giochi fossero già fatti e il candidato abbia saltato il pranzo per scrivere l’allocuzione. Nel pomeriggio, inspiegabilmente, alcuni cardinali son stati visti passeggiare nei cortili interni, quando invece si sarebbero dovuti trovare nella Cappella Sistina. L’interminabile sessione di voto della sera prima, conclusasi con una brevissima e fasulla fumata nera, è forse servita a convincere i cardinali dubbi di nomina bergogliana a lasciare la scelta a quelli sicuri, onde evitare di perpetuare la situazione di incertezza del pontificato precedente?

Come che sia, non deve sfuggirci un fatto: in confronto allo sgangherato “pensiero” del predecessore, qui siamo di fronte a un’insidia ben più sottile e raffinata; chi non la coglie è o ingenuo o complice o ricattato. Dopo aver sfruttato la rozzezza di un incolto divorato dall’odio per quanto la Chiesa ha di più sacro al fine di dividerla in fazioni contrapposte, ora i nemici di Cristo, con un’abilità che ha del diabolico, son riusciti a riportare negli argini il dissenso, individuato e compattato dalle avverse circostanze dello scorso pontificato. Così, mentre il processo dissolutivo, proseguendo la rivoluzione in cappa e tiara, avanza indisturbato con stola e mozzetta, adesso nessuno più fiata; anzi, son tutti felici del nuovo corso – anche se, in realtà, esso radicalizza quello precedente. Ecco gli effetti del linguaggio orwelliano; per grazia di Dio, tuttavia, ne siamo immuni.

Il vostro linguaggio sia: «Sì, sì; no, no»; il di più viene dal maligno (Mt 5, 37).


sabato 10 gennaio 2026


Un’altra religione?

No, grazie

 

Gaude, Maria Virgo: cunctas haereses sola interemisti in universo mundo (dall’Ufficio Divino).

«Rallégrati, Maria Vergine: da sola hai soppresso tutte le eresie nel mondo intero». La mariologia cattolica, oltre ad essere un inaggirabile crocevia di tutte le discipline teologiche, rappresenta una formidabile barriera contro tutti gli errori e le deviazioni dottrinali; chi possiede una retta visione del mistero di Maria ne è perciò immunizzato e conserva facilmente la vera fede. Chi, viceversa, intende adulterarla deve inevitabilmente deformare il discorso sulla Madonna e sminuirne il ruolo. Sembra questa la vera posta in gioco dell’opposizione di certi esponenti ecclesiali alla verità della Corredenzione: ciò che è preso di mira non è semplicemente la cooperazione della Madre all’azione del Salvatore, ma l’essenza dell’opera redentrice e, di conseguenza, la natura stessa della religione cattolica, che si tenta di pervertire in vaga credenza gnostica.

Rifiuto della salvezza cristiana

In realtà, dietro il proposito apparentemente pio di preservare e difendere l’unicità della mediazione di Cristo, pare celarsi un intento che la svuota di ogni significato e valore: la Croce di Cristo, infatti, non è più presentata come sacrificio espiatorio di tutti i peccati umani quale indispensabile premessa della riconciliazione con Dio, bensì come una mera dimostrazione di benevolenza che li supererebbe senza ripararli, così da annullare le esigenze della giustizia e da lasciare i peccatori come sono. Tale idea luteraneggiante presuppone l’assunto che in Dio giustizia e misericordia siano la stessa cosa; tale assurda identificazione, però, non rispetta né i concetti della ragione né i dati della Rivelazione. Se sul piano dell’imperfezione umana si verifica di fatto una certa tensione tra queste due virtù, essa è del tutto assente sul piano dell’assoluta perfezione divina.

Il peccato, in quanto offesa di Dio, esige necessariamente riparazione. Poiché oggetto dell’offesa è il Sommo Bene, Amore infinito, la riparazione, per essere proporzionata, deve avere a sua volta un valore infinito. Ciò determina per il peccatore un dramma senza via d’uscita: in qualità di creatura, infatti, egli non potrà mai saldare questo debito. Ecco allora che la misericordia del Padre invia il Figlio nel mondo perché si incarni ed espii al nostro posto, ottenendo così quella riconciliazione il cui onere ricadeva sull’uomo ma che Dio solo poteva operare: ecco la ragione di un Dio-uomo, colta in modo magistrale da sant’Anselmo d’Aosta, ma già chiaramente indicata, nove secoli prima, da sant’Ireneo di Lione. Questa verità appartiene dunque al nucleo fondamentale della fede cristiana; respingerla o ignorarla equivale a una velata apostasia.

Prelati acattolici

Non fa certo piacere parlar male di persone che ricoprono ruoli di responsabilità nella Chiesa; vista tuttavia l’insistenza con cui certuni, nonostante sia stata difesa e chiarita dal Magistero pontificio, si accaniscono contro la dottrina della Corredenzione, si pone la necessità di sconfessarli. Un vescovo sollevato dalla diocesi con largo anticipo e chiamato a Roma per un incarico più di prestigio che di sostanza – non sappiamo se per l’imbarazzo causato dalle sue esibizioni canore durante la Messa, con tanto di chitarra e repertorio da musica leggera, o se per motivi più gravi – ha già caldamente difeso, a suo tempo, la ripugnante dichiarazione Fiducia supplicans; ora patrocina ad oltranza l’indegno papocchio Mater populi fidelis. Questi patetici tentativi di indorare una pillola che il popolo fedele (quello vero) non vuole ingoiare fan pensare che, in Vaticano, siano proprio a corto di argomenti.

Se il pornografo argentino ricorre al cultore di San Remo per ingraziarsi il pubblico, vien da pensare che sia – come usa dire – alla canna del gas. Il teorico dell’erotismo e il fautore della pop theology, peraltro, sembrano intendersi bene, cosa che non depone certamente a favore né dell’uno né dell’altro. Ciò che ci preme notare, per tornare al punto, è che le loro tesi non sono cattoliche, poiché rifiutano più o meno espressamente una verità centrale della Rivelazione cristiana, facendo piuttosto risonare idee tipiche della cabala giudaica e del chassidismo frankista, come quella di una divinità buona che dovrebbe rettificare l’opera di un demiurgo malvagio e quella di un’assurda redenzione mediante il peccato. Se le matrici ideologiche son davvero queste, chi è che sostiene dietro le quinte personaggi del genere, mantenendoli al loro posto e usandoli come sovvertitori della dottrina cattolica?

Un’altra religione

Il vero problema è che un “cristianesimo” senza Croce né Redenzione non è più cristianesimo, ma una religione diversa che lo riduce a variante del giudaismo postbiblico, sviluppatosi in insanabile e volontaria antitesi a Cristo. Perfino quei pochi simboli e termini della tradizione cattolica ancora in uso sono svuotati del proprio significato genuino e riempiti di contenuti estranei che risultano da un pervertimento degli insegnamenti evangelici (inclusione, accoglienza, misericordia senza limiti…). La salvezza, in realtà, richiede necessariamente la conversione e la collaborazione dell’uomo sotto l’effetto della grazia preveniente, alla quale bisogna acconsentire perché le grazie attuali portino il loro frutto e siano coronate dalla rinascita spirituale del peccatore redento. Senza questo, nella vita cristiana tutto perde senso e valore: preghiera, mortificazione, legge morale, Sacramenti…

Chi vuole sentirsi a posto pur permanendo nei vizi più sordidi, ovviamente, deve eliminare tutto ciò con le sue premesse dottrinali travestendo l’empietà con un simulacro di religione. L’aspetto tragico di questa apostasia velata è che quei signori han perso i contatti con la realtà del vero popolo fedele, il quale, in massima parte, li ignora; di loro si ode ancora, forse, soltanto in seminari, conventi e facoltà teologiche, che sfornano – tolta qualche felice eccezione – preti e religiosi talmente ideologizzati da essere ormai completamente scollati dai cattolici reali. L’unico segnale che potrebbe eventualmente forare quella cappa mentale è l’opposizione a Sodoma e a Sion, che sono strettamente legate in un unico disegno sovvertitore; poiché, tuttavia, molti appartengono alla prima oppure sono ricattati o registrati sui libri-paga della seconda, guai a criticarle.

Baluardo invalicabile

Per pura misericordia di Dio, possediamo la fede cattolica e, proprio per questo, riconosciamo quale invincibile difesa l’Immacolata Corredentrice, che ci conserva nella sana dottrina e respinge lontano da noi ogni malefico influsso delle moderne eresie. Guardandoci bene sia da velenose polemiche che da comodi mimetismi, ci rifugiamo come bambini sotto il Suo manto per lasciarci proteggere da Lei, che sa bene come custodire i Suoi figli da ogni pericolo. Sotto la Sua guida, la nostra religione rimarrà sempre, per grazia divina, quella dei Padri, dei Martiri e dei Santi; al resto ci tappiamo le orecchie, decisi a perseverare nella verità fino alla morte, costi quel che costi. D’altronde, noi godiamo della compagnia di tutto il Cielo, che come non mai è presente e operante sulla terra, malgrado qualunque apparenza contraria.

https://vitisvera.substack.com/p/il-vero-fine-di-chi-nega-la-corredenzione


sabato 3 gennaio 2026


Anno nuovo, impegno nuovo


Cari lettori, un'interiore chiamata ad un maggiore raccoglimento, da lungo tempo percepita e sempre più intensa, mi spinge ad attuare un più deciso impegno di silenzio che faciliti il dialogo con Dio ai fini della rinnovazione della Chiesa.

Per questo motivo le riflessioni che condivido con voi, a partire da ora, avranno cadenza non più settimanale ma quindicinale. Ci diamo perciò appuntamento a ogni secondo e quarto Sabato del mese.

Confidando nelle vostre preghiere, vi benedico tutti con le vostre famiglie, invocando su di voi, per il nuovo anno, le grazie di cui più avete bisogno.