Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 18 gennaio 2020


La sorte dell’albero
che non porta frutto




Iam enim securis ad radicem arborum posita est. Omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur (Mt 3, 10).

«Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero, dunque, che non porta frutto buono sta per esser tagliato e gettato nel fuoco». La profezia di san Giovanni Battista, nel testo greco, indica, per mezzo di voci del presente con significato di futuro prossimo, un’azione imminente. Gli esegeti moderni sostengono di solito che la visione messianica del Precursore, che annunciava un giudizio immediato, sarebbe stata smentita dalla comparsa di un Messia tutto misericordia e perdono. Essi spiegano in tal senso l’ambasceria dei discepoli, da parte del profeta ormai incarcerato, che pongono a Gesù la fatidica domanda: «Sei tu colui che viene o ne aspettiamo un altro?» (Mt 11, 3). Il più grande fra i nati di donna, come il Signore stesso lo qualifica nell’identificarlo come il messaggero che Gli ha preparato la strada, cioè come quell’Elia che doveva tornare (cf. Mt 11, 10-11.14), sarebbe forse stato roso da un dubbio radicale che vanificasse tutta la sua missione e il sacrificio stesso della sua vita, che si sarebbe consumato di lì a poco? Ma come si sarebbe mai potuto sbagliare, a questo proposito, l’amico dello sposo che gioisce immensamente alla Sua voce, fino a dichiarare colma la misura della propria gioia (cf. Gv 3, 29)?

La profezia, in realtà, si adempì in tempi relativamente brevi, considerando quelli di Dio e della Sua pazienza. Se così non fosse, bisognerebbe ammettere che anche il Verbo incarnato abbia mancato il bersaglio, quando preannunciò che a quella generazione sarebbe stato chiesto conto del sangue di tutti i profeti (cf. Lc 11, 50-51). Non si tratta certo di un avvertimento isolato: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3.5), affermò riferendosi a sciagure della cronaca di allora. Per imprimerlo meglio nel cuore degli ascoltatori, raccontò la parabola dell’uomo che aveva un fico piantato nella vigna e che da tre anni (quelli del ministero pubblico di Gesù) aspettava inutilmente che portasse frutto. Di fronte alla richiesta di abbatterlo, il fattore ottiene una dilazione così da poterlo ulteriormente concimare, pur ammettendo che, se ancora rimarrà infruttuoso, bisognerà tagliarlo (cf. Lc 13, 6-9). Ma a cosa si riferiva il Salvatore? Tutto il cammino di avvicinamento alla Città santa è gravido di tensione per il dramma che sta per consumarvisi, nel quale, paradossalmente, il giudicato giudicherà il suo popolo: il segno contraddetto – fino alla morte di croce – sarà rovina per chi lo respingerà, risurrezione per chi lo accoglierà (cf. Lc 2, 34).

Il giudizio annunciato dal Battista era dunque realmente imminente; l’esecuzione della sentenza, tuttavia, sopravverrà quarant’anni dopo, al termine del tempo lasciato dalla Provvidenza al popolo d’Israele perché si convertisse: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che a te sono inviati, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta» (Mt 23, 37-38). Dopo la Pentecoste, la Chiesa nascente subirà una sanguinosa persecuzione da parte della sua stessa nazione, con la lapidazione di Stefano, la decapitazione di Giacomo di Zebedeo, l’incarcerazione di Pietro e tante altre sofferenze… Al momento prestabilito, giungerà l’inevitabile castigo per il quale il Signore aveva pianto alla vigilia della Sua Passione: «Se avessi riconosciuto anche tu, in questo giorno, la via della pace! […] Non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo della tua visita» (Lc 19, 42.44).

L’albero sterile, sul quale stava per abbattersi la vindice scure, era allora il giudaismo talmudico, che assassinò il Messia per conservare se stesso e non perdere il proprio potere, tanto da apostatare formalmente reclamando la morte del Re divino e riconoscendo un imperatore pagano come sovrano (cf. Gv 19, 15). Evidentemente giunse a tal punto perché, dietro la cortina fumogena di un ipocrita culto di Dio, adorava in realtà il diavolo (cf. Gv 8, 44); è per questo che, anche dopo la catastrofe del 70 e fino ai nostri giorni, esso ha continuato a combattere la Chiesa con ogni mezzo, riuscendo perfino ad infiltrarsi al suo interno e a far approvare da un concilio documenti in netto contrasto con la verità rivelata e fedelmente trasmessa per quasi venti secoli. Questo non significa però che la Chiesa stessa si sia pervertita (cosa del resto impossibile), ma che è oppressa da una categoria di persone che non hanno la fede. Non è il papato in se stesso che può snaturarsi, ma chi lo detiene può abusare del potere connesso esercitandolo per fini contrari. Non è l’episcopato che può prostituirsi al mondo, ma solo una parte dei suoi membri, tanti o pochi che siano.

Nel nostro caso, l’albero infruttuoso che sta per essere abbattuto non può essere la Chiesa militante, ma le strutture pastorali che non appartengono alla sua costituzione divina e che non portano più frutto. A differenza delle istituzioni dell’Antico Testamento, che erano una preparazione provvisoria al compimento del disegno di Dio, la Chiesa è destinata a permanere per tutta l’eternità, sebbene in una condizione glorificata che non ha ancora raggiunto. Gli elementi essenziali di governo, culto e dottrina che ha ricevuto dagli Apostoli, anche se sono necessari solo al suo pellegrinaggio terreno e in cielo saranno ormai superflui, devono perdurare sino alla fine dei tempi, cioè fino al ritorno dello Sposo nella gloria. È quindi gravemente erroneo e colpevole attaccare la Chiesa senza distinguerla da chi ne occupa abusivamente i centri nevralgici. Chi mai insulterebbe la propria madre dandole della prostituta? Qualcuno è davvero deciso a perdere il lume della ragione per opporsi all’eresia, concedendo così al diavolo una vittoria insperata? Qualcuno vuol proprio gettarsi ai suoi piedi, nell’illusione di risolvere la crisi attuale in fretta e con mezzi umani?

È il Signore che abbatterà il fico sterile – e lo farà per mezzo di strumenti da Lui scelti. Vogliamo sostituirci a Lui, oppure candidarci da soli a tale missione? Magari è la Vergine in persona ad aver trasmesso quest’ordine a qualche eletto che si accredita da sé? A quanto pare, c’è chi ha eretto il proprio giudizio privato a norma suprema di magistero; la successione apostolica è un optional che Cristo ha inventato solo per avallare tutte le presunte rivelazioni che avrebbero intasato la vita ecclesiale… Il guaio peggiore è che nel popolo di Dio, clero e laici, regna un’ignoranza terrificante del Vangelo, mentre ci si lascia assorbire e distrarre da caterve di pretesi messaggi celesti, i quali, quand’anche siano autentici, non sono indispensabili alla salvezza e non richiedono un assenso di fede divina, ma solo umana: la prima è l’adesione incondizionata che, sotto l’azione dello Spirito Santo, un cattolico è tenuto a prestare alla Rivelazione pubblica; la seconda è soltanto il risultato di un giudizio prudente, emesso come esito di un discernimento operato con la ragione.

Prepariamoci piuttosto al castigo con la preghiera, la penitenza e la carità verso tutti. Se il Padrone dell’aia si accinge a ripulirla a fondo, bisogna procurare con ogni mezzo di essere quel frumento che sarà riposto al sicuro nel granaio, piuttosto che ritrovarsi nella pula che finirà bruciata nel fuoco inestinguibile (cf. Mt 3, 12). In questa immagine, in prospettiva, traspare sicuramente il giudizio finale, ma si profilano anche quei giudizi intermedi con cui la misericordia divina scuote gli uomini affinché si convertano, così da evitare l’eterna condanna; i castighi temporali hanno lo scopo di scongiurare la pena definitiva. Ben due guerre mondiali, una peggiore dell’altra, non son bastate a far rinsavire l’umanità, malgrado il pressante avvertimento della Madonna a Fatima. Che cosa dobbiamo aspettarci oggi, visto che il male non ha fatto altro che progredire ed estendersi in ogni campo, fino a raggiungere livelli impensabili? Chiediamo l’umiltà e il realismo di chi sa riconoscere quando la risoluzione di un problema supera le possibilità umane e richiede quindi un intervento divino; solo così potremo cooperare con i piani della Provvidenza e sostenere la prova purificatrice.

sabato 11 gennaio 2020


Venti di guerra:
progetti umani, disegni divini




Aspetta! Aspetta! Prenditi cura del popolo cinese! Stanno perdendo la fede!

Che cosa lega tra loro la vergognosa provocazione all’Iran, il vertiginoso sviluppo dell’industria digitale, il movimento di protesta di Hong Kong, l’Ostpolitik vaticana e la sberla appioppata ad una fedele cinese dal vescovo vestito di bianco? A prima vista, nulla. Una serie di dati interessanti consente però di individuare un filo di raccordo o, meglio, di inquadrare in una cornice coerente fatti apparentemente disparati. Tale tentativo richiede uno sguardo profondo che, partendo da realtà contingenti, ne colga il significato recondito alla luce di una visione teologica della storia, quella che interpreta il groviglio degli avvenimenti come una lotta incessante tra il Regno di Dio che si afferma nel mondo e le forze anticristiche che tentano invano di frenarne l’avanzata. Un approccio di tal genere sarà facilmente bollato dai benpensanti come apocalittico o irriso dagli esperti come ingenuo, ma il rilevamento di certe convergenze oggettive non può lasciare indifferenti.

Cominciamo dall’informatica, ossia da quel sistema tecnologico da cui dipende ormai ogni attività umana e ogni aspetto della nostra esistenza: finanza, distribuzione, commercio, informazione, cultura, comunicazione, difesa militare… Il controllo della Rete equivale a uno smisurato potere che è in grado di scavalcare o sottomettere anche le istituzioni nazionali. Gli Stati Uniti ne hanno finora detenuto il monopolio mediante un cartello di aziende che ne difendono gli interessi egemonici. Di recente, però, i due colossi Google e Facebook hanno formato, con alcune società cinesi collegate alla governativa Huawey, un consorzio per la realizzazione di una nuova linea Internet ultraveloce tra Los Angeles e Hong Kong; come contropartita, la Gran Bretagna ha venduto alla Cina la Borsa di Londra, la seconda al mondo per volume di affari. Non per nulla, l’anno scorso Donald Trump ha bloccato la posa del cavo transoceanico, visto che un fatto del genere, mettendo fine al monopolio americano, provocherebbe inevitabilmente un profondo riassetto degli equilibri mondiali.

I due giganti promotori dell’impresa sono pur sempre statunitensi, ma alleati col Partito Democratico, e costituiscono ormai una sorta di Stato nello Stato capace di condizionare la politica nazionale. Come se non bastasse, a fine agosto, al simposio dei direttori delle banche centrali che si è tenuto a Jackson Hole, nel Wyoming, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney (già managing director della Goldman & Sachs), ha proposto fra gli applausi la creazione di una valuta sintetica egemonica che rimpiazzi il dollaro come moneta di scambio planetario, agganciandosi invece allo yuan cinese. La ragione è fin troppo chiara: i biglietti verdi sono ormai carta straccia, visto che gli Stati Uniti continuano a stampare denaro cui non corrisponde più alcun valore reale; il debito pubblico americano è una voragine senza fondo, mentre le riserve auree di Fort Knox son state misteriosamente sostituite da lingotti al tungsteno (che ha lo stesso peso specifico) verniciati d’oro. Si capisce bene, in questa luce, perché la Russia e la Cina si siano sbarazzate quasi del tutto delle quote del debito statunitense di cui erano titolari: la prima potenza del mondo rischia la bancarotta.

Ma perché questa preferenza dei potentati finanziari per l’Impero di Mezzo? Anche l’asse franco-tedesco, indifferente ai vincoli contratti con gli altri Paesi dell’Unione, coltiva autonomamente forti interessi economici in Oriente. Francia e Germania, ora ancor più strettamente unite dal Trattato di Aquisgrana (22 gennaio 2019), cooperano al progetto cinese per l’installazione della rete 5G, che comporta – oltre a seri rischi per la salute e la sicurezza – forti minacce di spionaggio delle basi americane in Europa. In realtà, tale propensione contagiosa per uno Stato che calpesta i diritti umani, sacri all’Occidente, non stupisce più di tanto, se si pensa che i regimi comunisti non sono stati altro, al di là della retorica populistica, che un immenso laboratorio per la sperimentazione su larga scala dell’economia pianificata dall’alto. L’Unione Sovietica sarebbe implosa sul nascere senza il fiume di capitali riversatovi dalle banche ebraiche con sede negli Stati Uniti. Mao Tse-tung avrebbe perso la guerra se i finanziatori occidentali di Chiang Kai-shek non avessero inopinatamente chiuso i rubinetti. Ciò fa pensare che, al di qua e al di là dell’Atlantico, si stia portando avanti un progetto comune, sebbene secondo modelli diversi, quello sinarchico e quello palladista.

Mister Carney, oltre ad essere un uomo-chiave dell’oligarchia finanziaria piazzato alla testa di una banca di Stato (ciò che dimostra una volta di più come la finanza pubblica sia ormai controllata da quella privata), è anche coinvolto nella Coalizione per un capitalismo inclusivo, la cui presidente e cofondatrice è una Rothschild legata ai Clinton e ai reali d’Inghilterra, nonché agli amministratori delegati delle principali multinazionali. La nuova locuzione, resa così seducente dall’impiego di una parolina magica del politicamente corretto, prospetta un sistema economico che, sostanzialmente, faccia a meno degli Stati, possa cioè passar sopra alla volontà politica, alle legislazioni in vigore, ai diritti dei lavoratori e a tutto il resto, a vantaggio del potere illimitato di una cerchia ristrettissima di persone detentrici di ricchezze inimmaginabili. Dietro l’apparenza di una libertà individuale senza limiti (quella di ridursi a livelli subumani con la droga libera e il sesso indiscriminato), si cela una tirannia totale che si sta edificando sulle rovine delle sovranità nazionali, oltre che sull’oscuramento della ragione e sulla perdita della dignità morale.

In questo quadro, sembra che la cupola finanziaria abbia deciso di trasferire la supremazia mondiale dagli Stati Uniti alla Cina, nuovo fulcro del turbocapitalismo pianificato; nello stesso senso depone, in effetti, l’invasione planetaria dei prodotti cinesi resa possibile dalla globalizzazione, nonché la rapida deindustrializzazione dell’Occidente, imposta con l’ideologia dei cambiamenti climatici e favorita dalla delocalizzazione. La Cina è il primo Paese al mondo sia per popolazione che per crescita economica; la recessione causata dal calo della domanda occidentale (determinato a sua volta dall’impoverimento dei ceti medio-bassi) è stata compensata da un aumento dei consumi interni innescato con la realizzazione di infrastrutture e con l’immissione di capitali, da parte della banca centrale, nelle aziende nazionali, che sono comunque controllate dal governo. Il pugno di ferro su Hong Kong si spiega alla luce del progetto che intende unire l’isola alla Silicon Valley, mentre la protesta popolare mostra i sintomi dell’ennesima rivoluzione colorata orchestrata da Washington, che – come abbiamo visto – cerca di impedirne la realizzazione.

La composizione dei due fronti, nella competizione in atto, può di primo acchito sorprendere. Si direbbe uno scontro tra titani per il conseguimento del dominio universale. Alla radice – posto che l’alta finanza sia gestita da un certo numero di famiglie, ebraiche o non, più o meno strettamente legate ai Rothschild – si potrebbe ipotizzare una concorrenza tra due tendenze del sionismo: da un lato, un sionismo che possiamo denominare di destra, rappresentato da Netanyahu e patrocinato da Trump sotto l’influsso del genero lubavitcher, Jared Kushner; dall’altro, un sionismo di sinistra, di cui George Soros è uno dei più noti promotori e che pilota l’Unione Europea, oltre ad aver piazzato i suoi uomini ai vertici del Vaticano, facendone così una centrale ideologica dell’immigrazionismo e della cosiddetta conversione ecologica.

Si può altresì supporre, con una certa plausibilità, che tale competizione abbia semplicemente una funzione equilibratrice, facendo in modo che un centro di potere non prenda il sopravvento sugli altri e tenendo l’umanità sotto scacco con il pretesto, ieri, della guerra fredda, oggi, del terrorismo islamico. In ogni caso, essa consente ai burattinai occulti di esercitare la propria influenza ovunque, in tutte le grandi corporazioni industriali e in schieramenti politici opposti (tanto sulla sinistra che difende le banche quanto sulla destra prona a Israele). Questa è del resto la filosofia che ispirò Mayer Amschel Rothschild quando fondò il suo impero finanziario: dirigere la scena politica – e quindi il mondo – prestando denaro agli Stati per poi ricattarli e speculando sulle guerre, cioè finanziando entrambe le parti in lotta così da ricavarne guadagni favolosi comunque andasse.

A questo punto occorre menzionare la Russia, finora rimasta sullo sfondo. La Federazione è ormai giunta a disporre della tecnologia militare più avanzata al mondo, sebbene, per ora, sia inferiore agli Stati Uniti per potenza. Entro il 2024, tuttavia, insieme alla Cina essa avrà raggiunto una superiorità schiacciante sull’Occidente; perciò l’unica possibilità che rimane agli americani di conservare la propria egemonia è scatenare una guerra nei prossimi quattro anni. L’Iran è l’ultimo dei sette Paesi limitrofi di Israele che, secondo il Piano Kivunim (1982), dovevano essere neutralizzati in nome della sua sicurezza; ma la repubblica islamica è alleata proprio con la Russia e con la Cina. Questa volta, dunque, il conflitto rischia di non rimanere confinato alla regione, ma di estendersi a livello planetario, con conseguenze imprevedibili. Qualora qualcuno si domandi chi possa avere interesse a provocare un’ecatombe di proporzioni immani, non dimentichi che l’oligarchia, convinta che noi si sia troppi, ritiene insufficienti – o non abbastanza rapidi – i mezzi finora adottati ai fini di una drastica riduzione della popolazione mondiale (aborto, contraccezione, omosessualismo).

Secondo le loro dottrine esoteriche, d’altronde, la civiltà non può passare da un’èra all’altra se non attraverso una distruzione e una rinascita; il progresso verso stadi dell’umanità via via più perfetti può ben richiedere il sacrificio di miliardi di anonimi individui a vantaggio di una razza più scelta. Simile teoria vi rammenta qualcosa? Anche quello non era altro che un laboratorio temporaneo per un progetto molto più ampio, tanto è vero che molti criminali nazisti trovarono rifugio proprio negli Stati Uniti, a parte quel Walter Hallstein che fu riciclato come primo presidente della Comunità Economica Europea… La nostra Unione, effettivamente, ha assunto i tratti di un regime totalitario dotato di efficienti lager, gulag o laogai, comunque li si voglia chiamare: anche se l’apparenza è più “democratica”, le dinamiche sono analoghe. Pensate che sono riusciti a trasformare in questo senso perfino le strutture della Chiesa Cattolica: chiunque non aderisca all’ecclesialmente corretto viene o sottoposto a rieducazione o, qualora sia refrattario, relegato in un limbo in cui se ne perde il ricordo; ma qualcuno riesce comunque a far sentire ancora la sua voce.

È il caso del coraggioso cardinal Zen. L’anziano porporato si è espresso a più riprese, con grande franchezza, sull’accordo segreto tra il regime cinese e la Santa Sede del 22 settembre 2018, che ha ribaltato la posizione precedente: i vescovi scomunicati, ordinati su indicazione del governo senza mandato pontificio, sono stati riconosciuti da Roma, mentre quelli fedeli al Papa, che hanno spesso pagato la loro lealtà con lunghe prigionie, hanno ricevuto l’ordine di aderire alla sedicente Chiesa patriottica, che altro non è che un organo del partito comunista. La decisione è stata salutata come una svolta che dovrebbe portare al superamento di una divisione che perdura da decenni, ma in realtà costringe i cattolici cinesi a sottomettersi a una gerarchia scismatica e li getta così nelle fauci del regime, che mira al controllo totale di ogni organizzazione religiosa e continua peraltro, in barba all’accordo, a infierire sulla Chiesa sotterranea, facendo sparire preti e vescovi, abbattendo croci e chiese, proibendo l’educazione religiosa fino alla maggiore età. Ma il fatto più paradossale è che la suprema autorità ecclesiastica, con queste decisioni, contraddice radicalmente la dottrina della fede, spingendo un’eroica comunità perseguitata ad un’abiura di fatto.

Su questo sfondo risalta con tutto il suo rilievo il drammatico appello, riportato in apertura, che una donna cinese avrebbe rivolto a “Francesco” il 31 dicembre scorso, come pure la scomposta reazione del secondo. Anche il Vaticano, a quanto pare, partecipa alla strategia della translatio imperii: non solo ha consegnato la Chiesa locale a un regime ateo e materialista approvandolo con sperticati elogi, ma si è implicitamente sottomesso ad esso nel delegargli la nomina dei vescovi. Tutti, perfino in campo religioso, sembrano dunque cooperare a questo trasferimento della supremazia mondiale, eccetto quanti si accaniscono a difendere quella americana. Ciò che potrebbe inceppare questo progetto è proprio quella piccola cristianità, estremamente vivace, che si sta tentando di soffocare, ma che, sia pure in condizioni così difficili, è in continua espansione. Vi immaginate che succederebbe se la Chiesa cinese ritrovasse la libertà? Grazie all’intercessione dei numerosissimi martiri che già conta, la fede dilagherebbe in un popolo immenso che ne ha una sete ardente, vi è ben disposto e potrebbe un giorno rievangelizzare i nostri Paesi scristianizzati. Il cardinal Zen, con la caratteristica saggezza della sua cultura, non ha incoraggiato il clero sano alla ribellione, ma a tornare nella clandestinità per seminare con fede in attesa del raccolto. Una lezione anche per noi.

Ara il suolo. Aspetta tempi migliori. Torna alle catacombe. Il comunismo non è eterno (neanche Bergoglio, ndr).



sabato 4 gennaio 2020


La Chiesa per conto tuo?




«Qua ognuno se fa ’a Chiesa pe’ cconto suo», soleva ripetere il mio primo parroco, buon’anima, che mi segnò nei primissimi anni di ministero. A quell’epoca, egli si riferiva al frazionamento delle parrocchie in una miriade di gruppi, gruppetti e gruppuscoli, ognuno contrassegnato da una forma propria di “originalità”. Anch’io, fresco di seminario, avevo pensato bene di dare il mio contributo creando con alcuni fedeli – senza avvertirlo – un’embrionale Comunità della Parola, che si riuniva ogni settimana per meditare insieme sul Vangelo. Pur essendo ancora convinto dell’utilità di questa pratica, oggi scorgo meglio le ragioni della profonda incomprensione tra un uomo ordinato negli ultimi anni del pontificato pacelliano e un giovanotto appena sfornato da un istituto di formazione che inculcava una delle tante varianti dello spiritualismo postconciliare. Tuttavia l’ingiustificabile atto di insubordinazione, che tradiva una visione piuttosto individualistica della Chiesa, rivelava controluce un disperato bisogno di qualcosa di più per l’anima.

Tale bisogno, con gli anni, non ha fatto altro che diventare sempre più impellente nei cattolici che han conservato la fede, chierici e laici, ma non deve spingerli a soluzioni estreme che finiscano col separarli dal Corpo Mistico. Da una parte, l’essere cresciuti nel clima della nuova Pentecoste ci ha vaccinati dalle sue illusioni: la malattia presa in forma leggera, grazie a Dio, ci ha fatto sviluppare quegli anticorpi che ci hanno riportato nel solco della Tradizione perenne. Dall’altra, nondimeno, certi germi della vecchia patologia possono continuare ad agire in modo latente, come la preminenza accordata al giudizio privato, la ricerca consumistica di gratificazioni interiori, l’insofferenza nei confronti della gerarchia, l’esaltazione – di sapore protestante – di una fede intimistica sganciata dall’obbedienza effettiva, per quanto crocifiggente… È così che molti sono fortemente tentati di ergersi a giudici supremi di tutto e di tutti, considerando irrilevanti le sanzioni canoniche in certi casi inevitabili, fosse pure la più grave. Chi sentenzia che una scomunica sia invalida perché in contrasto con le sue indiscutibili ragioni ha un’idea di Chiesa decisamente un po’ strana.

Ci sono purtroppo caterve di motivi per lamentarsi dei Pastori, ma nessuno di essi può arrivare a dissolvere la costituzione e la coesione dell’istituzione visibile, che è l’organismo per mezzo del quale agisce ordinariamente la grazia. Può anche succedere che uno, suo malgrado, incorra nella scomunica per non venir meno all’obbedienza alla volontà di Dio, riconosciuta con coscienza retta e ben formata; ma costui non se ne rallegra di certo, bensì accetta pazientemente la prova in attesa che il Signore lo liberi da essa. Chi invece se ne vanta o la disprezza come un atto privo di effetto, ignorandone totalmente le conseguenze, mette in atto un principio di dissoluzione della comunione ecclesiale minandone alla base il fondamento, cioè l’obbedienza gerarchica. In epoche oscure ci furono perfino prelati – anche a livelli altissimi – che praticavano l’occultismo e la magia, ma non si mise per questo in discussione la loro autorità legittima, bensì li si riprese o giudicò come individui e in modo conforme alla legge. È pur vero che oggi manca proprio questo tipo di interventi, ma tale contingenza non autorizza un ribaltamento dell’ordine costituito. Arrogarsi un diritto che non si detiene o ritenersi esonerati da ogni sottomissione in virtù del proprio giudizio soggettivo è la quintessenza dell’individualismo moderno, sul quale si fonda l’anarchia.

Per non alimentare involontariamente questo spirito di ribellione, preferisco dunque evitare l’accanimento della denuncia di ogni singolo errore o misfatto. Ciò rischia oltretutto di rafforzare indirettamente, dandole maggiore risonanza, l’opera degli avversari, nonché di aggravare la preoccupazione e lo scoraggiamento dei fedeli. Ci sono altresì meccanismi psicologici perversi che spingono a ricercare morbosamente notizie scandalose per nutrire uno sdegno malsano che non nasce dall’amore di Dio, ma dall’orgoglio ferito. La carità suscita sì l’ardore di combattere ciò che si oppone al bene (che è il fine cui essa sempre mira), ma questo non ha nulla a che fare con quell’astio scomposto che tradisce un desiderio di rivalsa tipico dell’ego. È dalla carità che deve scaturire, per poter essere esaudita, anche la preghiera che chiede a Dio la rovina, se non c’è altra soluzione, di chi mette in pericolo la salvezza altrui. Il cuore puro detesta chi fa il male, ma unicamente perché disonora il Creatore e induce altri a farlo; tale sentimento, non essendo inquinato da superbia o da amor proprio, non esclude la supplica per la sua conversione.

L’orgoglio ostinato respinge ogni tentativo di persuasione e aborrisce la penitenza offerta a pro del malvagio. Esso non fa che seminare odio e divisione, con grave danno per l’unità dei cristiani; è il marchio caratteristico di tutti gli eresiarchi e dei loro seguaci, più ansiosi di affermare il proprio punto di vista che di favorire il vero bene della Chiesa. Si possono pure avere ragioni da vendere, ma la volontà di separarsi dal Corpo Mistico le annulla tutte. Per difendere la verità cattolica, c’è chi distrugge il canale da cui l’ha ricevuta, interrompendone così la trasmissione. Nel cuore dei superbi anche le cause più sacrosante diventano materia per l’azione del demonio, abilissimo nel tentare i giusti facendo leva su buoni motivi e soffiando sulla brace dell’autocompiacimento. Nella sua impagabile misericordia, quando vuole strappare qualcuno alla perdizione, il Signore ne permette addirittura, a volte, vergognose cadute morali al fine di ricondurlo all’umile consapevolezza della propria miseria, così da trattenerlo da pericolosi passi falsi.

Invece l’orgoglioso che non sente ragioni, convintosi di essere un grande profeta, mistico o veggente, trascina dietro a sé folle di scontenti e di esaltati. Spesso, alla base di fenomeni del genere, può esserci un disturbo della personalità o anche una vera e propria patologia psichiatrica, su cui può innestarsi un’azione demoniaca volta ad accentuarli. Senza sconfinare nella psicanalisi, l’osservazione quotidiana fa notare che chi è dotato di un ego ingombrante tende a scambiare le proprie velleità e fantasie per la realtà effettiva, cosa che può causare seri inconvenienti a lui e agli altri, soprattutto nel campo religioso: un mitomane che si sente inviato dal Cielo è praticamente incoercibile… e chi gli dà retta, peggio ancora. In questi casi, l’unica via d’uscita pare l’intervento del braccio secolare e il ricovero coatto in una clinica specialistica; anche se il reato di plagio è stato derubricato, un magistrato può ancora aprire un’inchiesta per abuso della credulità popolare e disporre tutti gli accertamenti opportuni, sia sul preteso veggente che sui presunti fatti miracolosi.

Il primo a dover intervenire, in realtà, è il vescovo del luogo, istituendo una commissione di teologi e canonisti che si avvalga pure dell’ausilio di un valente psichiatra e di un buon esorcista; ma tale compito è spesso disatteso o adempiuto in modo inadeguato, con grave detrimento dei fedeli e della Chiesa. Come attenuante, bisogna osservare che oggi non è sempre facile mettere insieme teologi di sana dottrina, canonisti affidabili, psichiatri competenti ed esorcisti esperti; ma non dimentichiamo che, in mancanza di questi collaboratori, un vescovo può esercitare di persona, ai fini del discernimento, i carismi che detiene in pienezza, purché sia ben formato e abbia un’intensa vita spirituale. Nella confusione dilagante a tutti i livelli, è vitale che un Pastore sia caratterizzato da dottrina cristallina, moralità irreprensibile, ascesi severa e preghiera continua.

Perfino due celebri esorcisti, in questi ultimi anni, si son lasciati trarre in inganno da un falso veggente che, dopo aver divulgato (ovviamente senza alcuna autorizzazione) centinaia di messaggi, li aveva addirittura coinvolti nella fondazione di una comunità religiosa dedita a pratiche inquietanti. A quanto pare, una buona esperienza in materia è necessaria, ma non basta; a chi ha raggiunto un alto grado di unione con Dio, invece, basta guardare un video o ascoltare una registrazione per fiutare l’imbroglio. Lo sviluppo dei doni dello Spirito Santo, però, mal si concilia con la popolarità e la fama; al contrario un’intensa familiarità con Dio, vissuta nell’abiezione e nel nascondimento, conferisce una sorta di conoscenza per connaturalità che fa riconoscere di primo acchito se qualcosa proviene da Lui o no.

Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; in te ho sempre sperato. Anche dall’orgoglio salva il tuo servo, perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato (Sal 24, 5; 18, 14).

Per accrescere la divina intimità:

https://lascuredielia.blogspot.com/2019/12/laparte-migliore-che-nessuno-puo_14.html

https://lucechesorge.org/2020/01/05/chi-e-lamico-che-ci-consola/#more-14132

sabato 28 dicembre 2019


Coraggio, Chiesa poverella!




«I prelati del nostro tempo, che non sono discepoli di Cristo, ma dell’Anticristo, disprezzata la legittima consorte non si vergognano di unirsi ad una concubina, la quale, costatando di essere incinta, disprezza la sua padrona [cf. Gen 16, 4]. Nelle curie dei vescovi i birboni fanno risuonare la legge di Giustiniano e non quella di Cristo: fanno grandi chiacchiere, ma non secondo la tua legge, o Signore, che ormai è abbandonata e presa in odio. […] Oh, quanto sventurato è colui che si impegna per la legge in base alla quale vengono giudicate le cose temporali e non fa attenzione a quella legge in base alla quale egli stesso sarà giudicato!» (sant’Antonio di Padova, Sermone per la Domenica IX dopo Pentecoste, I, 9). La meditazione sul versetto dei Proverbi (30, 23) in cui si deplora il rovinoso caso di una schiava che prende il posto della padrona richiama alla mente del nostro sant’Antonio la storia di Agar e Sara (cf. Gen 16), che egli traspone sul piano dell’attualità ecclesiale del suo tempo, quando molti Pastori, preoccupandosi più della legge umana che di quella divina, dimostravano di dar più peso ai loro interessi terreni che alla propria salvezza eterna.

La severità del santo predicatore li stigmatizza come discepoli dell’Anticristo, adulteri e infedeli a causa della loro avidità. Come andrebbero chiamati allora certi ecclesiastici di oggi ossessionati dal rispetto della legalità, ma estremamente accomodanti riguardo ai Comandamenti? La legge del Signore è quanto mai abbandonata e presa in odio proprio da chi dovrebbe insegnarla con la parola e con l’esempio, praticandola con impegno e difendendola con zelo. Nel Medioevo – sia pure sfrondato, da testimonianze come questa, di quell’aura mitica di una Christianitas che non era certo perfetta – ci si rifaceva perlomeno al diritto romano; nel nostro tempo, invece, le legislazioni civili, avendo rinnegato ogni fondamento metafisico in nome di un giuspositivismo assoluto, autorizzano crimini gravissimi e comportamenti aberranti, quando non li premiano. Si sta pienamente compiendo la parola profetica: «La terra è stata contaminata dai suoi abitanti, poiché hanno trasgredito le leggi, mutato il diritto, violato l’alleanza eterna. Per questo la maledizione divorerà la terra e i suoi abitanti peccheranno; perciò impazziranno i suoi cultori e saran lasciati pochi uomini» (Is 24, 5-6).

Il Profeta considera il processo sovversivo in un crescendo di radicalità: dapprima l’inosservanza delle norme vigenti, poi lo stravolgimento del diritto stesso, infine il ripudio della legge naturale, inscritta nella coscienza di ogni uomo, fondamento imperituro e immutabile di ogni legge positiva. Come negare che tale processo si sia verificato in questi ultimi decenni e stia raggiungendo l’apice proprio ai nostri giorni? Divorzio, aborto, eutanasia, unioni contro natura, fecondazione artificiale, maternità surrogata… È la vita umana, il valore della famiglia e la dignità stessa della persona che sono calpestati, mentre le coscienze vengono progressivamente oscurate dalla pseudocultura che giustifica e incentiva questi crimini ignominiosi, così che i cultori della terra finiscono con l’esser preda della follia. L’obnubilamento dell’intelletto è già in sé un gravissimo castigo per chi pratica l’ecolatria, ma dobbiamo certamente aspettarci anche severi castighi materiali che non tarderanno ad annunciarsi, visto che perfino chi dovrebbe richiamare al culto divino incita ad essa in modo pervicace, restando muto sui veri delitti del nostro tempo.

Anche l’abolizione del segreto pontificio per i casi di abusi sessuali su minori da parte di membri del clero è un’implicita sottomissione alle leggi umane con una correlativa rinuncia ad esercitare la propria autorità, che è di origine divina. Basterebbe applicare rigorosamente le norme canoniche in materia, che sono invece clamorosamente disattese da decenni, malgrado l’inasprimento voluto da Benedetto XVI. L’attuale pontificato brilla piuttosto per un’ingiustificata clemenza nei confronti di ecclesiastici già condannati a livello canonico (addirittura riammessi, in alcuni casi, al ministero), nonché per la scandalosa protezione accordata – anche mediante prestigiose promozioni – a viziosi notori nel tentativo di sottrarli alla giustizia dello Stato, con buona pace della tanto sbandierata tolleranza zero. Disturbo schizofrenico o studiata strategia volta ad annullare l’indipendenza e la credibilità della Chiesa Cattolica? Forse è semplicemente una mossa disperata per scongiurare l'avvio, negli Stati Uniti, di una class action (azione giudiziaria collettiva), che metterebbe in moto un’ulteriore valanga di risarcimenti milionari e potrebbe portare all’incriminazione della stessa Santa Sede.

Comunque sia, di fatto tale decisione scoraggerà fortemente i colpevoli dall’ammettere le proprie responsabilità davanti ai superiori, mentre potrebbe essere invocata come un precedente da quanti rivendicano l’abolizione del sigillo della confessione. In nome di una pretesa trasparenza, in realtà l’accertamento della verità risulterà più difficile. Intanto l’innocente cardinal Pell, in seguito a un processo-farsa in perfetto stile sovietico, è ancora detenuto in isolamento in una minuscola cella, in cui non gli è stato permesso di dir Messa neanche il giorno di Natale. Da capo del dicastero per l’economia, oltre a prendere atto di prassi amministrative quantomeno allegre, deve aver messo le mani sui cavi dell’alta tensione di ingenti nonché illeciti movimenti finanziari che transitano per il paradiso fiscale vaticano intrecciandosi con gli sporchi interessi di ecclesiastici disonesti, quei discepoli dell’Anticristo di cui già parlava sant’Antonio. Quella genia di scellerati è come un cancro che ha attaccato dall’interno il Corpo Mistico della terra e diffuso ormai ovunque le sue metastasi. Ma ascoltiamo ancora il Santo.

«La Chiesa, contrassegnata dalla povertà del suo Sposo e posta in mezzo ad una nazione iniqua e perversa, che gli si avvicina solo a parole, ma non a fatti, con il corpo, ma non con lo spirito, alza il suo grido al Signore domandando di essere liberata dall’oppressione di questa nazione iniqua e perversa; e il Signore, pietoso, la libererà e umilierà nel profondo dell’Inferno la nazione perversa e peccatrice che pretende di essere chiamata Chiesa ed è invece la sinagoga di Satana [Ap 2, 9]. Getta dunque il tuo affanno sul Signore [Sal 54, 23], o Chiesa poverella, sbattuta dalla bufera e senza alcun conforto, ed Egli ti nutrirà, perché – come dice Isaia – sarai allattata alle mammelle dei re [Is 60, 16]. Questi re sono gli Apostoli; le due mammelle sono l’insegnamento del Vangelo e la grazia dello Spirito Santo, alle quali furono allattati gli Apostoli stessi e alle quali sarai allattata anche tu, finché, crescendo di virtù in virtù, non comparirai davanti a Dio in Sion [cf. Sal 83, 8], al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen» (ibidem).

Attenzione: qui non si afferma che la Sposa di Cristo si sia pervertita (cosa del resto impossibile), bensì che è oppressa da una categoria di perversi che si fa passare per Chiesa ma non lo è realmente, poiché si tratta invece di quella formazione anticristica che fin dall’inizio ha cercato con ogni mezzo di distruggerla ed è giunta fino a infiltrarsi nel suo seno; la massoneria è soltanto l’ultima forma assunta da tale bestia mutante. La novità, rispetto al Medioevo e a qualsiasi altra epoca, è che il male ha raggiunto la testa, per poi diramarsi in tutto l’organismo – e ciò non solo sul piano morale, ma anche su quello dottrinale. La soluzione, tuttavia, rimane immutata: bisogna gridare con fede al Signore gettando su di Lui il proprio affanno, cioè riconoscendo che Egli è l’unico a poter intervenire efficacemente e che la nostra azione non deve sostituirsi alla Sua. Per poter resistere, occorre lasciarsi “allattare” come neonati dalla parola del Vangelo, di cui raccomando la meditazione quotidiana, e dalla grazia del Paraclito, che va continuamente invocato con umiltà e perseveranza.

Certe deviazioni, nell’ambito della resistenza cattolica, derivano dalla pretesa di mettersi al posto di Dio per risolvere il problema in fretta e con mezzi umani. Così, oltre a peccare abbondantemente contro la fede, la speranza e la carità, si trattano la grazia e lo Spirito Santo come puri nomi, parole astratte di un gioco intellettuale in cui, di fatto, non trovano posto. Come gli abitanti di Betlemme, si rischia di scacciare il Salvatore stesso senza neanche rendersene conto. Chiuso dentro il palazzo delle sue costruzioni mentali, ognuno si fa papa e dottore a se stesso, dogmatizzando e legiferando da solo su tutto. In tal modo la comunione ecclesiale si sbriciola, si atomizza, si dissolve. Che uno sia formalmente fuori della Chiesa o anche solo materialmente, alla fin fine il risultato è analogo: si può perdere l’unione con Cristo anche senza una scomunica. Perciò, per la salvezza delle vostre anime, non fate assolutamente nulla – né esteriormente, né interiormente – che possa staccarvi dal Corpo Mistico. Rompete ogni rapporto con le false guide che vi inducono a ciò e non ascoltatele più, così da non farvi colpevolmente disorientare e confondere.

Confusi sunt, et erubuerunt omnes, simul abierunt in confusionem fabricatores errorum (Is 45, 16).

sabato 21 dicembre 2019


Impregnati della divina rugiada




«Considera, o uomo, il piano di Dio, riconosci il piano della Sapienza, il piano della pietà. Prima di irrigare l’aia di celeste rugiada, la infuse tutta nel vello: quando si apprestava a redimere il genere umano, ne racchiuse l’intero prezzo in Maria. Perché questo? Forse perché Eva fosse scagionata mediante la figlia e l’accusa dell’uomo contro la donna fosse sopita una volta per sempre. Non dire più, o Adamo: “La donna che mi hai dato mi ha dato dell’albero proibito” [cf. Gen 3, 12]; di’ piuttosto: “La donna che mi hai dato mi ha cibato del frutto benedetto”» (san Bernardo di Chiaravalle, Sermone per la Natività della Beata Vergine Maria, 6). Tipico esempio di esegesi allegorica, quest’acutissima intuizione del Dottore mellifluo si presta a sua volta ad un’ulteriore interpretazione in rapporto con l’odierna congiuntura ecclesiale. Il nostro adorabile Maestro non smette di parlarci – attraverso la Scrittura, la Tradizione e gli stessi avvenimenti – per illuminare la situazione in cui viviamo e guidarci sulla via sicura dei Suoi disegni di soprannaturale sapienza, che si lasciano intravedere dagli umili e dai semplici.

Nel racconto biblico Gedeone, chiamato a porsi alla testa del popolo oppresso dai Madianiti a causa della propria infedeltà, prima di attaccar battaglia contro di loro chiede a Dio un duplice segno: deposto a terra un vello di lana, domanda dapprima che la rugiada notturna lo impregni lasciando secco il terreno intorno, poi che essa, viceversa, bagni il terreno lasciando asciutto il vello (cf. Gdc 6, 36-40). San Bernardo coglie in quest’episodio, al di là del senso letterale, un’oscura prefigurazione dell’Incarnazione: la grazia redentrice, prima di effondersi su tutta l’umanità, ha riempito la Vergine che ha portato in grembo il Prezzo del riscatto, ricolmandola a tal punto che – come il medesimo autore sostiene nel celebre Sermone dell’acquedotto – è da Lei ridondata sugli altri. L’Immacolata è dunque, in virtù della Sua cooperazione alla Redenzione (in una parola, in qualità di Corredentrice), Mediatrice di tutte le grazie. Questa è una verità di fede saldamente attestata dalla Tradizione e dal Magistero; pertanto non viene nemmeno scalfita da invettive sconnesse, per quanto apparentemente autorevoli: le realtà divine rimangono quello che sono, a prescindere dalle confuse idee di chi le conosce poco e male.

Ora, nel bagliore di questo lampo sui misteri dell’opera salvifica, possiamo anche noi penetrare un po’ nel modo di agire della Provvidenza nell’attuale momento storico, che ci prepara ad una svolta epocale. Prima di estendere universalmente la Sua azione di salvezza, Dio usa realizzare in piccolo ciò che intende poi fare in grande: comincia con pochi quel che vuole comunicare a molti. Avvenne così con la Chiesa nascente raccolta nel Cenacolo intorno alla Madre (cf. At 1, 13-14); fu così anche con tutti i grandi Ordini religiosi e con i movimenti di genuino rinnovamento della Chiesa: un nucleo iniziale, per quanto umanamente debole e ristretto, riceve una sovrabbondanza di grazia che dovrà poi riversare su tanti altri, ad ampio raggio. Questo avvio passa spesso inosservato, in quanto gli strumenti scelti dall’Alto, prima di lanciarsi nella missione ricevuta, devono essere accuratamente formati così da potersi impregnare di quella rugiada del Cielo che in seguito traboccherà all’esterno per irrigare tutto il campo. Dobbiamo quindi avere occhi capaci di scorgere quest’opera nascosta di fecondazione che, silenziosamente, procede indisturbata.

Sono sempre più sorpreso nel costatare quante persone, per le vie più diverse, riscoprono la Messa tradizionale. Anche chi vi capita “per caso” rimane positivamente colpito da qualcosa che non riesce subito a individuare, ma che gli parla al cuore con straordinaria efficacia. Non è semplicemente la nostalgia di quanti, ormai avanti con gli anni, sentono riaffiorare i dolci ricordi dell’infanzia, bensì una percezione più profonda che afferra pure i più giovani: l’inequivocabile sentimento di trovarsi alla santa presenza di Dio, nel corso di un evento che, pur trascendendo il mondo e la storia, si sta compiendo proprio là, in quel preciso istante. Hoc est enim corpus meum… Hic est enim calix sanguinis mei, novi et aeterni Testamenti… L’avvenimento centrale della vicenda umana, che la redime dal male e la dischiude alla vita dell’eternità, si attua qui e ora, trasportandoci sul Calvario, con Maria e Giovanni, all’immolazione della Vittima perfetta: hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam… Tutto, nel rito, calamita le anime verso questo momento così solenne in cui il Dio-uomo, nella sua povertà disarmante, si “materializza” tra le mani del sacerdote.

Egli solo è capace di abbassarsi tanto per puro amore, come nella sua prima venuta: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis: et vidimus gloriam eius… Le parole di san Giovanni riecheggiano alla fine a suggellare il rinnovarsi dell’inaudito mistero, abisso senza fondo che risucchia dolcemente i cuori per riempirli di sé. Anche chi ha poca familiarità con il latino, una volta superate le comprensibili difficoltà iniziali, a poco a poco si abbandona a questo vortice di insondabile misericordia, che non richiede da parte dell’uomo particolari prestazioni pratiche o intellettuali, bensì soltanto fede viva e umiltà profonda. Che sollievo rendersi conto che l’agente principale è un Altro, la cui azione porta frutto nella misura non dell’agitarsi nella liturgia, ma delle disposizioni interiori e dell’adesione alla Sua volontà! Svanisce di colpo ogni velleità di apparire o di dimostrare le proprie capacità creative, che risultano ridicole di fronte a un fatto di tale dignità e importanza. Come vuole il Signore, si ritorna bambini che, rapiti dallo stupore, si lasciano imboccare senza accampare pretese di sorta, che son del tutto fuori luogo nel ricevere un dono così sublime.

Ecco dunque in qual modo la Provvidenza sta silenziosamente impregnando il campo devastato della Chiesa per farlo rifiorire a tempo debito. Questo non significa di certo che si debba smettere di punto in bianco di frequentare la Messa nuova, qualora la distanza o la situazione familiare non consenta di partecipare sempre a quella antica. Ognuno farà quel che può, sapendo che il Padre conosce i desideri genuini e li accoglie come un olocausto, concedendo le stesse grazie a chi lo serve con tutto il cuore nella forma che gli è consentita. È inammissibile indurre i fedeli a violare il terzo comandamento e a privarsi della comunione, quando oltretutto le sfide da affrontare e le croci da portare sono così dure. Certi sillogismi nascono da quella superbia intellettuale che è una delle armi preferite dal demonio per far deviare anche i buoni, che non riesce a sedurre con i mezzi ordinari. D’altra parte, le modifiche annunciate per la terza edizione del Messale italiano non sono tali da invalidare la Messa, anche se vanno ulteriormente, da quanto è dato dedurre, nella direzione di un naturalismo panteistico che è già largamente presente, ma contro il quale, grazie a Dio, siamo ormai vaccinati.

Chiediamo all’Avvocata di Eva, in questa novena di Natale, di cibarci del Frutto benedetto che ha portato in grembo e dato alla luce allo scopo di offrirlo un giorno per noi sul Calvario, di quel Pane del cielo che porta in sé ogni dolcezza e sazia ogni fame di verità, di bene, di amore e di bellezza. Più il deserto che siamo si lascia impregnare dalla divina rugiada, più si avvicina la sua mirabile fioritura. Lo ripeto ancora una volta: fissiamo lo sguardo non sul marciume, lasciandoci divorare dalla rabbia o dallo sconforto, ma sull’opera nascosta del Salvatore, il quale pure ora, come quando si incarnò nel grembo della Vergine, intride in silenzio il vello che formiamo, per quanto dispersi. Così ci prepara alla Sua ultima venuta, quella gloriosa e sfolgorante che preluderà al Giudizio universale. Avete mai pensato alla grazia di trovarvi fin d’ora dalla parte giusta e di essere strumenti della conversione di quanti sono lontani? Non guardate indietro, verso un passato idealizzato che non è mai esistito, ma tendete lo sguardo in avanti, vivendo il presente con fiducia e gratitudine e pregando per rimanere perseveranti, succeda quel che succeda.

Intuere, o homo, consilium Dei, agnosce consilium Sapientiae, consilium pietatis. Caelesti rore aream rigaturus, totum velleri prius infudit: redempturus humanum genus, pretium universum contulit in Mariam. Ut quid hoc? Forte ut excusaretur Eva per filiam, et querela viri adversus feminam deinceps sopiretur. Ne dixeris ultra, o Adam: Mulier quam dedisti mihi, dedit mihi de ligno vetito; dic potius: Mulier quam dedisti mihi, me cibavit fructu benedicto.

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