Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 31 ottobre 2026


Tempus eversionis

 

Exspecta Dominum, et custodi viam eius (Sal 36, 34).

Tanti sedicenti fautori della Tradizione sono in realtà legati a movimenti e istituzioni totalmente estranei, se non ostili, alla Tradizione cattolica. La loro posizione nei confronti dello Stato terrorista che occupa illegalmente la Terra Santa e dei suoi gravissimi crimini, ultimi dei quali il genocidio di Gaza e la distruzione del Libano meridionale, varia dalla più ostentata indifferenza alla più sfegatata giustificazione; ciò fa sospettare che siano controllati, in un modo o nell’altro, dalla mafia finanziaria aschenazista.

È così che il movimento tradizionale è stato addomesticato e reso innocuo, nella sua nicchia dorata e adorna di sbrillocchi. Al colmo dell’ambiguità, a celebrare la Messa prelatizia del pellegrinaggio Summorum di quest’anno è stato invitato quello Schneider che la Primavera scorsa ha rilasciato insistenti quanto scandalose dichiarazioni a favore dello scisma lefebvriano. Il coraggioso difensore della Tradizione, come abbiamo visto pochi mesi fa, ha pubblicato un libro con una copertina piena di criptici simboli giudeo-massonici.

Umanamente finiti

Dal punto di vista umano, non se ne viene fuori. Al di là delle discussioni e delle controversie, che lasciano il tempo che trovano, i nemici di Cristo tengono saldamente in pugno tutta la componente terrena della Chiesa nella sua variegata composizione: progressisti, conservatori, tradizionalisti delle diverse specie… La morsa finanziaria è altresì, con buona probabilità, il mezzo che fece compiere a Benedetto XVI il passo della rinuncia all’esercizio attivo del ministero, la quale non gli impedì affatto di continuare a guidare in certo qual modo la Chiesa con la preghiera e gli scritti, come dimostra il clamoroso caso del volumetto sul celibato sacerdotale.

Il carceriere che gli era stato posto a fianco fin da quando era ancora prefetto della Dottrina, infatti, non riuscì – pur essendo incaricato di filtrare visite e contatti – a prevenire la consegna del prezioso scritto al coautore del saggio, il cardinal Sarah. Durante il pontificato attivo si era destreggiato con un certo successo nel selezionare udienze e missive; di queste ultime, un numero impressionante finì ai giornalisti, che orchestrarono l’enorme scandalo a comando noto come Vatileaks. Il traditore aveva perfino approntato una confessione autobiografica il cui scopo era quello di fornire alla stampa la versione ufficiosa di una serie di vicende compromettenti.

Sta di fatto che, come da proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Il libro, ovviamente già pronto, andò in stampa il 2 Gennaio 2023 con il racconto delle esequie, che si sarebbero tenute il 5. Malauguratamente il dittatore argentino, per puro capriccio, si rifiutò di celebrarle, limitandosi ad assistervi; perciò fu messo in bocca a tutti i cronisti (che ripeterono ciò a una voce come pappagalli) che Bergoglio aveva presieduto i funerali come preconizzato da Ganzwein. C’è nondimeno una bella differenza tra l’azione di presiedere e quella di assistere, anche solo sul piano visivo: stare al centro dell’altare è ben diverso dal trovarsi di lato, davanti a un inginocchiatoio.

L’aspetto più tragico di questa farsa penosa è che dimostra come il decesso di Ratzinger non si sia compiuto in modo naturale, ma sia stato pianificato, come, del resto, quello del successore: chi di spada ferisce… Il Vaticano è in mano a una cricca di pederasti ricattati dalla mafia finanziaria, che col nuovo pontificato non ha affatto allentato la presa. L’unica differenza è che l’opposizione, come per magia, ha perso la voce su tutto il fronte se non per decantare la nuova èra inaugurata dall’elezione del papa americano; così ora nessuno osa più fiatare soprattutto nell’ambiente tradizionale, sospeso com’è alla sospirata concessione di un po’ più di libertà.

Niente più illusioni

Da Oltretevere, però, l’aria si fa sempre più gelida, al punto di aver impedito alla processione del 24 Ottobre l’accesso alla Basilica di San Pietro. Di tale inaudita offesa a Dio e del cocente scandalo patito dai fedeli non godiamo di certo, come quegli sciacalli che approfittano delle disgrazie altrui per farsi pubblicità e incitare chi è in regola a imitare la loro ribellione. Resta comunque il fatto che, nel nuovo pontificato, le porte del centro della cristianità son state spalancate ai sodomiti organizzati e sbattute in faccia ai cattolici. Si vocifera che l’esultanza manifestata dai secondi l’anno scorso abbia urtato il cerchio magico del Papa (che gradisce invece, a quanto pare, quella dei pervertiti).

Dopo un anno e mezzo, peraltro, nulla ci permette di intravedere un sostanziale cambiamento di rotta in alcun ambito né su alcuna questione cruciale, a parte qualche nomina decente in mezzo a molte nomine pessime. La sinodalità, col vecchio ritornello della più ampia partecipazione al suo governo, avanza come sovversione dell’ordine divinamente costituito della Chiesa. L’ideologia gender viene diffusa da vescovi, parroci e professori di “teologia” al pari dei politicanti di sinistra. L’islamizzazione è promossa con la cooperazione di una gerarchia allineata ai piani dei globalisti, miranti a cancellare ogni identità e distinzione.

Intanto nei ministeri vengono assunti centinaia di immigrati di seconda generazione, che senza una formazione adeguata ricevono incarichi di dirigenza a discapito dei funzionari più anziani, dotati di competenza ed esperienza. I figli di coloro che abbiamo “accolto” finiranno così col dominarci e trattarci da inferiori, senza sapere né amare nulla della nostra Patria (cose che non imparano certo a scuola), votata così alla rovina e alla sostituzione etnica da parte di gente totalmente manovrata dal sistema, che la manipola a piacimento sfruttandone l’ignoranza e la mancanza di radici. Guardate cosa sta succedendo in Francia e avrete un’idea di quel che intendono realizzare da noi.

Uno Stato che impone alle imprese l’assunzione di uomini travestiti da donna o viceversa (vale a dire di poveri malati di mente) è un’entità che persegue l’inversione della realtà, progetto di innegabile stampo satanico; una gerarchia che, anziché tuonare, avalla e benedice tale ribaltamento dell’ordine naturale è una sentina di traditori; un tradizionalismo muto su questi problemi è un serraglio di tipi improbabili, rinchiusi in una riserva a lambiccarsi la testa su rubriche e sottigliezze accademiche… Non illudiamoci: le istituzioni sono tutte controllate, da un capo all’altro del ventaglio, sia a livello civile che a livello ecclesiastico.

Consolante certezza

«Ora è tempo di sovversione» (1 Mac 2, 49): questa è la situazione in cui la Provvidenza ci ha posti e che, da tutta l’eternità, ha scelto per la nostra santificazione; per il momento è un martirio bianco, ma potrebbe presto diventare un martirio di sangue. Quale condotta ci comanda di tenere la Parola di Dio? «Aspetta il Signore e custodisci la sua via» (Sal 36, 34); attendi con fede il Suo intervento preparandolo attivamente con l’osservanza della Sua dottrina: preghiera, sacrificio e adempimento dei tuoi doveri di stato. Non andare in cerca di vane sicurezze da parte umana, confida soltanto nel Suo amore con cieca speranza; è una strada inizialmente ardua, ma piena di luce e consolazione.

Dal cielo hai fatto udire il giudizio, la terra ha avuto timore e si è quietata, quando Dio è sorto per il giudizio, per salvare tutti i miti di cuore (Sal 75, 8-9 LXX).


sabato 17 ottobre 2026


L’ancora di salvezza

 

Ecco l’ancella del Signore: mi accada secondo la tua parola (Lc 1, 38).

Il racconto dell’Annunciazione culmina in questa dichiarazione di totale sottomissione alla volontà di Dio, una sottomissione piena di gioia e di amore, una sottomissione che nasceva dal desiderio di mettersi a servizio del disegno di salvezza che il Signore stava realizzando. Quando recitiamo il Rosario, non facciamo altro che enucleare i singoli avvenimenti di questo piano di salvezza nelle sue diverse tappe: l’Incarnazione, la Redenzione e la Gloria; lo facciamo però con le disposizioni interiori di Maria, quelle stesse disposizioni che La portarono a dare questa risposta all’arcangelo Gabriele: «Nei confronti di Dio, io sono la Sua semplice e umile ancella; perciò mi sia fatto secondo il Suo volere».

Nel recitare il Rosario, consideriamo i singoli eventi dell’opera di salvezza (quelli che chiamiamo misteri: gaudiosi, dolorosi e gloriosi) con il cuore e gli occhi di Maria. Facendo ciò, sviluppiamo una forma di meditazione molto profonda e, al tempo stesso, accessibile a tutti. Nel ripetere le Ave Maria, intercalate dal Pater noster e dal Gloria Patri, non facciamo altro che lasciarci impregnare, a poco a poco, dello spirito di Maria; così assimiliamo le verità della fede grazie al Suo intervento, ossia a quella mediazione di grazia che esercita continuamente, ma in modo speciale quando La invochiamo.

Queste verità di fede non sono dati astratti, bensì fatti in cui la Vergine è stata coinvolta in prima persona e in modo profondissimo. Sono avvenimenti a cui Ella ha cooperato in maniera decisiva, perché così ha voluto il Padre; avvenimenti cui è stata associata con un ruolo essenziale, non accessorio: un ruolo, cioè, che per volontà di Dio ha permesso la realizzazione di quegli stessi avvenimenti grazie al Suo consenso. Tale consenso non è stato prestato soltanto nell’istante in cui il Verbo si è incarnato, ma è stato rinnovato continuamente, momento per momento, soprattutto nello snodo più serio e difficile del piano di salvezza qual è la Croce, che fa di Lei la Corredentrice.

Nel Rosario abbiamo anzitutto un grande e potente mezzo di assimilazione delle verità di fede nelle disposizioni di Maria e, viceversa, di nostra conformazione a Cristo: più assimiliamo quei fatti per la mediazione materna di Lei, più ci disponiamo interiormente ad essere a nostra volta associati ad essi, realizzandoli in certo qual modo nella nostra vita e conformandoci così al Signore. Oltre ad essere un potente e accessibilissimo mezzo di meditazione, tuttavia, il Rosario è anche un’arma estremamente efficace con cui la Chiesa si è difesa in circostanze storiche cruciali.

Sappiamo bene che l’evento che diede origine alla festa del Rosario fu la vittoria di Lepanto, che papa san Pio V attribuì proprio alla sua recitazione. Non esistono però soltanto nemici visibili e attacchi esterni alla Chiesa, che non sono mai terminati; ci sono pure e soprattutto nemici invisibili: sono le potenze demoniache, che non solo istigano i poteri mondani a combattere la Chiesa, ma suscitano anche errori ed eresie. Come proclama la Liturgia, nondimeno, la Madonna da sola ha sconfitto tutte le eresie nel mondo intero: infatti il Suo ruolo nella storia di salvezza e la Sua mediazione di grazia fanno sì che gli errori, di fronte a Lei, si dissolvano come nebbia al sole.

Proprio perché è stata coinvolta in modo così stretto e decisivo nell’opera del Redentore, Maria è una sorta di crocevia di tutte le discipline teologiche; perciò tutto ciò che non corrisponde alla verità, passato per così dire al vaglio della mariologia, si rivela inconsistente. Preghiamola allora perché custodisca la Chiesa dai nemici visibili e da quelli invisibili. Oggi non ci sono più potenze cattoliche a difenderla; ciò che dobbiamo chiedere è soprattutto che l’umanità sia preservata dalle guerre, poiché esse sono oggi eventi particolarmente catastrofici e distruttivi. Mettiamoci perciò sotto il Suo manto per chiedere protezione dai conflitti scatenati dagli interessi occulti dei poteri finanziari, ma anche per esser preservati da tutti gli errori e le eresie che ancora si diffondono.

In particolare, col Santo Rosario affidiamo all’intercessione onnipotente della Mater Ecclesiae la salute e l’incolumità del Papa. Nel gioco perverso di rivalità e ambizioni cui l’umanità, per castigo divino, è sottomessa a motivo della sua ostinata incredulità, trovarsi a capo della Chiesa Cattolica è una posizione quanto mai scomoda e pericolosa, dato che l’acquiescenza ad una parte provoca inevitabilmente l’odio dell’altra. Che il Signore trasformi per Leone le attuali circostanze in salutare occasione di revisione delle sue vedute e orientamenti, distogliendolo dalle sabbie mobili della sinodalità e dell’omoeresia per riportarlo sul terreno solido della Tradizione apostolica, di cui è custode e garante.


sabato 3 ottobre 2026


Quale prezzo

per quale rinascita?

 

Quando non ha più memoria né mete cui tendere, una civiltà muore (graffito del XXI secolo).

«Maybe coffee…», risponde con aria distratta la turista americana al marito che le domanda cosa voglia per colazione. I nuovi barbari che hanno invaso le nostre belle città, spargendosi ovunque come cavallette e lasciando dietro di sé disordine e sporcizia in aggiunta a quelli già esistenti, non mostrano la capacità di apprezzare l’arte e la storia, ma “divorano” ciò che incontrano fotografando tutto in modo compulsivo e consumando l’elettrizzante emozione di farsi immortalare in luoghi resi celebri dal cinema. Nella febbre del viaggio iniziata dopo la cessazione delle restrizioni “sanitarie”, tuttavia, quel che sembra prevalere è la terribile noia lasciata dalla possibilità di andare dappertutto e di provare, dopo estenuanti file, ristoranti e gelaterie segnalati nella Rete, senza un criterio né uno scopo, bensì giusto per godersi le mirabolanti opportunità del mondo globalizzato.

Dove va l’umanità?

Il fatto più tragico della vita in questo Paese di Bengodi è che gli individui, da un lato, non sono più capaci di scegliere nell’eccesso di offerta, per cui lo fanno in modo casuale, attanagliati come sono dall’indifferenza; dall’altro, non si accorgono più di niente, con la mente e il cuore risucchiati dagli smartphone, da soli e in compagnia, seduti e mentre attraversano la strada, al mare e in montagna, di giorno e di notte. Non si accorgono di chi li truffa o li borseggia; non si accorgono di chi, accanto a loro, ha bisogno o sta male; non si accorgono delle scie che solcano i cieli per impedire le piogge e trasformarsi in una cappa asfissiante… L’osservazione diretta della realtà è stata sostituita da una rappresentazione digitale della realtà che viene ormai presa per l’unica vera; chiunque si azzardi a sollevare il minimo dubbio è guardato come un pazzo.

Questa è la situazione ideale per chi intende manipolare le masse; del resto, essa è risultato di una globale operazione di ingegneria sociale che non ha risparmiato neppure i “migranti” africani, tutti muniti di cellulare e assorbiti come gli altri nel mondo degli algoritmi. Cosa stia davvero accadendo è per i più un enigma che pochi, peraltro, si sforzano di decifrare; la maggior parte degli uomini si fida ancora dei telegiornali e dei sedicenti professionisti dell’informazione, proprio come all’epoca della pandemenza. I mezzi di comunicazione continuano però sfacciatamente a vomitare menzogne sulla guerra ucraina e su quelle mediorientali, sulla politica americana e su quella europea, sulle insidie della Russia e su quelle della Cina – almeno per coloro i cui interessi non si limitano al campionato di calcio o ai divi dello spettacolo.

Se qualcosa sembra chiaro, è che la globalizzazione orchestrata dalla City londinese è in seria crisi. Il gigante cinese, apparentemente addomesticato ai fini della deindustrializzazione dell’Occidente e della sua riduzione in schiavitù economica, ha fatto il doppio gioco. Stabilendo rapporti diretti con gli Stati Uniti, esso ha scavalcato l’intermediario britannico, che lucra immani fortune sugli scambi commerciali e ricatta finanziariamente mezzo mondo. La Cina, d’altronde, vanta una civiltà antica di cinque millenni, con la sua finissima sapienza strategica e tattica; estremamente arduo è cogliere cosa pensi davvero un dirigente cinese, al di là della cortesia di rito e delle rassicurazioni esibite. Analoga osservazione vale per i persiani e gli orientali in genere, che si prendono gioco con grande disinvoltura degli occidentali pragmatisti e utilitaristi.

Neanche i banchieri aschenazisti (che probabilmente non sono di ascendenza israelitica) riescono a competere con i popoli d’Oriente, che forse la Provvidenza ha scelto per limitare il loro disumano strapotere. È proprio qui che si arresta, misteriosamente, l’acume di tutti gli analisti alternativi che contestano l’informazione mainstream: il nome di quegli usurai, speculatori, truffatori, schiavisti, satanisti e pedofili non compare mai, avvolto com’è in una coltre di omertà. Eppure è risaputo che sono loro a tirare i fili dell’alta finanza, benché divisi in due fazioni, almeno in certo grado, rivali: i globalisti e i sovranisti. Sono due cosche mafiose che si confrontano in modo che nessuno possa assumere un potere eccessivo; il conflitto, reale a un certo livello, è però coordinato al vertice ai fini di un dominio universale cui nessuno sfugge.

Letture insufficienti e perciò ingannevoli

Quanti inneggiano all’affrancamento di potenze sovrane dal giogo globalista fingono di ignorare che, dietro le une come dietro l’altro, ci sono società segrete dalla facciata umanitaria, come i Lubavitch e i Bᵉnè Bᵉrîth. Possono pure divergere le rispettive posizioni ideologiche (contrarie o favorevoli all’annullamento delle identità sessuali, culturali e nazionali), i modi in cui perseguono l’obiettivo (veloce con guerre e rivoluzioni, lento con la graduale inversione dei valori), i mezzi di cui si servono per ottenere il controllo totale dell’umanità (il Sistema Finanziario Quantistico o l’identità digitale), ma lo scopo è lo stesso: dominare il mondo per rifarlo secondo i dettami del diavolo, cancellando il cristianesimo e riportando le lancette dell’orologio a un minuto prima dell’Incarnazione; in poche parole, è un fine prettamente anticristico.

Ovviamente la realtà politico-finanziaria, con le sue ramificazioni e contrapposizioni intermedie, è più complessa di quanto mostri questa sommaria bipartizione, la quale rimane però, a nostro avviso, fondamentalmente vera. Essa risulta utile pure per comprendere, per quanto possibile, le dinamiche della competizione per il controllo della Chiesa Cattolica, conteso dalle due fazioni giudaiche. Negli ultimi decenni sembra per lo più aver prevalso quella globalista, specialmente con Bergoglio. Il suo successore, probabilmente imposto dall’ala sovranista, pare però affiliato piuttosto a quell’altra, vista la sua felpata prudenza sull’Ucraina e, di contro, il marcato pacifismo riguardo all’Iran, con cui ha provocato la rabbiosa reazione del suo presidente. Non meno significative sono le frequentazioni britanniche: un sovrano eretico e una pazza mascherata da vescovo…

A Parigi (dove fu iniziato il nunzio Roncalli) si è trovato a dover parlare prima di fronte a istituzioni che sono espressione della dottrina sinarchica di stampo francese (da cui discende il multipolarismo e il progetto di una Chiesa asservita allo Stato), poi di fronte ai rappresentanti di un’agenzia delle Nazioni Unite che usa la cultura e la scienza come strumenti di omologazione universale. Bisogna dargli atto di esser riuscito in un’impresa assolutamente impari per il suo predecessore: compiacere gli uni e gli altri nel giro di poche ore, con buona pace dei vari commentatori cattolici di stampo conservatore, che hanno osannato il coraggio di rivendicare alla religione uno spazio pubblico e alla Chiesa Cattolica piena libertà d’azione… sì, ma come organizzazione socialmente utile, non certo come portatrice dell’unica verità che salva in virtù della fede in Gesù Cristo.

La dimensione religiosa, in effetti, è definita una risorsa educativa da sfruttare in vista del benessere di tutta la società – una società considerata nella sua multietnicità come fatto compiuto, nella quale la Chiesa, fra tante altre istituzioni, è un ente benefico che, in un rapporto di sana complementarità con lo Stato, è chiamata a realizzare una sana cooperazione, sebbene a diverso titolo, a servizio del bene di tutti, ossia della vocazione personale e sociale degli uomini. Qui, oltre a non definire mai il bene o benessere di cui si parla né la vocazione attribuita all’uomo né la vita auspicata per il mondo (e neppure, di conseguenza, ciò che rende sano qualcosa), si presuppone che lo Stato sia un ente per lo meno paritario rispetto alla Chiesa, idea che il Magistero pontificio ha sempre respinto come falsa, per non dire che tale pretesa parità si risolve inevitabilmente in un prevalere dello Stato.

Ancora il doppio registro

Come quello rivolto in Gennaio al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, qui citato due volte, anche questo discorso, che con un po’ di buona volontà si può pure intendere in senso cattolico, si attaglia perfettamente alle dottrine massoniche, come del resto suggerisce, in esordio, l’elogio dei pensatori dell’Umanesimo, del Gran Secolo e, soprattutto, dei Lumi… ossia “filosofi” che coltivarono l’occultismo ermetico e l’esoterismo rosacrociano, nonché, nel caso degli Illuministi, un odio feroce e volgare contro la Chiesa, da loro coperta di insulti e calunnie. Davvero un’ottima premessa, Santo Padre! Secondo Lei, d’altronde, grazie all’«illuminazione di spiriti francesi d’eccezione che erano al tempo stesso grandi cattolici» (?!?), la Francia ha procurato al mondo vere conquiste (come, di recente, l’eutanasia, ora blandamente criticata dopo il siderale silenzio all’epoca della discussione in aula).

Siamo accecati da tutta questa luce irradiata da tale faro culturale, artistico e spirituale, che brilla in modo speciale nel restauro di Notre-Dame, simbolo di una speranza ritrovata: «Ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di ognuno e alla testimonianza di un’unità realizzata nello sforzo comune»; è la speranza, rigorosamente ristretta all’immanenza e all’umano, della rinascita della fenice dalle sue ceneri, ossia dello spuntare di una nuova èra dalla dissoluzione del sistema precedente. Ovviamente Leone non ha inteso far politica… nel senso comune del termine, bensì in modo criptico; egli ha infatti un certo interesse a far sì che, nel nuovo ordine mondiale, la Chiesa Cattolica non venga completamente annientata come preconizzato da Mazzini e Garibaldi, agenti dei suoi mentori britannici, ma riceva un posticino come agenzia spirituale della sinarchia.

È come avesse detto: «Suvvia, vi siamo utili anche noi; basta inquadrarci come fecero i Bonaparte. Non abbiamo alcuna difficoltà a coniugare i valori del Vangelo ai diritti umani, vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità… neppure se, alla fin fine, siamo costretti a posporre i primi ai secondi, così come abbiamo accettato che la Chiesa dipenda dallo Stato» (pandemia docet). Prima del 1789 o del 1948, chi proclamava la dignità dell’uomo? chi assicurava l’ordine economico e sociale? chi si preoccupava di difendere gli oppressi? Evidentemente, nessuno: la Chiesa, fino al 1962, ha mancato la sua missione; Gesù Cristo ha fallito. Meno male che ci sono gli spiriti francesi d’eccezione che si son lasciati illuminare e ci hanno a loro volta illuminato! Quanto a discernimento etico capace di vedere cos’è moralmente buono abbiamo proprio bisogno di maestri…

Infine l’accenno al Medio Oriente, modello di armonia tra diversi popoli e religioni, offre a Prevost l’aggancio per una breve arringa a favore del disarmo e della pace, anche se lo sfondo, non evocato, sembra la guerra in Ucraina. Da un lato si esalta la vocazione francese al multilateralismo, dall’altro si invocano accordi e controlli efficaci, che sono appannaggio di autorità sovranazionali. Le finezze diplomatiche in gran parte ci sfuggono, ma si direbbe che la svolta americana verso Russia e Cina si riflettesse inevitabilmente anche nella diplomazia vaticana, che sconsiglierebbe a Parigi di seguire Londra nel progetto suicida che, di concerto con Kiev, persegue dal 2022, se non dal 2014. Come che sia, la civiltà occidentale sta morendo sia moralmente, di indifferenza e di noia, sia fisicamente, di vaccini, aborto ed eutanasia. La guerra auspicata da certi circoli sarebbe soltanto il colpo di grazia, un immenso sacrificio umano mirante a propiziare la nascita del nuovo mondo.


sabato 19 settembre 2026



I moderni Nicolaiti

(e i loro censori acattolici)

 

Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).

«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.

Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.

Parallelo con l’attualità

Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.

Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità rivelate, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).

Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.

Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio

La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.

Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.

Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno, infatti, può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.

Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.

Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava i vescovi di persona così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.

Conclusione

Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la sana dottrina e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.

Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.


sabato 5 settembre 2026


Il rinnovamento della Liturgia

 

Quando si altera l’essenza di un ente, quell’ente smette di esistere in quanto tale e diventa un’altra cosa. Se si altera l’essenza della Liturgia, essa smette di esistere in quanto Liturgia e si trasforma in qualcos’altro. Questo è quanto accaduto con la Liturgia cattolica: quella avviata alle fine degli anni Sessanta non è stata affatto una riforma, bensì un totale rifacimento dei riti e dei testi secondo princìpi nuovi e sostanzialmente estranei in quanto d’ispirazione protestante. Al culto da rendere a Dio tramite il ministro ordinato si è sostituita un’occasione d’incontro di comunità che, a parole, si identificano nella fede e nella carità ma, di fatto, sono regolate da dinamiche puramente sociologiche.

Il Signore, non volendo lasciare la Sposa priva della grazia, non ha certo permesso che i Sacramenti fossero resi invalidi; ciononostante, il quadro interpretativo e celebrativo è talmente cambiato che la loro efficacia risulta compromessa. A lungo andare la fede stessa, espressa com’è dalla lex orandi, si è profondamente pervertita, trasformandosi in congerie di opinioni variabili secondo gli individui e le loro esigenze soggettive in funzione del benessere emotivo: questa, però, non è più la fede rivelata, dando alla quale l’assenso interiore l’uomo si sottomette a Dio e aderisce al tempo stesso alle realtà oggettive manifestate dagli enunciati dottrinali.

Uno sguardo alla situazione reale

Se queste considerazioni di ordine metafisico suonano ostiche a un clero intellettualmente deformato dalla dismissione della ragione nel trattare materie teologiche, volgiamoci alla considerazione delle concrete condizioni della Chiesa. Il crollo della pratica religiosa (ulteriormente dimezzata dall’empia sottomissione della Chiesa agli Stati decretata nel 2020) nonché delle vocazioni sacerdotali e religiose (per non parlare della qualità delle poche rimaste), la proscrizione della fede dagli spazi pubblici e la scomparsa dei cattolici dall’agone politico, la degenerazione morale di una società che corrompe i bambini sopravvissuti al massacro di Stato… e si potrebbe continuare.

Cosa c’entra la Liturgia? – domanderà qualcuno. Il culto cattolico sorregge il mondo, impedendogli di sprofondare negli abissi infernali come meriterebbe; esso è infatti il mezzo con cui il Salvatore ha voluto perpetuare la propria opera di redenzione, in modo tale che i suoi effetti permangano in ogni tempo e si espandano in ogni luogo. Crollato il culto cattolico, è venuto meno l’argine che tratteneva le forze demoniache, che han così potuto travolgere l’umanità nel loro immondissimo fiume, come lo chiama Leone XIII nel suo celebre Esorcismo. Grazie a Dio, non è un crollo completo, visto che il Santo Sacrificio continua ad essere offerto, benché in una forma inadeguata.

Le ragioni del ritorno all’antico

Coloro che, nella Chiesa, propugnano la restaurazione del culto agiscono dunque nell’interesse della Chiesa tutta e dell’umanità intera. Non si tratta affatto di nostalgici (considerata l’età media) né tanto meno di esteti dalla particolare sensibilità, bensì di cattolici che hanno riscoperto la vera Liturgia, quella trasmessaci dall’antichità cristiana anziché quella inventata a tavolino da un massone con il concorso di eretici calvinisti. Deformare l’immagine dei dissenzienti in modo caricaturale al fine di screditarli davanti all’opinione pubblica è metodo tipico dei regimi totalitari, fra i quali si annovera a pieno titolo, purtroppo, quello instauratosi nella Chiesa Cattolica dopo l’ultimo concilio.

Poiché il Pontefice regnante ha ritenuto opportuno illustrarci per l’ennesima volta la Sacrosanctum Concilium, si rende necessaria una precisazione: la cosiddetta riforma liturgica non rappresenta per niente l’applicazione delle indicazioni in essa espresse, dato che queste ultime furono attuate nel 1965 con la pubblicazione di un Messale leggermente modificato e quasi integralmente (ben oltre quanto raccomandato) tradotto nelle lingue volgari. Il Messale promulgato – ne siamo certi? – nel 1969 non corrisponde affatto a quanto richiesto dall’assise conciliare ma costituisce un artefatto integralmente nuovo, che ricorda da vicino il cosiddetto Messale di Cranmer.

D’altra parte non era possibile manomettere sostanzialmente il Messale di san Pio V (a parte il grave stravolgimento delle rubriche e del calendario operato da Roncalli): la bolla di promulgazione Quo primum tempore, infatti, esclude perentoriamente che alcuno possa esser costretto a modificarlo e che la bolla stessa possa esser revocata ullo unquam tempore, cioè mai; si tratta pertanto di un atto pontificio irreformabile, come una definizione dogmatica. Ciò posto, l’unica possibilità rimasta ai novatori era quella di elaborare di sana pianta un nuovo rito, cosa che hanno puntualmente fatto ai danni del culto cattolico, così odiato da Satana e da chi lo serve.

La reale situazione giuridica

Il medesimo san Pio V conferisce ad ogni sacerdote cattolico piena facoltà, senza limiti di sorta, di usare il Messale da lui promulgato, il quale, perciò, non può essere in alcun modo proibito. Montini commise un enorme abuso di potere imponendo l’obbligo di celebrare secondo il Messale da lui edito, abuso reiterato da Bergoglio con il Traditionis custodes, documento peraltro nullo perché confonde l’oggetto del dispositivo di legge: in un articolo è il Messale del 1962; in un altro, quello antecedente al Messale del 1969 (che, come appena visto, non è quello del 1962, bensì quello del 1965). Quanti sono avvezzi a manipolare la storia finiscono col convincersi delle proprie stesse menzogne.

Nessuno al mondo, in conclusione, può vietare a un sacerdote cattolico di celebrare col Messale di san Pio V – forse con quello di Giovanni XXIII, ma non è un problema. Al sacerdote si può toglier di certo l’incarico, ma non si può assolutamente impedirgli di celebrare nelle chiese libere et licite (in quibusvis Ecclesiis absque ullo conscientiae scrupulo, aut aliquarum poenarum, sententiarum et censurarum incursu). Qualunque divieto in proposito è un abuso che fa incorrere chi lo commette nell’ira di Dio onnipotente e dei santi apostoli Pietro e Paolo; per chi vede in modo soprannaturale (ossia reale), è ben peggio dell’ira dei superiori.

Supplica al Papa

Beatissimo Padre, con tutto il rispetto dovuto alla Sua altissima carica, ci permettiamo di segnalarLe che nella Messa tradizionale i fedeli non sono affatto né muti né passivi. Essi partecipano all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; sono formati dalla Parola di Dio; si nutrono alla mensa del Corpo del Signore; rendono grazie a Dio; offrendo la Vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparano a offrire sé stessi. I sacerdoti si adoperano inoltre affinché di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro (cf. SC 48), dissuadendoli con tutte le forze da derive scismatiche.

La ricchezza dei testi biblici e liturgici è perfettamente disponibile tramite i messalini, che riportano traduzioni generalmente più fedeli e sono esenti dalle estemporanee trovate di qualche funzionario della conferenza episcopale. L’ordinamento celebrativo è estremamente lineare, visto che, dopo averli istruiti, proietta sia il ministro che i fedeli verso la consacrazione e la comunione, mantenendoli in costante quanto diretto dialogo con Dio Padre. I ritocchi e gli adattamenti che nel tempo appaiano opportuni non possono mutare l’essenza della Liturgia, analogamente a quanto mirabilmente esposto da san Vincenzo di Lerino a proposito dello sviluppo organico del dogma (cf. Commonitorium, 23).

La supplichiamo pertanto di voler riconsiderare le restrizioni imposte dal Suo predecessore, che poggiano su informazioni non rispondenti al vero. I sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione non sono altro che cattolici che, per pura grazia, hanno riscoperto un tesoro al quale non intendono rinunciare per alcun motivo al mondo: dopo aver ritrovato il genuino e pieno culto divino, non si può tornare indietro. AssicurandoLe filiale obbedienza in ciò che è lecito e legittimo, siamo certi che non disdegnerà quest’umile espressione di amore a Cristo e alla Chiesa, amore che ci spinge a operare per la salute della Sposa nella sua componente terrena nonché per l’evangelizzazione e la salvezza di tutti gli uomini.