Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 25 luglio 2026


Per chi non avesse ancora capito

 

Riprendiamo dalla Rete con qualche piccolo ritocco.

La Parola del Signore ci riguarda sempre – ognuno di noi in particolare – ma in certe circostanze si rivela quanto mai pertinente. Dobbiamo purtroppo parlare ancora di un evento molto grave che ha colpito l’unità della Chiesa all’inizio di questo mese. Preferiremmo di gran lunga parlare d’altro, ma la situazione ci impone di dire qualcosa di più chiaro a proposito dello scisma che si è consumato il 1° Luglio scorso. Si può certamente continuare a cavillare, dal punto di vista giuridico, per tentare di concludere in qualche modo che non si tratta di vero scisma, ma soltanto di un atto reso necessario dalle condizioni della Chiesa, ma questi sono discorsi quanto meno fantasiosi.

Se infatti pongo una causa che ha necessariamente un certo effetto, non posso poi dichiarare di non aver avuto l’intenzione di ottenere quell’effetto, poiché l’atto che compio, per sua stessa natura, ha inevitabilmente quel preciso effetto. È quindi inutile appellarsi all’intenzione soggettiva, poiché gli atti oggettivi hanno un peso e comportano conseguenze sul piano giuridico. Se dunque si compie un atto che per sua stessa natura è scismatico, si provoca inevitabilmente uno scisma, a prescindere dall’intenzione dichiarata. Una causa che ha un certo effetto lo produce; se l’effetto è cattivo, non devo porne la causa. Se l’albero è buono, non può dare frutti cattivi; siccome il frutto è cattivo (una divisione della Chiesa), vuol dire che l’albero non è buono (cf. Mt 7, 17-20).

La Parola del Signore è assolutamente inequivocabile; non può essere fraintesa. Possiamo pure cercare di arrampicarci sugli specchi ma, alla fine, è la realtà oggettiva che prevale. Dobbiamo vedere i fatti così come sono; non bastano le parole. «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21)». I  requisiti dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica sono tre: la professione della vera fede, la ricezione dei Sacramenti e l’obbedienza gerarchica. La comunione ecclesiastica si fonda sull’obbedienza ai legittimi Pastori. Di ciò che essi dicono o fanno, risponderanno loro al Signore; se io voglio seguire la sana dottrina e compiere la volontà di Dio, nessuno può impedirmi di farlo.

Nel caso dell’organizzazione che ha causato lo scisma, ci domandiamo: c’è la retta fede? È lecito dubitarne, poiché, per giustificare una disobbedienza che si protrae da cinquant’anni, la dottrina viene manipolata, al punto che è stato necessario manomettere perfino il rito di consacrazione dei vescovi, il quale prevede che, prima dell’ordinazione dei candidati, si ponga la domanda: «È certo che ci sia il mandato pontificio?». Il rito prescrive evidentemente che si risponda di sì; ma, siccome il mandato pontificio non c’era affatto, alla risposta prevista dal rito è stata sostituita una risposta inventata di sana pianta: sono dunque arrivati a manomettere perfino la Liturgia.

Di conseguenza dobbiamo domandarci: «Ci si può fidare di quello che insegnano?». Evidentemente no: non si è sicuri che sia effettivamente proclamata la verità così com’è, in quanto c’è un interesse particolare che determina l’insegnamento. Non è lecito, tuttavia, manipolare la dottrina per difendere un’opinione propria, ma bisogna correggere l’opinione, qualora sia errata; ancor meno è lecito farlo per giustificare un peccato o per legittimare una disobbedienza, ma bisogna eliminare il peccato e sottomettersi in ciò che è lecito. Qualora sia comandato qualcosa di illecito, in quel caso si resiste nelle forme lecite, in quanto un ordine contrario alla legge, semplicemente, non è un ordine; se invece viene comandato qualcosa di conforme al diritto, si deve semplicemente obbedire.

Senza questa obbedienza ci si pone fuori della comunione gerarchica, la quale è uno dei tre requisiti dell’appartenenza alla Chiesa. Il terzo requisito, com’è evidente, manca del tutto, poiché si pretende di stabilire un regime giuridico alternativo a quello del diritto ordinario, un regime di supplenza. Ci si può domandare: chi ha autorizzato questi vescovi e sacerdoti a instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente? Generale, perché riguarda tutto il diritto, non una singola norma; universale, perché abbraccia ogni luogo del mondo abitato, ubique terrarum; permanente, perché dura da cinquant’anni e non si dà alcun segnale che debba cessare. Che cosa li autorizza? Un preteso stato di necessità? Quale necessità?

I fedeli non trovano nessun altro, all’infuori di loro, per conoscere la vera dottrina cattolica? Stiamo scherzando? In tutta la Chiesa non c’è chi insegni la sana dottrina? I fedeli non possono ricorrere a nessun altro per ricevere i Sacramenti? Non ci sono altri sacerdoti che diano Sacramenti validi? E qui veniamo al secondo requisito, che è appunto la ricezione dei Sacramenti, la communicatio in sacris. Ora, un’organizzazione che rifiuti i Sacramenti da tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica, evidentemente, non è in comunione con essa. Lo scisma è definito dal Codice di Diritto Canonico come rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti (can. 751).

Ci sono dunque tutte le condizioni: al Romano Pontefice non obbediscono; nemmeno ai Vescovi locali obbediscono, avendo sviluppato un’attività pastorale totalmente indipendente da loro; infine insegnano a rifiutare i Sacramenti che non siano dati da sacerdoti membri della loro organizzazione. Se questo non è scisma, che cos’è? Vogliamo giocare con le parole? Vogliamo – come dicevamo – arrampicarci sugli specchi? Non si può, perché la realtà prevale. Chi pretende di instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente, fa qualcosa di non autorizzato: nessuna situazione può legittimare una scelta del genere; non esiste.

Stando così le cose, bisogna esser consapevoli che non è più lecito assistere a Sante Messe celebrate da sacerdoti appartenenti alla sedicente Fraternità San Pio X; le concessioni fatte durante i pontificati precedenti sono state revocate. Se quindi non è lecito assistere alle loro Messe, non bisogna andarci sotto pena di peccato mortale, poiché sono Messe celebrate da sacerdoti scismatici. Uno potrebbe obiettare che la scomunica riguarda i soli vescovi; in realtà essa riguarda tutti coloro che fanno parte formalmente di detta Fraternità. Infatti, aderire formalmente (ossia condividendone le convinzioni e gli scopi) a un movimento scismatico comporta la scomunica latae sententiae per il delitto di scisma. Se i sacerdoti membri non ne condividessero le convinzioni e gli scopi, non ne sarebbero membri.

Le Messe celebrate da quei sacerdoti, di conseguenza, sono illecite e sacrileghe, pur essendo valide in virtù del sacramento dell’Ordine da essi ricevuto. Le assoluzioni, invece, sono invalide, poiché, per assolvere validamente – eccetto in pericolo di morte – è necessaria la facoltà del vescovo. Chi ha dato loro la facoltà di assolvere? Certo, il papa precedente l’aveva concessa (non si capisce in base a quale principio), ma ora è stata revocata. Se perciò volete ricevere un’assoluzione valida, dovete andare da un sacerdote che abbia ricevuto la facoltà di assolvere; altrimenti, non soltanto rimanete con i vostri peccati, ma commettete anche un sacrilegio.

Ora, viste le ripercussioni che questo fatto sta avendo su tutto il mondo della Tradizione, abbiate cura di verificare che la Messa antica sia celebrata da sacerdoti regolarmente incardinati o in una diocesi o in un istituto religioso. Siamo fedeli cattolici; siamo membri della Chiesa, poiché abbiamo l’integrità della fede, i Sacramenti e la comunione gerarchica; il resto viene dal maligno. Ricordate ciò che dice il Signore? «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37). Cercare di scantonare per giustificare ciò che non si può giustificare non viene da Dio; non è lo Spirito Santo a ispirare tale condotta.

Raccogliamo dunque l’esortazione di san Paolo, che ci ammonisce così: nella vita o si è schiavi del peccato o si è servi di Dio (cf. Rm 6, 16-23); non ci sono possibilità intermedie. Se sono schiavo del peccato, il risultato finale è la morte eterna, l’Inferno; se invece sono servo di Dio, vado verso la vita eterna, a condizione, però, che mi santifichi in questa vita terrena. Ora, come può santificarsi chi è in stato di scisma e, di conseguenza, non ha più la grazia santificante, anzi non ha più niente, perché non è più membro della Chiesa? Vedete l’enorme pericolo che corrono le anime? Certamente Dio vede nell’intimo di ogni coscienza: se vi vede l’errore invincibile, ne terrà conto e avrà misericordia, dato che le persone sono state manipolate e hanno subìto il lavaggio del cervello; tuttavia il rischio è reale – ed è enorme.

Chi si pone fuori della Chiesa perde tutto. Chiediamo allora la grazia di rimanere fermi nella nostra appartenenza alla Chiesa; leali nella nostra coscienza, distinguendo senza infingimenti ciò che è lecito da ciò che non è lecito, ciò che ci porta in Paradiso da ciò che ci porta all’Inferno; e, infine, fiduciosi nella Provvidenza, che – come ci insegna la Liturgia – non sbaglia mai in ciò che dispone: ci crediamo o no? Se la Provvidenza non sbaglia mai, anche il male che permette è permesso in vista di un bene maggiore. Ogni pena che sopportiamo in questa vita per amore di Dio porterà un frutto eterno; l’importante è avere la grazia necessaria per poterla sopportare conservandoci uniti alla santa Chiesa di Cristo.


sabato 11 luglio 2026


Non ci sono solo gli scismatici

 

Omnem viam iniquam odio habui (Sal 118, 128).

Non vorremmo dar l’impressione di avere un chiodo fisso, per quanto acuto e profondo sia il dolore causato dallo scisma che si è consolidato fissandosi in via definitiva. In realtà a irretire i cattolici, oltre alle varie denominazioni tradizionaliste separate, sono anche organizzazioni molto diffuse che, pur godendo dell’approvazione pontificia, non trasmettono affatto la retta dottrina né incrementano una sana vita cristiana. Pur essendoci già saltuariamente occupati dei cosiddetti movimenti, ci sembra opportuno riprendere il discorso in considerazione del fatto che lo spirito elitario e autoreferenziale da essi alimentato è uno dei fattori sfruttati dagli scismatici per reclutare adepti. Essi fanno infatti leva sul desiderio di trovare un accesso immediato alla perfezione delegando la propria coscienza ad uno o più maestri ritenuti infallibili, in alternativa a quelli ufficialmente incaricati.

Riguardo a questi ultimi, il panorama è quantomeno desolante; non possiamo certo negarlo. Questa costatazione non può tuttavia assurgere a principio con cui scegliersi autonomamente le guide, dato che ciò è contrario alla natura stessa della Chiesa. La prima realtà che, di fatto, le proposte dei vari movimenti annullano è proprio la mediazione ecclesiale, sostituita dalla figura di un fondatore che si presenta come strumento di contatto diretto col divino, l’unico. L’apparato gerarchico interessa solo in quanto dispensatore di riconoscimenti e approvazioni che permettano a tali aggregazioni di ottenere fiducia e consenso da parte del comune popolo cristiano, ma per il resto è considerato del tutto superfluo e ininfluente; sono i movimenti, al contrario, che si vedono investiti della missione di convertire e redimere il clero e il resto dei fedeli.

Difetti strutturali comuni

Unica sorgente della vita spirituale sono gli scritti e i discorsi del fondatore; la tradizione cattolica, con le sue inesauribili ricchezze, è semplicemente ignorata. Tali fonti sono oltretutto inquinate da gravi errori e deviazioni dottrinali: i libri di Escriba (secondo la grafia originale del cognome giudaico e senza il titolo nobiliare comprato) sono intrisi di pelagianesimo; i testi di Giussani sono saturi di esistenzialismo antropocentrico; le prediche di Riccardi (oltre a costituire un intollerabile abuso) si distinguono per l’orizzontalismo socializzante ed ecumenista; i vaneggiamenti pseudomistici della Lubich (affetta da narcisismo megalomanico sfociato in delirio acuto) propugnano l’indifferentismo religioso; le suggestioni dei (non autorizzati) predicatori carismatici vantano l’immanentizzazione della grazia; le catechesi di Argüello inculcano un luteranesimo giudaizzante.

Come si vede, di cattolico c’è ben poco, fatta salva la buona fede dei singoli membri, che han però subìto un vero e proprio lavaggio del cervello. Che si ricuperino pure sacramenti, pratiche e devozioni della vera religione non cambia la sostanza, poiché il quadro interpretativo in cui tutto ciò è inserito non è lo stesso, bensì un sistema di “pensiero” scaturito da una particolare intuizione del fondatore, la cui validità non è mai stata fatta oggetto, da parte dell’autorità ecclesiastica, di un accurato esame dogmatico. Singoli teologi (come padre Zoffoli riguardo ai neocatecumenali o il professor Federici nei confronti dei focolarini) hanno sì avanzato serie e ben fondate critiche, ma il loro prezioso lavoro è stato lasciato cadere nel vuoto, con gravissimo danno sia per la reputazione della Chiesa Cattolica che per il bene delle anime, abbandonate all’inganno e alla manipolazione.

In queste contraffazioni della fede e della vita cristiane, più profondamente ancora, è la trascendenza stessa ad esser rimossa: la comunità o l’opera diventa eschaton, prendendo il posto di Dio come realtà ultima e totalizzante. In tale contesto è inevitabile l’eliminazione dell’autonomia personale: la salvezza dell’individuo coincide col suo annullamento mediante la fusione con la collettività, divenuta il suo tutto esistenziale e il fine supremo della sua vita. In vista di tale effetto, viene abolita la sfera privata per mezzo di una sistematica confusione tra foro interno e foro esterno, dimensione intima e impegno comune, guida spirituale e direzione del gruppo. In tal modo il soggetto si ritrova completamente in balìa dell’arbitrio di capi abusivi (in quanto privi di giurisdizione e noncuranti di ogni legge, divina e umana), perennemente esposto ad abusi di ogni genere e tagliato fuori dal consesso umano.

Essenziale al fine indicato è la soppressione del senso critico, equiparato a peccato, a ribellione o a mancanza di fede. Dato che il ricorso all’intelletto è fortemente ostacolato e la forza della volontà è regolata dall’esterno, la crescita morale e spirituale del battezzato si blocca; in simili circostanze, infatti, è impossibile cooperare liberamente con la grazia. Il progresso della vita interiore viene così a mancare, benché ciò sia mascherato da un attivismo dalle apparenze benefiche. Di fatto l’adepto, il più delle volte, si trova ancora invischiato in peccati gravi che non riesce a vincere, sia perché non ne ha i mezzi sia perché si è convinto che, in fin dei conti, non sia un problema tanto serio. Un falso sentimento di eccellenza, motivato dall’appartenenza ad un gruppo speciale, lo culla in un appagante quanto vano autocompiacimento che gradualmente lo acceca sulle sue vere condizioni.

Sostituzione del cristianesimo

È evidente, a questo punto, che le proposte dei diversi movimenti non favoriscono una reale sequela di Cristo con le sue concrete e salutari esigenze, bensì la sostituiscono con un preteso nuovo carisma che ne dovrebbe assicurare una più perfetta realizzazione, ma ne è in realtà la negazione pratica. In questo terreno di coltura, le varie sètte scismatiche sorte intorno a vescovi o sacerdoti ribelli sfruttano l’immaturità e l’infantilismo (in parte pregressi e già sfruttati dai movimenti, in parte accresciuti dai loro metodi) per reclutare i delusi che, ritrovatisi fuori del nido, non sanno a che cosa aggrapparsi. Il disorientamento di tanti cattolici “bruciati” da esperienze dolorose li spinge a gettarsi a occhi chiusi tra le braccia di chi, ancora una volta, promette loro un cristianesimo col bollino, di fatto scorciatoia illusoria e deresponsabilizzante che però rassicura come una conferma.

Sarebbe interessante effettuare uno studio psicologico di tali dinamiche, come pure un’attenta analisi dello sviluppo storico dei movimenti nei loro collegamenti. Mentre l’Opus Dei risulta finora un masso erratico, la Comunità di Sant’Egidio deriva da quella Gioventù studentesca che, dopo la crisi, è rinata come Comunione e Liberazione. Dai Focolari provengono invece Kiko Argüello e Jaqueline Dupuis, una degli iniziatori del Rinnovamento carismatico in Italia. Tali “scissioni” paiono analoghe a quelle che, in politica e nella massoneria, avvengono al fine di estendere l’influenza occulta ad altri gruppi che, inizialmente, ne erano rimasti immuni. Lo sviluppo così prodigioso di organizzazioni religiose che, per evidenti difetti di dottrina e di prassi, non possono rivendicare un’assistenza soprannaturale potrebbe spiegarsi con l’intervento di forze interessate a frantumare la Chiesa e pervertirne la vita.

Per non farvi inconsapevoli strumenti di queste diaboliche manovre, cercate una guida negli scritti dei Santi. È vero che, molto spesso, non possiamo applicare i loro insegnamenti, così come sono, direttamente alla nostra esistenza concreta, dato che la loro antropologia non è la nostra: ovviamente non quanto all’essenza dell’uomo, che non può cambiare, ma quanto al suo funzionamento. Cultura postmoderna e rivoluzione dei costumi hanno stravolto l’umanità nel modus operandi, processo che la tecnologia sta portando all’acme. Senza scoraggiarvi, trovate allora un buon sacerdote o religioso di retta fede e robusto buon senso che vi aiuti a leggere correttamente i testi del passato e a trarne le indicazioni adatte al vostro caso. Se pregate con fede per questa intenzione, la Provvidenza non vi deluderà di certo, purché siate decisi e perseveranti.


sabato 27 giugno 2026


Usare la verità

per difendere un peccato

 

Riprendiamo dalla Rete e rilanciamo con qualche piccola aggiunta e correzione.

La sedicente Fraternità Sacerdotale San Pio X (che d’ora in poi, per rispetto di quel grande Papa, chiameremo setta lefebvriana), ormai decisa a procedere a consacrazioni episcopali contrarie alla volontà espressa del Sommo Pontefice – ossia a commettere un delitto di scisma a tutti gli effetti –, ha inviato al Papa e a tutti i cardinali una Professione di fede con la quale intende riaffermare la sana dottrina cattolica e respingere al contempo tutti gli errori che, negli ultimi decenni, le si sono opposti. In apparenza è un testo perfetto.

Leggiamo il punto riguardante il Pontefice Romano, l’episcopato e la costituzione gerarchica della Chiesa. Recita il testo: «Riconosco nel Pontefice Romano il Successore di san Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, il Pastore supremo e universale, Capo visibile di tutta la Chiesa, che possiede per istituzione divina un potere di vera e propria giurisdizione suprema, plenaria, immediata e universale su tutti i Pastori e su tutti i fedeli battezzati nella Chiesa. Credo che tale autorità non gli derivi da una delega della comunità, ma direttamente da Cristo stesso, il quale ha istituito tale carica per la salvaguardia della dottrina della fede, la santificazione delle anime e il governo della Chiesa». Perfetto: finora non fa una piega.

Vediamo però come continua: «Riconosco che, in virtù di questo potere proprio e vero, Pastori e fedeli gli devono rispetto e obbedienza filiale in tutto ciò che rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Così, essendo salvaguardate l’unità di comunione con il Pontefice Romano e l’unità di professione della stessa fede, la Chiesa di Cristo costituisce un unico gregge sotto un unico Pastore supremo». Qui cominciano i problemi: testualmente si dice che ogni cattolico, in virtù del potere detenuto dal Papa (un potere proprio, che cioè gli compete in quanto Papa, e vero, dotato quindi di giurisdizione effettiva), gli deve rispetto e obbedienza filiali in tutto ciò che rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio.

Ora, nominare i vescovi rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Chi invece decide di ordinare dei vescovi che non siano stati nominati dal Papa, sapendo anzi che il Papa non vuole, evidentemente non gli sta obbedendo. Qui ci troviamo di fronte a una contraddizione formale. Ciò che è scritto in questa Professione di fede è apparentemente perfetto; il problema è che, almeno in questo punto, non corrisponde ai fatti. La professione di fede non è una teoria astratta. Non basta che la dottrina sia ineccepibile: anche il diavolo conosce perfettamente tutta la dottrina cattolica, punto per punto, e sa che quella dottrina è vera in ogni suo singolo punto; tuttavia egli non crede a quella dottrina, perché non ha la fede e, di conseguenza, neanche la speranza e la carità. Il diavolo non aderisce alle verità contenute nella dottrina cattolica: non le accetta e non vuole obbedire a Dio.

Chi, analogamente, professa la dottrina cattolica senza però applicarla concretamente alle proprie scelte, anzi contraddicendola in modo plateale con le proprie decisioni non può dire di avere la fede, la speranza e la carità. A questo punto appare chiaro che una dottrina, per quanto perfetta, sbandierata senza volerle obbedire – in tutto, non in alcune cose sì e in altre no –, diventa un capo di accusa gravissimo, poiché chi sbandiera questa dottrina non è scusato dall’ignoranza: sa qual è la verità ma non le si sottomette e non vi si adegua. Di conseguenza la sua condanna è molto più grave di quella di chi, non conoscendo perfettamente la dottrina, pecca per ignoranza.

Se, nella Chiesa di oggi, è necessario ribadire questa dottrina (perfino al Papa, ai cardinali e ai vescovi, oltre che a tanti sacerdoti e fedeli), non otteniamo un frutto positivo e non facciamo la volontà di Dio agendo contro la volontà del Papa; otteniamo un frutto buono se rimaniamo dentro la Chiesa, obbedendo in ciò che è legittimo e continuando a professare le verità cattoliche con umiltà e perseveranza. Questo, certo, significa andare sulla Croce e farsi inchiodare su di essa sia dai propri superiori sia da quelli che, invece, preferiscono ribellarsi; così si prendono schiaffi da una parte e dall’altra… ma qual è il problema? Come ci ha salvato Nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo? Lasciandosi inchiodare su una croce. Se dunque vogliamo davvero cooperare al bene della Chiesa, lasciamoci inchiodare anche noi.

Il Signore è onnipotente: può intervenire in qualunque momento e ristabilire le sorti della Sua Sposa in un attimo. Non tocca a noi salvarla; il nostro compito è quello di perseverare nell’obbedienza alla verità e nell’obbedienza ai legittimi Pastori in ciò che è lecito, resistendo in ciò che non è lecito. Il resto lo farà il Signore; al resto provvede Lui. Non tocca a noi trovare mezzi umani per “salvare la Chiesa”, magari con l’effetto di spaccarla. Noi siamo cattolici e vogliamo rimanere tali; chi invece commette il delitto di scisma non è più cattolico, cessa di essere membro della Chiesa ed esce dalla Comunione dei Santi. A parte l’enorme rischio di dannazione eterna che corre, costui agisce in modo contraddittorio, in quanto rinnega coi fatti ciò che proclama a parole.

Se vogliamo essere davvero cattolici, perseveriamo nella professione della verità e nell’obbedienza legittima nei fatti. Se necessario, segnaliamo le incoerenze di azioni e dichiarazioni di membri della gerarchia; facciamo sentire la nostra voce, esprimiamo il nostro scandalo, ma restiamo dentro l’unico ovile. In tal modo conserveremo la fede, la speranza e la carità: la fede viva e vissuta, la speranza ferma e incrollabile nell’intervento di Dio e l’amore verso Dio e verso il prossimo: la carità che, nel momento in cui ci si separa, si perde insieme alla grazia. Chi esce dalla Chiesa perde tutto: le virtù teologali, le virtù morali infuse, i doni dello Spirito Santo, tutto.

Noi siamo cattolici e desideriamo rimanere tali; chi vuole seguire gli scismatici deve sapere che con noi non potrà più avere niente a che fare, a meno che non si penta e non receda dalla sua decisione, chiedendone perdono e facendone adeguata penitenza. Questa è la nostra posizione definitiva, da questo momento al Giudizio universale. Chi non si pente di aver lacerato la Chiesa visibile e non torna indietro, riconciliandosi nei fatti con la gerarchia legittima, non deve assolutamente avere alcun rapporto con noi. Qualcuno dirà che siamo divisivi: certo, perché la verità stessa è divisiva; la Parola di Dio  è una spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo (Eb 4, 12).

La verità, vissuta e applicata, comporta delle scelte, anche dolorose; questo ci dà però la garanzia che la stiamo effettivamente seguendo anziché professare una dottrina morta, una teoria astratta che anche il diavolo conosce, ma alla quale non aderisce. Che il Signore ci assista, ci illumini e ci guidi con la grazia dello Spirito Santo per mantenerci uniti a Sé e tra di noi nell’unica Chiesa, nell’unità del Suo Corpo Mistico; solo in questo modo potremo arrivare al Regno dei cieli. L’atto che sta per compiere la setta lefebvriana non è una semplice disobbedienza, bensì l’usurpazione di un diritto che spetta al Romano Pontefice, il cui inevitabile effetto è la rottura della comunione ecclesiastica. Usare le verità della fede per giustificare questo gravissimo peccato è qualcosa di diabolico.

Ipse Satanas transfigurat se in angelum lucis (2 Cor 11, 14).

 

Da incorniciare:

https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/24/la-professione-che-nasconde-latto/?


sabato 13 giugno 2026


Il gioco del diavolo

e dei suoi servi

 

Non troverai Dio al di fuori della Chiesa, di cui sei un membro vivente. Prendi viva coscienza di questa appartenenza […]. Come si può appartenere a Cristo senza essere membro del suo Corpo? (Un monaco, L’eremo. Spiritualità del deserto, Brescia 1991, 129).

In certe circostanze è necessario ribadire l’ovvio fino allo sfinimento. Non vi saremmo obbligati se non vi fosse chi persiste ostinatamente in dichiarazioni palesemente erronee, inducendo in errore i semplici fedeli. Non c’è ombra di dubbio che i vescovi che difendono l’omoeresia, contraddicendo apertamente alla dottrina morale cattolica, usino della loro autorità per un fine opposto a quello che le è proprio, così come gli insegnanti che pretendono di legittimare ogni forma di unione illecita o di sminuire i vari tipi di attentato alla vita umana declinante o nascente. In questi casi, tuttavia, non siamo in presenza di delitti canonici che per l’atto stesso facciano scattare una sanzione automatica, bensì di condotte la cui valutazione richiede una procedura legale volta ad accertarne la sussistenza e il grado di imputabilità, nonché a sollecitare la resipiscenza del colpevole.

L’ordinazione di vescovi contro la volontà del Papa è una fattispecie completamente diversa; non è omogenea ai crimini sopra menzionati. Essa infatti, poiché non si dà episcopato legittimo se non in obbedienza al Romano Pontefice, costituisce di per se stessa una rottura della comunione gerarchica e una negazione pratica del suo primato di giurisdizione. Non ha alcun senso dichiarare di non aver l’intenzione di commettere uno scisma nel compiere un atto che per sua stessa natura lo comporta. Per riconoscere il Papa, peraltro, non è certo sufficiente pronunciarne il nome nel Canone, ma occorre sottomettersi, in ciò che è legittimo, alla sua autorità nonché a quella dei vescovi da lui posti a capo delle diocesi; un ministero esercitato in modo completamente indipendente, senza alcun mandato, è perciò una grave usurpazione, che lo rende illecito e sacrilego.

Monsignor Athanasius Schneider – bisogna dirlo con chiarezza, sia pure con tutto il rispetto dovuto ad un successore degli Apostoli – continua ad esprimersi come se ignorasse questi elementari dati dell’ecclesiologia cattolica, cosa che non può esser scusata con l’ignoranza. Ci addolora oltremodo che, con la forte influenza acquisita in questi anni nel mondo della Tradizione, insista su una tesi che non regge affatto, inducendo tanti fedeli a credere erroneamente che frequentare il movimento lefebvriano sia un’opzione del tutto normale. Questa linea d’azione non ha altro effetto che quello di frantumare l’ambiente tradizionale, già così instabile e inquinato dallo spirito di ribellione. A dividere non è chi, rimanendo fedele, sia pur con profonda sofferenza, all’autorità legittima, mette in guardia i fedeli da derive separatistiche, bensì chi autorizza scelte anarchiche.

La setta di Écône ha malauguratamente esteso la propria influenza su gran parte del tradizionalismo cattolico mediante tutto un ventaglio di testate da essa o subdolamente colonizzate o nascostamente controllate. Anche là dove l’emanazione non è troppo esplicita, però, le idee e la propaganda sono ben riconoscibili – e sono sempre le stesse da cinquant’anni a questa parte, senza variazione alcuna. Ci sono pregevoli siti di orientamento tradizionale che smontano pezzo per pezzo quelle tesi fasulle, ma la verità – proprio come con i modernisti – non “buca” quanto l’inganno. È la potenza mediatica – non il rigore delle argomentazioni – a discernere il vero dal falso e a dirimere le questioni, proprio come nel mondo. Tolta la vernice ideologica, nella sostanza gli atteggiamenti e i procedimenti sono analoghi; cambia soltanto il colore esterno.

Il risultato è una mostruosa deformazione del cristianesimo, ridotto a teoria intellettualistica (che in quanto tale si può manipolare a piacimento) e a congerie di pratiche volontaristiche che conservano forse l’apparenza della carità, ma ne sono completamente prive. Come potrebbe sussistere la carità, del resto, in membra separate dal Corpo Mistico? Al massimo può rimanerne un germe in chi, per via dell’errore invincibile, non se ne è formalmente distaccato… ma come può svilupparsi e fiorire in chi è stato educato a schifare gli altri cattolici e le loro adunanze, a rifiutare i Sacramenti impartiti da altri preti, a giudicare sistematicamente la coscienza altrui in base all’accettazione di un concilio e del Magistero dei papi successivi, a considerare la Chiesa di Cristo praticamente estinta dal 1962 e sopravvivente esclusivamente in un gruppo separato…?

In fondo non è molto diverso il punto di vista di quanti si sono autoeletti depositari delle promesse divine e, per questo, si considerano autorizzati a fare qualsiasi cosa senza rispondere a nessuno dei propri misfatti. Certo, in quel caso si arriva a crimini inimmaginabili, come il tiro a segno sui civili, il bombardamento indiscriminato di città e villaggi, l’uso di armamenti proibiti dalle convenzioni internazionali, l’iterazione a breve termine di attacchi agli stessi obiettivi al fine di colpire anche i soccorritori, la sistematica demolizione di case, chiese e conventi onde impedire il ritorno agli abitanti e la ripresa del culto, l’illegale espropriazione di terre e la colonizzazione di territori occupati a spregio di ogni diritto… Sì, qui siamo certamente a un altro livello; i danni inferti alle anime, però, non sono forse ben più gravi, vista la loro relazione con la salvezza eterna?

Si obietterà che le anime sono danneggiate ancor più da coloro che predicano l’errore e sdoganano il peccato. A quelle menzogne, in realtà, aderisce chi vi acconsente perché già le desidera, mentre i cattolici retti le respingono. Ben più subdola è l’azione persuasiva di chi fa leva sulle disposizioni virtuose dei buoni e sul loro disagio per indurli a separarsi dalla Chiesa, unica arca di salvezza. Chi guadagna in ciò? Non sono forse i nemici di Cristo, ossia i genocidari cui si è appena accennato? E se, finanziariamente parlando, fossero proprio loro a sostenere i movimenti che spaccano il mondo della Tradizione, la cui missione è quella di riportare la Chiesa intera alla vera vita cristiana? Tale missione non può esser realizzata se non dall’interno, non da chi se ne pone orgogliosamente fuori. Abbandonare la stragrande maggioranza dei cattolici al loro destino è molto peggio di un genocidio.

In verità non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra, come nei partiti. Queste contrapposizioni dialettiche (conservatori e progressisti, destra e sinistra, fascisti e comunisti…) sono pretesti con cui si divide la massa al fine di dominarla meglio, inducendo gli individui a intrupparsi in movimenti in cui vengano manipolati mentalmente ed emotivamente. Noi siamo semplicemente cattolici che, per pura grazia, hanno ritrovato le loro radici e desiderano partecipare questa scoperta anche agli altri. La carità non isola in ghetti, ma apre il cuore a tutti per l’ansia di strapparli all’Inferno e condurli con sé in Paradiso. La Sinagoga di Satana, che da due millenni si oppone al regno di Cristo, non tollera però che il vero cattolicesimo rifiorisca e si diffonda; per soffocarlo spinge perciò chi lo professa in un vicolo cieco, dove non le nuoccia ma serva ai suoi disegni. Per favore, non facciamo il suo gioco.


sabato 30 maggio 2026


Come riconoscere

il vero sacerdozio cattolico

 

In questo si riconosce lo Spirito di Dio: ogni spirito che professa che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio […]. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta: in ciò riconosciamo lo Spirito di verità e lo spirito di errore (1Gv 4, 2.6).

Ecco il criterio decisivo (donatoci dalla Sacra Scrittura) per distinguere, nell’estrema confusione del nostro tempo, a chi dare ascolto e a chi no: l’Incarnazione del Figlio di Dio. Inscindibile dalla fede nell’Incarnazione è l’adesione alla Chiesa visibile, che ne rappresenta il prolungamento: il Verbo ha assunto la natura umana per incorporare a Sé gli uomini nell’unità del Corpo Mistico, il quale vive, finché dura la storia, in parte sulla terra, in parte in Purgatorio e in parte in Paradiso. Per arrivare in cielo è assolutamente indispensabile rimanere uniti alla porzione terrena del Corpo di Cristo, nella quale Egli continua ad agire e si rende sperimentabile.

Nuove tentazioni gnostiche

Lungo tutta la loro storia, i cristiani sono stati ripetutamente allettati da contraffazioni della fede che, riducendone i concetti a puri nomi, l’hanno pervertita in artificiosi sistemi di pensiero denotati dall’intellettualismo astratto. Degradando l’Incarnazione a mera idea, essi terminano in una sorta di monofisismo pratico in cui la santa umanità di Gesù, che si estende nella Chiesa visibile con le sue strutture rituali, di insegnamento e di governo, diventa di fatto irrilevante. Tale spiritualismo gnostico può assumere forme molto varie, ma la matrice è la medesima: il rifiuto della carne, in cui il Verbo eterno si è umanato pur senza perdere la propria natura divina.

Una volta interrotti i contatti, pur professandolo a parole, col Cristo venuto nella carne e vivente nella Chiesa terrena, ci si smarrisce in un labirinto mentale fatto di ragionamenti contorti che, sebbene in apparenza ineccepibili, sono viziati da forzature logiche e conclusioni indebite, finendo col perdere ogni rapporto con la realtà oggettiva. Anche senza negare espressamente alcuna verità di fede, non ci si avvede di negarle di fatto tutte insieme, poiché l’assenso dell’intelletto alle verità rivelate, prestato, con l’aiuto della grazia, in ossequio all’autorità di Dio (l’obbedienza della fede di san Paolo; Rm 1, 5), è sostituito dalla fiducia nelle proprie capacità dialettiche.

Principio orientativo

Per essere da Dio (ossia per essere Suoi figli e vivere di Lui), occorre dunque professare coi fatti – e non solo a parole – Gesù Cristo venuto nella carne: soltanto così si è realmente uniti a Lui nell’unità del Corpo Mistico. Solo chi è da Dio va ascoltato, gli altri no; il primo, infatti, è guidato dallo Spirito di verità, i secondi sono posseduti dallo spirito di errore. Chi ha il senso di Dio riconosce coloro che parlano secondo lo Spirito di verità e li ascolta; chi invece non ha il senso di Dio ma, al posto della fede, coltiva un’ideologia, non li ascolta e respinge ogni tentativo di correzione. La prima categoria, pur conservando la carità, deve necessariamente dissociarsi dalla seconda, la quale, finché non si ravveda, rimane esposta all’eterna dannazione.

Veniamo all’aspetto pratico. La fede nel Cristo venuto nella carne esige inderogabilmente che chiunque nella Chiesa eserciti un ministero si trovi in una posizione canonica regolare, cioè sia incardinato in una diocesi o in un istituto religioso e ne abbia formale mandato dall’autorità competente. Il sacro ministero è un’attività che non si può esercitare a nome proprio, ma unicamente in nome di Cristo e, di conseguenza, in obbedienza gerarchica a coloro che Lo rappresentano sulla terra. Al di fuori di questa condizione (eccettuato il pericolo di morte), l’esercizio del sacro ministero è illegittimo nonché sacrilego; qualsiasi discorso che attenui o neghi tale condizione è una palese menzogna.

Non è vero che la necessità del mandato apostolico e dell’obbedienza gerarchica sia di mero diritto ecclesiastico: essa è infatti di diritto divino, in quanto contenuta nell’espressa volontà di Cristo quale Fondatore e Capo della Chiesa; di diritto ecclesiastico è solo la forma giuridica del mandato, che è determinata dai sacri canoni. Perciò, tolti casi del tutto eccezionali, non è lecito fare astrazione della determinazione canonica del mandato quasi fosse qualcosa di relativo, poiché in tal modo si rifiuta la carne, ossia la configurazione storica che la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, ha assunto per obbedire a Cristo e realizzare la Sua volontà; l’argomentare in senso contrario è una forma di gnosi.

Nel contesto attuale

Quanto fin qui esposto, appartenendo alla costituzione divina della Chiesa, vale sempre, dovunque e per tutti. La situazione in cui si trova la Chiesa di oggi è sicuramente del tutto inedita e possiede tratti decisamente apocalittici: nessuno qui, a tal proposito, si fa illusioni. Tuttavia uno sguardo obiettivo su di essa, realistico che sia, deve conservarsi esente da almeno due sottili tentazioni: l’una è quella di perder di vista l’onnipotente e sapientissima direzione della Provvidenza, che permette ogni male, per quanto grave, per trarne un bene maggiore; l’altra è quella di voler risolvere con mezzi umani un problema che supera le possibilità delle creature.

Chi nei fatti lacera l’unità della Chiesa – protestando a parole di non aver l’intenzione di farlo – si rivela uno gnostico; pur senza negare espressamente la fede nella Divina Provvidenza, sul piano pratico la scavalca e dimostra di aver più fiducia nelle proprie risorse. Per cooperare con Essa non si possono trasgredire i decreti di Cristo nemmeno con l’intento di salvarne la Sposa, casomai avesse bisogno di altri “salvatori”. Dato che non abbiamo la potestà di giudicare in foro esterno i membri immorali ed eterodossi della gerarchia emettendo su di loro sentenze dotate di valore giuridico, ci limitiamo a obbedire loro in ciò che è legittimo, resistendo in pari tempo a ciò che non è legittimo.

Questa non è una scelta soggettiva, bensì l’unica scelta possibile per chi ha realmente fede in Gesù Cristo venuto nella carne. Non si tratta di attuare una dissimulazione di comodo mirante a garantire un posto al caldo, ma di una condizione imprescindibile – come visto sopra – per esercitare il sacro ministero in modo legittimo e non sacrilego, condizione la cui osservanza comporta peraltro penosi sacrifici e profonde sofferenze, gli uni e le altre, nondimeno, offerti sull’altare cum laetitia spiritali et caelesti gaudio. Questa è la vocazione di ogni sacerdote cattolico, per la quale chi scrive non darà mai nulla al mondo ed è pronto a pagare qualsiasi prezzo, fosse pure la vita.

Sostenere che la Chiesa gerarchica avrebbe sostanzialmente cessato di assicurare la trasmissione ordinaria della fede, dei sacramenti e della grazia equivale a negare praticamente che Cristo rimanga presente e operante nella sua Chiesa. […] L’ordinazione di vescovi contro la volontà esplicita del Papa lede gravemente l’unità visibile della Chiesa in un ambito che riguarda direttamente la sua costituzione divina. […] la Fraternità ritiene di dover garantire essa stessa, indipendentemente dal giudizio della Santa Sede, l’autentica continuità della Tradizione cattolica. In altre parole, si attribuisce di fatto una funzione normativa superiore al magistero della Chiesa (don Albert Jacquemin).

Testo completo:

https://lanuovabq.it/it/un-grave-errore-dottrinale-alla-base-dello-scisma-lefebvriano