Il tramonto di un impero
Nella ridda di analisi, ipotesi e pronostici scatenata in ambito
geopolitico dagli eventi accaduti nelle prime settimane del 2026, non bisogna
fissare lo sguardo su dettagli isolatamente focalizzati, bensì considerare il
contesto generale in cui si collocano. Anche la controinformazione, spesso,
arresta le sue riflessioni a un certo livello, dando la falsa impressione che
quelle spiegazioni siano sufficienti. È anche vero, d’altronde, che l’accesso
agli elementi atti a chiarire adeguatamente il quadro ci è in gran parte
precluso; di conseguenza non possiamo fare altro che dedurre dai dati
disponibili una visione dell’assetto mondiale che sia almeno probabile, in
alternativa a quella, del tutto inaffidabile, fornitaci dalla propaganda di
regime.
L’agonia di un gigante
A fondamento di velleità abusive e proclami altisonanti, occorre
anzitutto riconoscere la situazione disastrosa dell’economia statunitense,
gigante dai piedi d’argilla che poggia su un debito pubblico di nientemeno che trentottomila
miliardi di dollari, i cui soli interessi annuali (ben seicentocinquanta miliardi)
superano il prodotto interno lordo. In queste condizioni, Washington continua a
mantenere circa ottocento basi militari (di cui più di un centinaio solo in
Italia) sparse su tutto il globo terracqueo, rischiando così, da qualche anno
in qua, la bancarotta. Il problema è aggravato dal fatto che sempre più
numerosi Paesi mirano a sganciarsi dal dollaro per le transazioni internazionali,
mentre i grandi detentori di quote del debito pubblico americano (in primis,
la Cina) stan cercando di sbarazzarsene, con conseguenze imprevedibili.
A tale disperata emergenza vengono opposte due soluzioni divergenti:
quella dei globalisti, che si ostinano a propugnare il progetto di un mondo
unificato (e schiavizzato) dall’alta finanza, con gli Stati Uniti in veste di
sceriffo planetario che faccia rispettare le regole da essa imposte, e quella
dei trumpiani, i quali, per salvare il salvabile, preferiscono un modello di
supremazia che convenga soprattutto agli interessi americani, pur tenendo conto
di quelli altrui (a cominciare da quelli della Russia). Dietro gli uni c’è
l’oligarchia bancaria apolide dei fondi di investimento, che perde terreno ma
tiene ancora in pugno l’Europa con l’estensione britannica del Commonwealth;
dietro gli altri c’è la nuova tecno-oligarchia emergente della Silicon Valley,
composta per lo più di ebrei nati e cresciuti in America.
Nel primo caso, una ristrettissima mafia di banchieri, il cui cuore
è l’extraterritoriale City londinese e i centri operativi le borse
commerciali, persegue da decenni una sorta di comunismo capitalistico globale
(eufemisticamente chiamato capitalismo inclusivo) e vuole privare gli
Stati della sovranità come i cittadini di ogni proprietà, promettendo
l’illusoria felicità di non possedere nulla. Nonostante le tensioni degli
ultimi anni, sembra riconfermata l’intenzione di fare della Cina la nuova
potenza egemone, cosa che la seconda scuola, evidentemente, non può conciliare
con il progetto di rifare grande l’America. In quest’ultimo caso, però,
bisogna inevitabilmente ridimensionare le pretese e accettare una ripartizione
delle influenze geopolitiche in base a un equilibrio concordato.
La nuova strategia
La sopravvivenza richiede, da un lato, la diminuzione delle spese
e, dall’altro, l’accesso a risorse sufficienti. Ecco allora l’uscita dall’Organizzazione
Mondiale della Sanità (di cui gli Stati Uniti erano i principali contributori),
la cessazione degli aiuti economici all’Ucraina (che ha risucchiato un fiume di
denaro) e la demolizione dell’Alleanza Atlantica (che speriamo giunta al
capolinea). Caduta ogni ipocrita maschera che, finora, è stata usata per dare una
parvenza di legittimità alle ingiustificabili quanto abituali intrusioni
americane nella vita politica di altri Stati sovrani, non si parla più di
difesa della libertà dei popoli e di esportazione della democrazia, ma si
afferma con sfacciata arroganza la pura volontà di perseguire i propri
interessi sputando in faccia a chi non è d’accordo, con buona pace di un’Organizzazione
delle Nazioni Unite completamente esautorata.
Dall’altro lato, si impone la necessità vitale di accedere alle
risorse naturali che garantiscano uno sviluppo economico reale a beneficio del
maggior numero, capace perciò di ricreare quella classe media che è stata
spazzata via dalla finanza usuraia e speculatrice con le sue crisi artificiali.
Non c’è però bisogno soltanto di ripristinare l’industria tradizionale,
delocalizzata dai globalisti (donde il fabbisogno di gas, petrolio ed energia
elettrica): una nuova, immensa fonte di profitto è costituita dalla cosiddetta
intelligenza artificiale, soprattutto per le applicazioni militari (donde
l’incremento di guerre e massacri come fonti di guadagno e teatro di
sperimentazione). Qui una generazione di giovani leoni rampanti mira appunto a
soppiantare Soros, Gates, le famiglie Rothschild-Rockefeller, cioè i fautori
del vecchio modello, ormai superato ma caparbiamente difeso per mezzo dell’Unione
Europea, del Forum Economico Mondiale e delle istituzioni internazionali.
La nuova leva dei vari Bezos (Amazon), Zuckerberg (Facebook), Altman
e Musk (OpenAI), Page, Brin e Pichai (Google) ha puntato sul signor Trump per
imporre la propria agenda: alla demolizione controllata dell’assetto naturale
(attuata con l’abolizione delle frontiere, l’immigrazione incontrollata, la
distruzione della famiglia, la riduzione della popolazione, la confusione dei
sessi, la cancellazione della cultura) essi oppongono un apparente ritorno alla
“normalità” che restituisca stabilità e fiducia alle persone e alla società
nelle sue diverse articolazioni. Non possiamo tuttavia illuderci che si tratti di
un’inversione di tendenza mirante al bene dei popoli e degli individui: l’unico
interesse è il profitto, perseguito in modo diverso e con altri mezzi, ma
sempre con spregiudicato cinismo; basti pensare al contributo tecnologico di
alcuni di quei colossi al genocidio di Gaza.
Per quanto riguarda l’accesso alle risorse, dunque, bisogna da una
parte assicurarsi forniture sufficienti di gas e petrolio per riavviare
l’industria locale; ciò spiega la banditesca impresa del Venezuela, la quale
(certamente concordata con Cina e Russia in cambio di probabili concessioni,
rispettivamente, su Taiwan e Ucraina) ha puntato a un regime change che
permetta di sfruttarne i giacimenti a proprio vantaggio. Dall’altra, lo
sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale richiede enormi quantità di
acqua dolce, terre rare e metalli critici, di cui è ricchissima la Groenlandia.
Non solo: il controllo di quella regione è di grande importanza anche per il
dirottamento dei traffici sulle rotte artiche, che consentirebbe di evitare sia
Panama che Suez, con un forte risparmio di tempo e di denaro. Morto da tempo il
rispetto del diritto internazionale, è venuta meno anche la lealtà verso gli
alleati: tutto è sacrificato agli interessi della nuova lobby
tecnocratica.
Dalla padella nella brace
Come già visto, anche i magnati del digitale hanno in gran parte
origini ebraiche o stretti rapporti con l’oligarchia giudaica, tant’è vero che
alcuni di loro han stipulato contratti miliardari con l’esercito terrorista
dello Stato abusivo che da ottant’anni incendia il Medio Oriente e detiene il
controllo delle nuove tecnologie. Le società, inizialmente fondate come enti no
profit (così da aggirare limitazioni e controlli), si son rapidamente
trasformate in contractors militari che non rendono conto a nessuno,
anche grazie al vuoto legislativo concernente i progressi del settore, così
rapidi da impedire adeguati aggiornamenti normativi. Altra motivazione, nient’affatto
secondaria, della volontà di smantellare le istituzioni internazionali (oltre
al forte risparmio economico) è la necessità di eliminare gli ostacoli legali
all’impiego indiscriminato dell’informatica nelle operazioni di guerra, nonché
di scongiurare il rischio di processi intentati per crimini contro l’umanità.
Ben comprensibili, a questo punto, sia il canaio mediatico che le
rivolte urbane aizzati ad arte dagli oligarchi di Davos contro il campione
della banda emergente, che prima li ha pubblicamente presi a schiaffi a casa
loro, poi ha scoperchiato il calderone degli scandali: è una faida – seppur
coordinata – tra due cosche giudaiche. L’impero usuraio basato su banche, borse
e fondi di investimento deve cedere il posto al nuovo impero digitale, che però
non pare affatto meno spietato; anzi, se ripensiamo alle anticipazioni di qualche
anno fa sul Sistema Finanziario Quantistico (QFS), il mondo che si vuole
instaurare si profila come una schiavitù ben peggiore, nella quale tutto
sarebbe gestito con una tecnologia informatica posseduta da pochissimi
individui. Come oggi sono algoritmi a individuare obiettivi da distruggere e nemici
da uccidere, così domani dovranno essere algoritmi a determinare la
disponibilità di cibo, denaro ed energia, a regolarvi l’accesso e a definire le
norme che ognuno dovrà osservare.
Dopo aver esasperato i popoli con un sistema che ne ha distrutto
benessere, salute e indipendenza, i nuovi padroni si presentano come
“liberatori” per condurli senza resistenza in un sistema molto più nocivo, il
quale non è altro che la radicalizzazione del precedente sotto una veste più
allettante. Non dissimile è lo scenario ecclesiastico del passaggio da un
pontificato all’altro; non mancano indizi, del resto, che l’amministrazione
americana sia coinvolta nell’elezione di Prevost, il cui programma, malgrado
qualche divergenza d’immagine, prosegue quello del predecessore con i logori mantra
di ecumenismo e sinodalità. Vogliono una Chiesa liquida in un mondo
liquido, così che gli individui non abbiano più alcuna protezione. Lo esige il
progresso; chi vi si oppone va eliminato come odioso nemico dell’umanità… a
meno che la Provvidenza non stia preparando qualcosa di realmente nuovo, tale
da sostituire l’impero anticristico che è sull’orlo del collasso: non sarebbe
la prima volta, infatti, che i lupi si divorano tra loro.
In fondo, nulla di nuovo:
https://lascuredielia.blogspot.com/2022/10/di-trappola-in-trappola-1-la-strategia.html
https://lascuredielia.blogspot.com/2022/10/di-trappola-in-trappola-2-quando-ti.html
Fonti:
https://telegra.ph/Perch%C3%A9-Trump-vuole-smantellare-le-organizzazioni-internazionali-01-24
https://youtu.be/NmY4AzsGRnM?si=uWnXne3WbTHE2eme
https://youtu.be/OzfTHRT8kew?si=TALME9XRGXNrf-kz