Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 18 febbraio 2017


Castighi celesti


Nel tempo che ho stabilito, io giudicherò con rettitudine. Si scuota la terra con i suoi abitanti, io tengo salde le sue colonne. Annienterò tutta l’arroganza degli empi; allora si alzerà la potenza dei giusti (Sal 74, 3-4.11).

Ci sono nella storia momenti in cui Dio punisce le società umane per colpe particolarmente gravi. Il castigo collettivo, com’è ovvio, non è legato in modo biunivoco ai peccati dei singoli individui, ma coinvolge inevitabilmente un popolo nella sua globalità. Evidentemente non si può stabilire con assoluta certezza che una catastrofe sia conseguenza di una determinata colpa, ma uno sguardo di fede, illuminato dal carisma profetico di cui il Cristo dota alcuni membri del Suo Corpo mistico, consente di individuare dei legami causali, nella dinamica soprannaturale degli eventi, con una sufficiente certezza morale. Ciò è comprovato dalla Sacra Scrittura, dai Padri, dal Magistero e dalla teologia tradizionale. Il Signore ricorre a rimedi estremi solo per far breccia nei cuori induriti dall’orgoglio e dalla disobbedienza, come pure retribuisce con giustizia – spesso già in questa vita – i crimini di quanti si rifiutano di ammetterli e di correggersi. La misericordia non ha effetto se non su chi riconosce umilmente i propri peccati ed è deciso ad emendarsene con tutte le forze.

Se oggi questo discorso non piace più – che sia in nome del “rispetto” della libertà umana o di una “nuova” visione di Dio – questo non basta certo a cambiare la realtà delle cose. Un abominio come il riconoscimento giuridico della sodomia non poteva certo passare in modo indolore, specie in un Paese che, comprendendo il cuore della Cristianità e vantando schiere di Santi di prima grandezza, è molto meno scusabile di altri. Il cuore dell’Italia, sebbene questo non faccia più notizia, continua a tremare. Quando la povera Eluana Englaro fu condannata a morire di fame e di sete, il Paese fu colpito al cuore meno di due mesi più tardi. Ora, essendo stati ignorati i chiari preavvisi, la terra non smette più di sobbalzare. Sarà forse perché le case son costruite male e l’amministrazione pubblica è corrotta? Come può riconoscere chiunque, una volta rigettata l’interpretazione cattolica degli avvenimenti si scivola nell’assurdo, anche con uno zucchetto in testa.

I castighi peggiori, tuttavia, non sono quelli materiali, bensì quelli spirituali. Dobbiamo risalire un po’ indietro: il raffreddamento della fede, sia pure in tempi diversi a seconda dei Paesi, è cominciato in Occidente già almeno all’inizio del XX secolo, se non prima. Le cause possono essere varie: il diffondersi del modernismo, la propaganda massonica e quella socialista, o ancora il libertinismo dei costumi… In ogni caso, senza una diffusa tiepidezza nel popolo cristiano quelle idee perverse non avrebbero mai potuto allignarvi. A Fatima la Madonna ci aveva avvertiti per tempo circa la necessità della conversione, della preghiera e della penitenza, additandoci anche il castigo in cui saremmo incorsi qualora non si fossero ascoltati i Suoi richiami: un’altra guerra, peggiore di quella allora in corso. Poi, come profetizzato, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale: una carneficina mai verificatasi in tutta la storia umana, con distruzioni di dimensioni apocalittiche; ma a quanto pare non bastò neanche quella.

Nel dopoguerra la generazione nata intorno al conflitto, anziché trarre lezione dalle sofferenze e dai disagi, crebbe con la febbre della ricostruzione materiale e l’illusione della democrazia, con il culto del lavoro e il miraggio del benessere, che negli anni Sessanta effettivamente arrivò. Nel frattempo, però, quella frenetica infatuazione corrodeva a poco a poco, dall’interno, l’autentica vita di fede, lasciandone solo, in molti casi, la scorza esterna di un’ottemperanza ipocrita e formale ai dettami del clero. In seno a quest’ultimo si passava dall’affannoso puntellamento di un sistema legalistico che cominciava a scricchiolare (sforzo spesso coniugato a scarsa sensibilità per i traumi provocati dalla guerra) a una vera e propria smania di sperimentazione clandestina, che poco più tardi sarebbe esplosa alla luce del sole.

In un caso o nell’altro, la prospettiva sembrava prigioniera di uno sguardo prevalentemente terreno piuttosto che soprannaturale; le strategie umane parevano inesorabilmente prevalere sul primato della grazia, concepito in modo sempre più nominale. Ed ecco allora abbattersi il castigo spirituale, di quelli che Dio infligge quando non si vuol proprio dargli retta, ma senza precedenti per gravità e proporzioni: una deviazione di tutta la Chiesa Cattolica (o quasi). L’imprudenza di convocare un concilio ecumenico in un momento delicatissimo diede agio agli ecclesiastici appartenenti alla massoneria o con essa collusi di prendere il timone della nave strappandolo al legittimo nocchiero, che in ogni caso non fece nulla, da quanto risulta, per impedirlo loro. Si dice sia morto gridando: «Chiudete il Concilio! Chiudete il Concilio!». Il successore invece lo proseguì, con le conseguenze che tutti conoscono.

Una volta aperto un varco, turbe di demoni invasero la vigna del Signore facendone strazio. Anche nella società, venuto meno il baluardo della Chiesa, pochissimi anni dopo i figli dei ricostruttori si abbandonarono alla sovversione civile e culturale, con l’effetto generale di un crollo morale mai registrato nella storia e con il trionfo della depravazione. Quella stessa generazione ha poi occupato le sedi del potere e del pensiero, che continua a detenere saldamente, per imporre progressivamente il programma eversivo dei centri occulti del governo mondiale. Da chi è coltivata e promossa la pedofilia, se non da intellettuali, politicanti e finanzieri del bel mondo politically correct? La situazione attuale non è altro che il punto culminante di una cancrena scientemente provocata e non più curata da chi dovrebbe farlo, se non in misura del tutto insufficiente.

Tutto questo, lungi dallo scoraggiarci, deve darci fiducia. Lo sfacelo sociale, politico e giuridico del nostro tempo è semplicemente conseguenza delle colpe umane e, in pari tempo, un castigo divino proporzionato alla loro gravità; ma tutto è sotto il controllo del Cielo. Anche all’attuale pontificato si può applicare la stessa chiave di lettura. La Chiesa terrena, in gran parte infedele allo Sposo, ha ottenuto ciò che voleva: qualcuno che la confermasse nell’errore e ne giustificasse l’apostasia. Quando si rifiuta la verità e si acconsente all’iniquità, in effetti, Dio invia una potenza ingannatrice che acceleri il decorso del male per mettere tutti di fronte a una scelta chiara e ineludibile. Chi è onesto fa quella giusta, chi non lo è si lascia fuorviare. I terremoti fisici, allora, sono simbolo di un terremoto spirituale; questo è un fatto – e per negarlo non basta ridurre qualcuno al silenzio.

È pur vero che le catastrofi, spirituali o materiali, colpiscono indistintamente buoni e cattivi, ma l’effetto non è certo lo stesso: gli uni, messi alla prova, accrescono la fede e i meriti; gli altri, puniti, sono spronati al ravvedimento per non dover subire un castigo eterno; la dannazione sarebbe una sciagura incomparabilmente peggiore. Già il vivere in modo contrario ai precetti di Dio, d’altronde, è di per sé una punizione, giacché procura soltanto guai e infelicità, rovinando le vite e, spesso, anche le menti. Rimbocchiamoci allora le maniche per raddoppiare gli sforzi nell’osservanza degli immutabili Comandamenti, legge di vita e via di salvezza. Abbiamo la grazia dei Sacramenti per riuscire nell’impresa… quella grazia, tuttavia, che non porta frutto se non in chi combatte i propri peccati e coopera con essa.

Nessuno potrà mai privarcene, nemmeno nel caso in cui – come si vocifera – cambiassero ancora la Messa per poter “concelebrare” con anglicani e protestanti. Per coloro a cui non piacciono le farse non mancheranno mai veri sacerdoti che rinnovino il Sacrificio; al massimo, se necessario, lo si farà nelle case private, ma non potranno mica farci fuori tutti! Lo dimostra la storia delle peggiori persecuzioni, anche recenti: ogni volta la Chiesa risorge più forte, purificata e rinnovata; non per nulla il suo fondamento è soprannaturale. Tutte le traversie storiche in cui passa, quindi, servono a Dio per realizzare il Suo disegno. L’importante è capire da che parte stare e fare le scelte giuste, perseverando in esse a qualsiasi costo; al resto provvede Lui.

A qualunque situazione andiamo incontro, abbiamo dunque salde ancore cui tenerci spiritualmente aggrappati; anche sul piano materiale la Provvidenza interviene nei modi più imprevedibili. Giusto un esempio: per il restauro della chiesa del Sacro Cuore a Tolentino, in cui si celebra regolarmente la Messa tradizionale, il governo ungherese ha stanziato la bellezza di mezzo milione di euro, visto che la conferenza episcopale ha preso accordi con quello italiano per limitare gli interventi al minimo indispensabile. L’Unione Europea, dal canto suo, tira fuori i soldi solo per promuovere l’aborto sovvenzionando un’organizzazione demoniaca cui il governo americano ha giustamente tagliato i finanziamenti federali perché, fra gli altri crimini, vende gli organi dei feti. Da parte nostra, dobbiamo solo pregare che cessino le scosse (e che i sindaci abbiano il coraggio di fare obiezione di coscienza).

sabato 11 febbraio 2017


Tempus beneplaciti



Sembra che tutto, nella Chiesa, stia precipitando e che il picconatore avanzi incontrastato senza che alcuno possa fermarlo; nemmeno del famoso “atto di correzione formale” si è sentito più nulla… Eppure anche questo è un tempo favorevole, perché anche in esso siamo costantemente oggetto della benevolenza di Dio, che lo ha stabilito così per una disposizione di suprema sapienza. Questo è il tempo in cui il Signore mette alla prova i Suoi per verificare se meritano di partecipare al trionfo del Suo regno, che verrà mediante il regno di Maria; ma anche il tempo in cui fa venire allo scoperto i traditori per farceli individuare con certezza e per marchiarli d’infamia, ma lasciando loro ancora spazio per la conversione, prima di doverli punire. Vista sub specie aeternitatis, dunque, anche l’attuale situazione è tempo di grazia, tempus beneplaciti.

Ciò non toglie, tuttavia, che la resistenza si faccia sempre più dura. Il pensiero appena esposto può allora preservarci dallo scoraggiamento, che dobbiamo altresì respingere con la volontà. Guai ad acconsentire a pensieri pessimistici che celano in sé la peggiore delle tentazioni – quella contro la speranza – e possono trasformarsi in uno dei più gravi affronti alla sapienza e provvidenza divina! Se uno ha una fede cristallina e dottrinalmente ineccepibile, ma sceglie deliberatamente di lasciarsi andare all’abbattimento, alla rabbia o alla depressione (facce diverse dello stesso centramento sullio), mostra che la sua fede non è viva, visto che non alimenta la seconda virtù teologale e che lascia languire la terza.

Quando il nostro cuore boccheggia di dolore e d’amarezza, corriamo da Lui, davanti al tabernacolo, e restiamo semplicemente là, alla Sua presenza piena d’amore, di pace e di fortezza, a farci guarire dal Suo sorriso così dolce, umile e mite. «Davanti a lui effondi il tuo cuore; nostro rifugio è Dio» (Sal 61, 9). Gesù è infinitamente ricco e prodigo di consolazioni ineffabili con chi soffre e lotta per rimanergli fedele. Se così è sempre stato, quanto più lo è ora con noi, che stiamo attraversando la peggiore crisi della Chiesa da quando esiste e dobbiamo sostenere un terribile assalto non più dall’esterno soltanto, ma anche dall’interno del Corpo, e proprio da chi dovrebbe difenderci e guidarci! Non obblighiamolo quindi a tenersi le tenerezze che ha in serbo per noi.

Non è urlando il proprio sdegno e scagliandosi reciproci anatemi che si migliora la situazione. Essa è così grave che solo i mezzi soprannaturali della grazia possono incidere positivamente: preghiera, offerta e penitenza… senza omettere, evidentemente, la necessaria formazione personale tramite buone letture (Catechismo di san Pio X, scritti dei Santi e dei Padri della Chiesa) e un apostolato fervente di carità e inventiva verso quanti sono disposti ad accostarsi alla luce. Certo, non si può fare a meno dei Sacramenti e di una buona predicazione: è la sfida più ardua in questo momento, ma il Padrone della messe non la lascia priva di operai. Torno a ripetere: andate in cerca dei buoni sacerdoti, stanateli, braccateli, rapiteli… Vedrete che ce ne sono ancora; magari rincantucciati nell’angolo in cui li hanno relegati, ma ce ne sono.

Non correte dietro a tutti i “messaggi” che sono in circolazione, anzitutto perché non abbiamo alcuna certezza circa la loro reale origine e in molti casi, anzi, ci sono segni evidenti che non vengono da Dio. La gravità eccezionale dei tempi in cui viviamo non è un motivo sufficiente perché chiunque si senta autorizzato a spacciare presunte comunicazioni celesti che, se non altro, si squalificano da sé già solo per la loro impressionante prolissità e abbondanza. Il loro effetto nocivo, quand’anche non contengano errori o eresie manifeste (come in certi casi è del tutto evidente), è che ci riempiono d’inquietudine, ci distolgono dai nostri doveri di stato, disperdono la nostra vita spirituale in mille rivoli e – last but not least – finiscono col diventare un “magistero” alternativo che può renderci indifferenti, se non superbi e sprezzanti, verso quello della Chiesa (che in questo momento, certo, fa acqua da tutte le parti, ma in linea di principio rimane la norma prossima su cui i fedeli devono regolare la propria fede). Se questi sono i risultati, da chi possono mai venire?

Per evitare una trappola, non buttiamoci in un’altra. Di questo passo, ognuno si fa la sua religione ad usum Delphini… È pur vero che siamo figli di un Re, ma il regno è Suo e ha stabilito Lui i mezzi necessari per diventarne eredi, dei quali disponiamo pienamente e che non ci farà mai mancare. Per quest’epoca così travagliata, poi, ci ha perfino inviato la Regina. Sono cento anni che è apparsa a Fatima per rivolgerci poche e precise richieste che non hanno ancora trovato sufficiente attuazione. Ascoltiamola: questo è il momento giusto. Facciamole il favore di aiutarla a salvarci. Ricambiamo il Suo impagabile affetto assecondandone le premure e collaborando con Lei nell’opera grandiosa che il Figlio Le ha affidato. La nostra prima preoccupazione dev’essere la santificazione personale, che non si realizza prendendo scorciatoie illusorie né tanto meno giudicando tutto e tutti sulla base della propria opinione privata.

Se in questo momento chi di dovere non esercita adeguatamente la sua funzione, non possiamo certo sostituirci a lui, ma dobbiamo pregare ancor più, o per la sua conversione, o perché il Signore ce ne mandi un altro, sapendo che il tempo della prova è limitato e che anch’esso serve a farci progredire. «Nella santificazione delle nostre anime sta il vero progresso. Ogni volta che le nostre anime registreranno una maggiore conformità alla volontà dell’Immacolata, sarà un passo avanti», ci ricorda san Massimiliano Maria Kolbe. «L’unico desiderio mariano è quello di innalzare il livello della vita spirituale di ognuno, fino alle vette della santità. Condizione essenziale per ogni apostolo è quella di offrirsi in proprietà all’Immacolata. Chi è in grado di irrobustire la fiacca e corrotta volontà umana di oggi in balìa di molteplici errori e menzogne, se non Colei che è immacolata fin dal primo istante della propria esistenza, la Madre della grazia divina?».

Ci siamo offerti in proprietà all’Immacolata con la consacrazione; chi non l’abbia ancora effettuata lo faccia quanto prima, magari oggi stesso o, se non è pronto, il prossimo 25 marzo. Una volta compiuto questo passo, bisogna rimanere nella pace, sicuri di poter essere preservati da ogni danno da una Madre così premurosa e potente, ma al contempo determinati a fare tutto il possibile per cooperare con Lei corrispondendo all’impegno assunto. È grazie a Lei che abbiamo riscoperto la Tradizione; seguendola e obbedendole, evitiamo ora le pericolose deviazioni settarie con cui il diavolo insidia quanti non è riuscito a fuorviare direttamente. Consacrandoci a Lei, Le abbiamo affidato anche i nostri cari, specie quelli che ancora non ci comprendono: anch’essi sono ormai, in modo speciale, nell’orbita delle Sue impareggiabili cure – e, prima o poi, capitoleranno.


Secondo un manoscritto del 1118 attribuito a Marfin, monaco irlandese, lungo il tragitto verso la Spagna oppressa dai Mori re Carlo aveva posto l’assedio al castello di Lourdes, allora occupato dal saraceno Mirat. Dopo che un’aquila in volo ebbe lasciato cadere dal becco una trota, poi lanciata dagli assediati all’esterno per far credere di non essere a corto di cibo, il vescovo di Puy-en-Velay, ambasciatore del re, iniziò le trattative. L’emiro accettò allora di arrendersi, ma non al re dei franchi, bensì alla Signora del Paese, che dal V secolo era venerata a Puy. Mirat si convertì e fu battezzato, potendo così rimanere al castello come vassallo della Vergine Maria. Poco più di mille anni più tardi…


sabato 4 febbraio 2017


E il diavolo gode…



C’è tutta una serie di fenomeni, nell’attuale congiuntura ecclesiale, che stanno portando all’acme la già gravissima crisi che affligge la Chiesa Cattolica. Ci sono le comunità di adoratori della Bibbia che vorrebbero convertire perfino il Papa al loro cosiddetto cammino. Ci sono i promotori di forme di isteria collettiva che si preparano a celebrare cinquant’anni di esercizio selvaggio di pretesi carismi. Ci sono gli entusiasti dei nuovi culti sorti da un’inflazione di presunte rivelazioni private, pronti a sbranarti non appena ti azzardi ad esprimere una benché vaga perplessità in proposito. Ci sono gli assatanati della Tradizione che hanno fatto della ribellione una ragione di vita e sbraitano con impressionante rancore contro qualunque ipotesi di regolarizzazione. E così di seguito…

La lista potrebbe continuare, ma l’atteggiamento che sembra comune a tutti è una sovrana indifferenza nei confronti dell’autorità costituita – quella che, almeno a parole, riconosciamo ogni volta che, recitando la professione di fede, menzioniamo l’apostolicità come nota caratteristica della Chiesa. È pur vero che, in questo momento, l’esercizio dell’autorità ecclesiastica da parte di molti Pastori presta il fianco a più d’una critica; ma è questo un motivo per creare di fatto tante “chiese” parallele quanti sono gli orientamenti? La divisione – ahimè – è lo sport preferito del demonio, che proprio per questo (glosseranno i saputelli) si chiama diavolo. Pensate quanto sta godendo in questo periodo… e poi chiedetevi chi mai può esserci all’origine di tanta frammentazione.

So bene che sarò bersaglio di feroci maledizioni o di infallibili sentenze: lo hanno redarguito, si sta normalizzando… Come ho già scritto in altra occasione, sarei ben felice di poter parlare de visu di questi argomenti con qualcuno che sia costituito in autorità senz’essere immediatamente denunciato a Roma. Non mi interessa raccogliere consensi soffiando sul fuoco della rabbia e del risentimento altrui. Se quanto ho scritto finora, per qualcuno, è servito ad alimentarli, non me ne rallegro di certo. Gridare la propria sofferenza è legittimo; fino a un certo punto lo sono anche l’ironia e il sarcasmo che talvolta la dissimulano… ma ergersi a giudici inappellabili di tutto e di tutti è un’altra cosa. Non si può provare se non profondo dolore nell’assistere a certe reazioni scomposte, che non si addicono punto a persone colte e intelligenti; sciocche e ignoranti, le si potrebbe scusare.

Così a sofferenza si aggiunge sofferenza, a confusione altra confusione, a veleno altro veleno… e lo smarrimento dei poveri fedeli va alle stelle. Non si sarà magari inaridito, nell’ardore della battaglia, lo spirito di preghiera e di compunzione? Se per difendere l’onore e i diritti di Dio si finisce col perdere la carità, che cosa si sta veramente difendendo? Un concetto? Un’idea chiara e distinta? Deus caritas est… (1 Gv 4, 8). Non vorranno mica prendersela anche con san Giovanni? Oppure son soltanto parole…? Non è lecito sterilizzare la Sacra Scrittura, nemmeno a chi non vuole aver nulla da spartire con i protestanti. La prudenza e la fedeltà non possono degenerare in una volontà incoercibile di separazione. In fin dei conti, i modernisti più irriducibili sono finiti fuori della Chiesa seguendo la stessa via: l’attaccamento alle proprie opinioni dogmatizzate.

Quando si ha veramente a cuore il bene dei fedeli e li si vuole realmente condurre a Cristo, anziché nel proprio recinto, ci si abitua a sentire le cose dalla loro posizione, pur senza abbandonare quella che si è ricevuta da Dio. Per una volta dobbiamo assentire all’osservazione che il buon pastore sta in mezzo alle pecore; potrà pure, per accidens, prenderne inevitabilmente un po’ l’odore, ma non certo vizi e difetti: è suo compito, anzi, istruirle e guidarle. In ogni caso, dovrà avere un sesto senso (parlando fuori metafora) per il loro stato spirituale, le loro difficoltà, le loro attese, in modo da calibrare nel modo più opportuno il suo governo e il suo insegnamento. Dove c’è smarrimento, dovrà portare sicurezza; dove c’è divisione, riconciliazione; dove c’è l’errore, la verità; dove c’è il peccato, la correzione e la grazia.

Gran parte delle pecorelle, immerse in un’atmosfera nichilistica, hanno perso l’uso delle nozioni più elementari per pensare ciò che è oltre la materia e non riescono nemmeno a figurarsi che qualcosa trascenda il visibile. Sul piano morale, poi, vagano in un relativismo assoluto regolato unicamente dal “lo sento” o “non lo sento”; quelle un po’ più “formate”, invece, sono state mentalmente programmate secondo un quietismo totale che accolla al buon Dio anche i compiti dell’uomo: «Fa’ che io preghi, che io mi impegni, che io faccia il mio dovere… Così, se non miglioro, in fin dei conti è colpa tua perché non mi aiuti». «Ma datti una mossa!» – potrebbe replicare. Certo, ci vorrebbe un essere umano che, da buon educatore, Gli desse voce; ma sono pochissimi a farlo, e quei pochi, spesso, si prendono per questo pesci in faccia…

Ciò che mi sembra chiaro è che la stragrande maggioranza del gregge non potrà mai capire perché ci si accapigli con tanto accanimento fra tradizionalisti, eccetto quelle mosche bianche che sono addentro all’ambiente e che, proprio per questo, rischiano di diventare una copia deformata dei loro maestri. Certamente l’astio e la sufficienza han poco a che fare con il Vangelo, né sono compatibili con i sentimenti del Cuore immacolato di Maria, di cui pur si auspica il trionfo, magari entro l’anno. Ma come può trionfare all’esterno, se prima non glielo si permette nei cuori? E se noi per primi non ci sforziamo di conformare il nostro al Suo, come potrà trasformare quello di chi è più lontano dalla fede? Ma «ci sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi» (Lc 13, 30). Praticando seriamente l’umiltà, preghiamo – e operiamo – per essere ammessi nella categoria giusta.


sabato 28 gennaio 2017


Il peggiore nemico degli ebrei



È un argomento esplosivo, ma non possiamo continuare a permettere che i nostri ragazzi siano mentalmente manipolati da una visione storica scorretta che è servita e serve tuttora a giustificare l’instaurazione di un nuovo ordine a livello planetario. Non si tratta semplicemente di ristabilire le reali proporzioni dell’olocausto, ma di coglierne la matrice e il movente autentici. Non intendiamo certo alimentare il filone negazionista riguardo a quello che rimane comunque uno dei peggiori crimini del XX secolo (largamente superato, tuttavia, dalle carestie e dai genocidi provocati da Lenin e Stalin, di cui non si parla mai nel “civile” Occidente che stermina i suoi figli, sebbene siano ampiamente documentati); desideriamo unicamente accertare la verità in modo da non lasciarci più soggiogare da quella che risulta propaganda nel senso tecnico del termine, intesa a farci accettare supinamente un progetto politico totalitario che è quasi giunto a compimento.

A pochi mesi dalla sua costituzione, nell’agosto del 1933, il governo nazista siglò con il movimento sionista un accordo, poi battezzato Ha‘avarah (trasferimento), con cui si impegnava a favorire con tutti i mezzi l’emigrazione degli ebrei di Germania verso la Palestina. Non soltanto fu istituita una speciale linea di navigazione dai porti anseatici per Haifa, ma si finanziò l’acquisto di macchine e utensili agricoli di fabbricazione tedesca, mentre i candidati pionieri venivano addestrati in veri e propri kibbutz sul territorio germanico. Nonostante l’opposizione del giudaismo internazionale e quella della Gran Bretagna, che non vedeva di buon occhio una massiccia immigrazione ebraica che creasse tensioni con gli arabi in una regione da essa amministrata, Hitler continuò ad approvare questa politica fino in piena guerra, quando già i famigerati campi di sterminio funzionavano a pieno ritmo. Gli eventi bellici inevitabilmente rallentarono, ma non arrestarono il costante flusso migratorio, che in meno di un decennio interessò un totale di circa sessantamila persone.

Un interesse comune al nazismo e al sionismo? Sembra paradossale, ma risulta proprio così, come denunciano ambienti ebraici antisionisti. Gli uni volevano la “razza pura”, gli altri la rinascita della nazione e di uno Stato ebraici. I secondi, anzi, acclamarono entusiasti le leggi razziali, che venivano finalmente a ripristinare la separazione tra Giudei e Gentili richiesta dalla Torah, ma di fatto non più rispettata. Ciò che i rabbini faticavano a esigere sarebbe stato ora imposto da un governo pagano con la loro complicità. Alla risurrezione di Israele si ponevano però almeno due grossi problemi: anzitutto, bisognava convincere a partire una popolazione che non aveva certo voglia di abbandonare le proprie floride e consolidate posizioni per andare a far fiorire il deserto con la vanga in una mano e un mitra nell’altra; in secondo luogo, quella striscia di terra tra il Mediterraneo e il Giordano non avrebbe mai potuto accogliere tutti gli ebrei sparsi nell’orbe. Si imponeva così la necessità di un intervento di selezione che costituisse al contempo un convincente incentivo a cambiare aria…

Qualcuno urlerà di scandalo, accusando questa ricostruzione di essere pura fantasia antisemita. Ma nelle pubblicazioni sioniste degli anni Trenta si trovano riflessioni e affermazioni che vanno proprio in questo senso. C’è di più: la ricostituzione dello Stato d’Israele vi è collegata – guarda caso – alla realizzazione di un nuovo ordine in Europa (e quindi nel mondo, dato che all’epoca i Paesi europei ne erano in buona parte padroni), mentre la soluzione finale del problema ebraico (parole loro) comportava l’abbandono del Vecchio Continente da parte dei giudei – forse perché il continente cristiano per eccellenza, nel loro piano, era condannato al degrado e alla rovina? Certo è che, una volta rinnegato il vero Messia inviato da Dio, se ci si ostina nell’impenitenza bisogna per forza inventarsi un messianismo sostitutivo (di natura politico-finanziaria) e sopprimere la realtà che da Lui è nata, poiché la sua sola esistenza costituisce un incessante rimprovero e un tacito richiamo alla conversione (anche se, per compiacere il rabbinismo, ha smesso di lanciarlo e di pregare per essa).

Ecco la vera posta in gioco: la sopravvivenza della Chiesa. In Medio Oriente la presenza cristiana è quasi scomparsa; in Occidente è ridotta al lumicino – e quel poco che rimane si è in larga parte corrotto in seguito a un concilio pastorale. L’America Latina è presa d’assalto da ricchissime sètte protestanti; l’Africa, già stritolata dal debito estero, nell’assoluta indifferenza dei mass-media è decimata da bande di macellai armati dalle multinazionali. L’evangelizzazione langue, bollata di proselitismo da chi dovrebbe invece promuoverla o ridotta a dialogo interreligioso, specialmente in Asia. Saremo accusati di semplicismo o di fanatismo a voler ricondurre tutto ad una matrice unica, ma chi può negare che certi banchieri finanzino sètte, rivoluzioni, terroristi e… teologi? Mancano le prove, accidenti! Ma facciamo un esempio per tutti: a chi fu affidata la stesura del paragrafo 4 della Nostra aetate? Ma è ovvio, che diamine: a una commissione di rabbini.

L’immane operazione di mistificazione culturale e di lavaggio del cervello che, grazie a una classe politica prona al sionismo, subiamo da settant’anni non trova più un argine nemmeno nella Chiesa Cattolica, la cui gerarchia se n’è anzi fatta in buona parte complice. La carità e l’amore per la verità esigono invece che si individui e denunci la menzogna per il vero bene di tutti i figli di Abramo: di quelli secondo la carne, per la loro conversione; di quelli secondo la fede, per la loro resipiscenza.

sabato 21 gennaio 2017


Censurato



Per inculcare una nuova visione della realtà che faccia da supporto ideologico al regime che si vuole imporre, bisogna manipolare i testi fondativi di una società o, quando possibile, impedirvi l’accesso. Nella Chiesa Cattolica questo è accaduto durante e dopo il Vaticano II. La seconda soluzione fu adottata per tutti (o quasi) gli esponenti della teologia precedente, completamente scomparsi dai libri e dall’insegnamento, nonché dai cataloghi delle case editrici; i nomi e le opere degli autori tra l’Otto e il Novecento furono radiati dalla storia o, nel migliore dei casi, condannati alla damnatio memoriae: se non altro si poteva ancora sapere che erano esistiti, ma solo per farne bersaglio di esecrazione o di dileggio. Contemporaneamente veniva tolto ogni argine agli scrittori dubbi o palesemente eretici, che assurgevano al ruolo di maestri indiscutibili – e, soprattutto, intoccabili. Là dove un’operazione del genere non era possibile (cioè con i testi biblici) si scelse invece la prima soluzione: una vera e propria manipolazione perpetrata in nome dell’approccio scientifico.

L’attacco risale a prima della cosiddetta riforma liturgica: basti pensare – per fare giusto un esempio – alla nuova traduzione dei Salmi con cui già negli anni ’50 si tentò di sostituire, nel Breviario e nel Messale, la Vulgata di san Girolamo, promulgata dal Concilio di Trento come testo biblico ispirato cui riferirsi in perpetuo. Un bel latino piano e forbito, se non un po’ slavato, sembrava ai promotori un vantaggio indiscutibile rispetto a quello ruvido e virile (e a volte incomprensibile, bisogna pure ammetterlo) del santo eremita di Betlemme. Il fatto è che la nuova traduzione spazzava via in un colpo solo buona parte di quelle espressioni profetiche che, per ben millecinquecento anni, avevano costituito la base dell’interpretazione cristologica, mariologica ed ecclesiologica dei Salmi, che mediante la liturgia e la preghiera aveva plasmato il pensiero e la sensibilità dei cattolici.

Un millennio e mezzo di insegnamento rimaneva di colpo privato dei suoi fondamenti biblici; vi pare poco per la fede del clero e dei fedeli? Quella traduzione, sul momento, non fu recepita, ma il medesimo spirito che l’aveva animata ritornò a galla pochi anni dopo nelle varie traduzioni in lingua volgare – e per tutta la Bibbia, per giunta. Non parliamo poi delle traduzioni “ecumeniche” effettuate in combutta con i protestanti: buona parte di ciò che, nell’Antico Testamento, è profezia o prefigurazione del Nuovo è stato riformulato (compresa la verginità della Madonna; cf. Is 7, 14) per la gioia del giudaismo talmudico. Di conseguenza l’interpretazione patristica e tradizionale della Sacra Scrittura risulta quanto meno inappropriata o fantasiosa, gli scritti dei Santi incomprensibili. Ma quanti, anche fra i sacerdoti, sono stati in grado di cogliere subito l’ampiezza e la profondità della trasformazione così operata nel comune sentire?

Con gli scritti dei Padri si adottò un procedimento misto. Nella scelta dei testi da proporre allo studio e alla meditazione, anzitutto, si scartò decisamente tutto quanto potesse far sospettare che la teologia precedente al Concilio fosse in realtà molto più in continuità con la loro che non la “nuova teologia”, che si piccava invece di averli riscoperti. Di fatto, in questo preteso “ritorno ai Padri”, si selezionarono i passi che più si confacevano al sostegno dei cavalli di battaglia dell’aggiornamento. D’altro canto si impose l’abitudine di riportare i passi biblici da loro commentati nelle nuove traduzioni, con il risultato che le loro spiegazioni, in molti casi, suonano incongruenti o per lo meno strane. Ci si può rompere il capo per anni a cercar di capire meglio le letture del breviario, finché non ci si rende conto che il testo sacro su cui lavoravano i Padri era spesso sostanzialmente diverso. Ma non è mai troppo tardi…

Ora, si tratta forse di una questione puramente filologica o accademica? Pensate all’enfasi che, negli ultimi cinquant’anni, si è posta sulla lettura della Bibbia, sulla liturgia della Parola e sulla recita dell’Ufficio divino (ops!… della Liturgia delle Ore). Là dove – e questo avviene sempre più spesso anche in Italia – c’è carenza di clero, ecco saltar sulla ribalta la suora o il “laico formato” che, al posto della Messa, ti fa un bel predicozzo e ti distribuisce la comunione. Che ti manca? o di che ti lamenti? Alla bancarella del sacro hai avuto quel che ti è garantito anche dal prete… Chi si accorge che il Sacrificio non c’è stato? Sacrificio…?!? Ma noi siamo cristiani, mica una religione pagana… Ma anche gli indù sgozzano i galli per placare i loro dèi, magari – se invitati – sull’altare di una cattedrale cattolica. Ma che c’entra, bisogna rispettare le altre religioni! Tutte, fuorché la nostra… Ma la nostra non è una religione, è un camminare insieme con tutti gli uomini (e le donne) di buona volontà. Verso dove? Ma che domanda, verso la pace e la fratellanza universale!

Questo dialogo è molto meno immaginario di quel che sembra. Se i risultati del “rinnovamento ecclesiale” sono questi (e di fatto lo sono per moltissimi fedeli che frequentano le nostre chiese), vien da chiedersi se le premesse fossero buone. Non parliamo nemmeno di chi si tiene sul comodino l’urna del caro estinto pensando così di averlo ancora vicino o di chi, avendo stabilito che la nonna continua a vivere nel gatto, è convinto per questo di aver la fede; in questi casi basterebbe avere la ragione. Per quanto ci sia da piangere, per non andare in depressione vediamo il lato comico di questa grottesca situazione, visto che quel che vien da Roma non fa di certo ridere… Se poi uno ha lo scrupolo di volersi ancora confessare e – che eccentrico! – di accusare i suoi peccati, si guardi bene dal seccare il prete con le sue paranoie: ormai Dio è cambiato, siamo entrati in una nuova èra! Chi non vuol capire questo o è un ladro o una spia.

Vedete dove ha portato la manipolazione di cui si diceva? Decenni di predicazione e insegnamento su testi alterati, censurati o selezionati hanno creato una nuova immagine di Dio – ma un’immagine del tutto fantasiosa e inconsistente. Il vero Dio, quello che ci ha voluto raggiungere parlandoci con parole umane (così umane, a volte, da esser quasi scandaloso), così che potessimo comprenderlo e conoscerlo, è stato rimosso dalle menti e dai cuori epurando persino le preghiere da Lui ispirate da tutto quanto poteva turbare i sentimenti che la nuova “religione” irenistica e umanitaria doveva introiettare nei fedeli. Coloro che hanno preteso di “ridarci la Bibbia” l’hanno prima accuratamente ripulita, almeno nell’uso liturgico; altrimenti hanno declassato i testi scomodi a genere letterario o eziologia storica… Che vuol dire? Non preoccupatevi, non vi siete persi nulla. Il risultato, in ogni caso, è che il Dio dell’Antico Testamento era malvagio e vendicativo; quello del Nuovo, invece, è misericordioso. Ma come la mettiamo con i fratelli maggiori? Stranamente non si offendono, anche perché Gesù stesso, con questo andazzo, è superato – e, in fondo, era quello che volevano.

Sarà un caso che i danni mentali e spirituali più gravi si riscontrino negli ambienti in cui più si spezza la Parola, cioè negli istituti religiosi e nelle parrocchie all’avanguardia? Pensate all’effetto corrosivo di quello che è il frutto più accessibile della nuova esegesi: le preghiere dei fedeli (chissà perché, obbligatorie anche nelle Messe feriali) e le invocazioni inserite nella Liturgia delle Ore. Un campionario di richieste che al contempo esprimono e rafforzano tutto un atteggiamento spirituale: ci si aspetta da Dio o cose decisamente impossibili o che faccia ciò che dobbiamo fare noi, quando non si tratta – anziché di preghiere – di pie esortazioni rivolte a tutte le categorie di persone, che da esse dovrebbero essere radicalmente trasformate. Illusione, attesa magica, aspirazioni utopiche: ecco ciò che, a poco a poco, si è generato nei cattolici, a forza di sentir ripetere certe assurdità. Ma la natura matrigna (a chi è figlio degenere del Padre) ci riporta inesorabilmente alla dura realtà. Non sarà il caso di rimetterci tutti a fare penitenza?