Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 13 ottobre 2018


Populismo a stelle e strisce?




La domanda sorge spontanea ed è più che legittima: perché Steve Bannon, ex-consigliere strategico di Donald Trump, l’ideologo dell’America first, si è trasferito da noi per lanciare un movimento politico in Europa? Quali sono le motivazioni che lo hanno spinto a questo passo? Sono ragioni davvero disinteressate o ha scopi non dichiarati? Senza voler essere malevoli o complottisti a priori, non riusciamo proprio a soffocare il sospetto che The Movement sia in realtà una testa di ponte per prolungare la supremazia statunitense nel Vecchio Continente utilizzando le nuove forze politiche che, sostenute dal malcontento popolare, si stan facendo strada in diversi Paesi. A prescindere da simpatie o antipatie soggettive nei confronti degli yankees, un cattolico americano, prima di essere cattolico, è pur sempre americano. Non si saran mica resi conto che l’esasperazione dei popoli che la compongono può essere usata a loro vantaggio per indebolire la rivale Unione Europea?

Ma non basta: Bannon ha lavorato per la Goldman & Sachs, è amico del miliardario filosionista Adelson e – da quanto si dice – è stato il suggeritore del trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Se poi si considera che il direttore esecutivo del Movement è l’ebreo belga Mischael Modrikamen, politico nazionalista e ultraliberista, l’inquietudine aumenta non poco, acuita da un’altra spontanea e legittima domanda: da dove vengono i finanziamenti della campagna in vista delle prossime elezioni europee? Che la nuova formazione non sia altro che uno strumento con cui coprire lo spazio a destra, visto che Soros già lo copre a sinistra? Ma come si spiega, allora, l’appoggio di Bannon a movimenti antisemiti? Son proprio quelli che, a livello ideologico, rendono i migliori servigi alla causa di Sion: un nemico pittoresco e inoffensivo fa sempre comodo a chi persiste nel mascherare da vittimismo l’impudenza con cui impone a tutti il proprio volere, a livello mondiale, in barba ad ogni norma del diritto internazionale.

L’Italia, in questo quadro, ha un’importanza geopolitica altamente sensibile, vuoi per la posizione geografica, vuoi per la funzione di ago della bilancia tra l’asse franco-tedesco e la lega di Visegrad, vuoi per la presenza di strategiche basi della NATO sul suo territorio. Se il governo attuale – visti i chiari segnali in questo senso – si sbilanciasse troppo verso la Russia, ciò costituirebbe un grosso problema, nel caso di una guerra in Medio Oriente. Quest’estate l’esercito e la marina russi hanno svolto le più imponenti esercitazioni militari dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene Putin, di fronte alle ripetute provocazioni, continui a stringere i denti nel tentativo di tenere a bada due squilibrati come Erdogan e Netaniahu con il loro grande fratello d’oltreoceano, l’avvertimento è stato chiaro quanto basta.

Ciononostante, i recenti accordi strategici con la Turchia e Israele, miranti a risolvere la crisi siriana al minor prezzo di sangue possibile, non hanno impedito il grave incidente con cui il secondo ha deliberatamente causato, nell’indifferenza generale, l’abbattimento di un aereo russo con quindici soldati a bordo, proprio mentre la Russia offriva nobilmente la sua collaborazione per la liberazione di decine di militari inglesi e americani intrappolati a Idlib, cioè nell’ultima enclave che l’esercito siriano sta per strappare ai tagliagole. Dall’altro lato, a quanto pare, non hanno il medesimo senso dell’onore, ma stavolta Putin, fornendo alla Siria il nuovo apparato antiaereo già pagato, ma non ancora consegnato al fine di compiacere Tel Aviv, ha deciso di mostrare i muscoli all’odiosa e sleale arroganza di Israele, che ha subito ricominciato a sbraitare per la presunta minaccia nucleare iraniana, sempre utile alla bisogna.

In tale contesto, il fatto che Bannon voglia stabilire una sorta di think tank a un’ora da Roma, nella Certosa di Trisulti, ci dà ancor più da pensare, anche se non abbiamo certo nulla da spartire con i cronisti di corte che già gridano indignati al complotto non solo contro l’Unione Europea, ma anche contro il Vaticano di Bergoglio. Curiosa associazione… quasi il pensiero mainstream percepisse queste due istituzioni come due realtà collegate da interessi affini. È innegabile, d’altronde, che il progetto massonico di invasione camuffata da immigrazione abbia trovato nel pontefice argentino il suo profeta. Sia che miri a destabilizzare le società europee fino al punto che l’instaurazione di un regime palesemente totalitario sia salutata come una liberazione, sia che, con la scusa speciosa di una denatalità provocata ad arte, voglia dissolvere nel meticciato le diverse identità culturali onde dominarci meglio, tale progetto ha bisogno di un forte sostegno ideologico e religioso per poter essere accettato dalle masse, visto che, come altri progetti della medesima matrice, è totalmente contro natura.

In Germania, poi, questa propaganda può far leva sull’inestinguibile senso di colpa collettivo che ossessiona quel popolo da settant’anni impedendogli di guardare la realtà per quello che è, specie se c’è di mezzo Israele. La voluta invasione di milioni di islamici, come pure in Francia, ha però creato le premesse di una guerra civile: già si moltiplicano episodi di inaudita violenza che i media di regime oscurano sistematicamente, occultando una situazione disastrosa in cui lo Stato di diritto, in certi ambienti, non vige più. Sebbene le tanto celebrate libertà democratiche – in particolare, quella di informazione – non siano mai state tanto conculcate, nessuno alza la voce per questo, ma lo fa per bollare come neonazista chi giustamente comincia a dire basta.

Da noi il tipo di epiteti non varia poi di molto: essere a favore della sovranità nazionale equivale inesorabilmente ad essere fascisti o, nel migliore dei casi, populisti o reazionari. Il nostro sussulto sovranista fa paura ai tedeschi perché le loro esportazioni sono state favorite dall’euro (meno forte del marco, che tuttora esiste, sebbene sospeso dalle quotazioni); con un debito pubblico che, a causa dei sussidi sociali distribuiti a pioggia, è una voragine ben più profonda di quella italiana, tutto desiderano fuorché una destabilizzazione provocata dalla nostra uscita dalla moneta comune, da cui avremmo solo da guadagnare. Ma le bolle di sapone non durano in eterno… e i teutoni, di nuovo egemoni, marciano un’altra volta verso il disastro.

Dal canto suo Parigi, dopo aver blindato le proprie frontiere, continua a minacciare il nostro Paese con ingerenze intollerabili, tentando al tempo stesso di isolarlo sulla scena europea e combattendolo in Libia. Alla guida dello Stato francese, del resto, l’alta finanza (leggi: banche e speculatori come Soros, Rothschild, Goldman & Sachs, che ne han finanziato la campagna a suon di milioni di euro) ha posto uno psicopatico che lavorava per uno del giro. Facendo leva su quell’ottuso sciovinismo e su quel rigido razionalismo che rende i nostri cugini d’oltralpe così facilmente manipolabili, i soliti burattinai dell’élite sono riusciti a chiudere loro gli occhi sulla disastrosa situazione interna creata dall’immigrazione islamica, così da far perdere le presidenziali alla donna che intendeva riprendere il controllo del vapore.

In realtà l’insolente monello che si permette di insultare i nostri governanti come se niente fosse non ha affatto a cuore le sorti dei migranti ma, usando l’Italia come serbatoio di contenimento, favorisce l’emigrazione dalle ex-colonie in funzione di precisi interessi. Per garantire – dicono – la stabilità della moneta comune dell’Africa francofona, la Francia gestisce con la sua banca centrale ben due terzi delle riserve di quei quattordici Stati: quindi non solo acquista le loro materie prime al prezzo che le pare, ma specula pure sui loro guadagni, ricuperando per altra via quel che spende. È quanto mai opportuno che la gioventù di Paesi condannati al saccheggio e privi di qualsiasi prospettiva di sviluppo autonomo – specie se istruita – li abbandoni, così da non diventare un peso economico e un problema sociale. Ma se gli italiani smettono di stare al gioco…

Il nostro governo, come se non bastasse, si propone di uscire dalla crisi fasulla non con l’austerità imposta da Bruxelles, che non ha fatto altro che aggravarla e costringerci a svendere i gioielli della nostra industria, bensì con un incremento della produzione mediante un alleggerimento degli oneri fiscali: per ridurre il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, in effetti, è molto meglio accrescere il secondo che non tentare di diminuire il primo con una tassazione che soffoca la crescita economica. È ovvio che quest’ultima strategia faceva il gioco, con la complicità del signor Draghi, degli interessi franco-tedeschi, non abbastanza sazi, a quanto pare, dello stritolamento della Grecia, ma miranti a ingoiare pezzo per pezzo anche l’Italia.

A che cosa ricorreranno, stavolta, per sbarazzarsi dell’ostacolo politico democraticamente eletto? Alla magistratura asservita, come nel 1992, o a un golpe istituzionale, come nel 2011? Oppure agiteranno lo spettro del default come in Grecia o manovreranno i mercati contro di noi, o ancora tenteranno di piegarci con i meccanismi-capestro puramente virtuali escogitati dalla Banca Centrale Europea? Cercheranno di terrorizzarci con i soliti “attentati islamici” organizzati dai servizi segreti? Ad ogni modo, a Bruxelles hanno una gran paura, visto che le elezioni di medio termine, negli Stati Uniti, daranno a Trump mano libera e quelle dell’assise di Strasburgo, nel maggio del prossimo anno, altereranno fortemente gli equilibri finora invalsi. Devono quindi intervenire in modo drastico e rapido per costringerci di nuovo alla sudditanza; ma questa volta, se ci impongono un altro governo illegittimo, invaderemo Palazzo Chigi e li cacceremo fuori a pedate.

Le nostre guide politiche, a quanto pare, stanno imparando da Putin a rispondere con fermezza alle provocazioni senza cadere in trappola, ma devono ancora perfezionarsi nella sua astuta e calcolata freddezza, che gli consente di volgere a proprio vantaggio anche le circostanze più sfavorevoli. È vitale, in un sistema che per manipolare l’opinione pubblica fa leva sull’immagine e sui sentimenti, controllare le esternazioni e ridurre al minimo la spinta delle emozioni, in modo tale da imporre la propria volontà ottenendone plauso e favore. Quali che siano le mire di Bannon, sembra comunque vantaggioso che, anche con il suo aiuto, l’attuale compagine governativa si rafforzi all’interno e il partito di Salvini si affermi in Europa, onde avere un peso maggiore nell’opporsi all’asse Parigi-Berlino, espressione di un cartello concorrente a quello anglo-americano e apparentemente antisraeliano (seppure – a quanto pare – controllato anch’esso dalla finanza giudaica: divide et impera?).

Almeno per ora, in ogni caso, ci conviene tenerci amici gli Stati Uniti. La minacciata guerra contro l’Iran sarebbe pura follia, visti gli esiti catastrofici degli interventi in Iraq e in Afghanistan, nonché la recente sconfitta in Siria; ma poiché anche oltreoceano, anziché la ragione, sono meri interessi a decidere (influenzati oltretutto dai capitali e dalle pretese dei sionisti), un nuovo scontro non si può affatto escludere. In un’eventualità del genere, i vincoli della NATO ci lascerebbero ben poca scelta, così come quelli politici già ci obbligano a imporre sanzioni del tutto svantaggiose alla nostra stessa economia. Non parliamo poi delle armi biologiche che stanno sperimentando a ridosso della Russia, in particolare in Georgia, e che potrebbero sempre ritorcere contro di noi. Tuttavia a Putin farebbe senz’altro comodo un alleato occulto che gli facesse da insospettata sponda. In un secondo momento, in base all’andamento del conflitto, potremmo riconsiderare la nostra posizione in funzione, una volta tanto, dei nostri legittimi interessi. I russi, se costretti ad entrare in guerra, non saranno certo teneri con chi si metterà loro di traverso – e sarà la terza guerra mondiale.

Ecce, ego mitto vos sicut oves in medio luporum. Estote ergo prudentes sicut serpentes, et simplices sicut columbae (Mt 10, 16).

sabato 6 ottobre 2018


Opzione santità




Quaerite Deum, et vivet anima vestra (Cercate Dio e l’anima vostra vivrà; Sal 68, 33).

Confesso che non ho letto il libro e non vorrei quindi apparire come uno che sentenzia per partito preso, senza cognizione di causa. Ciononostante le mie antenne mi mettono in allarme per più d’un motivo. Il primo riguarda chi l’ha pubblicato in Italia: una casa editrice, un tempo cattolica, che alcuni anni fa ha assunto come logo una falce rossa sormontata da una squadra. Se è vero – come è vero – che i simboli hanno un significato e che vengono scelti per precise ragioni, quello delle Edizioni San Paolo, che han lanciato il volume su larga scala, è quanto meno inquietante. Il secondo concerne le personalità che l’han presentato in diverse città italiane: nomi eccellenti dell’establishment vaticano, come Giovanni Maria Vian e Georg Gänswein, che non son certo noti per lo spirito critico.

C’è poi il fatto che l’autore, incaricatosi di additarci una via d’uscita dal caos in cui ci troviamo, dopo essersi convertito, da protestante qual era, alla fede cattolica, è passato all’Ortodossia. Non ardisco certo violare la sua coscienza, tenuto conto del dramma interiore da lui vissuto a causa della prima crisi degli abusi del clero che la Chiesa ha attraversato nel suo Paese intorno all’anno 2000 e che lo ha portato a non sapere più di chi fidarsi, nel clima di omertà e menzogna che aveva contagiato la gerarchia locale. Tuttavia non può sfuggirmi l’evidente contraddizione di chi, avendo abbandonato la barca, vuole indicare a noi la maniera di salvarci rimanendoci dentro – ammesso che l’idea di comunità pionieristiche composte di eletti (che parrebbe germinata, in ultima analisi, sul sostrato del protestantesimo americano) non sia utopistica, in un contesto globalizzato.

Entrando nel merito della sua proposta, trovo un po’ ingenua la ripresa del luogo comune secondo cui la civiltà occidentale sarebbe rinata, sulle rovine dell’Impero Romano, per merito quasi esclusivo del monachesimo benedettino. Senza nulla togliere ai meriti immensi di san Benedetto, dobbiamo ricordare che la sua opera fu stroncata quasi sul nascere dall’invasione longobarda, a cui si deve la prima distruzione dell’abbazia di Montecassino (577), ricostruita solo a partire dal 718. Intanto dei monaci franchi avevano trasportato delle reliquie del Patriarca a Fleury, nel cuore della Gallia; fu là che il movimento monastico benedettino, sostenuto e promosso dai carolingi, cominciò a rifiorire e a diffondersi prodigiosamente in quello che, di lì a poco, sarebbe diventato il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.

Più profondamente, l’idea di Rod Dreher, autore dell’Opzione Benedetto, rischia di prestarsi bene a una sottile strumentalizzazione (che spiegherebbe tanta attenzione per il libro proprio in quelli che non ci sono amici) da parte di chi sarebbe ben felice che la resistenza cattolica si neutralizzasse da sé rinchiudendosi in piccoli ghetti autarchici, contenta di poter finalmente fare ciò che le piace, ma al prezzo di estromettersi dall’agone della pubblica difesa della fede e morale cattolica, lasciando così campo libero ai rivoluzionari. Il metodo da loro adottato con la Messa tradizionale dovrebbe pur insegnarci qualcosa: non potendola proibire del tutto, ne tollerano l’esistenza in “riserve indiane” dal raggio d’azione ben circoscritto dalle quali possa diffondersi il meno possibile.

Quello della denuncia è un gramo mestiere che, oltretutto, pungola continuamente la coscienza di chi lo pratica con lo scrupolo di fare più male che bene, divulgando scandali e misfatti che non sollevan di certo lo spirito, ma rischiano al contrario di accrescere nei lettori sconforto e amarezza, anziché aiutarli a coltivare la speranza e a mantenere vivo l’impegno. Eppure non possiamo fare ai sovvertitori il favore che il nostro silenzio risulti una forma di resa o di acquiescenza; finché c’è anche una sola voce in opposizione, il sistema totalitario che ha occupato i vertici della Chiesa Cattolica non può illudersi di aver definitivamente vinto. L’importante è che il cuore del cristiano fedele, per quanto sia necessario esserne consapevoli per potersene difendere, non si lasci riempire dal marciume che ha sotto gli occhi, ma  riservi lo spazio migliore alla carità e alla preghiera.

La sfida più ardua – e l’unica vera via di salvezza – è la santità praticata giorno per giorno mediante una virtù che proprio le tremende circostanze in cui il Signore ha voluto farci vivere contribuiscono a rendere eroica. Probabilmente la Sua volontà adorabile ci vuole proprio così, disseminati in un ambiente ostile per mantenervi viva la Sua presenza e la Sua voce, che altrimenti rimarrebbero del tutto soffocate in una società divenuta peggiore di quella pagana dell’antichità, evangelizzata dagli Apostoli. Quella, per quanto corrotta nei costumi, conosceva comunque alti ideali morali, almeno in certe scuole filosofiche, come la stoica; la nostra sta cancellando dalle coscienze il concetto stesso di moralità; quella, pur immersa nei vizi più turpi, aspirava alla luce; la nostra, esaltando il vizio come un progresso, consacra le tenebre; quella, nonostante un’accanita resistenza politica, accolse la predicazione evangelica a partire dalle classi più alte; la nostra, soprattutto nei settori più colti, la disprezza con stomachevole arroganza, legittimata dalle fole moderniste.

Su una cosa Dreher ha ragione e mi trova pienamente d’accordo: sulla priorità della ricerca di Dio, del quaerere Deum. Ma chi vive nel mondo non può farlo alla maniera dei monaci, la cui vocazione è caratterizzata proprio dalla separazione da esso; il loro ritmo di vita cadenzato dalla preghiera è irrealizzabile per chi ha famiglia e lavoro. Indubbiamente dobbiamo imparare da loro a riservarci tempi e spazi inviolabili per pregare e meditare nel silenzio, onde poter ritornare alle occupazioni abituali e alle relazioni umane trasformati nell’intimo da un più profondo incontro con Dio; ma il luogo ordinario della crescita nell’unione con Lui, per i fedeli laici, è il loro ambiente di vita, dove portano quotidianamente la croce con fede e amore. Il Signore li aspetta lì, nascosto nelle pieghe di un’esistenza che, per tanti versi, è un vero e proprio martirio.

Se proprio le circostanze ci costringeranno a farlo, ci ritireremo nei rifugi che la Provvidenza vorrà concederci, così come la comunità giudeo-cristiana, all’inizio della guerra che, nel 70, portò alla distruzione di Gerusalemme, si ritirò a Pella, nell’attuale Giordania, per non essere travolta con il popolo ribelle, che in quel modo cominciò a pagare il rifiuto del Messia e l’apostasia dal suo Dio. Pur tenendoci all’erta, tuttavia, non dobbiamo anticipare gli eventi con fughe in avanti che possono distoglierci dall’adempimento dei nostri doveri nel presente. E poi, vogliamo davvero lasciar andare la società alla deriva senza più alcun freno, per metterci al sicuro? E chi potremmo eventualmente portare con noi, del nostro entourage? Senza dubbio, solo chi sarebbe disposto a condividere la nostra scelta; ma vorremmo forse, se non obbligati, abbandonare gli altri al loro destino? O non dobbiamo piuttosto fare il possibile per strapparli alla corrente melmosa in cui sono immersi?

Le nostre decisioni e la nostra azione devono nascere dalla preghiera, in modo da essere ispirate dallo Spirito Santo piuttosto che dalla nostra impazienza e agitazione. Se solo ci raccogliamo un istante in noi stessi, nel santuario interiore in cui l’Onnipotente ha posto la Sua dimora, possiamo accorgerci di essere circondati dall’amore: il Signore Gesù, la Sua e nostra santissima Madre, san Giuseppe e san Michele con tutti gli Angeli e i Santi, i nostri cari che sono in Paradiso e le anime sante del Purgatorio… tutti, tutti, tutti sono con noi, ci assistono con il loro aiuto, ci sostengono con la loro intercessione, ci guidano con i moniti, l’esempio o il pentimento.

Un amore inimmaginabile, purissimo, disinteressato ci avvolge da ogni parte: perché non abbandonarci ad esso con la felicità di un bambino e l’ardore di un guerriero? Che cosa ci impedisce di inoltrarci in questo mondo celeste già accessibile a chi crede, assorbendone a poco a poco la forza, la nobiltà, la bellezza, la gioia e la pace? Che aspettiamo a impugnare, come cavalieri imbattibili, la spada della Parola sacra e dei Salmi, con cui respingere gli attacchi del mondo, della carne e del diavolo? Chi può toglierci il potere regale della castità, dell’umiltà, del sacrificio, se non siamo noi stessi a rinunciarvi? Se siamo disposti a perseverare sino alla fine, la vittoria è già nostra. Sia benedetto il nostro Dio!

sabato 29 settembre 2018


Quale comunione episcopale?




La Costituzione Apostolica Episcopalis communio, datata 15 settembre 2018, abroga in una volta sola l’Ordo Synodi Episcoporum, promulgato da Benedetto XVI il 29 settembre 2006, gli articoli (quali?) del Motu proprio Apostolica sollicitudo di Paolo VI, del 15 settembre 1965, e tutti i canoni del Codice di Diritto Canonico «direttamente contrari a qualsiasi articolo» del documento in oggetto. Come già in altri casi (per esempio, le norme che regolano le cause di nullità matrimoniale o quelle riguardanti la vita claustrale femminile) il brutale colpo di spugna impone innovazioni giuridiche foriere di profondi cambiamenti. Il Sinodo dei Vescovi, istituzione inventata al termine dell’ultimo concilio per renderlo in qualche modo una realtà permanente, si è inopinatamente trasformato, da istanza puramente consultiva, in organo deliberativo per il governo della Chiesa universale.

Le modifiche introdotte non possono non dare l’impressione che, proprio in nome della sinodalità e dell’ascolto del Popolo di Dio, si sia voluto surrettiziamente creare uno strumento estremamente centralizzato volto a imporre alla Chiesa cambiamenti dottrinali e disciplinari aggirando qualunque forma di doverosa verifica: la Curia Romana, come pure il senato dei cardinali, rimane praticamente estromessa, il tanto celebrato collegio episcopale è ridotto a mero esecutore di direttive superiori, il concilio ecumenico diventa semplicemente superfluo. Nella preparazione, celebrazione e attuazione di un sinodo, infatti, un enorme potere discrezionale è attribuito alla Segreteria Generale, organo permanente di nomina pontificia che opera sotto la diretta autorità del Papa. Non parliamo poi dell’esercito di periti, uditori, invitati speciali e delegati fraterni di altre confessioni da lui designati, che possono prender la parola, pur senza diritto di voto, e concorrere alla stesura dei testi.

Ma la novità più consistente è la modalità di pubblicazione del documento finale, elaborato dalla commissione sinodale: una volta approvato dai vescovi con un’unanimità morale, non determinata dal computo dei voti, ma vista come frutto dello Spirito, esso è offerto al Romano Pontefice, che si riserva la decisione di pubblicarlo oppure, nel caso in cui egli abbia concesso all’assemblea potestà deliberativa, è da lui direttamente ratificato e promulgato. In entrambi i casi, alla fine, esso gode dell’autorità del Magistero ordinario del Successore di Pietro, senza più alcun bisogno di attendere, com’è stato finora, una successiva esortazione apostolica elaborata con il suo personale apporto alle riflessioni dei Padri sinodali. Dato che non si fornisce alcuna indicazione sul tipo di maggioranza richiesta per l’approvazione di detto documento, è arduo allontanare il sospetto che, con un oculato controllo delle procedure, si vogliano far passare decisioni prese in precedenza.

I due recenti sinodi sulla famiglia, del resto, costituiscono un precedente tutt’altro che rassicurante, visto come si sono dimostrati un pretesto per aprire un varco alla legittimazione della sodomia e dell’adulterio permanente. In questo caso, sembra che l’intenzione sia quella di sdoganare i rapporti prematrimoniali e la contraccezione, il diaconato femminile e i preti sposati, oltre a quella di spingere ulteriormente nel senso dell’agenda omosessualista. Questa volta, però, sarà tutto più semplice: non ci sarà bisogno di machiavellici retroscena, come quello candidamente confessato da monsignor Forte poco dopo la pubblicazione dell’Amoris laetitia. In una pubblica conferenza il presule ha svelato il criterio, altamente teologico, indicato da Bergoglio alla commissione incaricata di redigere il testo conclusivo dell’assemblea del 2015: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto; fa’ in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io».

Non c’è che dire: a parte lo squisito linguaggio, che ben si addice al Romano Pontefice, sono parole evocatrici di una rettitudine cristallina, nonché di una profonda stima per i vescovi convenuti da ogni latitudine al suo invito, ma non tutti disposti a ingoiare supinamente qualsiasi boccone, come – tanto per fare un esempio – l’interpolazione sul contributo positivo che gli omosessuali possono dare alla vita della Chiesa, infilata nella relazione intermedia del sinodo del 2014 proprio dal gran “teologo” appena menzionato. È vero che le coscienze le scruta solo Dio, ma le condotte son sotto gli occhi di tutti e, in molti casi, sono rivelatrici delle intenzioni. Ora, un comportamento poco retto non può essere, secondo la morale cattolica, frutto di un intento onesto; ma quei signori, a quanto pare, seguono princìpi diversi, più caratteristici dei marxisti.

Per chi ha quel tipo di mentalità, hegeliana nella matrice e leninista nello sviluppo, l’uomo non deve conformarsi a un ordine prestabilito ma, al contrario, trasformare la realtà secondo un’idea o un progetto da lui concepito. Per ottenere tale scopo, tutti i mezzi sono leciti, per il semplice motivo che il concetto stesso di lecito o illecito è determinato dalla corrispondenza o meno all’idea e dalle necessità contingenti della sua attuazione. Al di fuori di questa forma mentis non si riesce a capire la modalità d’azione di Bergoglio e dei suoi compari; al suo interno tutto diventa chiaro. La realtà di cui sostengono di volersi mettere in ascolto è piuttosto un escamotage per imporre una visione del mondo e della vita puramente orizzontale, letta oltretutto in modo selettivo e attraverso un prisma deformante in modo da offrire una base incontestabile a decisioni già prese.

I giovani, nella realtà effettiva, non sono come risultano da sondaggi e questionari che escludono sistematicamente quelli che non rientrano in uno stampo costruito ad arte per imporre loro modelli artificiali ed esercitare su di essi pressioni di natura psicosociale. Sono decenni che la “pastorale giovanile” lavora nell’astratto di analisi sociologiche taroccate che, nella mente di preti e animatori, formano un filtro capace di impedire la percezione immediata del reale e il naturale contatto con le persone, classificate come “casi” anziché accolte in semplicità; il risultato sono progetti elaborati in provetta che servono non ai giovani, ma a chi li inventa e ne vive, in tutti i sensi. Peccato, grazia e responsabilità non entrano nel discorso se non come varianti un po’ rétro di concetti psicologici o di fenomeni sociali… quando invece, a ben vedere, chi è rimasto indietro son proprio loro, che non vedono – in quanto è fuori della loro visuale – che la gioventù migliore ha da tempo imboccato altre strade e non li sente nemmeno più.

Perfettamente coerente con questa pervasiva mistificazione è l’Instrumentum laboris del sinodo, che oltre a capovolgere il rapporto tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens si rivela frutto proprio del sociologismo appena evocato, nonché di un’antropologia amputata sfociante nel sentimentalismo e nell’individualismo. In sintesi, non riusciamo proprio a sfuggire al timore che anche la prossima assise sia una trappola, un modo di usare i giovani per promuovere altri scopi. È una mossa senza precedenti quella con cui, a due settimane dall’inizio dei lavori, tale istituto è stato radicalmente innovato in modo da blindarne le conclusioni; è un modo di agire da rivoluzionari che fa presagire obiettivi rivoluzionari: fabbricare ideologicamente una nuova Chiesa facendo credere che siano i giovani a volerla, come già le “emarginate” coppie irregolari.

L’evidente sforzo manipolatorio che ha caratterizzato gli ultimi due sinodi sembra orientare anche la nuova costituzione apostolica, che a proposito di uno strumento prettamente pastorale insiste, senza alcuna pertinenza, sulla ricerca della verità. Un’istanza di sussidio al ministero papale non mira alla definizione della fede e della morale, ma le presuppone e le applica. Le questioni controverse sono appannaggio dei teologi, che sottomettono poi i risultati delle loro indagini all’autorità del Magistero. Nella Chiesa i problemi dottrinali aperti – qualora realmente sussistano e non siano creati a bella posta – non si chiariscono a colpi di maggioranza; quando invece le risposte già son date e sono chiare, voler cercare ulteriormente la verità è un peccato contro lo Spirito Santo. In un pontificato la cui trasparenza è nulla e la credibilità è precipitata a causa degli scandali, farebbero molto meglio ad occuparsi d’altro; tanto per cominciare, rispondere alle reiterate accuse di monsignor Viganò.

https://www.aldomariavalli.it/2018/09/27/vigano-papa-francesco-perche-non-rispondi-chi-tace-acconsente/

sabato 22 settembre 2018


Morire per mano del padre




Oboedire oportet Deo magis quam hominibus (At 5, 29).

Joseph Zen Ze-kiun, classe 1932, già vescovo di Hong Kong, creato cardinale nel 2006 da papa Benedetto XVI, ha lanciato più volte il suo grido d’allarme e di dolore per la strana piega che stava prendendo il cosiddetto “dialogo” tra la Santa Sede e il governo cinese. Un’intelligenza finissima, una vasta cultura, una fede granitica e un coraggio da leoni caratterizzano l’illustre e combattivo figlio di don Bosco, facendo di lui una voce profetica particolarmente lucida e incisiva non soltanto per il suo Paese, ma anche per tutti noi, che ci troviamo a subire un regime per molti versi simile a quello di Pechino. Nell’estate del 2016, scrivendo sul suo blog, aveva ripreso da un sito cattolico cinese queste significative parole (che si potrebbero applicare anche a fiorenti istituti commissariati): «Da tanti anni i nostri nemici non sono riusciti a farci morire. Ora ci tocca morire per mano del nostro Padre. Va bene, andiamo a morire».

Che significa? Secondo recenti indiscrezioni sarebbe imminente la soluzione del decennale conflitto sulla Chiesa Cattolica in Cina: un accordo segreto, previsto per la fine del mese corrente, darebbe al governo comunista ateo, incredibilmente corrotto e sleale, carta bianca per la nomina dei vescovi in cambio di un risibile riconoscimento, puramente nominale, dell’autorità del Papa come capo dei cattolici cinesi. Roma, in casi gravi, potrebbe formalmente porre il veto a una proposta di Pechino, che si riserverebbe comunque la facoltà di procedere ugualmente. In altre parole, sarebbe una resa incondizionata che metterebbe i cattolici cinesi sotto il controllo assoluto di un regime totalitario che, non potendo sradicare le religioni, le sta trasformando in instrumentum regni.

Come le comunità già sottomesse, anche quelle dell’eroica Chiesa clandestina dovrebbero venire allo scoperto ed essere assimilate alle altre; alcuni dei loro vescovi hanno già ricevuto dalla Santa Sede l’ordine di consegnare le proprie diocesi a manigoldi nominati dal governo con varie concubine e numerosi figli a carico, avidi, lussuriosi e corrotti al di là dell’immaginabile e quindi facilmente ricattabili. Possiamo farci una vaga idea del dolore di chi, per fedeltà al Papa, ha patito decenni di sofferenze inenarrabili o ancora oggi la sta pagando con il carcere o il domicilio coatto? Da quando, nel 1958, fu consacrato senza mandato pontificio il primo vescovo di nomina governativa, la persecuzione non è mai cessata e ai nostri giorni, anzi, si sta inasprendo ulteriormente: di pari passo con la demolizione di chiese e di croci, la attività religiose vengono progressivamente limitate e continuano a sparire o a morire in modo inspiegabile sacerdoti zelanti, mentre il controllo sui seminari diventa sempre più ferreo.

Il cardinal Zen, oltre ad aver diretto la provincia salesiana del suo Paese, prima di essere elevato all’episcopato ha insegnato in diversi di quei seminari, anche ufficiali. La risposta di due anni fa a un giornalista italiano che lo aveva volgarmente attaccato rivela, oltre all’estrema onestà e competenza, una straordinaria autorevolezza. La posta in gioco, anche qui, è di enorme portata: c’è anzitutto la condizione di almeno dodici milioni di cattolici dalla fede viva, ardente, genuina, la quale, senza i limiti soffocanti imposti dal regime, potrebbe infiammare il mondo intero e ridar vita alla Chiesa agonizzante dell’Occidente un tempo cristiano; ma c’è anche il contenuto della fede stessa, secondo il quale il papa amministra un potere che non gli appartiene e che non può cedere a chi gli pare – tanto meno a un governo ateo e disumano.

Il porporato ricorda questa verità di fede citando la Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (27 maggio 2007), che la ribadisce a chiare lettere: la pretesa di «organismi voluti dallo Stato», come l’Associazione Patriottica, «di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiastica» è contro la dottrina cattolica. E il Cardinale: «Quello che era dichiarato contrario alla dottrina e alla disciplina della Chiesa diventerà legittimo e normale, tutti dovranno sottomettersi al Governo che gestisce la Chiesa, tutti dovranno obbedire ai vescovi che fino ad oggi sono illegittimi e perfino scomunicati. Allora, hanno sbagliato per decenni questi poveri “confrontazionisti”?». È un’altra picconata alla costituzione divina della Chiesa, stabilita dal suo Fondatore; chi ha voluto esserle fedele fino al sangue, allora, è solo un povero sciocco che non ha capito da che parte stava soffiando il vento e non si è adeguato al nuovo corso?

Non si può fare a meno di pensarlo, visto che il cardinal Parolin, nel celebrare la memoria di un suo predecessore, il Gran Maestro Agostino Casaroli, bolla come gladiatori i vescovi che mantennero vivo il confronto con gli spietati regimi comunisti dell’Europa orientale e furono ricompensati da Roma, in nome della distensione, con l’ostracismo o l’oblio: allude forse a uomini come Mindsenty, Slipyj, Stepinac, Wyszynski? Quelli, oltre alla fede, avevano anche gli attributi virili. Se invece si considera che il cosiddetto “dialogo” con le autorità cinesi, negli ultimi anni, è stato condotto con solerzia dall’inossidabile ex-cardinal Mac Carrick, tutto si collega: nella Chiesa Cattolica esiste un gruppo di potere, composto di immorali e pervertiti, che opera da decenni per la sua trasformazione strutturale a tutti i livelli, pronto a curvarsi ad ogni tipo di richiesta. Tale gruppo ha completamente estromesso dalle trattative i prelati cinesi, totalmente ignorati e tenuti fuori; per la sensibilità di quel popolo di nobile cultura, è come minimo un’attestazione di estrema sgarbatezza.

La risposta del cardinal Zen all’emergenza dei cattolici cinesi, sul punto di esser gettati nelle fauci di un mostro, è mirabilmente ferma e risulta utile anche a noi: «Nella nostra accettazione delle disposizioni da Roma, c’è un limite, il limite della coscienza. Non possiamo seguire quell’eventuale accordo in ciò che alla coscienza appare come chiaramente contrario all’autentica fede cattolica. Papa Francesco ha sovente difeso il diritto all’obiezione di coscienza; lui poi, un gesuita che affida anche le cose più delicate al discernimento personale, non negherà ai suoi figli questo diritto. […] Sarà per me una vera lacerazione del cuore, tra l’istinto salesiano di devozione al Papa […] e l’impossibilità di seguirlo fino in fondo nel caso, per esempio, che incoraggiasse ad abbracciare l’Associazione Patriottica ed entrare in una Chiesa totalmente asservita ad un Governo ateo. Dovremo rifiutare di fare quel passo proprio perché esso è formalmente in contraddizione con l’autorità petrina. Sì, nel caso contemplato (e in questo momento speriamo ancora fortemente che non si verifichi), noi vogliamo essere fedeli al Papa (al Papato, all’autorità del Vicario di Cristo), nonostante il Papa».

Adamantina solidità e chiarezza! Ammirabile determinazione del vero credente! Incoercibile e mite attaccamento all’unica realtà che non passa, scevro da qualsiasi calcolo o timore! Seguiamo questo esempio, cari fratelli, rendendo lode al Signore per aver suscitato in Cina, quale frutto del martirio di innumerevoli missionari e fedeli, testimoni così luminosi e credibili del suo Vangelo. Dio è con noi e non manca di darcene delle prove, alleviando il nostro tormento. Si può essere fedeli al papato (cioè alla funzione stabilita dal Signore stesso) nonostante la persona umana di un papa, secondo la distinzione riconosciuta già dai canonisti medievali. Se egli esige da noi qualcosa che contraddice formalmente il suo stesso mandato, la nostra coscienza è libera di non obbedirgli e di opporsi ai suoi ordini proprio per fedeltà a ciò che rappresenta. È evidente che questo principio non possa essere applicato da chiunque o alla leggera, ma solo in casi di particolare gravità e da chi sia formato in modo sufficiente per poter esercitare un corretto discernimento.

«Come fare», allora? Bisogna «accettare di tornare […] alla condizione catacombale. Condizione catacombale non è condizione ordinaria. Ma quando l’ordinario è illegittimo e il legittimo non è permesso, non c’è altra scelta che tenere fermo al legittimo in una condizione non ordinaria». Questa libertà interiore, che lo Spirito Santo concede al vero credente, è un dono inestimabile: essa, anche nel vivo della prova, ci comunica già la serenità inalterabile e la gioia trionfale di chi sta dalla parte del Vincitore e non può esserne strappato da nessuno al mondo, se non è lui stesso a cedere. Qualunque regime, politico o religioso, è destinato a passare, mentre chi avrà perseverato sino alla fine nella retta fede e nella fedeltà ai divini voleri, costi quel che costi, parteciperà al trionfo di una vittoria già compiuta. I persecutori e i loro complici in tonaca sono già sconfitti e si condannano da sé all’esecrazione – oltre a correre il rischio di finire, se non si convertono, all’Inferno.

Con queste disposizioni interiori preghiamo e offriamo per i nostri fratelli cinesi perché possano rimanere fedeli, traditi anche da colui che dovrebbe difenderli, sotto il torchio di una tirannide che sta diventando tanto più spietata quanto più si sente prossima al crollo. Non si può pretendere che chi tanto ha sofferto accetti la resa con la scusa di evitare uno scisma che di fatto già esiste e che, per la prima volta nella storia, sarà approvato dal Capo stesso della Chiesa. In pari tempo prendiamo lezioni da loro per imparare a resistere eroicamente portando pazientemente la croce senza lamentarci troppo: è necessario che chi è gradito a Dio sia messo alla prova (cf. Tb 12, 13 Vulg.), ma «chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Gv 2, 17).

Posuisti tribulationes in dorso nostro, imposuisti homines super capita nostra. Transivimus per ignem et aquam, et eduxisti nos in refrigerium (Sal 65, 11-12).

Aggiornamento: il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede ha annunciato proprio oggi, in uno scarno comunicato dal tono evasivo, la stipula di un accordo con la Repubblica Popolare Cinese di cui, peraltro, non è stato reso noto il testo. Non rimane che pregare molto per i nostri fratelli della Cina; un modo molto efficace, oltre al Rosario, può essere dedicare a loro le Preci Leonine, così come Pio XI, nel 1930, ordinò di recitarle per i fratelli russi.
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sabato 15 settembre 2018


Crisi del clero o crisi della fede?



Martedì scorso, 11 settembre, alla Camera dei Deputati, è stato presentato il libro di Rod Dreher L’Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano. Ospite d’eccezione, monsignor Georg Gänswein, che nel suo intervento, in prima battuta, ha paragonato la crisi degli abusi sessuali da parte di membri del clero all’attentato alle Torri Gemelle, avvenuto diciassette anni fa. Tralasciamo l’imbarazzante accreditamento dell’indifendibile versione ufficiale dell’attentato di matrice islamica, ampiamente smentita da tutta una serie di considerazioni (fra le più ovvie, l’impossibilità che un aeroplano penetri una struttura d’acciaio e che quest’ultima, anziché inclinarsi, imploda su se stessa, a meno che non ne siano state minate le fondamenta). Ma ci sono ben altri aspetti del suo discorso che lasciano quanto meno perplessi, se non sbalorditi.

Tanto per cominciare, il brillante prelato fa esplicito riferimento all’inchiesta della magistratura della Pennsylvania, ma neanche una vaga allusione all’esplosiva denuncia di monsignor Viganò, come se nulla fosse accaduto. Tuttavia egli afferma che è «scoccata l’ora dei laici forti e decisi, soprattutto dei nuovi mezzi di comunicazione cattolici indipendenti»: proprio quelli che, negli Stati Uniti, stanno dando enorme risalto a detta denuncia. Un diplomatico assist all’ex-nunzio? o un implicito invito a preti e vescovi a non immischiarsi nella questione, visto che se ne occupano i fedeli? Tenendo conto del delicato ruolo dell’oratore a fianco del Pontefice infelicemente regnante e delle immancabili incensate che gli indirizza nella medesima relazione, è difficile ammettere la prima ipotesi, salvo che non sia davvero un messaggio in codice.

Il personaggio in questione, per la verità, non ci rassicura affatto. Non è certo la prima volta che, presentando un libro, le spari grosse. Due anni fa, alla presentazione di una biografia di Benedetto XVI all’Università Gregoriana, lanciò la bizzarra idea del papato allargato, interpretando l’anomala compresenza di due papi come una sorta di spartizione dell’esercizio attivo del primato petrino e del suo aspetto spirituale, indicando altresì in papa Ratzinger l’artefice di una presunta mutazione del papato. Qualunque teologo o canonista che si rispetti sa bene che nessun successore di Pietro ha il potere di modificare nella sostanza un ruolo di istituzione divina, neanche il proprio; ma ad essere totalmente inaccettabile è soprattutto l’idea che dal supremo pontificato si possa scorporare l’uno o l’altro elemento. Il munus petrinum è, per essenza, la suprema giurisdizione su tutta la Chiesa: non è quindi un fatto spirituale o sacramentale, bensì una realtà prettamente giuridica, cui è connessa una speciale assistenza dello Spirito Santo in ragione dell’ufficio.

Il suo esercizio, se non è attivo, non è affatto. È fuor di dubbio che esso esiga uno spirito umile e obbediente a Cristo per una fedele conservazione e trasmissione del deposito da Lui ricevuto (di cui il papa è ministro e non padrone); ma, qualora un pontefice abdichi, perde completamente il suo ruolo e rimane semplice vescovo. Se Benedetto XVI ha realmente inteso rinunciare a un aspetto soltanto del suo ministero, il suo atto è invalido per errore sostanziale circa l’oggetto della rinuncia e, di conseguenza, è invalida anche l’elezione del successore. Si rende dunque conto monsignor Gänswein, dottore in diritto canonico, dell’enormità che ha affermato? Oppure, anche in quell’occasione, ha voluto lanciare un messaggio in codice secondo cui Ratzinger sarebbe ancora papa, pur avendo in qualche modo delegato a Bergoglio l’esercizio del potere? Il meno che vien da pensare è che la Chiesa non ha mai avuto amministratori delegati e che, se fosse questa l’evocata mutazione del papato, non vediamo proprio come fondarla sul piano teologico, almeno noi comuni mortali…

Un altro aspetto inquietante dell’intraprendente prelato è il suo ruolo nel primo Vatileaks. Si fa molta fatica a credere che Paolo Gabriele, miracolosamente innalzato da addetto alle pulizie nella Basilica di San Pietro ad aiutante di camera di Sua Santità, sia riuscito a fotocopiare migliaia di documenti riservati, prelevati direttamente dalla scrivania del Pontefice, senza che il segretario particolare si sia mai accorto di niente, selezionando oltretutto i più delicati e dirompenti con un fiuto degno soltanto di un navigato officiale della Segreteria di Stato. La versione sostenuta da Gabriele – e incredibilmente ammessa dai giudici – è di aver agito da solo per il bene della Chiesa. Dopo il processo e la grazia da parte del mite Benedetto, tuttavia, il tenore di vita del povero Paolo ha conosciuto un balzo repentino che gli ha consentito di iscrivere tutti e quattro i figli a costosissimi licei e università private… Una storia davvero intessuta di miracoli!

Ora, quale può essere stato l’intento del bel Georg, avvezzo a rilasciare interviste di una disarmante superficialità? Posto che le intenzioni le conosce solo Dio, non possiamo comunque fare a meno di tentare delle ipotesi. Vedendo da vicino la cancrena che ha invaso la Curia, ha forse cercato di aiutare Benedetto facendo venire alla luce scandali e situazioni che l’anziano pontefice non era più in grado di gestire? Moralmente parlando, sarebbe stato un metodo quanto meno discutibile; ma il fatto è che uno dei primi documenti resi pubblici è proprio la lettera con cui monsignor Viganò, prima di esser spedito negli Stati Uniti, metteva in guardia il Papa dal cardinal Bertone. Viste però le relazioni eccellenti che Gänswein intrattiene con elementi di spicco della politica e della finanza, possiamo realisticamente immaginare che abbia agito per puro amor di Dio o piuttosto per conto di un gruppo che mirava a sbarazzarsi dell’ingombrante Segretario di Stato, un megalomane che di fatto governava al posto di Ratzinger?

Come che sia, alla fine il megalomane è saltato, ma, prima di lui, anche il Papa… Il primo, di fatto, rimane intoccabile nel suo sconfinato attico vaticano, segno che continua ad avere la sua influenza tramite gli uomini che ha piazzato dappertutto, nonostante Bergoglio gli abbia ficcato una spina nel fianco con un Galantino catapultato in un vitale ganglio finanziario, l’amministrazione dell’immenso patrimonio della Sede Apostolica. Alla fin fine, l’impressione è che si tratti di una grande partita a scacchi tra partiti rivali che, cercando comunque di tenerlo sotto controllo, appoggiano o detestano l’argentino per interessi contrapposti. Ciò che sempre rimane in ombra, in tutto questo discorso, è l’intreccio di sesso, denaro e potere che ha trasformato il cuore della Chiesa Cattolica in un covo di affaristi e pervertiti senza scrupoli. Che posto vi occupi il Prefetto della Casa Pontificia, non ci è dato saperlo; ma, visto il contesto, il fatto che egli liquidi la crisi della Chiesa come una crisi del clero è così semplicistico da risultare offensivo.

Ancora una volta, tutto il peso è riversato indistintamente sui preti – e proprio da un chierico, non dalla stampa di sinistra. Ciò non fa altro che accrescere lo smarrimento e la confusione dei fedeli, che si sentono sempre più traditi e abbandonati, nonché l’amarezza e lo scoraggiamento di tanti sacerdoti che si spendono e consumano giorno per giorno al servizio del loro gregge vedendosi ricompensati con la pubblica gogna, che di tutti fa un unico fascio di infami violentatori di efebi. Non siamo certo così ingenui da non avvederci che il clero cattolico – e non da oggi – sia in grave difficoltà; ma la vera ragione della crisi attuale (comprese le sue ripugnanti manifestazioni estreme) è una crisi della fede, dovuta a sua volta allo scardinamento della dottrina provocato da false teologie e allo snaturamento della liturgia, svilita, parodiata e vilipesa. Gänswein insiste sì sull’oscuramento di Dio nell’odierna società occidentale, ma senza individuarne le cause né trarne le dovute conseguenze in rapporto alla vita morale e agli scandali ecclesiastici.

Negli ultimi cinquant’anni è l’identità sacerdotale stessa che è stata deliberatamente demolita; ma certi interventi, anziché difenderla, non fanno altro che continuare nella medesima direzione di uno smantellamento del sacerdozio, rendendo la condizione dei buoni ministri sul campo sempre più insostenibile, mentre la casta curiale rimane salda in sella senza esser punto scossa da scandali immani. Qualcuno si è posto il problema, là tra le mura leonine? o è proprio questo che vogliono? Nel secondo caso – e sia detto senza acredine, bensì con l’odio perfetto di cui discorrevamo l’ultima volta – che il Signore li giudichi e che faccia presto: non per gli interessi di una categoria nella Chiesa, ma per il bene dei fedeli che non sanno più da che parte sbattere la testa.

Venga dunque la Sua sentenza su di loro; è del tutto lecito chiederlo, rendendo questa domanda irresistibile con l’offerta della propria sofferenza, purché non lo si faccia per rabbia. Chi parla o agisce in modo scomposto, fra i difensori della Tradizione, tradisce in realtà un rifiuto di portare pazientemente la croce che il Signore, nei Suoi disegni di imperscrutabile sapienza, ha posto sulle spalle della nostra generazione. Non ammettendo che la Provvidenza ritardi l’esaudimento dei loro desideri, per quanto legittimi, costoro si agitano e protestano nell’illusione di poter così accelerare i tempi; ma l’impazienza li rende sterili sul piano soprannaturale. Invece chi accetta umilmente di stare sotto il peso per tutto il tempo che Dio vorrà, paradossalmente, può alzare la testa con la giusta fierezza di chi, pur con tutte le sue debolezze, vuol sinceramente appartenere a Cristo e servirlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.

Stemus iuxta Crucem cum Maria Matre Iesu.

(A proposito di 11 Settembre: https://www.informarexresistere.fr/ground-zero-vero-significato/)