Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 11 agosto 2018


Profeti di sventura?



I veri profeti, nella storia sacra, sono sempre stati inviati da Dio non per illudere le masse o adulare i potenti, bensì per correggere gli uni e le altre con severi ammonimenti e preannunci di castighi. Respingerli a priori perché il loro dire non è piacevole o di buon gusto è semplicemente stupido; stigmatizzarli, invece, perché incapaci di scorgere le promesse dei tempi nuovi e di aprirsi a nuove pentecosti è sintomo di illusione – Dio solo sa fino a che punto colpevole – e pericoloso pretesto per la desistenza. Nella Chiesa, imbavagliare o isolare i veri profeti, come i cardinali Siri e Ottaviani, ha causato lo sfacelo cui oggi siamo costretti ad assistere; dato che i risultati mostrano la qualità delle premesse, sarebbe ora di ammettere che ci si è sbagliati. Di pari passo con la soppressione della profezia autentica (suffragata oltretutto dal messaggio di Fatima, forse la più importante apparizione mariana della storia), si sono spalancate le porte ai falsi profeti, latori di menzogne ben camuffate che hanno spento la fede in milioni di cattolici, inducendoli ad aderire in massa ad errori fino allora duramente condannati dal Magistero. Sarà proprio il caso di continuare a canonizzare i papi che hanno permesso questo?

Ma è evidente che ormai, nella neochiesa, ogni criterio di verità o di opportunità è stato bandito a favore di calcoli meramente politici, in virtù dei quali si può usare qualsiasi mezzo – compreso il catechismo – per esercitare pressioni nel senso voluto. L’impressione generale che ne riceve l’uomo comune è che la Chiesa Cattolica, come qualunque altra istituzione storica, può cambiare in tutto con l’evolversi dei tempi e delle culture. Di conseguenza non c’è più nulla di definitivo: ciò che oggi è ancora proibito, per effetto di un supposto ritardo o freno politico-culturale, domani potrebbe non esserlo più; perciò ci si sente fin d’ora autorizzati a violare il divieto e così la moralità, come chiunque può osservare, va a farsi benedire, a livello pubblico e privato. Di contro si fabbricano imperativi categorici del tutto assurdi e inediti che creano però una mentalità, al punto che lasciar trapelare anche la minima perplessità in proposito può far deflagrare reazioni sconvolte…

Mi sembra doveroso, in questo contesto, esprimere tutta la solidarietà a un governo che sta tentando di riprendere il controllo di una nave lasciata in balìa degli stranieri. Com’era prevedibile, la lobby massonica internazionale si è scagliata contro di esso con tutti i mezzi: i ricatti finanziari (come la rapida sospensione dell’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea, che serve ad aiutare i Paesi dell’Unione anziché a strangolarli), le diffamazioni mediatiche (in cui la stampa “cattolica” si sta distinguendo con zelo luciferino), gli attacchi della magistratura (che ha sempre chiuso entrambi gli occhi sulle interminabili ruberie dei “compagni”), i naufragi a comando (se non sono propaganda creata con immagini artefatte come quelle della Siria), le pressioni internazionali (in cui Francia e Germania hanno rasentato la crisi diplomatica). L’arma che ancora non hanno rimesso in campo è quella dei disordini urbani scatenati dai centri sociali, sciocchi esecutori – come tutta la sinistra – degli ordini emanati dai padroni in doppiopetto.

C’è un intero Paese di cui riprendere possesso: questo è il grande compito dell’ora presente; il resto sono chiacchiere e fumo, che vanno semplicemente ignorati senza deflettere dalla linea seguita. Una sola raccomandazione mi preme però far giungere ai giovani intraprendenti che ci governano: non indulgete a non necessarie dichiarazioni di principio o di opinione che sollevano polveroni senza alcuna utilità, ma procedete silenziosamente nel lavoro lasciando parlare i fatti. Altrettanto dovete evitare che le vostre divergenze interne diventino pubbliche, ingigantendosi e screditando la vostra compagine: cercate di risolverle in modo discreto fra voi, astenendovi da confidenze giornalistiche che vengono poi utilizzate per attaccarvi. In questa apparente libertà di comunicazione (che ci sommerge piuttosto di pareri discutibili e dubbie informazioni, impedendo spesso, in realtà, uno scambio serio e profondo) siamo tentati di lanciare continuamente messaggi, commenti e cinguettii su tutto e su tutti, come se il provocare reazioni portasse di per sé un qualche beneficio.

Dobbiamo invece riapprendere l’ascesi del linguaggio, basata sulla vigilanza e sul discernimento: imparare a parlare soltanto quando serve davvero, tenendo conto delle conseguenze che avranno le nostre parole; se si prevede facilmente un effetto deleterio o controproducente, è meglio tacere. Non dobbiamo temere di essere meno rilevanti se non si parla continuamente di noi o non si ripete da tutti quanto diciamo: è la grande tentazione della società odierna, in cui ci si crede efficienti in correlazione con la visibilità. Certo, la pubblicità è essenziale nell’impostazione commerciale e consumistica che ha ormai contagiato tutto il vivere sociale, compresa la politica; ma una volta ottenuto il potere occorre gestirlo con prudenza per poterlo conservare a lungo, senza esporlo alle trappole di un sistema mediatico ancora in buona parte legato all’élite.

Fermare l’invasione pianificata è il primo obiettivo da raggiungere, a dispetto di qualsiasi minaccia esterna contro il governo eletto di uno Stato sovrano. Per evitare l’isolamento in politica estera, è quanto mai opportuno rafforzare i legami con la Russia, mantenendo al contempo buoni rapporti con gli Stati Uniti, nella misura in cui il loro Presidente sarà meno succube del genero sionista e riuscirà a rafforzare la sua posizione rispetto al deep state americano. Lo squilibrato stipendiato dai Rothschild che delira da Parigi e la vecchia spia comunista che latra da Berlino, invece, vanno rimessi fermamente al loro posto senza troppi complimenti, pur senza offuscare la signorilità del nostro Presidente del Consiglio, la quale li svergogna già da sola. Quei miserabili burattini, forse, non si rendono neanche conto sul ciglio di quale burrone hanno trascinato il continente con il loro smaccato servilismo verso il grande fratello d’oltreoceano.

Temo proprio che la soluzione del dramma sarà tutt’altro che indolore. Se l’élite giudeo-massonica riesce a spingere la Russia allo scontro, l’Europa sarà trebbiata un’altra volta. Nel marzo scorso il signor Putin, a mo’ di grazioso avvertimento, ha mostrato in conferenza-stampa i nuovi armamenti di cui dispone il suo esercito: tutta una serie di missili ultrasonici (così agili e veloci da non poter essere intercettati) che posson trasportare multiple testate atomiche a diverse migliaia di chilometri; ce n’è perfino uno a propulsione nucleare in grado di continuare a girare intorno al pianeta per anni. Gli psicopatici che dirigono la NATO pensavano di poterla spuntare con il cosiddetto first strike: attaccare per primi lanciando una bomba atomica per poi difendersi dalla ritorsione con lo scudo antimissilistico… Tempo scaduto, belli.

È evidente, in ogni caso, che in un’eventualità del genere bisognerà trovarsi dalla parte giusta. Non sarà certo facile cambiare fronte, con le basi militari straniere che abbiamo sul nostro territorio; ma la spregiudicata disinvoltura con cui il nostro Paese lo ha fatto più volte, nel secolo scorso, potrebbe essere utilizzata, questa volta, in modo più opportuno. Nel frattempo, in prospettiva, il governo dovrà trovare il modo di mettere al sicuro i nostri risparmi, per la cui portata siamo i secondi al mondo. Si lascerà che continuino ad essere depredati da quelle misteriose entità (che già navigano nell’oro grazie a droga, armamenti, prostituzione e traffico di esseri umani) che attaccano le nostre banche e le nostre imprese più fiorenti per farle fallire e poi comprarle per un tozzo di pane? È essenziale che una popolazione, messa alla prova, sia in grado di aiutarsi da sé. In conclusione, ci diano pure del profeta di sventura; è un mestiere che facciamo nell’interesse di tutti.

sabato 4 agosto 2018


La vera sfida della Messa di sempre



L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo (Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo).

Il programma non poteva essere più netto né più esplicito; altrettanto chiaro ed evidente è il fatto che, nella Chiesa attuale, la sua realizzazione è decisamente a buon punto. Una delle fondamentali direttrici di azione è stata quella che lo stesso Feuerbach, riconosciuto quale capo indiscusso della sinistra hegeliana, aveva preconizzato: la dissoluzione della teologia in antropologia, il cui merito principale va ascritto, non a caso, ai gesuiti. Un’altra direttrice importante è stata la demolizione e demonizzazione della morale: la rivoluzione sessantottina, pervertendo radicalmente i costumi, ha trasformato la maggioranza dei cattolici in atei professi (quelli che hanno pubblicamente rinnegato la fede) o meramente pratici (quelli che continuano a considerarsi membri della Chiesa pur vivendo in modo totalmente contrario al suo insegnamento). Se il Magistero recente, almeno in via teorica, era riuscito a tenere in piedi ancora qualcosa, in questi ultimi cinque anni si è provveduto con sorprendente accanimento a spazzare via quel poco che rimaneva.

Non siamo certo così ingenui da pensare che l’inizio della crisi risalga soltanto al 2013. Già prima, nonostante l’insistenza degli ultimi papi sui principi non negoziabili, la “pastorale sul campo” seguiva tranquillamente vie proprie, sommamente indifferenti alle indicazioni magisteriali, se non in palese contraddizione con esse. Lo stridente contrasto – qualora un marziano si azzardasse ad abbordare la questione – veniva olimpicamente sanato con l’uso di qualche formula magica quale discernimento individuale, adattamento pastorale, analisi sociale… ma normalmente, in assenza di importuni legalisti, era semplicemente occultato con una sfacciata dissimulazione che permetteva a un prete, ad un tempo, di osannare il papa agli oceanici raduni e di farsi gli affari suoi in parrocchia. Le ultime generazioni di sacerdoti – compresa la mia – sono state (de)formate in modo tale da poter vivere serenamente scisse su due piani diversi: quello delle parole e quello della realtà, quello delle idee e quello della condotta.

Ad alcuni, tuttavia, è toccata l’inestimabile grazia di aprire gli occhi sull’immenso inganno che da cinquant’anni perverte e sovverte la Chiesa Cattolica. Una coscienza non ancora del tutto soffocata, infatti, provocava in loro un inspiegabile disagio dovuto a un’insopprimibile discrasia o, per dirla in termini più scientifici, a una terribile dissonanza cognitiva: nonostante i pesanti strati di artificiali razionalizzazioni introiettate durante i lunghi anni di indottrinamento seminaristico, la vocina dello Spirito (Santo) continuava, seppur flebile, a farsi percepire, mostrando senza equivoci la bizzarra incongruenza tra quanto imparato – nonché creduto – e quel che si vedeva fare o si era obbligati a fare. La presa di coscienza della truffa, a un certo punto, si è rivelata l’unica via per evitare gravi disturbi mentali; la sola alternativa disponibile era un corso per arrampicatori su vetro o per acrobati della sofistica, ma non tutti sono portati per il circo o per le discipline estreme…

Certo, questi rovelli di coscienza non sfiorano nemmeno chi ha accettato di lasciarsi plasmare come un gaudente agghindato alla moda, habitué di tutti i locali di tendenza, attrezzatissimo di supporti informatici e aggiornatissimo di sport e gossip, sempre in giro da una festa all’altra e in viaggio ogni volta che può… Affascinante intrattenitore e organizzatore senza pari, per carità, coi ragazzi ci sa fare (a volte ben oltre gli obblighi contrattuali), è molto aperto e accogliente con quelli che un tempo eran detti “lontani” o “irregolari”, è in prima linea sul fronte delle emergenze sociali e delle periferie esistenziali, dell’ecumenismo e del dialogo tra religioni; in una parola, è il prodotto finito del sistema che serve perfettamente al sistema stesso, ossia a quella neochiesa, di fatto atea, che da dieci lustri promuove il nuovo umanesimo – proprio quello di Feuerbach! Ecco a voi la grande sorpresa dello spirito (quell’altro)… pazienza, se è vecchia di quasi due secoli.

Fin dagli anni Cinquanta la massoneria, con i soldi di Rockefeller e soci giudei, aveva progettato di demolire la disciplina del clero per mezzo della diffusione di idee perverse; una volta crollato il livello morale dei preti e, con effetto a cascata, anche quello dei fedeli, sarebbe stato giocoforza aggiornare la dottrina alle nuove situazioni… senza certo modificarla, beninteso: era solo questione di adattamento al mutato contesto socio-culturale. A tale scopo, evidentemente, era indispensabile eliminare l’ultimo, poderoso ostacolo sulla via della “riforma”: la Messa – e, in generale, un rito che facesse ancora pensare a Dio, che riconducesse l’essere umano alla sua indegnità e finitezza, che stigmatizzasse già da sé, anche senza parole, la ridicola pretesa dell’uomo moderno di affrancarsi da qualsiasi dipendenza per farsi unico artefice del proprio destino, salvatore di se stesso e costruttore di un paradiso in terra. Ecco allora la terza grande direttrice di azione del programma eversivo: trasformare la liturgia cattolica da culto di Dio in culto dell’uomo.

Ma il Signore non può abbandonare la Sua Sposa, per quanto infedele. Egli ha suscitato prima un movimento che permettesse alla vera Messa di sopravvivere, poi un papa che le ridesse pieni diritti, annullando l’illegittima proibizione servita a imporre un rito inventato a tavolino per compiacere protestanti, comunisti e massoni. Se oggi la celebrazione della Messa di sempre fa tanta paura e si tenta di rinchiuderla in “riserve indiane” da cui non possa propagarsi, la ragione, a questo punto, è chiara quanto basta: non solo essa è un potentissimo baluardo contro le potenze delle tenebre, ma è pure il principale antidoto contro la trasformazione del cristianesimo in umanesimo ateo. La piena realizzazione del programma ad opera del vescovo vestito di bianco esige che l’uso di tale antidoto sia limitato il più possibile, fino – magari – a sopprimerlo completamente con infide manovre di accordo o commissariamento. Oggi, anzi, si teme proprio che la Messa antica coaguli la resistenza alla nefasta azione del suddetto, resistenza che non si restringe certo agli ambienti tradizionalisti, ma si allarga a macchia d’olio. È per tal motivo, evidentemente, che dir Messa è diventato un crimine peggiore che sverginare fanciulli: questo si può perdonare, l’altro no.

«Che non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio» (At 5, 39): ecco l’avvertimento che va rivolto a quanti, magari in buona fede a causa delle idee loro inculcate, si oppongono oggi alle vere sorprese dello Spirito Santo. Sono sempre di più i sacerdoti e i fedeli che, cercando di tornare a un vero cristianesimo, riscoprono la Tradizione, fra cui moltissimi giovani convertiti e quasi tutte le vocazioni genuine. Non si può fermare l’onda dell’autentico rinnovamento ecclesiale, sospinta dal soffio del Paraclito, né a colpi di divieti illegali cui non si è tenuti a obbedire né con mazzate furiose per chiunque non la pensi come il capo, dispensate magari col pretesto di esortazioni a una “santità” basata su un concetto di carità che nulla ha a che fare con il Vangelo. Cogliamo l’occasione per far pervenire a lui e ai suoi collaboratori una breve comunicazione: come egli, per ragioni di igiene mentale, evita di visitare i siti critici nei suoi confronti, così noi, con la medesima motivazione, ci asteniamo dal leggere ciò che pubblica limitandoci a coglierne l’eco da chi si dà la pena di farlo, giusto per prendere il polso del suo umanesimo ateo.

Ꝟ. Introibo ad altare Dei.
℞. Ad Deum qui lætificat juventutem meam.

sabato 28 luglio 2018


«Toglieteci dalla vista il Santo d’Israele»



Non c’è nulla che il saggio debba schivare maggiormente del vivere secondo il giudizio altrui e dell’adeguarsi alle opinioni correnti della gente, anziché farsi guidare nella vita dalla retta ragione. Di conseguenza, anche se dovesse opporsi a tutti gli uomini, essere oggetto di disprezzo e affrontare pericoli per la causa dell’onestà, il saggio nulla vorrà alterare di quei princìpi ritenuti giusti. E chi non fosse così disposto, come potremo dirlo diverso da quello stregone egizio che a suo piacere si trasformava in pianta, in animale, in fuoco, in acqua e in ogni altra cosa, se appunto anch’egli ora farà l’elogio della giustizia dinanzi a chi la tiene in considerazione, ora invece si pronuncerà contro, non appena si accorge che è l’ingiustizia a godere stima, proprio come usano fare gli adulatori? (San Basilio Magno, Discorso ai giovani, IX, 27-28).

Come vorremmo che certi sedicenti vescovi cattolici di oggi leggessero e meditassero questa pagina di un loro illustre predecessore nella successione apostolica, grande non solo per santità e dottrina, ma anche per umanità e cultura! Ma forse non servirebbe a molto: sicuramente ci ricamerebbero su un bel discorsetto completamente avulso dalla realtà oggettiva, convinti però di essere “incarnati” solo perché usano il linguaggio della “gente” e si adeguano alla mentalità corrente, dimostrandosi così proprio fra coloro che san Basilio stigmatizza. A meno di un dono di scienza infusa, riservato però ai gradi più elevati della vita mistica, un retto insegnamento presuppone una buona cultura e una coscienza ben formata; la santità esige a sua volta un’umanità equilibrata e la sana dottrina, nonché una fedeltà a tutta prova alla verità rivelata. Un trasformista non si farà mai santo; al contrario, rischia di dannarsi per l’eternità.

Il clero illuminato e progredito abbozzerà tutt’al più un ghigno sbilenco a queste osservazioni. La santità, del resto, non appartiene alla sua “fede”: è un retaggio medievale inaccettabile dall’attuale visione del cristianesimo, totalmente orizzontale ed egualitaria. Noi siamo e dobbiamo sentirci tutti assolutamente uguali, tutti peccatori e al contempo giustificati dalle nostre idee, tutti liberi di fare quel che ci pare perché Dio non giudica nessuno e tanto meno la Chiesa («Chi siamo noi…?»), la quale soltanto dopo duemila anni ha davvero compreso se stessa e cominciato a realizzare la sua missione… Che l’uomo pensi di poter e dover fare qualcosa per santificarsi, elevandosi al di sopra della propria condizione, è semplicemente inconcepibile: sarebbe causa di diseguaglianza. La grazia è termine e concetto sconosciuto: siamo noi che dobbiamo realizzare il mondo nuovo a partire da un “vangelo” (leggi: ideologia) svuotato di qualsiasi aspetto sacro o soprannaturale.

La rimozione della santità e della trascendenza porta al rigetto del culto dei Santi, eventualmente ammesso in chiave secolarizzata e a scopo di propaganda progressista. Essa ha altresì determinato una distorsione dei Sacramenti, strapazzati e ridicolizzati dall’estro del singolo prete, che “crea” la propria liturgia, dottrina e pastorale: essi rimangono come cerimonie di inclusione nella “comunità”, a sottolineare tappe importanti della vita umana. Fissare condizioni per parteciparvi o addirittura escluderne qualcuno in base ad antiquate regole ecclesiastiche è un crimine per il quale non c’è perdono: significherebbe rimanere prigionieri di un sistema costantiniano che per secoli e secoli ha impedito al “vangelo” di realizzare le sue sorprese. Il presbitero non è altro che un fratello che ha una funzione di presidenza, rigorosamente interpellato col solo nome di Battesimo e, all’occorrenza, ruvidamente bistrattato perché non gli passi neanche per la testa di essere qualcosa di più…

Tale avversione al sacerdozio – ahimè – si riscontra pure in tanti chierici (specie fra i vescovi e i superiori) che ti fanno sentire in colpa non foss’altro che per quello che sei: ci sono circostanze in cui uno ha l’impressione di doversi giustificare per il semplice fatto di essere prete; non parliamone neppure, poi, se va in giro con una tonaca nera… Poi si dan tanto da fare (ma con quanta sincerità?) per le vocazioni, come se un ragazzo potesse farsi attirare da una figura che non ha più un’identità né un compito precisi. Se gli istituti tradizionali traboccano di giovani, tirano prontamente fuori l’argomento psicologizzante del bisogno identitario e della fragilità affettiva, che li spingerebbero a cercare rifugio da una vita sociale temuta ed evitata. In realtà, dato che la società odierna è divenuta un mostro che realmente fa paura, per dir di no al pensiero dominante ci vuole un coraggio da leoni e una forza morale non da poco, di cui è del tutto sprovvisto, al contrario, chi si lascia trasportare dalla corrente e si piega ad ogni alito di vento.

Diventare un pretino pacifista, ambientalista, immigrazionista e – non da ultimo – gay friendly non richiede il minimo sforzo: unico requisito è l’essere carenti di umanità, cultura, santità e dottrina… come dire la cosa più facile al mondo, in totale assenza di formazione umana e cristiana da parte di famiglia, scuola, parrocchia e seminario, mentre la società ti bombarda di propaganda politicamente corretta e dispiega tutti i mezzi per introiettarti nella psiche messaggi devianti e sovversivi. È così che questi ministri dei tempi nuovi, che non vedi mai in ginocchio né col breviario o il rosario in mano, quando proprio debbono stare in chiesa faranno al massimo, così come sono stati istruiti, un inchino all’altare dando le spalle al tabernacolo, ma mai – dico mai – una genuflessione a Colui che vi è realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità: e che, vorrebbe credere anche Lui di essere qualcosa di più di noi, sempre che stia davvero lì?

Ammettiamolo: una Presenza del genere, così familiare e a portata di mano, è troppo ingombrante: se soltanto pensassimo un istante alla grandezza del mistero, staremmo ininterrottamente bocconi a terra davanti a Lui. È una realtà insostenibilmente troppo grande, qualcosa di così sublime che in nessuna religione della storia se lo sono mai neanche sognato, un’insopportabile sfida d’amore alla nostra tiepidezza, ignavia, indifferenza… Meglio non pensarci col pretesto che la carne di Cristo sono i poveri (che, defraudati del bene della fede e della grazia, vengono solo aiutati a dannarsi più in fretta con il cattivo uso di ciò che è loro dato), oppure è ancora meglio sminuire quella Presenza con idee e atteggiamenti protestanti (che proprio per questo, forse, vanno tanto di moda), magari formalizzati mediante inappellabili quanto improbabili “norme liturgiche”. Tutto, fuorché lasciarsi interpellare dall’Amore infinito, che per essere accolto deve bruciare ogni scoria e infiammare il cuore del suo stesso fuoco.

È così che si può finire col chiedere implicitamente a Dio di togliersi dalla vista, in modo da poter essere sostituito con altri interessi, puramente terreni ma consacrati come Suoi: ecco l’essenza del fariseismo. Pace, ambiente, inclusione, accoglienza… son tutti surrogati della fede, invenzioni con cui il chierico tiene il Creatore a distanza di sicurezza con il pretesto di servirlo e di realizzarne i desideri. Su quella strada, alla fine, a Cristo si fa dire di tutto; basta che concordi con il giudizio altrui e le opinioni correnti, piuttosto che corrispondere alla retta ragione e alla divina rivelazione: proprio l’atteggiamento stigmatizzato da san Basilio in antitesi a quello del saggio, una biasimevole miseria umana prima ancora che un rinnegamento della propria missione. Ma la speranza – quella teologale – non muore mai, a differenza di quella umana (che, per quanto ultima a morire, è spesso delusa dai fatti): è per questo che non escludiamo che qualche membro del clero benpensante e progressista legga quelle parole del grande Vescovo e, con l’aiuto dello Spirito Santo, ne tragga le dovute conseguenze, per la salvezza sua e di quanti lo ascoltano.

«Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo di Israele». […] Eppure il Signore aspetta per farvi grazia […]. Ecco, il nome del Signore viene da lontano; ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare; […] profondo e largo è il rogo, fuoco e legna abbondano; lo accenderà, come torrente di zolfo, il soffio del Signore (Is 30, 10-11.18.27.33).

sabato 21 luglio 2018


Dentro l’ovile… nonostante tutto



Porro filii Heli, filii Belial, nescientes Dominum neque officium sacerdotum ad populum […] retrahebant homines a sacrificio Domini. Erat ergo peccatum eorum grande nimis coram Domino (cf. 1 Sam 2, 12-13.17).

La citazione non è letterale, ma un po’ ad sensum. Pur narrando una vicenda dell’antica storia di Israele avvenuta nell’XI secolo a.C., essa si attaglia però perfettamente al nostro tempo. A Silo, che all’epoca dei Giudici ospitava l’arca dell’alleanza e fungeva quindi da santuario nazionale del popolo eletto, l’anziano sacerdote Eli, per ignavia o debolezza, si asteneva dal correggere gli odiosi abusi con cui i due figli Cofni e Pincas, anch’essi ministri di Dio, violavano sistematicamente la legge divina e angariavano i fedeli. L’autore sacro non esita a chiamarli, per la colpevole ignoranza riguardo al Signore e al loro compito sacerdotale a favore del popolo, figli del diavolo. Ma davanti a Dio il più grave peccato da essi commesso era quello di scoraggiare i fedeli, con la loro condotta, dall’offrire sacrifici a scopo di adorazione, espiazione, impetrazione e ringraziamento.

Quanti cattolici, oggi, sono allontanati dal Sacrificio del Signore da chierici che lo deturpano e profanano con le loro ridicole invenzioni, sacrileghe irriverenze, diseducativi atteggiamenti da turpi commedianti… Oltre a offendere Dio in modo gravissimo, essi privano i fedeli di un bene immenso a cui hanno – se sono in stato di grazia e nelle dovute disposizioni – un sacrosanto diritto. Non basta che la Messa sia valida, se tutto il contesto ne offusca o smentisce il significato e il valore. Per agire così quei ministri, evidentemente, non conoscono né il Signore né la natura del loro stato e della loro missione. Questa ipotesi è spesso confermata dai contenuti aberranti della loro predicazione, che sembra ignorare finanche gli elementi basilari della dottrina cristiana e sposare in modo del tutto acritico qualsiasi assurdità del pensiero dominante.

Questi sono i frutti di una formazione determinata più dall’arbitrio dei superiori che da studi seri e accurati, spesso fatti oggetto di disprezzo in nome di una pastoralità a dir poco schizofrenica. Dopo che per decenni i sedicenti “teologi della liberazione”, palesemente eretici, hanno impunemente sparso i loro esiziali errori distruggendo la fede in milioni di cattolici, l’anno scorso un presule latinoamericano – tanto per fare un esempio – ha inaspettatamente ripescato quel canone del Codice che condanna i delitti di eresia, apostasia e scisma. Nei confronti di chi? Di un attardato epigono dei libertadores? Ma neanche per sogno! In quelli di un sacerdote che, nell’esercizio del suo ministero, si è semplicemente attenuto alla dottrina cattolica concernente i sacramenti del Matrimonio e dell’Eucaristia e ha difeso la propria posizione dinanzi al vescovo e al suo sinedrio.

La principale motivazione addotta nel decreto di sospensione a divinis è il fatto di aver contestato, in pubblico e in privato, «l’insegnamento dottrinale e pastorale del Santo Padre Francesco». Questo è semmai un titolo di merito, dato che è quest’ultimo, in realtà, a dover giustificare ciò che ha detto e scritto in materia, in quanto contraddice espressamente la verità rivelata. Il medesimo, oltretutto, si è finora rifiutato di fornire i chiarimenti richiesti, provocando così nella Chiesa una situazione di scisma di fatto. Chiunque abbia una fede pura e una retta coscienza non può sentirsi in comunione con lui, finché non ritratti i suoi innegabili errori; chi d’altronde è obbligato a nominarlo ex officio può farlo sotto condizione o con riserva mentale. Per inciso: l’essere in comunione con un eretico, fosse pure conclamato, non invalida assolutamente la Messa; qualcuno ha mai letto qualcosa del genere nel Magistero o in un trattato di teologia?

Chi professa opinioni contrarie alla fede cattolica e si rifiuta di correggersi decade automaticamente dall’ufficio, sia egli semplice sacerdote, vescovo o papa; finché ciò non sia dichiarato dall’autorità competente, tuttavia, ne mantiene l’esercizio, altrimenti si cadrebbe nel caos più completo. Nel caso del papa, dovrebbero essere i cardinali a farlo, almeno quelli presenti a Roma; ma finché ciò non avvenga, rifiutare pubblicamente l’obbedienza al Romano Pontefice (a prescindere dal suo effettivo stato agli occhi di Dio) sul piano dell’ordinamento ecclesiastico equivale a rendersi rei del delitto di scisma e quindi a porsi formalmente fuori della Chiesa visibile, indipendentemente dalle proprie convinzioni di coscienza. Se qualcuno ne ha voglia, si accomodi: perché non provare l’ebbrezza di una nuova emozione?

È questa situazione anomala che consente ai fedifraghi di tenere il coltello dalla parte del manico, giacché conservano per ora un potere apparente con cui possono colpire chiunque osi dissentire. Ma dinanzi al trono divino la sentenza di quegli impostori è già fissata, qualora non si ravvedano: le fiamme dell’Inferno già lambiscono i loro panni, pronte a inghiottirli come i leviti ribelli dell’esodo (cf. Nm 16, 25-35). Del resto le bande di checche e pederasti che, sotto lo sguardo incurante del gran “riformatore”, spadroneggiano in Vaticano – e che, essendo tutti ricattabili, si scannano in selvagge faide di gelosia, denaro e potere, anche servendosi di giornalisti prezzolati che dicono di voler aiutare il papa con un presunto quarto potere – finiranno col divorarsi a vicenda. Guardateli con timore e compassione, evitando finanche di contaminarvi con il loro contatto (cf. Gd 23). Ma ci sarà pure un giornalista indipendente che possa informare il loro capo di certi fatti scabrosi che gli tengono ben nascosti…

La capacità di discernere chi va seguito e chi no, ad ogni modo, è una grazia inestimabile. Perfino tanti bravi sacerdoti di sani princìpi e orientamento conservatore, infatti, sono talmente imbevuti di politicamente corretto e di acquiescenza incondizionata ai superiori che anche una semplice, franca esternazione di buon senso su controversi temi di attualità li paralizza, come se si fosse varcato un limite invalicabile e affermato qualcosa di inammissibile. Ma fino a pochissimi anni fa nessuno di loro avrebbe manifestato il minimo disagio, per esempio, rispetto a pontefici che – come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ribadivano con tutta naturalezza il diritto di rimanere nella propria terra. È forse normale che, cambiato il papa, questo sia di colpo diventato un orribile pregiudizio razzista che non va nemmeno evocato? Dov’è finita la ragione? Forse confiscata dalla CEI e dal suo laido quotidiano, ai quali bisogna definitivamente togliere ogni appoggio economico. Ci sono mille modi per adempiere il precetto di sovvenire alle necessità della Chiesa; una firma sulla dichiarazione dei redditi non è certo l’unico.

L’ufficio sacerdotale non è una maschera da Commedia dell’arte. Anche senza essere teologi della liberazione o improvvisatori liturgici di professione, non si può girare la frittata a seconda dei gusti di chi comanda. Chi realmente conosce il Signore sa che la Sua parola non cambia e che da essa è giudicato l’operato dei Pastori, non il contrario. Invece i cattivi studi biblici hanno inculcato nei candidati al ministero l’idea assurda e sacrilega che solo la cultura attuale, del tutto irreligiosa, ci ha permesso di capire veramente la Sacra Scrittura e di interpretarla correttamente – cioè in modo da farle dire il contrario di quanto afferma… Un gran bel progresso davvero! I testi che non possono proprio esser piegati alle tesi progressiste sono semplicemente ignorati o espunti (ma in nome della fedeltà alla Parola). Chi si appella alla sacra pagina, ormai, ottiene in risposta un silenzio glaciale di scandalizzata esecrazione: l’eretico è colui che riconosce l’autorità della Rivelazione.

Questo è l’effetto della mentalità marxista che ha contagiato vescovi e superiori di seminario, i quali hanno poi influenzato i loro alunni: nell’evoluzione storica di una società tutto può cambiare, in funzione di idee e programmi che non rispecchiano la realtà oggettiva, ma devono plasmarla. Negli anni Settanta (quando si son formati loro) il sistema sovietico era ormai in piena crisi e non faceva più presa sui giovani; è stato invece il modello maoista ad attirarli con la sua rivoluzione culturale, apparentemente analoga agli “ideali” sessantottini, ma lontana quanto basta per non consentirne alcuna esperienza diretta e favorirne una fantasiosa idealizzazione. È lo spettro di Mao Tse-tung che ancora aleggia nell’episcopato, nei seminari e nei conventi, rievocato – proprio quando sembrava definitivamente dissolto – da un papa sudamericano e dai suoi quattro “postulati” incomprensibili… almeno a chi ragiona e non rinuncia a farlo per ossequio al capo del partito.

Questa forma mentis prettamente marxista si è innestata, venendone esponenzialmente potenziata, su quell’atteggiamento tipicamente clericale (che rasenta il delirio di onnipotenza) di chi crede di poter fare e disfare qualsiasi cosa. Al tempo stesso la funzione papale si è secolarizzata nel senso di una leadership mondana, inducendo nelle masse un culto della personalità che ricorda da vicino i regimi comunisti e non ha nulla a che vedere con la genuina tradizione cattolica: esso muta colore, infatti, ad ogni cambio della guardia, piuttosto che dimostrarsi segno di attaccamento all’immutabile deposito trasmesso. La tragica conclusione dell’antica storia di Cofni e Pincas deve pur insegnarci qualcosa: al momento stabilito, i profanatori sono spazzati via, ma pure il popolo infedele che li ha tollerati è coinvolto nella catastrofe (cf. 1 Sam 4, 1-11). Con umiltà e fermezza, quindi, nella forma consentita alla posizione di ognuno nel Corpo mistico, continuiamo a rivendicare ed esigere la sana dottrina e una corretta liturgia, così da trovarci, quel giorno, al riparo dall’accusa di una colpevole e comoda acquiescenza, ma non laceriamo ulteriormente la tunica di Cristo.

sabato 14 luglio 2018


Keep calm… e resta nell’ovile



Et in umbra alarum tuarum sperabo, donec transeat iniquitas. Alienati sunt peccatores a vulva, erraverunt ab utero: locuti sunt falsa. Ad nihilum devenient tamquam aqua decurrens. Laetabitur iustus cum viderit vindictam (Sal 56, 2; 57, 4.11).

Un barcone alla deriva: ecco che cosa sembra l’attuale dirigenza della Chiesa Cattolica. Potrebbe sembrare un giudizio temerario e irrispettoso, ma avremo pur il diritto di esprimere lo sgomento  provocato da certe dichiarazioni pontificie o episcopali che ormai da anni spingono ossessivamente nella stessa direzione: una sistematica demolizione della morale cristiana e una resa incondizionata all’agenda della tirannia mondialista. Non riusciamo più a riconoscere i nostri Pastori, ma abbiamo davanti agli occhi il tipico comportamento dei mercenari, che non solo si astengono dal respingere il lupo, ma gli spalancano le porte dell’ovile. Su questioni non negoziabili, come la vita e la famiglia, tacciono o insegnano l’errore; su quesiti opinabili, come il modo di gestire un fenomeno migratorio palesemente artificiale, sono di un’intransigenza che sconfina nell’assurdo e ignora totalmente il solco sempre più profondo che si sta scavando tra loro e una popolazione ormai esasperata che li detesta. Sono come serpenti sordi che non odono la voce dell’incantatore (cf. Sal 57, 5-6); la loro pervicacia ideologica li acceca privandoli di ogni buon senso.

Ora, di fronte a tale inaudita situazione, si fa sempre più forte e diffusa la tentazione di fuggire su piccole scialuppe di salvataggio che ognuno si fabbrica o sceglie in base al proprio giudizio privato. Ma già agli inizi di questo sito scrivevo: se nella tempesta la nave è in pericolo, che ne sarà di barchette improvvisate? Illusori tentativi di mettersi autonomamente in salvo, oltretutto, possono tradire una mancanza di fede nell’indefettibilità della Chiesa e nell’infinita potenza del suo Sposo. I loro risultati visibili, peraltro, ne confermano la pericolosità: nel mondo della resistenza cattolica par di assistere a una sorta di gara al più ortodosso e tradizionalista, ci si affibbia a vicenda patenti di eresia, si frantumano le forze in mille rivoli e mille obbedienze… Come non vedere in certe vicende la tipica opera del divisore, che nella sua astuzia soffia sul fuoco di uno sdegno pur giusto per fuorviare anche quanti non riesce a pervertire nel modo ordinario? Ma chi gli dà appigli con la propria superbia e insubordinazione è responsabile del proprio sbandamento.

L’alternativa non è certamente una supina sottomissione a cattive guide in nome di un’obbedienza mal compresa: è non solo consentito, ma doveroso resistere a ordini o insegnamenti palesemente contrari alla legge divina; è altresì del tutto lecito rifiutare il proprio assenso a indicazioni pratiche che siano mero frutto di opinioni umane, anziché rigorosa applicazione di norme morali oggettive. Per passare però dalla legittima resistenza ai superiori alla loro pubblica riprensione, bisogna essere insigniti di un’autorità proporzionata; ignorare questo può portare a sovvertire la costituzione divina della Chiesa, dissolvendo nei fatti l’ordine che il suo Fondatore le ha impresso e finendo col fare peggio di quelli che si vuol criticare. Se coloro che potrebbero – e dovrebbero – intervenire, specie ai livelli più alti, finora non si sono mossi nel senso di una correzione formale, è perché questo potrebbe provocare uno scisma. È pur vero che uno scisma latente è già in atto, dato che numerosi membri della gerarchia sostengono posizioni manifestamente eretiche e che, di conseguenza, non sono più nella Chiesa né in comunione con noi; ma la storia insegna che uno scisma dichiarato è una situazione da cui non si saprebbe né se, né come né quando si uscirebbe. Qualcuno è pronto a prendersi una responsabilità del genere davanti a Dio?

Che fare, allora? Anzitutto, smettere di agitarsi, perché lo Spirito Santo rifugge l’agitazione umana, che spesso traveste di nobili ragioni lo spirito di superbia e di disobbedienza. Poi, chiedere a Lui di sostenerci e guidarci in questa tempesta, senza lasciare la barca di Pietro. Se ai comandi ci sono degli impostori che la vogliono trasformare in qualcos’altro per renderla funzionale al nuovo ordine mondiale, questo non ci lascia certo tranquilli, ma sappiamo bene di non essere chiamati a salvarla: un Salvatore c’è già, anche se dorme. L’importante è che ognuno di noi stia saldo al posto in cui il Signore lo ha messo facendo il proprio dovere giorno per giorno, con umiltà e fiducia in Dio, fino a che il nostro adorabile Gesù non si svegli: allora sarà Lui a ristabilire l’ordine – e i giusti se ne rallegreranno (Laetabitur iustus cum viderit vindictam). Gli empi e increduli che stanno abusando del loro ruolo nella Chiesa non addiverranno a nulla: sono come acqua che scorre via (Ad nihilum devenient tamquam aqua decurrens). Dicendo falsità, essi si sono separati dal grembo della Chiesa che li ha partoriti ed errano lontano dal suo seno (Alienati sunt peccatores a vulva, erraverunt ab utero: locuti sunt falsa).

Ma a noi, per pura grazia, è riservato ben altro, se non lo mettiamo in pericolo con un insensato orgoglio e una malsana impazienza: all’ombra delle ali del Signore, possiamo bearci nella speranza che non delude, finché non sia passato questo regime iniquo (Et in umbra alarum tuarum sperabo, donec transeat iniquitas). Non è certo una forma di egoistico quietismo: Dio solo sa quanto ci costi sopportare questa situazione e resistervi; dobbiamo nondimeno sforzarci di non trascurare alcuna opportunità di convincere i vacillanti e di riportare sulla retta via quanti sono disposti a ravvedersi. Ma – vi supplico – non uscite dall’ovile santo, che è l’unica arca di salvezza. Quelli che ne occupano abusivamente i posti di responsabilità, se non si convertono, saranno spazzati via per mano di quegli stessi islamici che tanto amano e difendono. A noi, invece, nessuno può togliere la fede e la grazia, se non siamo noi stessi a volerlo; se altri si lasciano fuorviare, è perché non cercano effettivamente la verità, ma acconsentono alla menzogna o accettano l’ambiguità (cf. 2 Ts 2, 10-12).

Non intendo spingervi a una vana autoconferma né a perniciosi sentimenti di autocompiacimento o tantomeno di autoesaltazione, ma vorrei soltanto – se Dio me lo consente – rinfrancarvi l’animo e aiutarvi a scacciare lo sconforto: pensate ai meriti che il Signore ci permette di acquisire in questa prova così inedita. Una volta superata, la ricompensa e la gioia saran proporzionate alla sua durezza. Perciò non perdetevi d’animo, ma adorate la divina Provvidenza nei Suoi disegni di imperscrutabile sapienza: in questo pontificato sta uscendo tutto il marcio che prima, nella Chiesa, si mimetizzava; le maschere stanno cadendo ad una ad una e i traditori, nell’illusione di una vittoria vicina, stan venendo allo scoperto. Non lasciatevi togliere la pace dalle loro manifestazioni di empietà: non ne vale la pena; dovremmo piuttosto compatirli, se pensassimo al castigo che li attende. E poi, amici miei, ci rendiamo conto fino a che punto Dio ci ha preservati da questa deriva che tanto ci disgusta negli altri e nella quale, senza una grazia speciale, saremmo immersi anche noi?

Possiamo forse metterci al posto dell’unico Giudice, attentando alla Sua maestà e inaridendo così la fede nella signoria di Cristo, la speranza nei Suoi disegni e la carità verso il prossimo bisognoso di correzione? Continuiamo piuttosto a pregare e offrire perché il Signore accorci i tempi e, in un modo o in un altro, ponga fine alla prova. Ci vorrebbe un’anima disposta (ma esclusivamente per esplicita chiamata divina e con il consenso di un buon padre spirituale) a offrirsi vittima perché cessi questo regime nella Chiesa, atto che attirerebbe su di essa croci e sofferenze non prevedibili. E se invece, più semplicemente, il tiranno accettasse finalmente di farsi da parte, se davvero non si sente papa, come ha di recente confidato a un giovane che era lì per servirgli la Messa? Altrimenti, Dio dovrebbe atterrarlo con un miracolo che lo convincesse della sua incredulità e lo costringesse a convertirsi. In ogni caso, la potenza divina non ha limiti, per chi crede.

Ma voi, diletti, ricordatevi dei fatti predetti dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo, che vi dicevano: «Nell’ultimo tempo vi saranno impostori che si comporteranno secondo i loro desideri di empi». Questi sono quelli che si separano, fermi al piano umano, privi dello Spirito. Ma voi, diletti, edificandovi sopra la vostra santissima fede, pregando nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. Gli uni redarguiteli se sono colpevoli, gli altri salvateli strappandoli dal fuoco, altri ancora compatiteli con timore, aborrendo perfino la veste contaminata dalla loro carne. A Colui che ha il potere di custodirvi da ogni caduta e di collocarvi immacolati al cospetto della sua gloria nell’esultanza, all’unico Dio nostro salvatore, mediante Gesù Cristo nostro Signore, sia gloria, grandezza, forza e potestà, prima di ogni tempo, ora e per tutti i secoli. Amen! (Gd 17-25).