Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 17 agosto 2019


Dov’è davvero la profezia?




Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiae non sedit (Sal 1, 1).

Non è per infierire sul clero, al quale appartengo io stesso, con impietose analisi sulle sue condizioni, ma per aiutarvi a comprendere ciò che, nell’attuale situazione ecclesiale, vi scandalizza e confonde al di là del sopportabile. Senza far torto a tanti buoni sacerdoti, retti e fedeli, che perseverano nella loro missione a prezzo di notevoli sacrifici e sofferenze interiori, non possiamo non costatare la deriva di numerosi preti e religiosi che tradiscono la propria vocazione per deviazioni dottrinali o intemperanze morali, oppure – dato lo stretto nesso che le collega – per entrambe le forme di infedeltà. Lo stato dei consacrati varia da regione a regione e da un Ordine all’altro, ma dappertutto si registrano – sia pure con accentuazioni diverse – analoghe tendenze che sembrano riconducibili alla stessa matrice. Sperando allora di non essere ulteriore motivo di scandalo, condividerò con voi una riflessione che da qualche anno si va precisando nel mio pensiero.

Nella bimillenaria storia della Chiesa non era mai accaduto che, in seguito a un concilio, i Pastori si sentissero in dovere di cambiare sistematicamente tutto per attuarlo (liturgia, teologia, diritto, morale, pastorale, spiritualità…). L’unico esempio di rinnovamento globale innescato da un’ecumenica assise è quello prescritto dal Concilio di Trento, il quale, però, non comportò uno stravolgimento completo della Chiesa militante nelle sue espressioni e nel suo funzionamento, ma consistette in una rigorosa quanto necessaria messa a punto a tutti i livelli, visto il grado di corruzione in cui essa versava e il dilagare delle eresie protestanti. La riforma interna era dunque un obbligo assolutamente ineludibile che percepivano tutti i migliori spiriti dell’epoca. Intorno alla metà del secolo XX, invece, ciò che minacciava la vita cristiana era una subdola crisi di fede che non si esprimeva in un’aperta contestazione, bensì in una sostanziale indifferenza dissimulata da un’adesione puramente formale, spesso ipocrita e interessata, contro la quale non aveva alcun effetto un rigorismo esteriore il cui unico frutto fu, quando giunse il momento, un violento rifiuto dell’educazione ricevuta.

Nel frattempo la nouvelle théologie preparava un colpo mancino, sfruttando la generale disaffezione alle forme e ai maestri della Tradizione, incasellati in un sistema senz’anima di regole e precetti. Già a Pio XI, peraltro, la convocazione di un concilio era stata vivamente sconsigliata dal cardinal Billot, il quale già allora vedeva chiaramente che essa era l’occasione d’oro attesa dai modernisti e dai nemici della Chiesa per modificarla dall’interno. Anche Pio XII, per motivi analoghi, aveva accantonato il progetto di riprendere il Vaticano I. Col senno di poi, quella di Giovanni XXIII fu quindi, come minimo, una colossale imprudenza. Più oltre non osiamo spingerci con la pretesa di giudicarne le intenzioni, che Dio solo conosce e che l’uomo, semmai, può soltanto ipotizzare in presenza di indizi significativi. Sono ben note le amicizie del giovane Roncalli con soggetti in odore di modernismo, come pure le frequentazioni massoniche del nunzio a Parigi, ma tutto ciò non pare sufficiente per supporre una sua iniziazione; le asserzioni in questo senso di massoni troppo loquaci appaiono quantomeno sospette, soprattutto a chi ne conosce l’abito di mescolare verità e falsità al fine di accreditare le proprie menzogne.

Secondo una fonte che non sono riuscito a rintracciare, il Papa buono avrebbe agonizzato gridando: «Chiudete il concilio! Chiudete il concilio!». Il successore decise tuttavia di proseguirlo a oltranza, ma si accorse ben presto di non averne il controllo. I cospiratori franco-tedeschi avevano lanciato la loro macchina distruttrice e solo un miracolo avrebbe potuto fermarli: la Chiesa era ormai in balìa del loro volere. In molti seminari e istituti religiosi infiltrati da superiori e professori progressisti o massoni, soprattutto nell’Europa nord-occidentale, la rivoluzione scoppiò subito, prima ancora che si concludesse il Vaticano II; segno, questo, che era stata preparata da tempo, come conferma lo studiato coordinamento dell’azione. Il metodo adoperato dai novatori per trasformare clero e religiosi in fedeli propagandisti della religione artificiale inventata a tavolino si può sintetizzare in una parola: castrazione. Una castrazione intellettuale, pratica e morale che avrebbe sfornato individui dall’identità e dalla funzione incerte, privi di spina dorsale, incapaci di pensiero autonomo, ghiotti di continue innovazioni, accomodanti sulle cose più sacre e proni a ogni ordine abusivo: in una parola, l’ideale per effeminati senz’arte né parte…

È difficile, del resto, che al di fuori di quella categoria qualcuno sia disposto a farsi reclutare per sottoporsi a una “terapia” del genere, a meno che non sia pronto a combattere per tutto il seminario (e per il resto della vita) per conservare gli attributi virili e la sanità dell’anima. Si tratta anzitutto di una castrazione della mente: mentre il processo conoscitivo, per sua stessa natura, mira a superare l’ignoranza o l’incertezza con l’apprendimento ordinato di dati corrispondenti alla realtà, la nuova teologia, per una pretesa di scientificità, ha consacrato il dubbio sistematico non solo come metodo universale, ma anche come permanente stato mentale di scetticismo. Il neoclero, di conseguenza, non è più sicuro di nulla, né si sente autorizzato ad asserire alcunché – eccettuate le assurdità della propaganda politico-clericale – in modo non dico perentorio, ma almeno comprensibile. Da ciò consegue poi la castrazione della volontà: privata da una coscienza perennemente confusa di oggetti definiti cui applicarsi, essa scivola inesorabilmente in una piatta indifferenza a qualunque cosa non tocchi direttamente gli interessi vitali del soggetto. Fase terminale del processo è la castrazione dell’agire, il quale, non essendo più diretto a un fine degno di un essere umano, ricusa con orrore qualsiasi dovere di stato o impegno stabile; d’altra parte, poiché ignora o trascura ogni limite o vincolo, si concede ogni genere di licenza.

Triste risultato (senza escludere – ripeto – le felici eccezioni) sono preti-attori che recitano una parte scadente in una pessima commedia, in totale assenza di amore per la preghiera e di zelo per le anime. Loro suprema aspirazione sembra essere l’oziare per ore davanti al computer o al televisore, nuovi tabernacoli della presenza virtuale del demonio. Nel migliore dei casi, questo vuoto esistenziale vien compensato con il culto del cibo e del corpo, nonostante la perizia culinaria di questi gourmet da guida del Touring mal si concili con la cura della linea, che impone poi improbabili diete oppure ore di palestra dagli esiti imprevedibili. Altro oggetto di religiosa osservanza è la passione sportiva (più nel senso della tifoseria che della pratica); non da meno è la smania di viaggiare alla scoperta di uomini e Paesi. Riguardo al peggiore dei casi, infine, non c’è bisogno di insistere: dipendenza da pornografia e cedimento al vizietto sono purtroppo sempre più diffusi. Inutile dire che, in un contesto del genere, parole come penitenza e mortificazione assumono connotazioni decisamente umoristiche, ridotte, come pure i Novissimi, a temi da barzelletta.

Ora, ciò che più colpisce è che neanche i papi più “conservatori” abbian fatto nulla di efficace per modificare tale situazione. Decine e decine di discorsi rivolti a preti, religiosi e seminaristi sembran caduti nel vuoto, in mancanza di decisi interventi sui formatori. La riprovazione formale degli errori senza la rimozione degli erranti ostinati – se non in casi estremi – ha permesso a questi ultimi di prosperare indisturbati, compiendo carriere folgoranti fino ad occupare i posti-chiave; non è certo Bergoglio ad aver elevato alla porpora eretici conclamati come Kasper e Marx. Il discorso inaugurale del Vaticano II ha lanciato l’illusione che basti spiegare la verità nel modo giusto per debellare l’errore senza proscriverlo; tutto il séguito non fu altro che un’applicazione di questa falsa premessa. Come si può dunque difendere ad ogni costo un concilio dagli esiti catastrofici, come se i guai da esso provocati fossero unicamente conseguenza di una cattiva ermeneutica? Ma un concilio serve proprio a chiarire punti controversi in modo univoco; perciò non deve aver bisogno di essere a sua volta interpretato, altrimenti non serve a nulla, anzi crea ulteriori problemi.

Forse la soluzione del rompicapo è più semplice di quanto non sembri, almeno a livello teorico. Non sono riuscito a trovare un atto formale di chiusura del Vaticano I; se un lettore è in grado di segnalarmelo, gliene sarò estremamente grato. Ora, se un concilio non si è concluso, non se ne può convocare un altro; se invece lo si fa, il nuovo concilio è illegittimo, a prescindere dal numero di partecipanti, e tutte le sue decisioni sono nulle. Se un giorno la Provvidenza ci donerà un papa che, dirimendo la questione in modo definitivo, la affranchi dal regime vaticansecondista, la Chiesa Cattolica sarà finalmente libera di uscire dalle secche in cui l’hanno incagliata e di riprendere il mare aperto, non rimettendo gli orologi agli anni Cinquanta (secondo la ricetta di talune aggregazioni dai tratti tipicamente settari che si attribuiscono il monopolio di una Tradizione fossilizzata), ma ristabilendo i contatti con la Tradizione perenne senza i pregiudizi e le censure della cosiddetta teologia postconciliare, quella colossale mistificazione che, al fine di snaturarla in senso protestante e giudaizzante, non ha risparmiato alcun aspetto della vita cristiana. Allora basterà ricostruire tutto da capo, con un po’ di pazienza…

Con il pontificato e il “magistero” di Bergoglio si potrà procedere in modo analogo, posto che le dimissioni di Benedetto XVI risultano nulle, in assenza di una dichiarazione di volontà conforme a quella prescritta ad validitatem da Bonifacio VIII nella Costituzione Quoniam aliqui: sponte ac libere cedo Papatui et expresse renuntio loco et dignitati, oneri et honori (di mia libera volontà lascio il Papato e rinuncio alla carica e alla dignità, all’onere e all’onore). Non solo Ratzinger non ha mai pronunciato queste parole, ma, da quanto è dato arguire dai segni esterni, non ha nemmeno abbandonato la carica, almeno non del tutto. Proprio il solerte sforzo di certi canonisti di giustificare l’anomala procedura da lui seguita dimostra che essa non è conforme a quella che avrebbe dovuto applicare. Che dire? Dato che un papa non ha la potestà di modificare la natura del proprio compito, non possiamo far altro che riconoscere l’invalidità della sua rinuncia e, conseguentemente, quella del pontificato successivo. Non certo noi, però, ma solo un futuro papa potrà dichiararlo nullo con tutti i suoi atti, sanandone in radice quelli amministrativi onde evitare il caos giuridico. Questo – a scanso di equivoci – non è sedevacantismo, visto che un papa canonicamente eletto è ancora in vita, sebbene non in funzione. Alle stranezze, del resto, ci siamo abituati.

Anche con la liturgia, infine, un esame dogmatico-giuridico consente di risolvere il problema in modo radicale. Paolo VI promulgò un messale che, oggettivamente, non è un ritocco di quello di san Pio V (come nel caso delle edizioni di Clemente VIII, Urbano VIII, Leone XIII, Benedetto XV e Giovanni XXIII, tralasciando qui la riforma della Settimana Santa di Pio XII, che meriterebbe un discorso a parte), ma un rifacimento totale che ha profondamente alterato l’Ordo Missae in base a una teologia che non è quella cattolica del Divin Sacrificio. A tale atto di arbitrio ne seguì uno di imperio con cui il rito artificiale fu inesorabilmente imposto a tutti, nonostante le vive proteste di clero e fedeli che di colpo si videro privati senza ragione di un bene preziosissimo, dal quale dipende strettamente la conservazione e propagazione della fede. In questo caso il Papa agì ultra vires, al di là dei suoi poteri, poiché intervenne in modo dirompente su un patrimonio che è parte integrante della Tradizione (una delle due fonti della Rivelazione divina) e quindi, in quanto tale, era stato fino allora preservato sostanzialmente immutato, malgrado modifiche e arricchimenti secondari.

Un futuro papa dovrà restituire alla Chiesa la Messa romana che le è stata trasmessa dall’Antichità, ma non come variante alternativa, bensì come l’unica legittima, che dovrà rimpiazzare un prodotto così legato a un’epoca da esser già invecchiato, oltre ad aver spento la fede cattolica quasi ovunque (come ha fatto in Inghilterra il rito anglicano, di cui quello di Paolo VI è un’evidente imitazione). Una volta preso atto degli effetti disastrosi di certe scelte, bisogna avere il coraggio di voltar pagina con decisione per lasciarsi alle spalle la strada della rovina e riprendere la via della vita: l’unica, quella di sempre, perché l’ha tracciata il Signore e non gli uomini. Dio non è un rivoluzionario che ama cambiamenti senza fine e capovolge i valori come se fallimento, disordine e squilibrio fossero un bene da perseguire: queste sono sciocchezze da sessantottini attardati e retrogradi che non hanno ancora capito di aver perso la partita e di esser rimasti indietro, fuori della storia. Se proprio vogliamo parlare di profezia, non è in Amazzonia che possiamo trovarla, ma nel ritorno alla Tradizione. Chi, per grazia e per fermezza, è riuscito a sfuggire a ripetuti tentativi di castrazione spirituale ne ha una certezza incrollabile; niente e nessuno varrà ormai a fargli mutare idea. Egli sa che il destino di chi rimane fedele, costi quel che costi, è la gloria eterna; quello dei traditori – se non si convertono in tempo – la dannazione (altrettanto eterna).

sabato 10 agosto 2019


Quinta colonna




Le trame eversive tessute all’interno della Chiesa Cattolica e la totale sovversione dell’ordine civile perseguita a livello politico fanno parte dello stesso progetto. Non soltanto ne è comune l’obiettivo, ma anche gli operatori appaiono strettamente legati, come risulta da una seppur sommaria indagine circa due realtà ecclesiali che sono oggi – in termini di potere, influenza e favore mediatico – sulla cresta dell’onda, essendosi poste decisamente all’avanguardia del movimento rivoluzionario che si ammanta di nobili ideali “umanitari” annuncianti gli albori di un mondo nuovo, libero da muri di esclusione e da diseguaglianze di ogni gender. L’una è un glorioso istituto religioso fondato da uno dei maggiori Santi della storia cristiana, della cui deriva pianificata ci siamo già occupati qualche mese fa. L’altra è un’associazione laicale che si dedica per statuto ai poveri, offrendo loro un’assistenza così devota da rifocillarli spesso persino nelle chiese. È sufficiente una rapida ricerca per cogliere le strette connessioni esistenti tra le due istituzioni in apparenza così diverse.

Quali rapporti intercorrono tra la Compagnia di Gesù nuova versione e la comunità trasteverina dedita al culto del barbone? Saltan subito all’occhio le profonde analogie di pensiero e d’azione tra la prima e la seconda, molto vicine, d’altronde, fin dalla storica visita di padre Arrupe del 1975, alla quale son seguite quelle di tutti i generali gesuiti appena eletti. Entrambe le entità – come pure il movimento focolarino han fatto dell’indifferentismo religioso la propria bandiera, rivendicano un immigrazionismo senza limiti, si battono per aperture moderniste. Sul terreno, peraltro, le numerose strutture di accoglienza afferenti all’una e all’altra, nel contendersi, insieme alle locali Caritas diocesane, poveri reali o presunti, privilegiano ciascuna i propri, creando così situazioni grottesche in cui veri e propri lestofanti han trovato il modo di prosperare da nullafacenti arroganti e pretenziosi. La carità come virtù teologale, a quanto pare, c’entra poco, poiché l’esercizio dei doni soprannaturali non si dissocia dalla retta ragione né dall’ordine della giustizia.

L’impero assistenziale di Trastevere, in realtà, non è altro che la longa manus della CIA nella Chiesa Cattolica con la funzione di influenzarne gli orientamenti in senso mondialista: una vera potenza politico-ideologica capace di condizionarne i vertici in modo determinante. Essa non mira a risolvere la miseria alla radice, si sforza invece di incrementarla. Il sospetto è che abbia avuto bisogno di una facciata umanitaria per accreditarsi presso l’opinione pubblica mondiale e crearsi una fama mediatica inattaccabile in vista di altri obiettivi non immediatamente evidenti, ma facilmente intuibili non appena se ne consideri la storia. Nata nel ’68 col distacco di una cellula dissidente dalla giussaniana Gioventù studentesca, la Comunità (talmente gerarchizzata e assorbente da rientrare in pieno nella fenomenologia delle sètte) decolla realmente solo nel ’72 ottenendo dallo Stato un monastero antico, appositamente restaurato a spese pubbliche, per un canone irrisorio.

Il fondatore e capo assoluto, con una laurea in giurisprudenza, ottiene giovanissimo una cattedra universitaria di storia; è proprio alleminente storico che è ricorso il governo Monti per affidargli la gestione dell’immigrazione illegale. Nel ’78 la sua congrega è già in grado di interferire in due conclavi, spiccando così il volo verso l’empireo vaticano e la geopolitica planetaria. Ad essa – oltre chissà quanti altri regali ignoti – si devono i ripetuti raduni sincretistici di Assisi, che equiparano la religione vera a quelle false; in tempi più recenti, il vescovo felsineo e il ministro bergogliano per la vita, noto per le sue amicizie radicali e per l’esaltazione dello spirito di un defunto pederasta…

Da parte dei gesuiti, parrebbe una sorta di passaggio del testimone: almeno fino all’elezione a papa di un suo membro, la Compagnia sembrava irrimediabilmente in declino e andava quindi sostituita con una forza nuova. La massoneria americana mette allora gli occhi su una piccola realtà nascente che promette bene e decide di lanciarla in grande stile, coprendola di dollari e aprendole tutte le porte. Se nel ’95 la Comunità, grazie alla spiccata vocazione diplomatica, riuscirà a invitare a Roma perfino il capo di un sanguinario gruppo terroristico algerino, che proprio nei giorni in cui firmerà l’accordo rivendicherà un orribile attentato (!), non ci sarà nulla di strano, visto che anch’egli sarà sullo stesso libro-paga; la stampa, del resto, non lo farà mai notare. Dopo momenti di tensione, dovuti a evidenti strappi sulla dottrina morale,con il papa polacco e il successore tedesco, ora, con il gesuita argentino, sembrerebbe tornato il sereno, se non fosse per quella sua maledetta abilità di tener tutti sulla corda; ma quello, in fin dei conti, non è forse il capo carismatico dell’ONU?

Dietro le operazioni di vetrina e i martellanti proclami sull’accoglienza, le inaccettabili ingerenze politiche dei gerarchi e le navi pilotate dalle società di Soros per far pressione sul governo, la realtà è che i veri profughi e rifugiati – quelli che nessuno porta da noi e di cui nessuno parla – continuano a soffrire e morire, ammassati nei campi di raccolta, nell’indifferenza più assoluta, che sia in Africa o in Medio Oriente. È naturale, peraltro, che proprio chi specula sul business dell’accoglienza spari a zero su un ministro che gli toglie l’osso di bocca; ma il garantire ordine e sicurezza difendendo i confini da quanti vogliono varcarli illegalmente è un ineludibile dovere dello Stato, non certo il fiancheggiare il traffico di esseri umani né l’assecondare segreti interessi sovranazionali.

Il gesuitismo nella sua accezione peggiore consiste proprio nell’effettuare manovre riprovevoli sotto il naso di tutti, camuffandole da condotte così virtuose e insospettabili che a nessuno possa neanche passare per la testa che, dietro, ci siano altri obiettivi: la dissoluzione della fede all’interno della Chiesa e l’abolizione pratica delle frontiere in vista del governo unico mondiale. Si tratta di due fini correlati e funzionali all’instaurazione della sinarchia, ossia all’egemonia della sinagoga di Satana. I gesuiti apostati hanno preparato il terreno ideologico, la banda di Trastevere vi ha costruito sopra, tanto gli uni quanto l’altra sotto l’occulta direzione delle sètte gnostico-esoteriche nordamericane che si sono infiltrate nella Chiesa (quelle che praticano riti satanico-sessuali incentrati sulla sodomia e sull’abuso di minori). Non si illudano però di aver già vinto su tutta la linea, giacché hanno fatto i conti senza l’oste. Quando il Padrone di casa si alzerà a ripulire la sua aia, brucerà la pula nel fuoco inestinguibile (cf. Mt 3, 12). È solo questione di tempo.

Cum accepero tempus, ego iustitias iudicabo (Sal 74, 3).

sabato 3 agosto 2019


Dialogare… con chi?




L’attuale deriva ecclesiale ha radici profonde. Sono almeno cinquant’anni che i vertici della Chiesa Cattolica perseguono un obiettivo impossibile: riconciliare il pensiero contemporaneo con la fede cristiana. Un’impresa del genere equivale a voler mettere insieme il diavolo e l’acqua santa: una cultura che si è sviluppata al di fuori della verità rivelata e in opposizione ad essa con il preciso scopo di bandirla dalla vita dei popoli, evidentemente, non potrà mai accordarsi con ciò che si è prefissa di distruggere. Invece molti teologi e Pastori, nell’intento di render comprensibile il loro insegnamento all’uomo del nostro tempo, si sono posti sullo stesso terreno del nemico illudendosi di poterlo portare dalla loro parte. Ciò che è accaduto è esattamente il contrario: è il secondo che ha attirato i primi dalla sua, conducendoli così non soltanto a rinunciare alla propria visione filosofica, ma anche, a lungo andare, a ripudiare la fede.

La dottrina cattolica, in realtà, non è compatibile con qualunque sistema di pensiero, come se fosse riformulabile a partire da qualsiasi impostazione intellettuale. Tolti i massoni infiltratisi nelle curie diocesane e nelle facoltà teologiche, i quali hanno consapevolmente sfruttato quest’illusione, gli altri – con il senno di poi – si sono rivelati troppo ingenui. Non è certo un caso che la Provvidenza abbia preparato il terreno all’elaborazione del dogma cattolico mediante le conquiste della filosofia greca, poi assunta e perfezionata dai Padri della Chiesa e dai maestri della Scolastica. Il pensiero classico, concordante con il buon senso comune, è l’unico che rispetti le capacità della ragione e le esigenze della fede. Invece idealismo, storicismo, positivismo, fenomenologia, esistenzialismo, personalismo, strutturalismo, pur con diversi presupposti e nelle loro varie declinazioni, hanno per esito comune il nichilismo, dato che non partono dall’evidenza del reale, ma tentano o di negarla o di limitarla o di rifondarla per altre vie, quando invece non ce n’è alcun bisogno.

Collocarsi sulle sabbie mobili per costruire un edificio teologico è per lo meno insensato, per quanto si possa essere in buona fede. Il fatto che molta gente non capisca più il linguaggio del pensiero realistico né riesca più a seguire un’argomentazione razionale è un motivo per insegnarle di nuovo a farlo, anziché sforzarsi di catturarla sul piano emotivo confondendola ulteriormente con discorsi articolati su categorie soggettivistiche, i quali non reggono alla prova della propaganda anticattolica né all’indottrinamento di una “cultura”, volutamente chiusa alla verità, che nega per principio ogni realtà immutabile. Chi cerca di “dialogare” con essa per comunicare il messaggio evangelico ha già perso in partenza, in quanto ne ha implicitamente riconosciuto la legittimità e si è rassegnato a non poter ragionare correttamente con l’interlocutore, il quale si sente vincente già solo per questo; ma certi “illuminati” teologi e vescovi, a quanto pare, ambiscono proprio alla sottomissione, come si vede indubitabilmente nei loro rapporti con i musulmani.

Temo che certe bocche smetteranno di dar fiato in chiacchiere solo quando le gole saranno state tagliate da qualche clandestino accolto a braccia aperte… Nei Suoi imperscrutabili disegni, a volte, la Provvidenza lascia che gli empi corrano a rotta di collo verso il baratro perché si puniscano da sé: la loro stessa stoltezza è causa del castigo. Il Signore preserverà dalla morte quanti hanno una mente lucida e una fede genuina, in modo che, grazie a loro, si possa ripartire da capo ricostruendo la vita cristiana sulle basi di un pensiero sano. Gli apostati sopravvissuti al repulisti andranno confinati in regioni isolate e inospitali dove procurarsi da vivere da sé; così riscopriranno che una mela è una mela, che un cane è un cane, che un uomo è un uomo… che Dio è Dio. Nelle dure necessità della sussistenza, dovranno adottare di nuovo il realismo filosofico e teologico per necessità di cose, senza alcun bisogno di dispendiosi programmi di “rieducazione” alla cinese. La tradizione cattolica non conosce lager, gulag o laogai, ma solo pene medicinali; persino i roghi di un tempo miravano alla salvezza dell’anima, checché se ne dica.

Anche nel cosiddetto dialogo interreligioso una buona dose di realismo non guasterebbe. Basterebbe dare ascolto ai cristiani mediorientali e a quelli perseguitati dai miliziani islamici (i quali non sono affatto estremisti, ma mettono semplicemente in pratica il Corano, che prescrive la sottomissione del mondo e la cancellazione del cristianesimo, con le buone o con le cattive). L’Islam moderato è un mito escogitato dai maîtres-à-penser occidentali come vacua premessa al delirante progetto della società multiculturale. Ciò che di reale c’è in quell’idea è unicamente il fatto che molti musulmani praticano la propria religione in modo tiepido. Se da loro possiamo reimparare qualcosa, in realtà, non è certo ciò che intendono i guru del pensiero liquido, i quali rischiano la schizofrenia quando gli insulti o le aggressioni ai sodomiti sono di matrice islamica. Il ruolo dell’uomo nella famiglia, la decenza nell’abbigliamento femminile, l’obbedienza ai genitori, il rispetto della procreazione, il primato di Dio nella vita civile… sono alcuni di quei valori della morale e della religione naturali che da noi sono stati deliberatamente cancellati e che l’Islam ci rammenta, sebbene in esso vadano purificati da gravi deformazioni (fatalismo, dispotismo, poligamia, ecc.), dato che gli manca la luce della rivelazione divina e la forza della grazia soprannaturale.

Con singoli musulmani di retta coscienza e miti sentimenti è possibile la convivenza, ma non certo il dialogo: non appena si tocchino questioni di fede, tutti si trasformano repentinamente in belve, a prescindere dalle disposizioni personali. Questo è segno che la setta maomettana si è potuta reggere ed espandere solo grazie ad una forma di indottrinamento forzato capace di imprimere agli animi meccanismi di difesa inattaccabili: è una schiavitù mentale da cui non si può uscire se non per un miracolo della misericordia divina. In realtà sono moltissimi i musulmani che, toccati dallo Spirito Santo per vie inusitate (mediante la Rete o direttamente nel cuore), vorrebbero entrare nella Chiesa, ma non possono perché intrappolati in una società in cui vige un controllo totale; chi riesce a farlo paga un prezzo altissimo, a volte persino quello della vita. I nostri valenti “teologi”, però, non ne tengono conto, nonostante l’immediato accesso alle notizie: per loro la realtà non è quella che è, ma quella che vorrebbero che fosse – esattamente come nella psicologia infantile.

Vedete l’importanza del pensiero classico e scolastico? Basta poco per vedere le cose così come sono, purché lo si voglia. Se invece la volontà è ostinatamente contraria all’evidenza della verità, non rimane altro che il castigo: se non arriva quello divino, noi siamo pronti a caricare un po’ di curiali e di professori progressisti sui barconi e a spedirli in senso inverso nel deserto libico. Tutto torna utile, in un modo o in un altro, magari pure i trafficanti e i loro complici delle organizzazioni “umanitarie”… Ironia a parte, sarebbe un’opera altamente meritoria – se fosse permesso – cacciare a pedate da curie e facoltà i corruttori delle menti e delle anime. In attesa che arrivi il giorno, per ora dobbiamo pregare e agire perché il Signore raduni i Suoi autentici fedeli e li unisca strettamente in vista del Suo intervento. L’attuazione dell’ultimo concilio, come una bomba potentissima, ha fatto esplodere la compagine ecclesiale in innumerevoli correnti, orientamenti e appartenenze. Di fronte al mondo esterno, di conseguenza, non c’è più un soggetto unitario del dialogo, per non dire che la “mistica” dell’apertura al mondo ha cancellato i confini che ne separano la Chiesa, la cui stessa esistenza, in tal modo, non ha più scopo né significato.

Haec dona, haec munera, haec sancta sacrificia illibata in primis […] tibi offerimus pro Ecclesia tua sancta catholica, quam pacificare, custodire, adunare et regere digneris toto orbe terrarum, una cum […] omnibus orthodoxis atque catholicae et apostolicae fidei cultoribus.

Domine Iesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis, ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesiae tuae, eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coadunare digneris. Qui vivis et regnas Deus per omnia saecula saeculorum. Amen.

(dal Messale Romano)

sabato 27 luglio 2019


A proposito di “migranti”




Ognuno deve vivere nel suo Paese. Come un albero, ognuno ha il suo suolo, il suo ambiente, in cui può crescere perfettamente. […] Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture, piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi (Robert Sarah).

Da qualche anno i vescovi africani moltiplicano gli appelli ai giovani perché non abbandonino la loro terra in vista di un miraggio, ma si impegnino con pazienza e determinazione per lo sviluppo del proprio Paese. Il continente nero sta perdendo un’intera generazione, quella da cui dipende il suo presente e il suo futuro. I suoi abitanti, nella misura in cui sono coscienziosi e lungimiranti, non possono ignorare un problema di tale gravità, specie se non hanno a che fare – com’è ormai evidente – con un fenomeno migratorio spontaneo, ma con una riedizione della tratta degli schiavi orchestrata dall’alta finanza e operata da bande criminali con la comprovata complicità di organizzazioni non governative. I banchieri che si nascondono dietro questo traffico di esseri umani scelgono apposta, come esecutori, individui del tutto sprovvisti di senso morale che si lascino manovrare a piacimento: la stupidella tedesca affetta da immaturità a livelli patologici è della stessa risma del sodomita psicopatico che han piazzato all’Eliseo o di quei bambocci che, nelle borse di tutto il mondo, praticano speculazioni senza scrupoli capaci di impoverire intere popolazioni.

L’epoca della cosiddetta cooperazione, in Africa, pare avviata al declino per lasciare il posto alla strategia dello spopolamento mirante a facilitarne uno sfruttamento illimitato, alleggerito dell’oneroso incomodo delle bocche da sfamare. La Cina, che la sta colonizzando a ritmi accelerati, non ha alcun bisogno della manodopera locale, dato che esporta la propria, in evidente soprannumero; Europa e Stati Uniti, dal canto loro, cercano di contrastarne l’invasione per mezzo di milizie sanguinarie e di gruppi islamici radicali che, controllando il territorio per conto di esse, consentono alle multinazionali la spoliazione illegale del sottosuolo (petrolio, coltan, diamanti, ecc.). Tale procedimento assicura altresì un ampio mercato al commercio di armi, che insieme all’esportazione di tecnologia e di altri prodotti finiti garantisce il recupero dei capitali investiti nell’estrazione delle materie prime. Con l’agricoltura intensiva, poi, il suolo africano produce immense quantità di derrate alimentari di cui la popolazione locale non beneficia affatto, a meno che non le acquisti ai prezzi stabiliti dai broker di Londra, Francoforte o New York.

Quando si parla di “aiuti”, si tratta in realtà di interventi con i quali o si arricchiscono i fantocci collocati al governo dall’Occidente, o si impongono politiche favorevoli ad aborto, contraccezione e omosessualismo, oppure ancora si investe di preferenza – anziché in quelli che più ne avrebbero bisogno – nei Paesi più sviluppati, in modo da trasformarli in nuovi mercati. Fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, poi, è tristemente noto come le imprese europee (con quelle italiane in testa) si siano contese le commissioni africane per realizzare grandiose infrastrutture inutili se non dannose, come dighe o imbrigliamenti che desertificano il territorio, impendendo quelle regolari esondazioni dei fiumi che lo fertilizzano. Nessuno ignora, peraltro, che i fantomatici Obiettivi di Sviluppo del Millennio promossi dalle Nazioni Unite, che avrebbero dovuto esser raggiunti entro il 2015, non siano altro che un espediente per ridurre la popolazione mondiale, mentre le migrazioni artificiali devono alterare profondamente la composizione etnica dei Paesi europei, così da sconvolgerne la civiltà millenaria e minarne la coesione sociale.

D’altra parte, che cosa offre ai giovani africani il nostro Occidente malato e decadente? Forse un posto di lavoro dignitoso, una vita sociale equilibrata e serena, un’educazione ai valori superiori diffusi dalla civiltà cristiana? O non piuttosto, per quelli moralmente sani, una spinta a corrompersi dalla propria nativa semplicità o, per quelli già inclini all’illegalità, l’occasione di esser reclutati dalla malavita organizzata? Quanti di loro, essendosi indebitati per pagare il viaggio, sono costretti – se donne – a vendersi per strada o a lavorare gratis a tempo indeterminato per la mafia gestita dai loro connazionali, con la minaccia di orribili ritorsioni sui familiari rimasti in patria o di barbare punizioni che vanno dalle torture ai riti voodoo? Non è forse una nuova forma di schiavitù, questa, e una delle peggiori possibile?

Tutto ciò, d’altronde, non li autorizza certo a darsi a furti, omicidi e stupri, creando in certe regioni un vero e proprio incubo di insicurezza, ulteriormente alimentato dall’impunità di cui godono grazie a magistrati ideologizzati che esercitano il proprio potere in modo del tutto arbitrario. Non parliamo poi dei terroristi che, seppur ben noti ai servizi segreti, penetrano in Europa mescolati ai clandestini per rendersi poi colpevoli di sanguinosi attentati. Un discorso a parte meriterebbero le malattie, in Europa debellate da decenni, ora ricomparse sul nostro suolo, o le pratiche di stregoneria e magia nera (con tanto di sacrifici umani di giovani donne offerte agli spiriti) che si diffondono senza freni, in un momento storico di drammatica penuria di esorcisti ed esperti in materia. In uno scenario del genere, raccomandare un’accoglienza indiscriminata non può non apparire come un comportamento a dir poco irresponsabile, se non assurdo.

Colui che tace completamente in dibattiti di estrema urgenza e delicatezza, come quelli concernenti eutanasia, omosessualismo e utero in affitto, si ingerisce poi in modo inaccettabile nella politica di un Paese sovrano con ossessive rampogne prive di giustificazione nella dottrina morale. Non si accorge che il popolo reale – piuttosto che quello immaginario dei suoi miti – non lo sopporta più, ma lo detesta e maledice? Neanche il basso clero, che ogni giorno è alle prese con i veri problemi del gregge, gli dà più retta; solo i prelati al sicuro nelle torri d’avorio delle curie diocesane e i burocrati delle conferenze episcopali fingono di appoggiarlo, ma per puro opportunismo o per laidi interessi economici. In confronto, sono più onesti i funzionari del governo cinese, che sono dichiaratamente atei e almeno non strumentalizzano in modo vergognoso la Sacra Scrittura, ma si limitano a fare ciò che da loro ci si aspetta: far leva sull’accordo segreto con il Vaticano per soffocare la Chiesa fedele, obbligandone i ministri ad iscriversi all’associazione patriottica.

Si fa fatica a non pensare che tutto questo non rientri in un occulto piano di destabilizzazione mirante all’instaurazione di un potere totalitario, come dimostra la parossistica opposizione all’opera di un ministro che ha frenato gli sbarchi. «Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità – ha osservato il cardinal Sarah in una recente intervista – è pura follia». Non dobbiamo sacrificare la nostra identità cattolica e nazionale «sull’altare dell’Europa tecnocratica e senza patria. La Commissione di Bruxelles pensa soltanto alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione Europea non protegge più i popoli, protegge le banche». Era ora che un uomo di Chiesa parlasse chiaro e dicesse le cose come stanno. Si potrebbe chiosare che l’Unione, in realtà, non ha mai fatto gli interessi dei popoli che la compongono, essendo stata espressione, fin dall’inizio, di un progetto sinarchico che ha suddiviso il mondo in grandi blocchi che si equilibrino a vicenda per evitare il prevalere dell’uno sull’altro, ma siano tutti ugualmente soggetti ai signori dell’alta finanza.

«La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa – rincara il Cardinale guineano –. Se l’Occidente continua per questa via funesta, esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio Paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo». Al contrario di molti accademici e burocrati ecclesiastici, Sarah guarda la realtà per quello che è, suggerendo che l’invasione pianificata miri alla scomparsa dell’Occidente cristiano e alla sua islamizzazione, funzionale all’imposizione di un regime oppressivo. Una collaborazione da parte della Chiesa a tale piano è semplicemente un suicidio, ma forse è proprio questo il compito che l’oligarchia finanziaria ha affidato all’uomo della fine del mondo, che sta facendo di tutto per affondare la nave. È probabile che il crollo della pratica religiosa, come quello dei contributi fiscali alla CEI, lo rallegri anziché angustiarlo. Chiedere al Cielo la sua rimozione, dunque, è quanto mai urgente ai fini della nostra sopravvivenza sia a livello civile che a livello ecclesiale; è ora che lasci il posto a un uomo di buon senso (e di fede cattolica).




sabato 20 luglio 2019


Signore, dacci un papa! / 2




Chi vuole insegnare bene, occorre che metta mano a cose forti. […] Alcuni sono pieni di parole, ma hanno poche azioni (san Bonaventura da Bagnoregio, De septem donis Spiritus Sancti, 5, 13).

Chiedere a Dio di porre fine a un pontificato e di donare alla Chiesa un nuovo papa non è affatto un’espressione di imprudenza, di superbia o di temerarietà. Per chi legga attentamente, la proposta è di offrire preghiere e penitenze «secondo le intenzioni del Cuore Immacolato di Maria, fra le quali c’è sicuramente la riforma e purificazione della Chiesa e, a tal fine, l’elezione di un nuovo Pastore universale che eserciti degnamente il suo mandato». Nessuno si sogna di impartire ordini a Dio né di forzarne la volontà santissima: proprio per non errare, affidiamo tutto alla nostra Mediatrice presso il Redentore, la quale, conoscendo meglio di chiunque altri i Suoi piani e desideri, Gli offrirà ogni nostra supplica e sacrificio per il motivo più opportuno, purificandoli e perfezionandoli come Lei sola sa fare, così da renderli accetti alla Maestà divina. Tuttavia non possiamo certo dubitare che, conformemente al volere del Figlio, anch’Ella voglia che la Chiesa militante esca dalla spaventosa crisi in cui è precipitata, si rinnovi profondamente e torni a splendere di luce celeste sia per il bene dei suoi membri che per la conversione degli infedeli.

In questa prospettiva è lecito dedurre che il Cielo gradisca la richiesta di un sommo pontefice che svolga il proprio ministero in modo adeguato ai suoi fini e non ad essi contrario. Circa le modalità del cambio, naturalmente, lasciamo al Signore assoluta libertà di scelta: come esso debba avvenire, se per decesso, conversione o rinuncia, l’ha già stabilito la Provvidenza, ma il nostro concorso è comunque rilevante, in quanto previsto dall’eternità nella prescienza divina. L’idea di stabilire un termine, poi, non è per niente azzardata, bensì esprime la fiducia di chi, trattando confidenzialmente con Colui che l’ha ammesso alla Sua amicizia, sollecita con urgenza un intervento improcrastinabile, pur rimettendosi totalmente al sovrano giudizio di Lui. Abramo si permise di mercanteggiare un minimo di dieci giusti perché Sodoma fosse risparmiata (cf. Gen 18, 20-32), ma nulla gli impediva di proporre a Dio una data entro la quale attendere la conversione dei suoi abitanti. Una scadenza non mette in pericolo la salvezza eterna delle anime, dato che la misericordia divina offre ad ogni uomo innumerevoli occasioni per convertirsi e che chi le trascura tutte non la merita. Si può persino volere la morte di qualcuno perché eviti di dannarsi o perché, se si danna, la sua pena all’Inferno sia più sopportabile; santa Rita chiese e ottenne dal Signore che morissero i suoi stessi figli.

Non v’è chi ignori, peraltro, il fatto che la crisi è talmente profonda e diffusa ad ogni livello del corpo ecclesiale che, per superarla del tutto, non basterebbe un avvicendamento sul Soglio di Pietro; questo potrebbe essere almeno, però, l’inizio di un processo virtuoso, se la misericordia di Dio ce lo concedesse. È altresì evidente il rischio che dal prossimo conclave esca una figura ancora peggiore, ma proprio per prevenire tale eventualità bisognerebbe perseverare ancor più nella preghiera e nella penitenza. Valutare il presente stato di cose in modo puramente terreno, senza ammettere l’ipotesi che l’Onnipotente possa sorprenderci a dispetto di ogni previsione umana, è contrario alla speranza cristiana. Ho l’impressione che certi “combattenti da tastiera” siano molto propensi a disquisizioni bizantineggianti, ma fatichino poi a trarre dal loro magistero le conseguenze per la vita. Le odierne condizioni della Chiesa e delle anime sono talmente gravi che non ci si può rintanare in comode trincee dottrinali da cui lanciare anatemi che non turbino il quieto vivere, atteggiandosi ad inquisitori implacabili investiti non si sa da chi…

Qualora il Salvatore abbia invece stabilito che è giunta l’ora, per la Sua Sposa, di associarsi alla Sua Passione fino a condividerne misticamente la morte in vista di un successivo trionfo, tutto quel che avremo compiuto sarà servito a renderci atti a sostenere la prova. Per poter salire il Calvario dietro al Maestro e rimanervi saldo accanto alla Madre, il più giovane degli Apostoli stette a lungo, durante la cena, col capo poggiato sul Suo cuore, dal quale attinse – come affermano i Padri – la conoscenza dei misteri divini e – osiamo aggiungere – la forza di non staccarsi da Lui nemmeno sotto la croce. In un modo o in un altro, dunque, le nostre preghiere e penitenze porteranno frutto: se è stabilito che andiamo incontro all’isolamento, all’esilio o anche al martirio, che cosa potrebbe prepararci meglio a tali evenienze? In qualunque caso, le intense e prolungate pratiche di pietà avranno accresciuto la nostra intimità con il Signore, di cui abbiamo comunque bisogno, sia per comprendere bene i Suoi disegni, sia per resistere sino alla fine.

La vita cristiana non è mera militanza politica e ancor meno fanatica violenza religiosa. L’autentico credente è qualcuno che, essendo stato conquistato da Lui, desidera sopra ogni cosa conoscere Gesù Cristo ed è pronto a partecipare alle Sue sofferenze fino a conformarglisi nella morte, così da poter partecipare alla risurrezione gloriosa (cf. Fil 3, 10-12). Anche nel caso in cui la salvaguardia del bene comune o minacce gravissime ai valori irrinunciabili della fede lo costringano ad imbracciare le armi, come avvenne in Vandea all’epoca del Terrore, nel nostro Meridione con le Insorgenze antinapoleoniche o in Messico sotto il regime massonico, a ciò lo spinge lo zelo per l’onore di Dio e per la salvezza delle anime. In altre parole, si tratta di un’estrema manifestazione della carità che arde nei cuori di quanti sono intimamente uniti al Signore e non possono quindi permettere che venga offeso in modo intollerabile, con grave pericolo di perdizione per gli uomini esposti all’errore e allo scandalo in questioni di vitale importanza.

Le conquiste dello Stato moderno (che dovrebbero essere al servizio della sicurezza e della libertà dei cittadini, ma di fatto si risolvono spesso in forme di controllo sempre più invasivo) rendono oggi piuttosto improbabile l’ipotesi di un’insurrezione armata, alla quale mancherebbero oltretutto quei requisiti senza i quali sarebbe inattuabile: virilità, abnegazione, disposizione al sacrificio… Ciò non ci impedisce però di investire le energie morali e spirituali in una crociata di preghiera e penitenza, purché non rimanga un impegno esteriore che non tocchi l’interiorità. Una reale intimità con Dio è la condizione che rende le opere di pietà veramente efficaci sul piano soprannaturale: è solo grazie ad essa che possiamo toccare il Suo cuore e spingerlo ad esaudirci, dato che, quanto più il nostro è infiammato di carità, tanto più ne attira l’amore e ne mobilita le risorse di misericordia. Già questo è dono Suo in quanto effetto dell’azione dello Spirito Santo, ma sta a noi accoglierlo e assecondarlo perché giunga a compimento con la nostra libera collaborazione.

L’esperienza dell’intimità divina ci rende altresì sensibili alle condizioni degli altri uomini: ben lungi dal lasciarci indifferenti alla sua sorte o dal separarcene per egoismo, essa ingenera in noi il tormento per la salvezza del prossimo, acuisce l’inventiva nel trovare i mezzi per conquistarlo, alimenta un’instancabile volontà di procurarne il vero bene. Quand’anche a uno sia impossibile agire in modo diretto a suo vantaggio, come nel caso di chi è malato o in carcere, la preghiera e la penitenza sono ugualmente d’aiuto, hanno anzi una fecondità illimitata nel tempo e nello spazio. Qualunque cosa avvenga, quindi, il nostro impegno avrà giovato alla Chiesa al di là di ciò che siamo in grado di cogliere o di immaginare: dato che camminiamo nella fede, puntiamo lo sguardo sulle cose invisibili (cf. 2 Cor 4, 18). Non ultimo, poiché l’intimità divina è l’essenza della futura beatitudine, lo sforzo di crescere nell’unione con Dio aumenterà i meriti necessari per conseguirla e ce ne farà pregustare un assaggio già in questa vita.

Trafiggi, dolcissimo Signore Gesù, il midollo e le viscere dell’anima mia con la soavissima e saluberrima ferita del Tuo amore, di autentica, serena e apostolica santissima carità, affinché l’anima mia languisca e si strugga sempre soltanto per amore e desiderio di Te, brami Te e agogni le Tue dimore, aneli a sciogliersi dal corpo e a stare con Te. Fa’ che l’anima mia abbia fame di Te quale pane degli Angeli, refezione delle anime sante, nostro pane quotidiano, soprasostanziale, che ha in sé ogni dolcezza e sapore e ogni soave diletto. Che di Te, nel quale gli Angeli desiderano fissare lo sguardo, sempre il mio cuore abbia fame e si nutra e che le viscere dell’anima mia siano sempre ricolme della dolcezza del Tuo sapore; che essa abbia sempre sete di Te quale fonte della vita, fonte della sapienza e della scienza, fonte dell’eterna luce, torrente di voluttà, abbondanza della casa di Dio. Che Te sempre insegua, Te cerchi, Te trovi, a Te tenda, a Te pervenga, Te mediti, Te esprima, e operi tutto a lode e gloria del Tuo nome, con umiltà e discernimento, con amore e diletto, con facilità e affetto, con perseveranza sino alla fine, affinché Tu solo sia sempre la mia speranza, tutta la mia fiducia, la mia ricchezza, il mio diletto, la mia letizia, la mia gioia, la mia quiete e tranquillità, la mia pace, la mia soavità, il mio profumo, la mia dolcezza, il mio cibo, la mia refezione, il mio rifugio, il mio aiuto, la mia sapienza, la mia eredità, il mio possesso, il mio tesoro, nel quale la mia mente e il mio cuore siano fissi e stabiliti e in modo irremovibile sempre radicati (san Bonaventura da Bagnoregio; da meditare soprattutto nei giorni di digiuno).