Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 14 gennaio 2017


Come il chicco di grano



«Che cosa credete che facevamo in seminario?». Questa volta, nonostante le apparenze, non è una vergognosa ammissione. È la candida “confessione” di un giovane sacerdote cui il vescovo ha minacciato la sospensione a divinis qualora si azzardi a celebrare in rito antico. «Lei sa celebrare la Messa tradizionale, Padre?», è stata la spontanea reazione. «Certo, ho imparato durante gli studi. Che cosa credete che facevamo in seminario?». Grandioso. C’è tutto un movimento sotterraneo che sta crescendo silenziosamente fra seminaristi e giovani preti, sotto il naso di quella nomenklatura al potere che come una banderuola, quattro anni fa, ha repentinamente quanto radicalmente cambiato orientamento. Non ci si può opporre a Dio. Ecco i veri segni dei tempi di cui si riempiono la bocca nei loro stanchi ritornelli, che nessuno vuol più sentire. Poi si rompono il capo per capire come mai i ragazzi scappino dalle parrocchie appena ricevuti i sacramenti…

Ci avevano confezionato un nuovo “cristianesimo” facile e piacevole, al passo coi tempi, sensibile ai temi del mondo moderno e alle attese dell’uomo contemporaneo, senza regole, sacrifici, rinunce, penitenze, retaggio di un oscuro Medioevo in totale contraddizione con il Vangelo, quel lieto annunzio di liberazione, pace, gioia, amore e fraternità universale rimasto disatteso per quasi due millenni… Finalmente l’utopia diventava realtà; la Chiesa ritrovava la sua vera identità di rete informale di piccole comunità autarchiche, la liturgia rifioriva nella creatività dell’improvvisazione, Gesù poteva di nuovo passare fra la gente con la sua parola liberatrice e tutti, ortodossi, protestanti, ebrei, musulmani, buddhisti, indù, atei o animisti – che lo gradissero o meno – erano promossi a nostri fratelli. L’attesa escatologica si era miracolosamente compiuta: il “regno” era ormai fra noi, bastava convincersene e farlo sapere agli altri.

Su ciò che non andava, nella Chiesa o nel mondo, bisognava solo chiudere gli occhi; se proprio non era possibile, la soluzione era derubricare a debolezza o anomalia quanto fino allora considerato peccato, aggiornando l’arretrata morale cattolica alla luce degli ultimi dati della psicologia e della sociologia. Chi, nonostante l’arrivo dei tempi messianici, commetteva ancora crimini assolutamente inammissibili andava paternalisticamente compatito come qualcuno che non aveva capito la verità e a cui, di conseguenza, si sarebbe dovuto spiegare perché sbagliava. La fede coincideva con le giuste idee che assicuravano la salvezza – una salvezza del tutto terrena che si riassumeva in un vago benessere psichico conseguente al superamento delle alienazioni contemporanee. Nessuno, a quanto pare, s’era avveduto che quelle alienazioni derivavano proprio dall’abbandono della fede ricevuta e dei suoi modi tradizionali di esprimersi e nutrirsi.

Come meravigliarsi che questo “cristianesimo” nuova versione non dica più niente a nessuno? Come stupirsi che questo suo surrogato artificiale e posticcio risulti sempre più irritante e noioso, se non quando è oggetto di irrisione o di disprezzo? Abbiamo usato il nome di Dio invano, in modo da farlo bestemmiare e da rendere la fede irrilevante. Ciò che non costa nulla, ciò che dovrebbe venire spontaneo non appena se ne parli… non riveste il minimo interesse, eccetto per quelli che scelgono deliberatamente di vivere nell’illusione e di sostituire la realtà con l’immaginario della loro fantasia di persone immature. Tolti pochi individui di buona volontà sinceramente impegnati, ma spesso irretiti dall’ideologia loro inculcata, le parrocchie rigurgitano di gente che si agita per farsi notare sul miserabile palcoscenico della “pastorale creativa” o per realizzare improbabili progetti partoriti da una mente contorta in una curia diocesana.

Ma ecco che proprio quanto era stato irreversibilmente bandito come espressione di una religione crudele, retrograda, alienante e oscurantista ritorna a poco a poco a galla, senza far rumore. Non sono nostalgici o fondamentalisti a riesumarlo, ma adolescenti e giovani che scoprono che esiste qualcosa di serio per cui valga la pena vivere ed eventualmente consacrarsi. Ciò che costa sforzo e sacrificio deve aver valore – e la vita va pur spesa per qualcosa che abbia valore. Il soffocante nichilismo attuale non è imputabile esclusivamente agli indirizzi filosofici della modernità, ma anche al fatto che tutta una generazione di preti e religiosi gli ha spalancato le porte della Chiesa. Si può pure comprendere, con l’occhio dello storico, il loro personale disagio esistenziale in un’epoca segnata da profondi stravolgimenti politici, culturali ed economici, ma visti i risultati non si può certo dire che le loro scelte siano state vincenti. Sarebbe tempo di ammetterlo…

«Che non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio» (At 5, 39). Perché i grandi esperti della Parola fanno così fatica ad attualizzare ciò che li concerne? Forse perché questo li obbligherebbe a convertirsi? Eppure «tutti dobbiamo comparire dinanzi al tribunale di Cristo» (2 Cor 5, 10)… e non vengano a raccontarci che questa è soltanto un’espressione pedagogica da demitizzare. È consolante costatare che, per molti seminaristi attuali, Bultmann, Rahner, Teilhard de Chardin e compagnia sono illustri sconosciuti o tutt’al più oscuri nomi che trovano giusto nei libri. Il vento autunnale porta via le foglie secche; poi, sotto la soffice coltre di neve, il frumento gettato nel terreno germoglia e cresce di nascosto, ma deve necessariamente spuntare e svilupparsi fino alla messe. «Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4, 35).

Per vederli, basta avere occhi non bendati dall’ideologia, ma rischiarati dallo Spirito. I giovani amanti della Tradizione non sono rigidi o insicuri, ma persone che si stanno realmente liberando dalle alienazioni indotte da una cultura perversa cui la “nuova chiesa” ha fatto da cassa di risonanza. Quando le deficienze inerenti alla natura umana decaduta o – peggio – le patologie di una società malata, sotto l’influsso della psicanalisi, sono considerate parte integrante dell’ordinario (e quindi inevitabile) funzionamento dell’uomo, si rischia davvero di alienarsi di brutto. Se uno si sente dire, in seminario o in convento, che non solo non si può fare a meno di un’attività sessuale, ma che l’impurità e le perversioni sono comuni a tutti, non potrà mai coltivare la castità, a meno che, per una grazia singolare, non si accorga dell’inganno. Rifiutarsi di essere manipolati non è indice di rigidità mentale, ma segno di libertà interiore e di consapevolezza del pericolo.

Avanti, dunque, senza paura! Sono lor signori che temono giovani svegli che non abboccano più. Sanno benissimo che, se si applicasse realmente il Summorum Pontificum, la situazione sfuggirebbe loro di mano: l’assiduità alla vera Messa dissolve la soggezione a un sistema totalitario impostosi con una colossale manipolazione collettiva di cui il novus ordo è il principale strumento. Chi celebra o assiste al divin Sacrificio nella forma che ci è stata consegnata, piuttosto che in quella inventata a tavolino per compiacere protestanti e massoni, comincia a sentirsi come un re che ha ricuperato i suoi domini. Più questa partecipazione è gravosa o rischiosa, più abbondante ne è il frutto spirituale. Lancio dunque un appello ai seminaristi e ai giovani sacerdoti: fatelo sempre di più – magari di nascosto, ma fatelo. È paradossale doversi esprimere così, ma che volete: è tutto capovolto. Soprattutto consacrate voi stessi e le vostre comunità al Cuore immacolato di Maria: sarà Lei a far crollare il sistema (come ha già fatto con l’impero sovietico), ma vuole servirsi di voi.


sabato 7 gennaio 2017


La terza via



La crisi nella Chiesa è talmente grave che i sani dovrebbero far quadrato. È vero, senza ombra di dubbio. Tuttavia, se mi soffermo a osservare i difetti di certi ambienti tradizionalisti, non è per il gusto di “fare le pulci” agli altri, ma per segnalare gravi pericoli che nascono da un’impostazione tendenzialmente settaria e dall’isolamento in cui si sono deliberatamente rinchiusi. Non si tratta di piccole magagne o di dettagli di secondaria importanza, bensì dell’essenza stessa della vita cristiana; la posta in gioco è l’essere realmente sani dal punto di vista soprannaturale.

L’adesione alla verità oggettiva non può prescindere completamente dalle condizioni del soggetto che deve conoscerla e praticarla. Una tendenza eccessivamente spiccata all’astrazione finisce col perdere di vista la realtà concreta delle persone, che è evidente al semplice buon senso. Un sistema di pensiero apparentemente perfetto (perché ogni cosa è incasellata in un posto preciso e ogni problema ha una soluzione prestabilita) rischia di passar sopra le situazioni effettive degli individui e della loro epoca storica, inquadrandole in una bella cornice ma lasciandole sostanzialmente come sono. Tali considerazioni non sono un cedimento allo storicismo, al relativismo o al soggettivismo, ma una semplice professione di sano realismo.

La tendenza oggettivante e astraente, tipica dell’uomo, legata alla sua propensione a porsi di fronte al mondo come a una realtà da conoscere e trasformare in base alle sue necessità e interessi, ha bisogno di essere contemperata dal senso della vita caratteristico della donna, il cui temperamento materno la rende sensibile alle condizioni delle persone, ai loro bisogni e alle aspirazioni che le abitano. «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2, 18): è molto più di un problema di solitudine, è un’esigenza di reciproco completamento. L’essere umano ha pure bisogno, viceversa, di un padre che, distaccandolo dalla madre, lo renda capace di un’esistenza autonoma e di un giudizio che non sia assoggettato ai sentimenti o alle emozioni.

L’equilibrio tra i due atteggiamenti è un’arte che si apprende alla scuola di Gesù e di Maria. Anche l’esercizio del ministero sacerdotale deve comporre armonicamente in sé tratti paterni e materni per poter realmente generare, nutrire ed educare le anime alla vita divina; un eccesso in un senso o nell’altro è comunque deleterio. La scomparsa del padre è un fenomeno che accomuna la società e la Chiesa odierne; di qui la deriva nel sentimentalismo soggettivo, in convincimenti personali tanto arbitrari quanto ottusi e pertinaci, in ambigui e asfissianti rapporti di fusione o di ricatto… È il trionfo di una “maternità” abusiva e deformata che soffoca i propri figli.

Là dove invece prevale un sistema unilateralmente mascolino, le cose non vanno necessariamente meglio per il semplice fatto che si evitano le deviazioni appena menzionate. In questo caso, infatti, la dottrina cristiana rischia di trasformarsi in un’arida costruzione intellettuale che può compiacere l’intelligenza, ma non è realmente accolta nel cuore così da poter plasmare la coscienza; il culto e la preghiera possono ridursi a mera esecuzione di riti e di formule che, per la freddezza e il distacco di chi la compie, si risolve facilmente in una disastrosa controevangelizzazione, specialmente dei più giovani; la vita morale può assumere i contorni di un’indifferente ottemperanza a una disciplina esteriore, che scade rapidamente nell’ipocrisia e nel cinismo. Per crescere in una vita genuinamente cristiana non basta conoscere a memoria gli asserti del catechismo o applicare un metodo di valutazione morale come si trattasse di un’equazione matematica.

Sono forse vaghi rischi o questioni marginali, queste? Chi legge giudichi. Se qualcosa di buono la modernità ha portato, è una maggiore consapevolezza dell’importanza del soggetto, anche nella vita di fede. Riconoscere questo è forse un’apertura al modernismo? Non mi sembra proprio. È piuttosto un’esigenza di fedeltà a quella verità rivelata che deve essere accolta in profondità da persone reali, non da puri spiriti o da astratte entità mentali. L’esigenza “maschile” di obiettività richiede che essa sia presentata per quello che è, non per quello che piace a chi parla o a chi ascolta; l’attenzione “femminile” alle condizioni concrete dei destinatari spinge a cercare il modo più adatto perché essa sia effettivamente recepita e compresa in modo vitale.

L’esperienza bimillenaria della Chiesa, nonché quella diretta di ogni buon evangelizzatore, lo conferma. Non si sono mai ottenuti buoni risultati asfaltando le menti di formule e precetti; sotto lo strato di bitume le male erbe continuano a svilupparsi indisturbate, fino a forarlo… e il giorno in cui questo accade, amare sono le sorprese, specie nella vita di un sacerdote o di un consacrato. È forse meglio – obietterà qualcuno – che l’esistenza di un cattolico (chierico, religioso o laico) sprofondi direttamente nel marcio per l’assenza di qualsiasi regola? Non intendo certo questo: evidenziare un inconveniente non significa approvare quello opposto; vorrei soltanto, se possibile, trovare una via equilibrata. È faticoso, certo, ma chiunque abbia a cuore la salvezza delle anime non se ne può esimere. Tra lo sbraco e l’indottrinamento, perché non tentare con la persuasione?

È indubbio che la liturgia tradizionale trasmetta la fede integra, renda a Dio il culto che gli è gradito e sia più efficace per il bene spirituale dei fedeli; in una parola, è il baluardo della vera religione. Ma mezzo secolo di mistificazioni non si cancella in un attimo. Le persone hanno bisogno di tempo – nonché di una grazia del tutto speciale – per modificare le prospettive e le coordinate della mente e del cuore; chi scrive lo sa per esperienza personale. Vogliamo essere meno pazienti del buon Dio e costringere la gente a un salto mortale? Siamo sicuri che ce la faranno o che, al contrario, non abbandoneranno l’impresa scoraggiati senza neanche la possibilità di tornare a ciò che avevano prima, di cui avremo fatto terra bruciata? La responsabilità è troppo grande; la Chiesa non è una piccola élite riservata a chi ha una buona dose di intellettualismo e di volontarismo – ammesso che capisca qualcosa all’infuori delle istruzioni che riceve in vernacolo, costretto perciò, sospeso com’è sul vuoto, ad aggrapparsi ad esse senza altri appigli… Non credo che il Signore voglia soldatini impassibili e manovrabili a comando: Gloria Dei vivens homo.

Non si tratta di salvare capra e cavoli, ma di cercare una via che sia accessibile al maggior numero possibile di anime. Non si possono mettere i fedeli davanti all’alternativa: o la Messa tradizionale o niente, così come non si può accusare indistintamente tutta l’attuale gerarchia cattolica di essere modernista e di celebrare in modo da far perdere la fede alla gente. È vero che le omissioni presenti nel novus ordo, a lungo andare, possono intaccare la fede fino a dissolverla, specie a causa dello stile celebrativo più diffuso; ma a chi non è in grado di fare subito il salto non si può offrire altro che la nuova Messa celebrata con la mens e lo stile dell’antica (e già questo, per molti, è un trauma). Ci vuole un’infinita pazienza per operare come, del resto, fa Dio con ognuno di noi, prendendo ciascuno per mano là dove si trova e conducendolo, al suo passo, verso il meglio; di colpo non ce la farebbe. Non poniamo perciò alla grazia limiti troppo stretti, come se la sopravvivenza della Chiesa dipendesse da ciò che facciamo noi: il Salvatore è uno solo e la Sposa appartiene a Lui.


sabato 31 dicembre 2016


In vetere novum


Un anno si chiude con la rovina dei progetti criminali dell’Occidente in Siria, la cui regia sionista non può essere taciuta. Sei milioni di sfollati e un quarto di milione di morti, secondo le stime: alla “sicurezza” di Israele può bastare? La bestia nera, poco prima dell’estremo rantolo, sta assestando le ultime zampate per puro spirito di vendetta, fino a prendersela con il coro dell’armata russa; una potenza troppo rozza per apprezzare l’arte sa solo gettare bombe, addestrare tagliagole armandoli fino ai denti e ordire finti incidenti o falsi attentati. Sul fronte opposto la strategia dell’intelligenza, portata avanti con nervi saldissimi, perseveranza imbattibile e una forza di volontà inossidabile, ha avuto ragione di una coalizione di potenza economica e militare ben superiore. La forza usata con finezza, puntualità e parsimonia ottiene ben di più che aggressioni brutali, se non irrazionali.

Il 2017 vedrà finalmente la consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria? Ci vorrebbe un miracolo, ma non è mai detto. In ogni caso, sembra proprio che il dispiegamento del “nuovo ordine mondiale” abbia incontrato un intoppo considerevole. Se gli occidentali persistono con le provocazioni, potremmo presto sperimentare l’efficienza di un esercito che ha ribaltato le sorti del Medio Oriente. Non ci auguriamo certo un’occupazione per il semplice gusto di vedere com’è, ma se non altro ci sbarazzeremmo di tanti parassiti che “governano” l’Europa per conto terzi, per non parlare degli ecclesiastici apostati che potrebbero ricevere una buona lezione di ortodossia… Se – da quanto si dice – il clero russo si distingue per sete di denaro e di potere, almeno sulla fede non traligna (cosa che preserva da altri vizi, più diffusi nel clero modernista).

Da noi ci hanno convinto che ci si può convertire e seguire Cristo senza rinnegare il peccato né iniziare a combattere i propri difetti. A seconda del movimento cattolico che uno sceglie, per essere cristiani sembra che bastino forti emozioni religiose, oppure un’aggiornata formazione intellettuale, oppure ancora interminabili scambi di vedute con il pretesto di ascoltare la Parola… Si propongono cicli di catechesi che durano anche anni, ma in cui non si sfiorano nemmeno i nodi centrali del cambiamento di vita; mai si insegnano le antiche prassi, utili a correggersi e mortificarsi onde poter purificare il cuore e imparare a cooperare con la grazia in modo reale, piuttosto che a chiacchiere. Lo sbrodolarsi addosso con i propri sproloqui compiaciuti è diventato la suprema virtù; poi poco importa che i peccati mortali siano ancora ammessi o tollerati.

Il paradosso è che questo nuovo “cristianesimo” fatto di valori pensati e discussi, in cinquant’anni, si è sedimentato in una sorta di nuova “tradizione” che per molti è ormai normativa; di conseguenza si tende ora a considerare “conservatore” chi si affanna a difenderla, per quanto sia un’invenzione del tutto recente, mentre chi coltiva la Tradizione di sempre appare come un marziano… Il dramma di molti gruppi e comunità di fedeli, oggi, è che l’incessante evoluzione inerente al modernismo, che con questo pontificato ha conosciuto un enorme balzo in avanti, rende obsoleto quanto fino a ieri era il loro cavallo di battaglia, il fondamento della loro identità, la ragion d’essere della loro aggregazione. Per non andare in crisi, allora, l’unica alternativa è soffocare ogni domanda e buttarsi a corpo morto nel franceschianesimo – e guai a chi mi rimette dei dubbi, non ho più nient’altro a cui aggrapparmi nella vita spirituale.

Chi invece ha il coraggio di provare la sola novità credibile (ossia il ritorno a ciò che ci è stato consegnato dal passato), senza curarsi dei giudizi e dei commenti di quanti hanno camminato con lui fino a quel momento, ritrova di colpo luce, pace e orientamento. Certo, è una grazia che non a tutti è concessa; per questo non è giusto abbandonare i vecchi compagni di viaggio al loro destino. Ma è pur vero, viceversa, che la grazia chiede di essere accolta; ogni volta che qualcuno lo fa, il dono ricevuto comincia silenziosamente a irradiarsi, impregnando per osmosi il suo ambiente e attirando altri alla stessa scoperta. Quando una persona è ben disposta, il rito antico le parla anche senza una comprensione letterale dei testi: si capisce da dentro, come mi confidava una fedele poco prima di Natale. Non è più un martellamento di idee che dall’esterno ti devono convincere, ma una realtà che si comunica interiormente a chi è aperto.

All’epoca della mia adolescenza e giovinezza, gli ambienti chiesastici conoscevano un solo imperativo: sensibilizzarsi ovvero coscientizzarsi (che brutto neologismo!). Bisognava avere tutti le idee giuste secondo le quali cambiare il mondo; la liturgia non era altro che un pretesto o un veicolo per la loro diffusione. Ma le idee cambiano continuamente, sospinte come schiuma dalle onde di questo mondo liquido e fluttuante; così oggi non si predica più la promozione umana nei Paesi del Terzo Mondo, bensì l’accoglienza senza limiti e il presepe multiculturale… Ci si sente buoni perché si dà ascolto ai comizi clericali e qualche spiccio alla mafia che sfrutta i poveri immigrati, dopo averli strappati alle loro case e sbarcati qui da noi. Che dire poi di un papa mancato che – come se non bastasse – ha il chiodo fisso del meticciato e lo infila dappertutto? È proprio un’altra religione, funzionale al Piano Kalergi; è un po’ tardi per accorgersene, ma meglio tardi che mai.

Negli ultimi decenni, anche nella Chiesa, ne abbiamo viste e sentite tante, se non troppe… Siamo stufi di quelle novità che invecchiano dopo appena qualche anno e devono quindi essere sostituite da altre “novità” già viste, come nel ciclo della moda. Rifugiamoci davanti al presepe (tradizionale), che non hanno potuto proibirci di allestire in casa nostra, e abbandoniamoci alla dolcezza che il Dio Bambino riversa su chi ha la grazia di conoscerlo. Adoriamolo quale Agnello innocente che si offre per noi sull’altare e lasciamo prorompere dal nostro cuore la tenerezza e la gioia di amarlo. È una piccola pregustazione dell’eternità, per donarci la quale si è incarnato. Qualunque cosa ci riservi il nuovo anno, là troveremo una forza e una pace inesauribili. Il Cuore immacolato di Maria infonda nelle nostre anime il gusto soprannaturale della penitenza e della riparazione, preparandole così alla battaglia che ci attende. Il nuovo anno sarà come Dio vuole… e come anche noi lo renderemo.

sabato 24 dicembre 2016


Un bambino nato per soffrire

Fu offerto in sacrificio quando nacque (sant’Atanasio).

Il Figlio di Dio, infinitamente santo e assolutamente impassibile, si è fatto figlio dell’uomo per poter riparare la colpa di Adamo e tutte quelle – innumerevoli – che ne sono scaturite e continuano a scaturirne. È nato per prendere su di sé tutti i peccati della storia e offrirsi a Dio in espiazione al posto nostro, Lui perfettamente innocente e, al contempo, capace di un atto redentivo di infinito valore. I santi Padri scorgono nelle durezze della Natività un’anticipazione della Passione salvifica: il Re dei re ha cominciato a patire fin dalla Sua venuta al mondo per liberare l’umanità peccatrice dal potere del male. È evidente che, se quest’ultimo non è ancora scomparso dalla terra, ciò non è imputabile ad un Suo eventuale insuccesso, ma al fatto che, nonostante l’inaudito e immeritato atto di misericordia da parte del Padre celeste, noi continuiamo a disobbedirgli.

Che i bambini soffrano e muoiano è un fatto che strazia il cuore, ma la cui spiegazione ci è ben nota dalla Rivelazione. Le malattie non sono altro che una delle stimmate della natura umana decaduta in conseguenza del peccato originale. A questo, tuttavia, bisogna aggiungere che mai le offese a Dio avevano raggiunto la gravità e la frequenza di oggi – e questo non può non ricadere sulla vita di tutti indistintamente, dato che è l’ordine stesso della creazione ad essere sistematicamente violato. I peccati contro natura elevati ad istituzione dello Stato, l’aborto considerato un diritto umano, la soppressione dei malati terminali camuffata da compassione… ce n’è a iosa per giustificare flagelli e calamità che si stanno compiendo in misura ancora irrisoria rispetto a quel che meritiamo. Se non ci piace che i bambini soffrano, cominciamo a far meno peccati.

Ma questo meccanismo riparatore, che colpisce indiscriminatamente colpevoli e innocenti, non è più soltanto un’ineluttabile necessità metafisica, da quando il Verbo divino, incarnandosi per morire su una croce, l’ha assunto in Sé con l’umanità dei peccatori per imprimergli valore e dinamica di redenzione. La sua carne è santissima, ma è la stessa di chi ha peccato: grazie a Lui, vero Dio, si realizzerà ciò che all’uomo è impossibile; da Lui, vero uomo, Dio otterrà ciò che Gli è dovuto. Questa sarebbe somma ingiustizia da parte del Padre? Solo per chi è totalmente estraneo al mistero cristiano e vede la realtà da raso terra; per proferire una bestemmia del genere bisogna esser privi della fede cattolica, cosa che rende inabili a qualsiasi ufficio nella Chiesa. Che dire poi se quegli, omettendo le risposte che pur conosciamo da ben duemila anni, scandalizza i piccoli e i grandi, distruggendo la fede in milioni di persone? Meglio sarebbe per lui che gli si mettesse al collo una macina e fosse gettato in mare – parola del Verbo incarnato e crocifisso.

Associati all’Agnello innocente nato dall’Agnella immacolata, ancora oggi i bambini soffrono per la salvezza delle anime, di quelle anime renitenti alla verità e alla grazia che persistono nell’offenderlo in modo gravissimo; in particolare, soffrono per la conversione dei falsi cattolici che lavorano per il nemico e per quella dei cattivi Pastori, i quali, anziché denunciare il male com’è loro dovere, lo avallano compiacenti. «Se voi soffrite è anche per colpa mia», avrebbe dovuto rispondere il signore vestito di bianco a colei che lo interrogava con la speranza di essere sollevata anziché demolita, nella sua già terribile prova. Ma questa è fantascienza… Il giorno di Natale bisogna andare tutti in piazza a gridargli sotto la loggia: «Vattene! Hai abbondantemente passato il segno e colmato la misura. Lascia il posto a qualcuno che, almeno, non bestemmi come te». Visto che ci ha già pensato da sé, ma è indeciso riguardo al momento, potrebbe pure convincersi che è arrivato.

A quanto pare quel tale – come acutamente osservato da un lettore – ritiene Dio responsabile del male e della sofferenza in quanto ha creato il Principe delle tenebre. Questa convinzione gli fa evidentemente dedurre che Egli sia ora “costretto” ad essere misericordioso oltre ogni giustizia e a condannare unicamente coloro che rifiutino espressamente il perdono. Ma come Lo si può pregare? La causa di tutti i guai sarebbe proprio Lui, non il cattivo uso del libero arbitrio da parte delle creature che ne sono dotate, prima gli angeli e poi gli uomini. La responsabilità di questi ultimi non sarebbe così semplicemente attenuata dall’inganno demoniaco, ma praticamente annullata; in questa prospettiva la giustizia vorrebbe che fossero tutti completamente scagionati. Se traiamo le estreme conseguenze da simile argomento, chi violenta un bambino è anch’egli una vittima di quel Dio che non gli ha impedito di farlo; poco importa se ha deliberatamente trasgredito i Comandamenti divini, ignorando ostinatamente qualsiasi richiamo della coscienza e della Chiesa e giustificando le sue condotte trasgressive in un crescendo di gravità che, con l’aiuto della grazia, avrebbe pur potuto frenare prima di esserne travolto, se solo avesse voluto…

Ma, se la divinità pagana partorita dalla mente del signore in bianco è un mostro di incoerenza e di perfidia, l’essere umano è da lui pensato – da quanto è dato arguire – come un ebete del tutto incapace di autodeterminarsi. Ecco l’esito finale della rivoluzione culturale avviata da un frate in crisi che, per la sua pervicace ribellione, sprofondò nella depravazione e finì col darsi la morte per il disgusto che aveva di se stesso. Quando, per risolvere un problema personale, si butta tutto per aria pretendendo di essere l’unico ad aver capito qualcosa nella Chiesa, i frutti non possono certo essere buoni, specie se la propria rivolta viene a intrecciarsi con fattori politici, sociali e finanziari. L’unica differenza, oggi, è che quei semi perversi sono giunti a piena maturazione: la pretestuosa “riforma” luterana sta mostrando pienamente il nichilismo che ne è all’origine, ma – paradossalmente – dall’alto di quella stessa Sede che il ribelle voleva distruggere.

Suprema vendetta del diavolo? Forse. Ma anche quella, come già la sofferenza dei piccoli, è assunta e integrata nel piano di Colui che è infinitamente santo, sapiente e misericordioso. Non sappiamo che cosa voglia trarne, ma ci fidiamo comunque. Un amato confratello che si firma Cesare Baronio (con il nome del grande cardinale discepolo di san Filippo Neri) ci offre un aiuto prezioso con una luminosa intuizione di fede, di cui lo ringraziamo dal profondo del cuore: «Nell’economia della Provvidenza, anche questo momento di gravissima crisi ecclesiale, come avvenuto in passato, potrebbe rivelarsi un’occasione per far rinascere nei fedeli e nella Gerarchia un nuovo slancio di fedeltà alla dottrina, di zelo apostolico, di riscoperta della spiritualità e dell’ascesi, di impegno pubblico per l’affermazione della Regalità di Cristo e della Madonna nella sfera sociale. Anche qui  senza fraintendimenti  si potrebbe dire del Concilio e di Bergoglio: o felix culpa!, se gli errori odierni sono premessa ad un ritorno dell’antico fervore, della santità di vita, dell’eroismo cristiano».
 

sabato 17 dicembre 2016


Strettamente confidenziale


Chiedete e vi sarà dato (Mt 7, 7).

Silenziosamente, la fronda ecclesiale si allarga sempre di più. È un movimento sotterraneo, ma decisamente trasversale: si estende dalla “base” (preti e fedeli esasperati dal clima di crescente confusione e disorientamento) ai vertici dei sacri palazzi (quella “corte” pontificia in cui vige un regime di terrore), passando per molti teologi e uomini di pensiero che non riescono a digerire la palese assurdità di talune esternazioni. A quanto pare, nonostante gli strali lanciati per interposta persona, l’onesta e doverosa contestazione dei quattro Cardinali sta coagulando attorno a loro, sebbene con discrezione, un consenso sempre più ampio. Da confidenze raccolte fra chi lavora all’interno delle mura leonine risulta che perfino dei fedelissimi come Becciu e Parolin cominciano a lasciar trapelare delle perplessità sull’operato del monarca, il quale può pure ripetere fino alla noia di non considerarsi un principe rinascimentale, ma di fatto si comporta proprio come tale, con una disinvoltura che rasenta, anzi, la spudoratezza che contraddistingueva le cariatidi del compianto regime sovietico. Il povero padre Lombardi non è andato in pensione: si è dimesso perché non ce la faceva più a dover mettere delle pezze ogni santo giorno; i gesuiti stessi – tolto il mitico direttore della [olim] Civiltà Cattolica, sfegatato propagandista del nuovo corso – riguardo all’elezione del loro confratello sussurrano in privato di «incidente di percorso»…

Nel prendere controvoglia possesso della residenza estiva, oggi ridotta a museo, il novello sovrano, parlando in pubblico, si era lasciato sfuggire che il suo pontificato non sarebbe durato più di due o tre anni, al massimo quattro. La dichiarazione, riportata dai giornali, sarà poi smentita, ma c’è chi l’ha udita con le proprie stesse orecchie. In una conversazione privata con un sacerdote, inoltre, a proposito del Papa emerito il successore si era addirittura lanciato in una profezia sibillina: «Non sarà l’ultimo». Sempre da fonti interne si sa peraltro che, nell’agenda del 2017, non era previsto alcuno spostamento papale, finché non è stato di recente annunciato il viaggio a Milano, fissato al prossimo 25 marzo. Dipendono da variazioni di umore, tutte queste fluttuazioni, o rispondono a una sopraffina strategia di destabilizzazione mentale ed emotiva dell’orbe cattolico? Di sicuro, in questo modo, il tiranno tiene tutti sulla corda; ma, al sicuro come siamo nel Cuore immacolato di Maria, grazie al Cielo non ci lasciamo più coinvolgere.

«Dio sa, Dio vede, Dio può», mi scriveva un amico qualche mese fa. Con l’aiuto della grazia, facciamo quel che possiamo per mantenere la rotta e aiutare altri a farlo, sapendo però che è Gesù a tenere saldamente il timone. Prestiamo dunque con prontezza e costanza la nostra collaborazione alla Sua opera, ma con la serenità di chi sa bene che il Salvatore è Lui. Sul piano della natura non abbiamo certo i mezzi per contrastare i “poteri forti” che controllano il pianeta e la Chiesa stessa. Non è, questo, un fatto degli ultimi anni. Con una sincronia quanto meno sospetta, la crisi di Cuba, che si preparava da mesi, scoppiò pochi giorni dopo l’inizio del Concilio Vaticano II, provocata dall’installazione di missili che i sovietici non avrebbero potuto fabbricare senza la vendita, da parte degli americani, della tecnologia indispensabile allo scopo. Papa Roncalli, con il suo intervento pacificatore, si procurò un vastissimo plauso internazionale, che delegittimò previamente chiunque avesse voluto criticare la sua indebita condiscendenza verso gli atti rivoluzionari che avevano già dirottato l’assise conciliare in senso modernista.

C’è una strana somiglianza con l’appello alla preghiera per la pace lanciato da Bergoglio ai primi di settembre del 2013, che avrebbe disinnescato la globalizzazione del conflitto siriano: il medesimo copione dello scontro provocato ad arte (come la farsa della guerra fredda) per creare la psicosi di un’altra guerra mondiale; il medesimo tempismo dell’intervento pontificio (che avrebbe salvato il mondo da un orribile olocausto) in coincidenza con un assalto demolitore alla Chiesa. Poco più di un mese prima il nuovo papa aveva sconvolto tutti con cinque parole dalle conseguenze storiche («Chi sono io per giudicare?»); due settimane dopo uscì la devastante intervista sulla rivista dei gesuiti e, a pochi giorni di distanza, quella, ancor più spregiudicata, rilasciata ad uno dei maggiori propagandisti dell’anticristianesimo. Anche in questo caso, il credito planetario del dissolutore era allo zenit. Se poi si considera come quelle dichiarazioni eversive siano state puntualmente poste in atto, in un attonito silenzio – fino a tempi recenti – pressoché generale…

Il liquidatore, dunque, è forse prossimo al pensionamento, avendo esaurito il compito assegnatogli da occulti mandanti? Sta forse per passare la palla ad un altro esecutore come negli avvicendamenti governativi di casa nostra, che nonostante la chiara delegittimazione popolare procedono inesorabili nella stessa direzione? Il boy scout fiorentino ha lasciato il posto al pariolino radical chic dei salotti buoni, dove son di casa draghi e vampiri; da buon sessantottino, frequenta l’oligarchia finanziaria che governa il mondo e, come ministro degli Esteri, ha concesso autorizzazioni per la vendita di armamenti che hanno permesso di triplicare il fatturato in un solo anno, senza peraltro rendere conto alla Camera circa la loro destinazione finale. A parte questo trascurabile dettaglio, sotto i diktat della Banca Centrale Europea la perversione diverrà materia di insegnamento anche nella scuola italiana, troppo arretrata rispetto a quella degli altri ventisei.

Se nella Chiesa avvenisse qualcosa di simile, un’altra abdicazione sarebbe una catastrofe. Non è certo per aprire il varco a un guastatore peggiore né per aggravare il picconamento del Papato che auspichiamo un ritiro, ma unicamente perché, sul piano umano, non vediamo altra via d’uscita da questa tragica commedia, pur essendo ben coscienti dell’ulteriore rischio che correremmo. Ma – secondo la vecchia sapienza dei proverbi – il diavolo fa sempre pentole sprovviste di coperchi, mentre i nemici di Dio fanno i conti senza l’Oste. Volesse il Cielo che quelle dimissioni, prospettate con tanta disinvoltura da far pensare a un preciso programma, fossero usate dalla Provvidenza per cambiare le carte in tavola e imprimere un nuovo corso alla storia! Dio sa, Dio vede, Dio può… e ascolta le preghiere dei Suoi eletti che gridano a Lui giorno e notte.