Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 21 luglio 2018


Dentro l’ovile… nonostante tutto



Porro filii Heli, filii Belial, nescientes Dominum neque officium sacerdotum ad populum […] retrahebant homines a sacrificio Domini. Erat ergo peccatum eorum grande nimis coram Domino (cf. 1 Sam 2, 12-13.17).

La citazione non è letterale, ma un po’ ad sensum. Pur narrando una vicenda dell’antica storia di Israele avvenuta nell’XI secolo a.C., essa si attaglia però perfettamente al nostro tempo. A Silo, che all’epoca dei Giudici ospitava l’arca dell’alleanza e fungeva quindi da santuario nazionale del popolo eletto, l’anziano sacerdote Eli, per ignavia o debolezza, si asteneva dal correggere gli odiosi abusi con cui i due figli Cofni e Pincas, anch’essi ministri di Dio, violavano sistematicamente la legge divina e angariavano i fedeli. L’autore sacro non esita a chiamarli, per la colpevole ignoranza riguardo al Signore e al loro compito sacerdotale a favore del popolo, figli del diavolo. Ma davanti a Dio il più grave peccato da essi commesso era quello di scoraggiare i fedeli, con la loro condotta, dall’offrire sacrifici a scopo di adorazione, espiazione, impetrazione e ringraziamento.

Quanti cattolici, oggi, sono allontanati dal Sacrificio del Signore da chierici che lo deturpano e profanano con le loro ridicole invenzioni, sacrileghe irriverenze, diseducativi atteggiamenti da turpi commedianti… Oltre a offendere Dio in modo gravissimo, essi privano i fedeli di un bene immenso a cui hanno – se sono in stato di grazia e nelle dovute disposizioni – un sacrosanto diritto. Non basta che la Messa sia valida, se tutto il contesto ne offusca o smentisce il significato e il valore. Per agire così quei ministri, evidentemente, non conoscono né il Signore né la natura del loro stato e della loro missione. Questa ipotesi è spesso confermata dai contenuti aberranti della loro predicazione, che sembra ignorare finanche gli elementi basilari della dottrina cristiana e sposare in modo del tutto acritico qualsiasi assurdità del pensiero dominante.

Questi sono i frutti di una formazione determinata più dall’arbitrio dei superiori che da studi seri e accurati, spesso fatti oggetto di disprezzo in nome di una pastoralità a dir poco schizofrenica. Dopo che per decenni i sedicenti “teologi della liberazione”, palesemente eretici, hanno impunemente sparso i loro esiziali errori distruggendo la fede in milioni di cattolici, l’anno scorso un presule latinoamericano – tanto per fare un esempio – ha inaspettatamente ripescato quel canone del Codice che condanna i delitti di eresia, apostasia e scisma. Nei confronti di chi? Di un attardato epigono dei libertadores? Ma neanche per sogno! In quelli di un sacerdote che, nell’esercizio del suo ministero, si è semplicemente attenuto alla dottrina cattolica concernente i sacramenti del Matrimonio e dell’Eucaristia e ha difeso la propria posizione dinanzi al vescovo e al suo sinedrio.

La principale motivazione addotta nel decreto di sospensione a divinis è il fatto di aver contestato, in pubblico e in privato, «l’insegnamento dottrinale e pastorale del Santo Padre Francesco». Questo è semmai un titolo di merito, dato che è quest’ultimo, in realtà, a dover giustificare ciò che ha detto e scritto in materia, in quanto contraddice espressamente la verità rivelata. Il medesimo, oltretutto, si è finora rifiutato di fornire i chiarimenti richiesti, provocando così nella Chiesa una situazione di scisma di fatto. Chiunque abbia una fede pura e una retta coscienza non può sentirsi in comunione con lui, finché non ritratti i suoi innegabili errori; chi d’altronde è obbligato a nominarlo ex officio può farlo sotto condizione o con riserva mentale. Per inciso: l’essere in comunione con un eretico, fosse pure conclamato, non invalida assolutamente la Messa; qualcuno ha mai letto qualcosa del genere nel Magistero o in un trattato di teologia?

Chi professa opinioni contrarie alla fede cattolica e si rifiuta di correggersi decade automaticamente dall’ufficio, sia egli semplice sacerdote, vescovo o papa; finché ciò non sia dichiarato dall’autorità competente, tuttavia, ne mantiene l’esercizio, altrimenti si cadrebbe nel caos più completo. Nel caso del papa, dovrebbero essere i cardinali a farlo, almeno quelli presenti a Roma; ma finché ciò non avvenga, rifiutare pubblicamente l’obbedienza al Romano Pontefice (a prescindere dal suo effettivo stato agli occhi di Dio) sul piano dell’ordinamento ecclesiastico equivale a rendersi rei del delitto di scisma e quindi a porsi formalmente fuori della Chiesa visibile, indipendentemente dalle proprie convinzioni di coscienza. Se qualcuno ne ha voglia, si accomodi: perché non provare l’ebbrezza di una nuova emozione?

È questa situazione anomala che consente ai fedifraghi di tenere il coltello dalla parte del manico, giacché conservano per ora un potere apparente con cui possono colpire chiunque osi dissentire. Ma dinanzi al trono divino la sentenza di quegli impostori è già fissata, qualora non si ravvedano: le fiamme dell’Inferno già lambiscono i loro panni, pronte a inghiottirli come i leviti ribelli dell’esodo (cf. Nm 16, 25-35). Del resto le bande di checche e pederasti che, sotto lo sguardo incurante del gran “riformatore”, spadroneggiano in Vaticano – e che, essendo tutti ricattabili, si scannano in selvagge faide di gelosia, denaro e potere, anche servendosi di giornalisti prezzolati che dicono di voler aiutare il papa con un presunto quarto potere – finiranno col divorarsi a vicenda. Guardateli con timore e compassione, evitando finanche di contaminarvi con il loro contatto (cf. Gd 23). Ma ci sarà pure un (o una) giornalista indipendente che informi di certi fatti scabrosi il loro capo (il quale, a colazione, non legge affatto La Repubblica, ma Il Messaggero)…

La capacità di discernere chi va seguito e chi no, ad ogni modo, è una grazia inestimabile. Perfino tanti bravi sacerdoti di sani princìpi e orientamento conservatore, infatti, sono talmente imbevuti di politicamente corretto e di acquiescenza incondizionata ai superiori che anche una semplice, franca esternazione di buon senso su controversi temi di attualità li paralizza, come se si fosse varcato un limite invalicabile e affermato qualcosa di inammissibile. Ma fino a pochissimi anni fa nessuno di loro avrebbe manifestato il minimo disagio, per esempio, rispetto a pontefici che – come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ribadivano con tutta naturalezza il diritto di rimanere nella propria terra. È forse normale che, cambiato il papa, questo sia di colpo diventato un orribile pregiudizio razzista che non va nemmeno evocato? Dov’è finita la ragione? Forse confiscata dalla CEI e dal suo laido quotidiano, ai quali bisogna definitivamente togliere ogni appoggio economico. Ci sono mille modi per adempiere il precetto di sovvenire alle necessità della Chiesa; una firma sulla dichiarazione dei redditi non è certo l’unico.

L’ufficio sacerdotale non è una maschera da Commedia dell’arte. Anche senza essere teologi della liberazione o improvvisatori liturgici di professione, non si può girare la frittata a seconda dei gusti di chi comanda. Chi realmente conosce il Signore sa che la Sua parola non cambia e che da essa è giudicato l’operato dei Pastori, non il contrario. Invece i cattivi studi biblici hanno inculcato nei candidati al ministero l’idea assurda e sacrilega che solo la cultura attuale, del tutto irreligiosa, ci ha permesso di capire veramente la Sacra Scrittura e di interpretarla correttamente – cioè in modo da farle dire il contrario di quanto afferma… Un gran bel progresso davvero! I testi che non possono proprio esser piegati alle tesi progressiste sono semplicemente ignorati o espunti (ma in nome della fedeltà alla Parola). Chi si appella alla sacra pagina, ormai, ottiene in risposta un silenzio glaciale di scandalizzata esecrazione: l’eretico è colui che riconosce l’autorità della Rivelazione.

Questo è l’effetto della mentalità marxista che ha contagiato vescovi e superiori di seminario, i quali hanno poi influenzato i loro alunni: nell’evoluzione storica di una società tutto può cambiare, in funzione di idee e programmi che non rispecchiano la realtà oggettiva, ma devono plasmarla. Negli anni Settanta (quando si son formati loro) il sistema sovietico era ormai in piena crisi e non faceva più presa sui giovani; è stato invece il modello maoista ad attirarli con la sua rivoluzione culturale, apparentemente analoga agli “ideali” sessantottini, ma lontana quanto basta per non consentirne alcuna esperienza diretta e favorirne una fantasiosa idealizzazione. È lo spettro di Mao Tse-tung che ancora aleggia nell’episcopato, nei seminari e nei conventi, rievocato – proprio quando sembrava definitivamente dissolto – da un papa sudamericano e dai suoi quattro “postulati” incomprensibili… almeno a chi ragiona e non rinuncia a farlo per ossequio al capo del partito.

Questa forma mentis prettamente marxista si è innestata, venendone esponenzialmente potenziata, su quell’atteggiamento tipicamente clericale (che rasenta il delirio di onnipotenza) di chi crede di poter fare e disfare qualsiasi cosa. Al tempo stesso la funzione papale si è secolarizzata nel senso di una leadership mondana, inducendo nelle masse un culto della personalità che ricorda da vicino i regimi comunisti e non ha nulla a che vedere con la genuina tradizione cattolica: esso muta colore, infatti, ad ogni cambio della guardia, piuttosto che dimostrarsi segno di attaccamento all’immutabile deposito trasmesso. La tragica conclusione dell’antica storia di Cofni e Pincas deve pur insegnarci qualcosa: al momento stabilito, i profanatori sono spazzati via, ma pure il popolo infedele che li ha tollerati è coinvolto nella catastrofe (cf. 1 Sam 4, 1-11). Con umiltà e fermezza, quindi, nella forma consentita alla posizione di ognuno nel Corpo mistico, continuiamo a rivendicare ed esigere la sana dottrina e una corretta liturgia, così da trovarci, quel giorno, al riparo dall’accusa di una colpevole e comoda acquiescenza, ma non laceriamo ulteriormente la tunica di Cristo.

sabato 14 luglio 2018


Keep calm… e resta nell’ovile



Et in umbra alarum tuarum sperabo, donec transeat iniquitas. Alienati sunt peccatores a vulva, erraverunt ab utero: locuti sunt falsa. Ad nihilum devenient tamquam aqua decurrens. Laetabitur iustus cum viderit vindictam (Sal 56, 2; 57, 4.11).

Un barcone alla deriva: ecco che cosa sembra l’attuale dirigenza della Chiesa Cattolica. Potrebbe sembrare un giudizio temerario e irrispettoso, ma avremo pur il diritto di esprimere lo sgomento  provocato da certe dichiarazioni pontificie o episcopali che ormai da anni spingono ossessivamente nella stessa direzione: una sistematica demolizione della morale cristiana e una resa incondizionata all’agenda della tirannia mondialista. Non riusciamo più a riconoscere i nostri Pastori, ma abbiamo davanti agli occhi il tipico comportamento dei mercenari, che non solo si astengono dal respingere il lupo, ma gli spalancano le porte dell’ovile. Su questioni non negoziabili, come la vita e la famiglia, tacciono o insegnano l’errore; su quesiti opinabili, come il modo di gestire un fenomeno migratorio palesemente artificiale, sono di un’intransigenza che sconfina nell’assurdo e ignora totalmente il solco sempre più profondo che si sta scavando tra loro e una popolazione ormai esasperata che li detesta. Sono come serpenti sordi che non odono la voce dell’incantatore (cf. Sal 57, 5-6); la loro pervicacia ideologica li accieca privandoli di ogni buon senso.

Ora, di fronte a tale inaudita situazione, si fa sempre più forte e diffusa la tentazione di fuggire su piccole scialuppe di salvataggio che ognuno si fabbrica o sceglie in base al proprio giudizio privato. Ma già agli inizi di questo sito scrivevo: se nella tempesta la nave è in pericolo, che ne sarà di barchette improvvisate? Illusori tentativi di mettersi autonomamente in salvo, oltretutto, possono tradire una mancanza di fede nell’indefettibilità della Chiesa e nell’infinita potenza del suo Sposo. I loro risultati visibili, peraltro, ne confermano la pericolosità: nel mondo della resistenza cattolica par di assistere a una sorta di gara al più ortodosso e tradizionalista, ci si affibbia a vicenda patenti di eresia, si frantumano le forze in mille rivoli e mille obbedienze… Come non vedere in certe vicende la tipica opera del divisore, che nella sua astuzia soffia sul fuoco di uno sdegno pur giusto per fuorviare anche quanti non riesce a pervertire nel modo ordinario? Ma chi gli dà appigli con la propria superbia e insubordinazione è responsabile del proprio sbandamento.

L’alternativa non è certamente una supina sottomissione a cattive guide in nome di un’obbedienza mal compresa: è non solo consentito, ma doveroso resistere a ordini o insegnamenti palesemente contrari alla legge divina; è altresì del tutto lecito rifiutare il proprio assenso a indicazioni pratiche che siano mero frutto di opinioni umane, anziché rigorosa applicazione di norme morali oggettive. Per passare però dalla legittima resistenza ai superiori alla loro pubblica riprensione, bisogna essere insigniti di un’autorità proporzionata; ignorare questo può portare a sovvertire la costituzione divina della Chiesa, dissolvendo nei fatti l’ordine che il suo Fondatore le ha impresso e finendo col fare peggio di quelli che si vuol criticare. Se coloro che potrebbero – e dovrebbero – intervenire, specie ai livelli più alti, finora non si sono mossi nel senso di una correzione formale, è perché questo potrebbe provocare uno scisma. È pur vero che uno scisma latente è già in atto, dato che numerosi membri della gerarchia sostengono posizioni manifestamente eretiche e che, di conseguenza, non sono più nella Chiesa né in comunione con noi; ma la storia insegna che uno scisma dichiarato è una situazione da cui non si saprebbe né se, né come né quando si uscirebbe. Qualcuno è pronto a prendersi una responsabilità del genere davanti a Dio?

Che fare, allora? Anzitutto, smettere di agitarsi, perché lo Spirito Santo rifugge l’agitazione umana, che spesso traveste di nobili ragioni lo spirito di superbia e di disobbedienza. Poi, chiedere a Lui di sostenerci e guidarci in questa tempesta, senza lasciare la barca di Pietro. Se ai comandi ci sono degli impostori che la vogliono trasformare in qualcos’altro per renderla funzionale al nuovo ordine mondiale, questo non ci lascia certo tranquilli, ma sappiamo bene di non essere chiamati a salvarla: un Salvatore c’è già, anche se dorme. L’importante è che ognuno di noi stia saldo al posto in cui il Signore lo ha messo facendo il proprio dovere giorno per giorno, con umiltà e fiducia in Dio, fino a che il nostro adorabile Gesù non si svegli: allora sarà Lui a ristabilire l’ordine – e i giusti se ne rallegreranno (Laetabitur iustus cum viderit vindictam). Gli empi e increduli che stanno abusando del loro ruolo nella Chiesa non addiverranno a nulla: sono come acqua che scorre via (Ad nihilum devenient tamquam aqua decurrens). Dicendo falsità, essi si sono separati dal grembo della Chiesa che li ha partoriti ed errano lontano dal suo seno (Alienati sunt peccatores a vulva, erraverunt ab utero: locuti sunt falsa).

Ma a noi, per pura grazia, è riservato ben altro, se non lo mettiamo in pericolo con un insensato orgoglio e una malsana impazienza: all’ombra delle ali del Signore, possiamo bearci nella speranza che non delude, finché non sia passato questo regime iniquo (Et in umbra alarum tuarum sperabo, donec transeat iniquitas). Non è certo una forma di egoistico quietismo: Dio solo sa quanto ci costi sopportare questa situazione e resistervi; dobbiamo nondimeno sforzarci di non trascurare alcuna opportunità di convincere i vacillanti e di riportare sulla retta via quanti sono disposti a ravvedersi. Ma – vi supplico – non uscite dall’ovile santo, che è l’unica arca di salvezza. Quelli che ne occupano abusivamente i posti di responsabilità, se non si convertono, saranno spazzati via per mano di quegli stessi islamici che tanto amano e difendono. A noi, invece, nessuno può togliere la fede e la grazia, se non siamo noi stessi a volerlo; se altri si lasciano fuorviare, è perché non cercano effettivamente la verità, ma acconsentono alla menzogna o accettano l’ambiguità (cf. 2 Ts 2, 10-12).

Non intendo spingervi a una vana autoconferma né a perniciosi sentimenti di autocompiacimento o tantomeno di autoesaltazione, ma vorrei soltanto – se Dio me lo consente – rinfrancarvi l’animo e aiutarvi a scacciare lo sconforto: pensate ai meriti che il Signore ci permette di acquisire in questa prova così inedita. Una volta superata, la ricompensa e la gioia saran proporzionate alla sua durezza. Perciò non perdetevi d’animo, ma adorate la divina Provvidenza nei Suoi disegni di imperscrutabile sapienza: in questo pontificato sta uscendo tutto il marcio che prima, nella Chiesa, si mimetizzava; le maschere stanno cadendo ad una ad una e i traditori, nell’illusione di una vittoria vicina, stan venendo allo scoperto. Non lasciatevi togliere la pace dalle loro manifestazioni di empietà: non ne vale la pena; dovremmo piuttosto compatirli, se pensassimo al castigo che li attende. E poi, amici miei, ci rendiamo conto fino a che punto Dio ci ha preservati da questa deriva che tanto ci disgusta negli altri e nella quale, senza una grazia speciale, saremmo immersi anche noi?

Possiamo forse metterci al posto dell’unico Giudice, attentando alla Sua maestà e inaridendo così la fede nella signoria di Cristo, la speranza nei Suoi disegni e la carità verso il prossimo bisognoso di correzione? Continuiamo piuttosto a pregare e offrire perché il Signore accorci i tempi e, in un modo o in un altro, ponga fine alla prova. Ci vorrebbe un’anima disposta (ma esclusivamente per esplicita chiamata divina e con il consenso di un buon padre spirituale) a offrirsi vittima perché cessi questo regime nella Chiesa, atto che attirerebbe su di essa croci e sofferenze non prevedibili. E se invece, più semplicemente, il tiranno accettasse finalmente di farsi da parte, se davvero non si sente papa, come ha di recente confidato a un giovane che era lì per servirgli la Messa? Altrimenti, Dio dovrebbe atterrarlo con un miracolo che lo convincesse della sua incredulità e lo costringesse a convertirsi. In ogni caso, la potenza divina non ha limiti, per chi crede.

Ma voi, diletti, ricordatevi dei fatti predetti dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo, che vi dicevano: «Nell’ultimo tempo vi saranno impostori che si comporteranno secondo i loro desideri di empi». Questi sono quelli che si separano, fermi al piano umano, privi dello Spirito. Ma voi, diletti, edificandovi sopra la vostra santissima fede, pregando nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. Gli uni redarguiteli se sono colpevoli, gli altri salvateli strappandoli dal fuoco, altri ancora compatiteli con timore, aborrendo perfino la veste contaminata dalla loro carne. A Colui che ha il potere di custodirvi da ogni caduta e di collocarvi immacolati al cospetto della sua gloria nell’esultanza, all’unico Dio nostro salvatore, mediante Gesù Cristo nostro Signore, sia gloria, grandezza, forza e potestà, prima di ogni tempo, ora e per tutti i secoli. Amen! (Gd 17-25).

sabato 7 luglio 2018


Bisanzio, otto secoli dopo



Omnem viam iniquam odio habui (Sal 118, 128).

L’efficacia della consacrazione al Cuore immacolato di Maria si manifesta nei modi più impensati quale antidoto universale. Così a uno può capitare di imbattersi “casualmente”, guidato da Lei, in un documentario della televisione russa sulla caduta di Bisanzio scritto e condotto dal consigliere spirituale del Presidente, monaco laureato in cinematografia. Peccato che, per chi abbia un minimo di competenza in materia, il prodotto risulti fin dalle prime battute una volgare contraffazione della storia, tanto grossolana da potersi classificare in un solo modo: spazzatura. L’intento antioccidentale è fin troppo palese; ma, sebbene sia pienamente giustificato dall’attuale congiuntura politica, esso non autorizza nessuno a una simile falsificazione del passato. Si direbbe che le tossine della vecchia propaganda sovietica non siano state ancora del tutto spurgate, se il documentario non assomigliasse terribilmente (anche per la calcolata scelta di musiche e immagini tendenti a creare l’atmosfera emotiva voluta) a quelli delle reti televisive di casa nostra, controllate dalla massoneria.

In breve, la tesi di fondo (secondo la più trita vulgata dell’integralismo ortodosso, storicamente insostenibile) è che l’Impero Bizantino, presentato come il  più splendido e longevo che la storia conosca, sarebbe stato distrutto da un Occidente barbaro e vorace. Tanto per cominciare, però, esso non iniziò affatto come tale, ma non fu altro che la continuazione dell’Impero Romano d’Oriente, sopravvissuto per quasi mille anni a quello d’Occidente. I suoi sudditi erano designati col nome di Romaîoi; la legislazione di Giustiniano codifica il diritto romano con i suoi sviluppi imperiali; fino al regno di Eraclio, all’inizio del VII secolo, la lingua di corte fu il latino. L’identità bizantina greca e ortodossa si formò solo gradualmente e si consolidò dopo lo scisma del 1054. L’Europa medievale non era certo avvolta dall’oscurità della barbarie, visto che i popoli invasori, col tempo, erano stati cristianizzati e, pur mantenendo alcuni usi del diritto germanico, si erano evoluti grazie all’opera della Chiesa. Il documentario presenta invece gli europei come orde avide e violente che, attirate dall’opulenza di Costantinopoli, si sarebbero civilizzate solo dopo il sacco della città, grazie al contatto con la sua civiltà incomparabilmente più progredita…

C’è da rimanere senza parole: come può un uomo di Dio prestarsi a un’operazione di così spregevole mistificazione? La storia è ben nota – ed è del tutto diversa. Le repubbliche marinare (Venezia, Amalfi, Genova e Pisa), a partire dall’XI secolo, avevano stabilito fiorenti rapporti commerciali con la ricchissima capitale d’Oriente creando in essa i propri quartieri con fondaci e magazzini, fino a prendere il controllo dell’economia bizantina. Il fatto è che questo sviluppo era stato reso possibile da una serie di privilegi imperiali concessi a vantaggio dell’aristocrazia terriera, che grazie alle esportazioni poté arricchirsi enormemente. L’imperatore Andronico, alla fine del XII secolo, decise di mettere un limite all’arrogante strapotere degli italiani, le cui rivalità avevan provocato non pochi disordini, e di favorire le classi medio-basse rovinate da un sistema economico che favoriva soltanto gli oligarchi. Nel maggio del 1182, però, i festeggiamenti popolari degenerarono nel saccheggio e nell’orrendo massacro dell’intero quartiere latino, la cui popolazione è oggi stimata a sessantamila abitanti; i pochi superstiti furono venduti ai Turchi. L’imperatore lasciò fare provocando il profondo risentimento delle potenze marinare e, di lì a poco, il proprio assassinio.

Vien da chiedersi come mai quasi nessuno storico ricordi questo gravissimo antefatto. Ad ogni modo, quando la Quarta Crociata partì da Venezia, nel 1202, la tappa a Costantinopoli non era affatto in programma. I crociati, raggiunti a Zara dal principe bizantino Alessio IV Angelo, figlio dell’imperatore Isacco II (detronizzato, accecato e incarcerato dal fratello Alessio III), furono da lui convinti ad aiutarlo a ricuperare il trono in cambio della partecipazione di Bisanzio alla crociata. La sosta doveva però prolungarsi ben oltre il previsto: una volta presa la città, deposto l’usurpatore e incoronato Alessio IV, infatti, la ricompensa pattuita si fece attendere a lungo. Quando l’ennesimo colpo di Stato, nel 1204, portò sul trono Alessio V e questi intimò ai crociati di andarsene a becco asciutto, questi ultimi decisero di prendersi da sé quanto dovuto. Non si può certo negare che si tratti di una delle pagine più tristi e scandalose della storia cristiana: il sanguinoso saccheggio andò avanti per due settimane con modalità raccapriccianti; ma il ricordo dell’ingiustificabile massacro del 1182, evidentemente, era ancora ben vivo.

La creazione di un impero latino, durato fino al 1261, al posto di quello bizantino, sopravvissuto negli Stati di Nicea e Trebisonda, fu un gravissimo colpo per la monarchia orientale. Le vere ragioni della sua debolezza, tuttavia, vanno individuate nell’endemica corruzione e nella perenne instabilità politica. Nella classe dirigente una straordinaria raffinatezza culturale conviveva tranquillamente con forme di inaudita crudeltà e perfidia. Il documentario accenna pure a questi problemi, ma solo dopo aver sconvolto lo spettatore con la storia del sacco di Costantinopoli, che resta così impresso nella sua mente come la vera e sostanziale causa del suo declino. Gli interminabili intrighi e complotti di cui è intessuta tutta la storia bizantina sono appena evocati. Agli europei è addirittura imputato, come se non bastasse, l’insorgere del nazionalismo nei Balcani, mentre la progressiva e inarrestabile avanzata turca entra nel discorso quasi di striscio, come un fattore collaterale. La grave decadenza morale della società bizantina, incapace di reagire alla crescente minaccia esterna, non sembra proprio presa in conto. E questa sarebbe storia?

Non si fa certo fatica a comprendere l’intento propagandistico: la Russia, che si considera erede di Bisanzio, deve oggi difendersi da un Occidente capitalistico e immorale che vuole aggredirla; ma c’era bisogno di deformare il passato in modo così sfrontato? Con un veleno del genere nel cuore, che farebbero le divisioni russe, se dovesse scoppiare una guerra? C’è da sperare che gli ufficiali siano abbastanza colti da impedire il peggio, vista la venerazione russa per la cultura europea e, in particolare, italiana. Sarebbe bene che i loro cappellani (che, come minimo, si prenderebbero tutte le reliquie portate via dai crociati, che da noi, se non altro, sono state preservate dal saccheggio turco del 1453) sapessero almeno del fatto che papa Innocenzo III, a suo tempo, condannò fermamente il sacco crociato. Ma bisogna pure che il consigliere del Presidente si renda conto che certe operazioni sono semplicemente inammissibili e lo squalificano sia come monaco che come operatore culturale. Non si usano gli stessi metodi della massoneria per colpire le sue espressioni politico-economiche; chi è al servizio di Dio, peraltro, non dovrebbe tollerare la minima menzogna sotto qualsivoglia forma: «Ho in odio ogni comportamento iniquo» (Sal 118, 128).

Se, da un lato, la delusione è grande nei confronti di un valente scrittore che gareggia con i grandi della letteratura russa, dall’altro c’è la speranza che il messaggio arrivi attraverso i numerosi lettori che ci visitano dal suo Paese. È la comune obbedienza alla verità che unisce gli uomini e i popoli, mentre certe leggende nere non fanno altro che favorire le divisioni, anche tra i cristiani. Come dobbiamo sentirci noi cattolici nel vedere la nostra storia trattata in modo così sfacciatamente partigiano e unilaterale? Le coltellate sono più dolorose quando arrivano da fratelli amati. Che rispetto può esigere per sé chi dimostra tanto disprezzo per gli altri? La carità, al contrario, spinge ognuna delle parti a chiedere perdono per le proprie colpe mentre lo offre generosamente all’altra, riconoscendo umilmente l’estrema complessità delle vicende storiche ed evitando di incolparne i posteri. Solo questo amore può renderci capaci di far fronte comune contro la nuova barbarie capitalistica e tecnocratica.

Santi Cirillo e Metodio, pregate per noi!

venerdì 29 giugno 2018


Il Papa della Provvidenza



Deus, in sancto via tua (Sal 76, 14).

Autentico uomo di Dio non è colui che pretende di costringere la realtà divina nei suoi astratti schemi intellettuali, ma colui che, mediante un amoroso studio della verità rivelata illuminato dalla preghiera, acquista una sempre maggiore familiarità con Lui. Il primo esclude progressivamente, con orgogliosa sufficienza, tutto ciò che non rientra nel suo rigido sistema di pensiero, che rischia di diventare una forma di gnosi di segno contrario; il secondo riconosce con gioia e gratitudine, dovunque ne trovi, le tracce della presenza e dell’azione del Creatore. Questo non è un cedimento al sincretismo o all’indifferentismo, ma un principio prettamente cattolico: il vero uomo di Dio, nel cogliere i semi del Verbo, sa bene che non bastano ad assicurare la salvezza e che hanno bisogno di esser liberati da un intrico di errori prima di poter essere sviluppati e completati dalla Rivelazione. Egli, però, non obbliga per questo i suoi simili a un lavaggio del cervello che deve sostituire le loro idee con un carapace dottrinale bell’e fatto, ma, facendo leva sulla sincerità del loro desiderio di verità e di bene, li guida verso la piena conoscenza in un attento rispetto dei loro tempi di crescita, in modo che la conversione sia un processo di reale cambiamento interiore, piuttosto che una piatta asfaltatura della mente.

Che oggi si abusi di questo metodo per insinuare l’eresia nella Chiesa non significa che esso sia cattivo, ma che non è retta l’intenzione con cui è applicato da chi vuole scardinare la fede e la morale. Viceversa, le facili scorciatoie di chi usa le formule da mandare a memoria come punto di partenza, anziché come punto d’arrivo, non producono credenti che saranno in grado di attirarne a loro volta altri, ma fanatici appassionati della caccia all’eretico e all’errore. Con questo andazzo si finisce col mettere sullo stesso piano tutti i papi successivi al Concilio Vaticano II. Non si possono sicuramente negare certe tare filosofiche e culturali che hanno gravato sulla formazione di Giovanni Paolo II o di Benedetto XVI, ma il fondamento del loro pensiero è innegabilmente cattolico. Anche il sincero sforzo di dialogare con la cultura contemporanea ha lasciato delle ombre su alcuni aspetti del loro magistero; forse è stata un’illusione quella di poter trovare un punto d’incontro intellettuale con chi propugna una razionalità in cui non c’è posto per Dio, la cui esistenza non è semplicemente l’ipotesi migliore, ma è raggiungibile con la ragione. Tuttavia la grazia di stato ha potuto fare la sua parte in uomini di retta coscienza portatori della missione più alta; il giudizio definitivo su atti che possono apparire temerari o scandalosi, peraltro, spetta unicamente a Dio.

Altro è il discorso, invece, qualora uno rifiuti espressamente gli elementi fondamentali della fede cristiana, sostituiti da idee di stampo marxista indebitamente ricondotte al Vangelo. Qui non è più questione di (de)formazione culturale, ma di adesione puramente nominale alla Rivelazione divina. Quest’ultima serve a coprire una visione gnostica ed evolutiva della divinità che, nel XX secolo, ha profondamente contagiato il glorioso ordine dei gesuiti, corrompendolo profondamente. Tre nomi hanno particolarmente determinato tale deriva: Pierre Teilhard de Chardin, un folle probabilmente posseduto fin dall’infanzia, i cui libri, nonostante la rimozione dall’insegnamento, hanno avuto una diffusione e un influsso enormi; Karl Rahner, autore di una “rilettura” del cristianesimo in chiave immanentistica e principale responsabile della sua perversione in senso antropocentrico; Hans Urs von Balthasar (che poi uscì dall’Ordine), lodato costruttore di una cattedrale speculativa poggiante sull’impossibile tentativo dialettico di riconciliare l’eresia luterana con la fede cattolica.

Qui la forma mentis non è più cattolica, ma idealistica: non è più l’intelletto ad adeguarsi alla realtà (in questo caso, quella divina), ma la realtà che è oggetto della Rivelazione ad essere coartata in uno schema culturale incompatibile in quanto erroneo. Un conto, allora, è che una genuina fede cattolica si sia sviluppata in una certa atmosfera intellettuale e l’abbia in parte respirata; un conto è che una visione del tutto estranea ad essa se ne sia impossessata per trasformarla in qualcos’altro. Questo è quanto è accaduto con buona parte della nouvelle théologie francese e tedesca e, in modo ancor più evidente, con la “teologia” della liberazione, che in fin dei conti ne è un sottoprodotto. La teologia italiana, con l’estinzione della Scuola romana, è per lo più andata a rimorchio: in generale, salvo qualche raro autore che osa ancora studiare san Tommaso o san Bonaventura, tutti sono più o meno prigionieri della cultura filosofico-teologica di matrice germanica.

In questo quadro, lascia quantomeno perplessi che, in certi settori della resistenza, si continui ad accanirsi contro Benedetto XVI. A parte la sua veneranda età e il fatto che non svolge più alcuna funzione ufficiale, equipararlo al successore è un’evidente forzatura. Che i suoi scritti, per forma e contenuto, non si possano incastrare nel letto di Procuste di un tomismo così rigido che sarebbe rigettato dallo stesso san Tommaso – il quale, dopo una visione, diede ordine di bruciare la Summa! – non significa che siano da cestinare in toto; negare poi per principio che si sia verificata in lui un’evoluzione (nonostante il convinto attaccamento a un Concilio a cui, a suo tempo, ha contribuito in modo decisivo, ma che col senno di poi, a prescindere dalla sua ermeneutica, ha fatto più danno che bene) equivale a misconoscere l’azione della grazia in un uomo limpido e retto che è stato elevato al supremo pontificato. Se la Provvidenza si è saggiamente servita di lui per ridare piena cittadinanza alla Tradizione, innescando così un irreversibile processo di recupero, non è stato certo per indurre in inganno i suoi cultori attirandoli in una trappola modernista camuffata da incenso e merletti. Vorremmo farci più sapienti di Dio stesso, finendo così con l’imitare i nostri avversari?

Anche qui si rischia di voler cacciare la realtà in uno schema ideologico che taglia fuori tutto ciò che non corrisponde perfettamente a un modello preconfezionato, anziché riconoscere con umile gratitudine quanto il Signore ha realizzato, sebbene per mezzo di strumenti imperfetti. C’è forse qualcuno, del resto, che possa vantare la perfezione in statu viatoris? Solo la Chiesa nella sua totalità è infallibile, e il suo Capo a determinate condizioni. Il richiamo letterale del Magistero di sempre, per alcuni, pare servire a troncare nell’argomentazione ogni sottigliezza, sia pur necessaria, rischiando così di diventare una clava da usare in tutte le situazioni, anche quando ci vorrebbe un bisturi. Solo chi ha perso il contatto con lo stato reale della società e della gioventù può illudersi che basti uno sbrigativo indottrinamento per rimediare allo sfacelo intellettuale e morale di tanta gente che, molto spesso, è divenuta incapace del benché minimo ragionamento e va presa pazientemente per mano – sempre che accetti – per risalire a poco a poco la china di un abisso in cui, oltretutto, è convinta di star benissimo e di non aver bisogno di nient’altro.

I pericoli più gravi che si nascondono dietro un’indiscreta setacciatura di errori, tuttavia, colpiscono al cuore il mistero stesso della Chiesa, unica arca di salvezza. Questa cavillosa tricotomia rischia di avvalorare, suo malgrado, la tesi dei novatori sulla rottura della continuità, che è incompatibile con una corretta visione ecclesiologica: di questo passo, infatti, uno sguardo prevalentemente storicistico finisce col prevalere su quello soprannaturale dell’indefettibile società fondata dal Verbo incarnato. C’è un modo di guardare alla Tradizione che sembra considerarla interrotta (cosa che non è affatto possibile) e che tiene le persone rivolte all’indietro, come se il Signore avesse smesso di guidare la propria Sposa verso il compimento promesso. Di conseguenza, i vari – e divergenti – tentativi di preservarla autonomamente ergendosi ad autorità di sé stessi tendono a frantumare la Chiesa in molteplici correnti e aggregazioni, convinte ognuna di possedere la ricetta giusta, ma operanti di fatto come tante schegge impazzite. Non è certo questo il miglior servizio che si possa rendere al Corpo di Cristo, per non parlare del fatto che, molto spesso, si trascura in modo lampante la carità verso quel prossimo che, in buona fede, è su posizioni diverse.

Non da ultimo, l’ostinato accanimento di chi investe le migliori energie a stanare scritti e persone per esporli alla pubblica gogna nel proprio piccolo circolo di eletti – a parte la forte tentazione di superbia – rischia di distoglierne l’attenzione dalla propria personale correzione e santificazione. Non le interminabili diatribe che inaridiscono gli animi, ma soltanto la carità di nuovi santi potrà ottenere il miracolo di risuscitare la fede in cuori così induriti da non esser più nemmeno umani. L’unica vera soluzione è la santità, che presuppone ovviamente la sana dottrina, ma nondimeno tanta preghiera, penitenza e pratica delle virtù. «La fede, se non ha le opere, è morta in se stessa» (Gc 2, 17): non era forse proprio un certo Lutero che non sopportava questa parola della Scrittura? Vogliamo ritrovarci, per altra via, in sua compagnia o dargli ragione coi fatti, pur combattendolo a parole? Dobbiamo farci santi, cari fratelli: così potremo sviluppare al massimo grado quel senso soprannaturale della verità che ci permetterà di distinguere spontaneamente ciò che è buono, per tenerlo, da ciò che non lo è, per tralasciarlo; così renderemo giusto onore a Dio e giustizia ai Suoi strumenti, nonché l’amore dovuto al prossimo.

sabato 23 giugno 2018


Tre punti alla modernità



La modernità, intesa come rovesciamento dell’ordine naturale (in cui Dio è principio e fine, mentre l’uomo è ordinato a Lui e il cosmo è al suo servizio), è indubbiamente la causa della crisi radicale che attanaglia la civiltà occidentale. L’essere umano, creato per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo eternamente nell’altra, è stato dapprima collocato al centro di un mondo in cui tutto – compresa la religione – è funzionale al suo benessere terreno; poi l’uomo stesso, declassato ad animale più evoluto, ha finito con l’essere a sua volta subordinato alla salvaguardia della natura. L’artefice della propria fortuna è diventato una minaccia per l’ecosistema; la sua proliferazione, di conseguenza, è ora considerata un fenomeno dannoso da combattere e frenare in ogni modo.

Se questo è l’esito, è evidente che la modernità sia un orientamento che vada radicalmente invertito nell’interesse stesso dell’umanità, messo a repentaglio da simili idee. Sarebbe tuttavia quantomeno imprudente respingere in blocco con un giudizio indiscriminato di condanna tutto ciò che si è prodotto dopo il Medioevo, quasi non ci fosse stato più nulla di utile, ma soltanto esiziali errori e deviazioni. Che ci piaccia o no, siamo anche noi figli del nostro tempo, influenzati, malgrado le migliori intenzioni, dal suo spirito individualista, egocentrico e insubordinato, che scorrazza beffardo tanto nell’ambiente progressista che in quello tradizionalista. Cerchiamo allora di cogliere gli elementi positivi della cultura attuale tralasciandone al contempo quelli negativi, da cui dobbiamo progressivamente disintossicarci con la luce dello Spirito Santo e l’aiuto della grazia, ottenuti per mezzo del Cuore immacolato di Maria.

Mi vengono in mente almeno tre aspetti della cultura moderna che, pur senza costituire acquisizioni nuove in assoluto, sono irrinunciabili incrementi della coscienza collettiva. Il primo è una più esatta valutazione della parte del soggetto individuale nella conoscenza, sia in quella basata sulla ragione che in quella fornita dalla fede. Con ciò non intendo certo aprire un varco al soggettivismo, ma riconosco semplicemente che ognuno di noi si accosta alla verità oggettiva (naturale o rivelata) a partire da una storia particolare e con una personalità diversa, cogliendola con sfumature che posson diventare contraddittorie solo se assolutizzate, ma che altrimenti si rivelano preziose sfaccettature che arricchiscono la comprensione della realtà, la quale non è mai esaurita dalla conoscenza umana. La doverosa reazione al relativismo che dilaga purtroppo anche nella Chiesa non deve trasformarci in gladiatori che vibrano colpi di maglio a destra e a manca, privi di ogni sensibilità e delicatezza per quei lucignoli di verità e di bene che il Signore non vuole siano spenti.

Una maggiore attenzione al soggetto mette in evidenza, poi, il necessario ruolo dell’esperienza personale nel processo di conversione e di crescita nella fede. Non si tratta, neanche questa volta, di pagare un tributo al modernismo, che pretende di rintracciare nell’esperienza umana l’origine di ogni religione (compresa quella rivelata, la quale nasce invece da una serie di interventi divini nella storia), bensì di riconoscere che l’irruzione della grazia è ben qualcosa di sperimentabile, sebbene la sua essenza soprannaturale rimanga al di là di qualsiasi effetto sensibile. Nessuno si converte a Cristo a forza di mero studio o di puro ragionamento, ma perché, in qualche modo, sperimenta l’incontro con Lui e ne scopre la presenza nella propria vita. La fede non è frutto di un’adesione asettica a un teorema o a un sillogismo, ma deve avere un significato per l’esistenza. Anche qui una giusta opposizione all’esistenzialismo – almeno a quello che si è rivelato uno scivolo verso l’ateismo – non va spinta fino a relegare l’esperienza quotidiana in un limbo escluso dalla pace e dalla gioia che, già nello stato di viatore, colmano l’anima del vero credente.

E veniamo al terzo punto. L’autenticità della fede richiede un’adesione interiore – non soltanto convinta, ma pure amorosa – alla verità udita nella predicazione, che deve perciò essere tale non solo da illuminare la mente, ma anche da infiammare il cuore. Nemmeno in questo caso sarebbe giusto denunciare una larvata condiscendenza al sentimentalismo, a meno che non si voglia ridurre ad esso anche l’appassionata scoperta della verità da parte di un sant’Agostino. La bellezza tanto antica e sempre nuova non può certo lasciare freddo e distaccato chi ne è fulminato e rapito: ciò che è vero, buono e bello attira e conquista per virtù propria, purché ci si arrenda beati a Colui che lo realizza totalmente in Sé in modo personale, come un Tu di insuperabile fascino alla cui rivelazione crolla spontaneamente qualsiasi barriera, in un gioco paradossale (che la ragione non riesce a scandagliare fino in fondo) tra libera accoglienza e irresistibile trionfo della grazia.

Da questo punto di vista, se vogliamo, la modernità non ha apportato nulla che non fosse già noto grazie alle Confessioni dell’Ipponate, ma ce l’ha fatto forse riscoprire e apprezzare in modo nuovo. Non è un vantaggio da poco. Non lo sarebbe stato quando, sessant’anni fa, una vita di fede ridotta a un certo numero di pratiche e precetti esteriori era già entrata in profonda crisi; se una totalità di vescovi formatisi alla vecchia scuola avesse interiorizzato un po’ di più quanto ricevuto dal passato, probabilmente, non avrebbero lasciato correre né certe ambiguità del Vaticano II, né la scandalosa ribellione all’Humanae vitae, né quella distruzione della liturgia che fu imposta come “riforma”. Non è un vantaggio da poco neanche oggi, dopo che un illusorio rinnovamento, centrato ancora sulle forme esterne, ha lasciato dietro di sé cumuli di macerie spirituali o, quando va bene, una misera vita cristiana che non può decollare per inconsistenza interna. Nel caso dell’appartenenza a movimenti, poi, il fatto di seguire una prassi determinata, valida per tutti, dispensa generalmente gli aderenti dallo sforzo individuale necessario per progredire nelle virtù e crescere nella santità; di solito non si ha la minima idea del paziente lavorio personale richiesto dalla correzione di vizi e difetti, che in un clima di esaltata autoconferma appare del tutto superflua. Spesso, soprattutto nei gruppi giovanili, norma e valore supremo è un becero spontaneismo che calpesta perfino le esigenze più elementari della carità, quali il rispetto per gli altri e la buona educazione.

La soluzione non è un indottrinamento forzato che nasconda le carenze di umanità gracili e ferite sotto strati di nozioni nominali, né un attivismo indiscreto che soffi sul fuoco di squilibri interiori, esasperando sofferenze inconfessate o conflitti non ammessi. Per l’ennesima volta, tener conto delle moderne acquisizioni della psicologia non significa sconfinare in quello psicologismo che mette al bando l’elemento soprannaturale dell’esistenza cristiana, bensì riconoscere, in perfetta continuità con la Tradizione, che la grazia suppone la natura – e che quest’ultima può avere talvolta dei problemi che influiscono sulla vita di grazia e che, ignorati, finiranno col farla deviare verso una religiosità compulsiva o verso alienanti pseudomisticismi. È troppo comodo buttare indistintamente a mare tutto ciò che può salutarmente rimetterci in discussione, fornendoci la chiave per aprire le sbarre della prigione in cui, sia pure con le migliori intenzioni, potremmo esserci rinchiusi da soli. Non serve andare a caccia di scandali e misfatti su cui sfogare il proprio malessere, se la sua radice è all’interno: più materiale si trova, in questo caso, più se ne vuol trovare per giustificare un disagio che, per quanto acuito dalle circostanze esterne, nasce da dentro.

Un vero cristiano non è un attivista che, fasciando di nominalistiche bende le piaghe lasciate da cinquant’anni di devastazione, si illude di vincere con la sua agitazione lo scontento per sé e per il mondo in cui vive, ma una persona cui una fede viva, nata da un reale incontro con Cristo, ha permesso di riconciliarsi anzitutto con la propria storia, poi di guardare alla realtà (per atroce che sia) con la luce della speranza che viene da Lui, così da potervi immettere, quale Suo strumento, dei germi di bene che la trasformeranno a poco a poco, irrorati dalla preghiera e dal sacrificio fecondato dalla Sua grazia. Chi preferisce la rabbia e la frustrazione – pur di non ammettere il proprio errore – si imbestialirà per queste riflessioni appiccicando ad esse etichette infamanti; chi invece ha davvero conosciuto il Signore sarà più indulgente e, con l’aiuto di Dio, sentirà attenuarsi la sofferenza e accrescersi la pace. Al di là dell’uso-abuso della misericordia nella Chiesa attuale, possiamo pure concederci il lusso di prenderla sul serio, dapprima ciascuno per sé e poi per gli altri. Gesù non la concede ad astratte entità senza volto, ma a soggetti viventi nella storia che ne facciano un’esperienza personale e corrispondano ad essa con un’adesione libera, intima e amorosa.