Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 26 settembre 2020

 

Prima urgenza: la preghiera

 

 

Oculi mei semper ad Dominum; Dominus sollicitus est mei (Sal 24, 15; 39, 18).

«I miei occhi son sempre rivolti al Signore; il Signore si prende cura di me». Quando siamo in lotta o sotto pressione, l’urgenza primaria è la preghiera. La Provvidenza è incessantemente all’opera per il nostro bene, ma con chi, lo sguardo del cuore costantemente rivolto al Cielo, collabora docilmente alla Sua opera, Essa trova assai meno ostacoli e agisce quindi più speditamente. Senza una vita di orazione regolare, tuttavia, ciò risulta impossibile. Chi tende a pensare con la pancia o cerca solo carburante per alimentare la sua acredine frustrata, evidentemente, sarà allergico a questo tipo di affermazioni, indizio, questo, del fatto che non si lascia guidare dallo Spirito Santo, ma dal proprio io indipendente e ribelle. Così è pure di chi è incline a un attivismo esagitato, oppure a un freddo formalismo o a un astratto intellettualismo. In tutti questi casi, un sentimento di autosufficienza più o meno cosciente impedisce ogni progresso spirituale, disseccando il cuore e allontanando da Dio l’anima, pur convinta di ossequiarlo.

Sottolineare il primato della preghiera, ovviamente, non significa negare l’importanza dell’azione, purché sia un’azione – non sarà mai abbastanza ribadito – ispirata dall’alto, piuttosto che compulsa dall’ego o, peggio, suggerita dal demonio travestito da angelo di luce. Quando un’iniziativa è mossa dallo Spirito Santo e benedetta dal Cielo, tutto si svolge nella pace e nella serenità, senza agitazione né protagonismo; successo e protezione sono segni di autenticità concessi a posteriori. Tutto questo presuppone però – repetita iuvant – una regolare vita di orazione, di raccoglimento, di presenza a Dio, che renda a noi familiari le Sue ispirazioni e noi duttili alla Sua guida. A tal fine, come già di recente raccomandavo, è indispensabile vaccinare non il corpo, ma l’anima da quei virus spirituali che possono condurla alla paralisi. Oltre a quelli appena menzionati, ce n’è tutta una famiglia che negli ultimi decenni ha infettato la vita ecclesiale, riguardo alla quale – nonché alle cure necessarie – rimando a quanto pubblicato il giorno dell’Assunta.

Spesso la preghiera risulta difficoltosa o sembra inefficace perché non ci si raccoglie adeguatamente prima di cominciare. Il primo passo, come insinua san Paolo, è rientrare nell’uomo interiore (cf. Ef 3, 16). È per questo che l’Ufficio Divino tradizionale fa precedere alla recitazione delle varie Ore un’invocazione densa di dottrina ascetica: Aperi, Domine, os meum ad benedicendum nomen sanctum tuum: munda quoque cor meum ab omnibus vanis, perversis et alienis cogitationibus; intellectum illumina, affectum inflamma, ut digne, attente ac devote hoc Officium recitare valeam, et exaudiri merear ante conspectum divinae maiestatis tuae. Per Christum Dominum nostrum. Amen (Signore, apri la mia bocca perché benedica il Tuo santo nome: purifica altresì il mio cuore da tutti i pensieri vani, perversi ed estranei; illumina l’intelletto, infiamma l’affetto, perché io riesca a recitare questo Ufficio in modo degno, attento e devoto e meriti di essere esaudito al cospetto della Tua maestà divina). Richieste dettate da una secolare sapienza, oggi dimenticata…

Purché non lo si farfugli meccanicamente come una mera formula da dire in più, ma lo si soppesi parola per la parola, questo testo può benissimo servire anche per introdurre la preghiera privata. La sua conclusione ti proietta immediatamente nella corte celeste, alla presenza dell’eterno Re, alla quale sei incredibilmente ammesso con gli Angeli e i Santi, partecipi e sostenitori della tua orazione. In compagnia sì nobile e sublime, pròstrati in umile adorazione, nel tuo nulla di creatura, dinanzi a Colui al quale devi assolutamente tutto, e sul piano naturale e su quello soprannaturale. Con tale disposizione d’animo, Gli chiedi di sciogliere le tue labbra alla Sua lode, riconoscendo implicitamente non solo che da Lui dipende, mediante il concorso naturale, ogni atto che compi, ma pure che la preghiera stessa è frutto della grazia: della grazia abituale, in cui ti ha stabilito il Battesimo; della grazia attuale, che domandi proprio in quel momento per poter pregare in modo a Lui gradito; di grazie speciali attinenti alla vita mistica, che Dio concede ordinariamente a chi vi è pronto.

Il secondo passo è la purificazione del cuore dai pensieri che impediscono una buona orazione. Ci sono i pensieri vani, futili, superficiali, fra i quali vanno annoverate le preoccupazioni inutili e gli affanni superflui, suscitati dal tuo io carnale. Poi arrivano i pensieri perversi, spesso sibilati da colui che nulla teme più di una preghiera ben fatta. Sono spesso moti di autocompiacimento, di vanità, di superbia: «Come sono brava, io che prego… mica come quel pagano di mio marito, che non prega mai» e così discorrendo. Ricordati del fariseo e del pubblicano (cf. Lc 18, 9-14). Infine sono evocati i pensieri estranei, cioè quelli che non hanno niente a che vedere con ciò che stai facendo in quel momento: stai colloquiando con il grande Re, con la Regina, con i Loro ministri e confidenti. Se tu stessi per incontrare un potente di questo mondo, penseresti forse alla spesa, al lavoro, alle bollette, alle scadenze o che so io? No di certo: saresti completamente concentrato su ciò che devi dirgli e sul modo di presentarti a lui, così da non disgustarlo a prima vista.

Ripulito il cuore, ossia il centro della tua interiorità, dagli impedimenti e dal pattume, domandi ora l’illuminazione della mente. Tutto ciò che fai, anche nel rapporto con Dio, passa attraverso la retta ragione, elevata dalla grazia e dai doni dello Spirito Santo che le sono attinenti: intelletto, scienza e sapienza. L’uomo si distingue da tutte le altre creature dell’universo visibile proprio perché dotato di ragione e libero arbitrio; non deve mai abdicare, pertanto, alle facoltà che ne fanno ciò che è. Chi giunge ai gradi più alti dell’unione con Dio sperimenta, sì, una sospensione completa dell’attività intellettuale, ma quello è un punto d’arrivo, non certo di partenza. Laddove, nella vita spirituale, la ragionevolezza scarseggi o sia del tutto assente, occorre allarmarsi seriamente. Le proposte di molti maestri e movimenti, oggi, sono carenti proprio da questo punto di vista; la conseguenza è che gli adepti si rinchiudono in una falsa sicurezza da cui, a volte, è umanamente impossibile svellerli, a causa dell’ottusa certezza di aver già tutto e di essere arrivati…

Per evitare la trappola del sentimentalismo, non bisogna però cadere in quella dell’intellettualismo. A tal fine, la formula in esame aggiunge subito la richiesta di infiammare l’affetto. Chi si avvicina realmente alla Fiamma viva d’amore, come la chiama san Giovanni della Croce, non può rimanere freddo: indifferente, distaccato e distratto. Qualora stia sperimentando una purificazione passiva, ha sì l’impressione di esserlo, ma la sofferenza interiore che lo dilania dimostra che il suo cuore arde d’amore, sebbene senza alcun segno sensibile, a meno che non si tratti di un’aridità colpevole in quanto dovuta al peccato o all’abbandono degli impegni assunti nella vita di orazione. Capaci di dar fuoco alle anime sono tutti i Santi, con i loro esempi e i loro scritti, ma un maestro insuperabile è san Bonaventura con il suo Transfige, dulcissime Domine Iesu. Come si può essere insensibili a espressioni scaturite dal cuore di chi parla immerso nella divina fornace e si lascia sprofondare nell’abisso del Sommo Bene?

Esprimi infine lo scopo della richiesta che stai inoltrando: essere in grado di pregare in modo degno, attento e devoto. Digne: in maniera, per quanto possibile, adeguata all’altissimo Interlocutore, che tuttavia si china con impagabile tenerezza verso chiunque si accosti a Lui con umiltà. Attente: con tutto l’essere teso verso di Lui, tua origine e tuo fine; se lo avrai meritato, godrai del Suo possesso per tutta l’eternità, ma fin d’ora la grazia te lo fa pregustare proprio grazie alla preghiera. Devote: in uno slancio generoso di donazione a Colui che ti ha dato tutto e al quale desideri, pur nella tua povertà, ricambiare il dono con l’offerta di te stesso, associata a quella del Figlio crocifisso per te. Con tali disposizioni puoi sperare senza presunzione di essere esaudito; qualora tu non ottenga ciò che hai chiesto perché non utile alla salvezza tua o altrui, avrai comunque acquistato un merito per il solo fatto di aver pregato con fede. Anche qui vale la luminosa sintesi del Concilio di Trento: nel premiare i nostri meriti, Dio corona i Suoi doni.

Per concludere, un accenno alla breve formula che il Breviario pone a suggello di questa preparazione alla recitazione dell’Ufficio (utile – lo ripeto – anche per le altre forme di orazione): Domine, in unione illius divinae intentionis, qua ipse in terris laudes Deo persolvisti, has tibi Horas persolvo (Signore, in unione a quell’intenzione divina per la quale Tu stesso, sulla terra, adempisti le lodi a Dio, adempio per te queste Ore). Questa dichiarazione si fonda su due misteri della nostra fede. Il primo è l’unione delle due nature, divina e umana, nella Persona del Verbo incarnato: essa ha fatto sì che, durante la Sua vita terrena, Egli pregasse il Padre in quanto uomo, ma con le intenzioni del Figlio. Il secondo è l’unità del Corpo Mistico, che ti fa comunicare alle qualità e disposizioni di Gesù, quindi anche alle Sue intenzioni. La tua preghiera è così assunta nella Sua e ne diventa un prolungamento nella storia: sulla terra, per mezzo di te, Egli continua a rivolgere al Padre suppliche e lodi, mentre tu prendi parte, in Lui, alla vita trinitaria. Fosse solo per questo, avresti già un motivo sublime per pregare il più spesso possibile.

Dic animae meae: Salus tua ego sum (Di’ all’anima: «Io sono la tua salvezza»; Sal 34, 3).


sabato 19 settembre 2020

 

Disperdi i superbi col tuo furore

 

 

Disperge superbos in furore tuo, et respiciens omnem arrogantem humilia. Respice cunctos superbos, et confunde eos, et contere impios in loco suo. Absconde eos in pulvere simul, et facies eorum demerge in foveam (Gb 40, 6-8).

Di primo acchito queste parole, isolate dal contesto, suonano come un salmo imprecatorio. Si tratta in realtà di espressioni ironiche che è Dio a rivolgere a un uomo, quasi che il secondo fosse capace di agire con la stessa potenza del primo. Al termine del libro di Giobbe, dopo gli accorati sfoghi di colui che è pur celebre come proverbiale esempio di pazienza, il Signore gli fa comprendere che una creatura, per quanto dotata di ragione, non è in grado di giudicare l’operato del Creatore nella storia, la cui comprensione rimane al di sopra delle possibilità umane. L’enigma della sofferenza innocente troverà soluzione soltanto nella Passione dell’infinitamente Santo, alla quale devono associarsi le membra del Corpo Mistico; già nel corso del libro, tuttavia, le dichiarazioni con cui gli amici del protagonista ribattono di volta in volta ai suoi lamenti ribadiscono che nessun uomo è totalmente esente da peccato, a cominciare da quello originale.

Il problema che rimane aperto è quello della sproporzione tra l’esiguità delle colpe di Giobbe, uomo altamente virtuoso, e l’immanità delle sue pene. La Rivelazione divina, ancora incompleta all’epoca della stesura del libro, lo illuminerà con la prospettiva del premio celeste e della risurrezione della carne, mentre la storia della Chiesa ne fornirà una spiegazione fattuale con l’esperienza dei martiri, il cui sangue, secondo il noto adagio di Tertulliano, è seme di nuovi cristiani. Il vero cattolico, alla luce di tali considerazioni, deve coltivare una sincera disponibilità a soffrire e a portare la croce, come del resto Gesù stesso ingiunge ai Suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Il primo passo indicato è la rinuncia a difendersi da sé, senza contare sulla giustizia divina; il secondo è l’assunzione volontaria di afflizioni non spontaneamente scelte, ma imposte dall’esterno sotto la regia della Provvidenza; il terzo è la fedele imitazione del Maestro nelle disposizioni interiori e nei comportamenti pratici.

Vale anche qui la norma della collaborazione tra natura e grazia: il Signore non prescrive a tutti la remissività totale, ma indica la via verso la perfezione. Nella vita cristiana non è affatto proibito lottare per i propri legittimi interessi, però non con uno spirito mondano, bensì con quello dei figli amati. In altre parole, il discepolo di Cristo combatte, sì, ma senza l’acredine e la violenza di chi non ha la fede; il suo agire è segnato piuttosto da mitezza, umiltà e benevolenza verso gli uomini, fiducia e confidenza verso Dio. Le contrarietà permesse dal Cielo servono a purificare il cuore e ad affinarlo sempre più nella sensibilità soprannaturale, ma portan frutto nella misura in cui il soggetto, lungi dal cedere alla ribellione, è docile e abbandonato nelle mani amorose del Padre. Se un figlio, gli occhi bendati su un difetto, persiste inavvertitamente nello stesso errore, Egli dispone a volte il reiterarsi delle stesse contrarietà per spingerlo ad aprirli.

Anche nel perseguire il bene oggettivo – specie nell’ambiente tradizionale – si può sbagliare nelle modalità di azione. Un io tendenzialmente dominatore, per esempio, rischia costantemente di non cogliere, in contesti ostili, la necessità di procedere con prudenza e cautela, fino, se necessario, alla diplomazia e alla dissimulazione, ovviamente entro i limiti consentiti dall’onestà. In molti casi si è costretti a ingoiare l’impensabile, pur di salvare l’essenziale; a tal fine occorre saper distinguere tra i fronzoli e la sostanza. Quella di portare la croce in modo intelligente e fruttuoso, specie nell’attuale congiuntura, è un’arte quanto mai indispensabile. Onde non affogare nell’acqua che non vorremmo trangugiare, non perdiamo mai di vista il fine ultimo, la beatitudine eterna, e rimaniamo saldamente ancorati alla preghiera. Chi vive con spirito contemplativo sa di esser circondato dall’amore e ne scorge continuamente l’azione, discreta ma incessante.

La cultura filosofico-teologica in cui, negli ultimi decenni, è stato formato il clero e, a cascata, pure il popolo esclude invece radicalmente l’intervento della Provvidenza nelle vicende umane, secondo una visione di stampo illuministico e positivistico estranea alla fede. La storia è concepita come un cieco susseguirsi di sventure, ingiustizie e catastrofi, l’unica difesa dalle quali sarebbe lo spontaneo coalizzarsi degli individui, oggi reso apparentemente più facile (ma in realtà più scoordinato) dalle reti sociali; oppure il male viene idealisticamente giustificato come inevitabile fattore di passaggio verso un presunto progresso, in attesa di un’èra di pace che non arriva mai. L’umanità non ha mai sofferto, per frequenza e intensità, tanti conflitti come da quando esiste l’O.N.U., l’unico vantaggio della cui esistenza è il profitto di chi vi lavora e di chi la finanzia, mentre il suo vero scopo, come ormai tristemente noto, è l’instaurazione del nuovo ordine mondiale. Istituzione dall’aura mitica, come pure l’Unione Europea, è in realtà uno strumento utilizzato da Dio, malgrado la sua essenza anticristica, per la realizzazione dei Suoi disegni.

Chi ha fede nel perfetto controllo che il Creatore esercita sulla propria opera sa bene che il regime da cui siamo oppressi, sia a livello civile che ecclesiastico, è in mano a Lui, che lo lascia operare per trarre dal male un bene maggiore; al momento opportuno lo rovescerà ponendo il capo da Lui scelto alla guida dell’umanità unificata dai servitori di Satana. Nel frattempo, potrebbero ancora frapporsi prove molto severe, miranti sia a castigare la società umana, sempre più ribelle alla legge divina, sia ad affinare ulteriormente  il popolo fedele. Sappiamo tuttavia che le nostre preghiere e offerte sono incluse nel piano divino e possono quindi affrettarne i tempi, non nel senso che siano in grado di modificarlo, ma nel senso che Dio, prevedendole dall’eternità, ha disposto che anche da esse siano determinati gli sviluppi storici. È per questo che sabato scorso, uniti a tanti di voi sparsi nel Paese, abbiamo accerchiato i palazzi del potere con il Santo Rosario e pronunciato l’esorcismo su di essi, rinnovando alla fine la consacrazione al Cuore Immacolato a nome di tutti gli Italiani.

Con questo spirito – e con le disposizioni di umiltà, abbandono e mitezza sopra descritte – possiamo allora interpretare le parole rivolte a Giobbe anche come una supplica lanciata al Cielo: «Disperdi i superbi col tuo furore e, gettando uno sguardo, umilia ogni arrogante; da’ un’occhiata ai superbi tutti e lasciali senza parole e schiaccia gli empi sul posto; nascondili insieme nella polvere e affonda le loro facce nella fossa». Il Signore, confermando così il carattere ironico del Suo discorso, conclude infine: Et ego confitebor quod salvare te possit dextera tua (E io riconoscerò che la tua destra ti può salvare; Gb 40, 9). Tuttavia, proprio perché non intendiamo cedere alla tentazione di risolvere i problemi odierni a modo nostro, ma lasciarlo fare a lui con il nostro eventuale concorso, nulla ci impedisce di andare oltre il senso letterale del testo – come d’altronde si è sempre fatto nella Chiesa – così da poterlo utilizzare come un’invocazione, insistendo nella richiesta formulata una settimana fa e perseverando in tal modo nella cooperazione con la Provvidenza.

Visitaci con la Tua salvezza. Ti prego, esercita la Tua signoria sul mondo liberandoci dal regime da cui siamo oppressi (da ripetere all’elevazione).


https://www.youtube.com/watch?v=stu_ohAAzOI


sabato 12 settembre 2020

 

Gerico cadrà



Il Signore è il Dio dei castighi; il Dio dei castighi agì liberamente. Innàlzati, tu che giudichi la terra: rendi la ricompensa ai superbi. Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando i peccatori si vanteranno? dichiareranno e affermeranno iniquità, parleranno quanti operano l’ingiustizia? Hanno umiliato il tuo popolo, Signore, e vessato la tua eredità. […] Il Signore non respingerà il suo popolo e non abbandonerà la sua eredità. […] Dio renderà ad essi la loro iniquità e per la loro malizia li manderà in rovina: li manderà in rovina il Signore, nostro Dio (Sal 93, 1-5.14.23 Vulg.).

La preghiera del cristiano, per risultare efficace, deve essere profondamente radicata nelle tre virtù teologali. Nel caso dell’intenzione che presenteremo oggi pomeriggio nel Rosario, la richiesta si fonda anzitutto sulla fede che il Creatore, libero da qualsiasi impedimento, governa il mondo con la Sua infallibile giustizia, retribuendo ogni atto, buono o cattivo. Nessun peccato rimane impunito, ma viene scontato, se c’è conversione, con una pena di durata limitata da espiare in questa vita o nell’altra; in mancanza di pentimento di colpe gravi, con la dannazione eterna. Certamente la pena temporale può essere ridotta con vari mezzi, ma i potenti di questo mondo, propalatori di menzogne e operatori di ingiustizie, nella loro superbia li ignorano o disprezzano, esponendosi così al supplizio senza fine dell’Inferno. In secondo luogo la speranza, sicura dell’onnipotente Provvidenza, pur non nascondendosi la dura realtà presente fa attendere con incrollabile sicurezza l’intervento del Signore a liberazione del Suo popolo, mai da Lui abbandonato, e a condanna degli oppressori, esposti ad esser consumati dal soffio della Sua ira (cf. Gb 4, 8-9 Vulg.).

La carità, inseparabile dalle altre due virtù, fa sgorgare un grido di dolore di fronte allo spettacolo del male e delle ingiustizie, che offendono il Sommo Bene e fanno soffrire gli innocenti. Non è però una protesta scomposta e rancorosa, bensì un appello compunto, pieno di riverenza e di timore di Dio: il cristiano sa bene che nessuno è senza peccato dinanzi a Lui; l’innocenza di un essere umano – a meno che non si tratti di un battezzato che non ha ancora l’uso di ragione – è sempre relativa. Da ogni male, inoltre, l’Onnipotente è capace di trarre un bene, soprattutto se trova chi sia disposto a portare la croce con amore per Lui e per il prossimo. Chi si è lungamente e pazientemente allenato in questo santo esercizio può dichiarargli senza presunzione: «Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto. Chi sorgerà con me contro i malvagi? o chi resisterà con me contro gli operatori di iniquità? Innàlzati sopra i cieli, o Dio, e la tua gloria sia su tutta la terra, perché i tuoi diletti siano liberati. Portaci soccorso dalla tribolazione, poiché vana è la salvezza dell’uomo» (Sal 107, 2; 93, 16; 107, 6-7.13 Vulg.)».

La virtù, provata nel crogiuolo dell’umiliazione nascosta e silenziosa, dona questa santa audacia e confidenza, la quale, ovviamente, non è mai disgiunta dalla stringente consapevolezza dell’assoluto bisogno dell’aiuto divino. In tal modo si manifesta quel perfetto equilibrio tra natura e grazia che è richiesto per le imprese di portata soprannaturale, ma umanamente rischiose: l’uomo intraprende con determinazione ciò che lo Spirito Santo gli suggerisce interiormente e, nel far ciò, mette in atto tutte le proprie risorse, ma senza perder di vista un istante il fatto che il successo dipende dall’Alto e che, senza la protezione celeste, andrebbe incontro a sicura rovina. Tale armoniosa combinazione è realizzabile soltanto nei gradi avanzati della vita spirituale, mentre è impossibile nei primi passi di  una conversione. La storia di san Paolo, a questo proposito, è paradigmatica: lo zelo fervido e sincero, ma ancora indiscreto, del neofita lo portò a un passo dalla morte per ben due volte, a Damasco come a Gerusalemme, motivo che lo indusse a ritirarsi per tre anni, prima di dare inizio alla sua missione, nel deserto dell’Arabia (cf. At 9, 20-30; Gal 1, 17-18).

Il vero apostolo si distingue per umiltà, realismo, prudenza, discrezione, perspicacia, abnegazione, spirito di sacrificio. Chi invece, in uno stato dell’anima ancora acerbo e non esente da gravi difetti, si lancia senza alcun mandato in imprese più grandi di lui rischia di provocare disastri, mettendo in guai seri se stesso e chi lo segue. In questo caso il diavolo ha buon gioco nel far leva, con banali tentazioni sotto apparenza di bene, sull’orgoglio, sulla presunzione, sul narcisismo, sull’ostinazione, sull’emozionalismo, sull’impreparazione e sullo spirito di insubordinazione, trascinando l’ignara vittima verso esiziali derive pseudomistiche. Può anche accadere che uno, in preda ad un attivismo convulso, non si accorga, dopo aver cambiato la bandiera sotto cui militava, di continuare a usare gli stessi metodi da attivista politico, che non sono compatibili con l’apostolato cattolico. Per tutte queste ragioni è bene seguire l’esempio di san Paolo: i frutti straordinari della sua missione furon seminati in un congruo periodo di solitudine. Nella sequela di Gesù è Lui a tracciare il cammino e a fissarne le tappe per mezzo di una buona guida spirituale.

Per non correre il rischio di appiattirsi su modalità di azione puramente umane (e per giunta dettate dalla pancia anziché dal cervello), impedendo così la maturazione di una visione soprannaturale dei problemi e delle soluzioni, occorre lasciarsi severamente educare all’autentica vita interiore propria dei cattolici, alla scuola della Vergine Maria. Ciò non significa affatto una rincorsa al messaggio, al miracolo o all’apparizione, ma una formazione esigente dello spirito, che solo un maestro sapiente sa dispensare. Se non ne trovate uno in carne e ossa, ricorrete ai Santi e agli autori provati, come san Francesco di Sales, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il beato Columba Marmion, l’abbé Tanquerey… Un corretto rapporto tra natura e grazia – ossia tra ciò che dobbiamo fare noi e ciò che fa Dio – non si costruisce certo in un giorno né servono effimere fiammate di entusiasmo, in cui ancora si insinua l’io peccatore con i suoi moventi camuffati. La parte principale, in realtà, spetta fin dall’inizio allo Spirito Santo, ma con il progresso dell’anima cambia il Suo modo di agire: dapprima, nella lotta al peccato e nel consolidamento delle virtù, opera con noi; poi, nella via di unione, opera in noi.

Onde evitare lo scoglio dell’attivismo emozionalistico, naturalmente, non bisogna incagliarsi nelle secche dell’intellettualismo: in quest’ultimo caso, quanto letto nei testi di ascetica e mistica, anziché venir messo in pratica, rimane una mera acquisizione culturale, da esibire eventualmente per far colpo sugli altri. In questo campo, la collaborazione tra natura e grazia richiede, da parte nostra, anzitutto uno stile di vita ordinato negli orari e nelle abitudini; poi, un ritmo di orazione il più possibile stabile, a intervalli regolari; quindi un sapiente dosaggio di preghiera vocale, meditativa e contemplativa (come l’adorazione). Fanno da necessaria cornice la pratica perseverante delle virtù, guidate, fecondate e unificate dalla carità; una disposizione costante di umiltà e abnegazione, che ne è la condizione preliminare e al tempo stesso il sigillo di garanzia; infine un coraggioso spirito di sacrificio e dedizione, che dimostra la serietà e veracità delle richieste che rivolgiamo al Signore. Un indispensabile mezzo, alla portata di chiunque, per incrementare tutto questo è l’esercizio della mortificazione, anche al fine di combattere la dissipazione (per esempio, ponendo un limite preciso all’uso della Rete e dei social networks).

Prendiamo a modello i personaggi biblici che, mediante iniziative ispirate dal Cielo, hanno ottenuto risultati umanamente insperabili. Come insegna san Tommaso, fin dall’eternità Dio ha stabilito quali fatti si debbano verificare come effetto di cause umane, fra le quali rientra la preghiera (cf. Summa theologiae, IIª-II ͣ ͤ, q. 83, art. 2, resp.: «Non preghiamo al fine di mutare la disposizione divina, ma di ottenere ciò che Dio ha disposto che debba compiersi mediante le preghiere dei santi»). La regina Ester, prima di presentarsi al re Artaserse senza esser chiamata, correndo così un enorme rischio per la propria vita, digiunò e si mortificò per tre giorni con i suoi connazionali, poi invocò con umile confidenza l’aiuto del Signore e infine, rivestita di tutto il suo splendore, si avviò con determinazione verso la sala del trono (cf. Est 4-5 nel testo greco). Giosuè, per conquistare Gerico, non mise mano alle armi, ma eseguì fedelmente il comando divino di girare intorno alla città per sette giorni recando in processione l’arca dell’alleanza e suonando le trombe sacerdotali; il settimo, le inespugnabili mura crollarono prodigiosamente al possente grido di guerra lanciato dall’intero popolo (cf. Gs 6).

«Tutto ciò avveniva loro come prefigurazione e fu scritto per nostra istruzione» (1 Cor 10, 11). La vera foederis arca è l’Immacolata; indossando la medaglia miracolosa, La porteremo simbolicamente intorno alle “mura” da abbattere. Le trombe risuoneranno con le autorevoli intimazioni dell’esorcismo; il grido di guerra saranno le innumerevoli Ave Maria recitate in ogni parte d’Italia. Così si realizzerà per noi la profezia del Salmista: «In Dio faremo una prodezza; egli stesso annienterà i nostri nemici» (Sal 107, 14). Per conservare il giusto spirito, facciamo nostre queste parole del testamento spirituale di Bruno Cornacchiola: «Le sofferenze che ho, o che verranno, siano offerte dal mio cuore al Signore perché possiate continuare ad amare il Signore, anche in momenti che verranno terribili contro chi crede in Cristo, Verbo Dio generato da Dio, Dio stesso che nacque da Maria, Madre di Dio; chi crede all’Eucaristia, all’Immacolata Concezione e al Vicario, il Papa. Mio Dio, mi dono tutto a te e ti amo amando!» (12 aprile 1975). Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Respexit in orationem humilium et non sprevit precem eorum (Ha volto lo sguardo alla preghiera degli umili e non ha disprezzato la loro supplica; Sal 101, 18).

N.B.: il programma qui indicato rimane invariato a motivo degli impegni già assunti; eventuali interferenze di estranei non vanno prese in considerazione.


Consacrazione di Roma e dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria


sabato 5 settembre 2020

 

Rovesciamo

questa dittatura sanitaria



In manu Dei potestas terrae, et utilem rectorem suscitabit in tempus super illam (Sir 10, 4 Vulg.).

«Il dominio della terra è in mano a Dio; a suo tempo susciterà su di essa un governante benefico». È una verità inoppugnabile, riconosciuta dalla ragione naturale nonché confermata dalla Rivelazione: il Creatore ha necessariamente il pieno e continuo controllo della Sua opera e dirige la storia umana facendo sorgere, quando è l’ora da Lui stabilita, guide capaci. La luminosa massima è contenuta nel libro dell’Ecclesiastico (o del Siracide, come lo si chiama oggi in base al nome greco dell’autore). Immediatamente prima l’agiografo annota: «Com’è la guida di un popolo, tali sono i suoi ministri; qual è l’amministratore di una città, tali sono i suoi abitanti. Un re stolto manderà il suo popolo in rovina, ma le città si popoleranno grazie al senno dei potenti» (Sir 10, 2-3). Se, subito dopo tali osservazioni, si auspica l’avvento di un utilis rector, pare evidente che all’epoca della composizione del libro (si presume all’inizio del II secolo a.C.) gli israeliti fedeli non fossero entusiasti dei loro compatrioti che governavano per conto dei Seleucidi, dinastia pagana di cultura ellenistica.

Mai parole risuonarono più attuali e pertinenti. Siamo dominati da un regime estraneo che ha piazzato ai posti di comando italiani di bassissima levatura perché eseguano supinamente ordini che giungono dall’alto, miranti a rovinarci economicamente e a disgregarci come Nazione. I mass media continuano a terrorizzare la popolazione con un bombardamento incessante di notizie false o tendenziose: i morti oggi imputati al Covid-19 lo hanno per lo più contratto nei mesi scorsi e ne sono guariti, ma son poi deceduti per altre cause, oppure sono registrati come vittime dell’epidemia pur essendone stati del tutto esenti, in modo che l’ospedale riceva per tal motivo sovvenzioni più cospicue. Sembra altresì che decessi avvenuti nell’arco di una settimana siano raggruppati nello stesso bollettino giornaliero per provocare l’impressione di una situazione sanitaria ben più grave. Essendo il virus clinicamente morto, poi, i nuovi contagi – se sono reali – non si spiegano se non con cause artificiali, a meno che non si tratti di falsi positivi.

Gli immani interessi delle multinazionali farmaceutiche e dei principali finanziatori dell’O.M.S. non sono più un mistero per nessuno, ma a noi sono chiari pure gli stretti legami tra la sinistra al potere e il sionismo mondialista che ha puntato sulla Cina come nuova potenza egemone. Nessuno si sogna di negare che al Coronavirus siano imputabili molti malati e parecchi morti, ma che l’origine del morbo non sia stata naturale e che esso, mediante una sistematica amplificazione dei dati, sia stato sfruttato per provocare una guerra economica a livello planetario, nonché per avviare un’operazione globale di ingegneria sociale, è un fatto che si impone sempre più prepotentemente alle menti più lucide e avvertite. L’obiettivo pare sia una radicale ridefinizione della persona umana come essere relazionale e, di conseguenza, un completo riassetto della società, dello Stato, dell’economia, della religione… Si direbbe un’onnicomprensiva metamorfosi del mondo quale l’abbiamo finora conosciuto, programmata da secoli e realizzata a tappe da quegli illuminati che credono di governare la terra e mirano a ridurre l’umanità ad una massa di schiavi.

Tale demoniaco progetto ambisce a realizzare una nuova creazione, ma rovesciata. L’immagine che sintetizza le dottrine iniziatiche ivi soggiacenti è un uomo barbuto che si rispecchia capovolto nella cornice di una stella a sei punte, simbolo che non ha nulla a che vedere con Davide, ma rappresenta la doppia trinità, quella positiva (ossia quella “cristiana”, reinterpretata in senso esoterico) e quella negativa (ossia quella “benefica”, destinata a completare l’altra). L’assoluto rigetto del principio di non-contraddizione e la deliberata scelta del sotto-sopra come criterio ordinatore costituiscono i pilastri di questa gnosi satanica (com’è in realtà ogni forma di gnosi, benché in modo più o meno mascherato). Il losco figuro della stella non è altri che l’Adam Kadmon, ossia l’Uomo primordiale, controfigura di Lucifero stesso. È questa la “filosofia” che si nasconde dietro il nuovo umanesimo professato dall’ignoto discepolo del defunto cardinal Silvestrini (coordinatore della sedicente mafia di San Gallo) prodigiosamente assurto alla guida del Paese, ma di recente incriminato per reati di inaudita gravità… un “umanesimo” capace di trasformare le scuole in lager.

Tout se tient – direbbero i francesi… per niente estranei, peraltro, alla nostra rovina pianificata. Il peggio è che i deliranti programmi degli illuminati godono della complicità (in parte inconsapevole) di certa gerarchia “cattolica” abbagliata dall’illusione gioachimita della èra finale, quella definitiva dello Spirito, nella quale ci starebbe proiettando proprio l’attuale emergenza sanitaria. D’altronde la pseudoreligione umanitaria, intrisa di utopismo e di buonismo, del tutto aliena al culto e alla morale, che stan cercando di farci introiettare non è altro che il pendant clericale dell’umanesimo laico di cui sopra ed è perfettamente funzionale, in effetti, all’instaurazione del nuovo ordine mondiale. Da quei chierici che la coltivano e propagano scientemente è perfettamente lecito dissociarsi con una vera e propria scomunica spirituale, mediante la quale, non avendo l’autorità di comminarla a livello canonico, li escludiamo di fatto dai nostri rapporti e rifiutiamo qualsiasi sostegno o collaborazione: Quae communicatio sancto homini ad canem? (Sir 13, 22). «Se uno viene da voi e non porta questa dottrina, non accoglietelo in casa e non salutatelo neppure» (2 Gv 10); altrimenti sarà impossibile tener fede al comando celeste: Esto firmus in via Domini (Sir 5, 12).

Ai fini del rovesciamento del regime camuffato che, con la sua colossale fabbrica di menzogne, ci sta precipitando nella rovina materiale e spirituale, non dimentichiamo di avere a disposizione armi soprannaturali che il sistema nemmeno sospetta. Ben Sirach, nella sua saggezza ispirata, prosegue affermando che nessuna potenza dura a lungo: Omnis potentatus brevis vita (Sir 10, 11). Il lapidario assioma è ulteriormente sviluppato con analoghe considerazioni sulla fugacità dell’esistenza di ogni uomo: «Anche il re oggi c’è e domani morirà» (Sir 10, 12). Il suo destino di vermi e putrefazione è dovuto alla superbia di chi si allontana da Dio (cf. Sir 10, 13-15). Chi ha la fede, invece, riceve dal Signore la capacità di abbattere perfino gli imperi: Sancti per fidem vicerunt regna (I santi con la fede sconfissero i regni; Eb 11, 33 nella versione liturgica). Un semplice sasso, con la fionda del giovane Davide, abbatté un gigante e mise in fuga gli oppressori. I filistei di ieri e di oggi, per quanto appaiano forti in termini mondani, vivono invece nell’angoscia propria di chi non conosce il vero Dio e non ha riparo dalle sue onnipotenti vendette.

L’individuo dal volto di pietra, già governatore della nostra banca centrale, poi di quella europea, è in realtà un uomo tormentato dalla paura di commettere un errore fatale; potrebbe forse governarci in modo adeguato? Per questo non è il caso di chiedere al Cielo un banale cambio della guardia, che potrebbe consegnarci a un esecutore ancor più spietato in quanto più vincolato all’oligarchia occulta; occorre piuttosto implorare dall’autorità divina un completo ribaltamento della situazione mediante un terremoto politico che consenta l’avvento di una guida scelta da Dio. Come insegna san Tommaso d’Aquino, la fiduciosa supplica di numerosi fedeli, purché concordi, è infallibile: Multorum preces facilius exaudiuntur (Le preghiere di molti sono più facilmente esaudite). Egli cita a sostegno il commento biblico della Glossa quando spiega la richiesta di intercessione per sé da parte di san Paolo (cf. Rm 15, 30): «Molti piccoli, quando si radunano unanimi, diventano grandi ed è impossibile che le preghiere di molti non ottengano» (Summa theologiae, IIª-II ͣ ͤ, q. 83, art. 7, ad 3). Vi rendete conto dello straordinario potere di cui disponiamo?

È giunta l’ora di far echeggiare una vigorosa chiamata alle armi, come il suono inatteso del corno di Gedeone (cf. Gdc 6, 34). Sabato 12 settembre, festa del Santissimo Nome di Maria e anniversario della prodigiosa vittoria di Vienna del 1683, tra le 17 e le 18 chiunque voglia unirsi a questa battaglia si arruoli recitando, singolarmente o in gruppo, l’intera corona di quindici misteri secondo l’intenzione sopra espressa; al termine si rinnoverà la consacrazionedi Roma e dell’Italia effettuata il 3 aprile scorso. Alle 18,00 tutti i sacerdoti disponibili, ognuno là dove si trova, reciteranno l’Esorcismo di Leone XIII perché il nostro Paese sia liberato dalla dittatura demoniaca da cui è oppresso; a tale atto si assocerà monsignor Carlo Maria Viganò, che ha dato pieno sostegno all’iniziativa. Col Salmista intimiamo ai grandi di questo mondo: Nolite exaltare cornu. Deus iudex est; hunc humiliat, et hunc exaltat (Non abusate del potere. Dio è il giudice: abbassa l’uno e innalza l’altro; Sal 74, 5.8). Che il Signore risponda: Omnia cornua peccatorum confringam, et exaltabuntur cornua iusti (Annienterò tutta la potenza dei peccatori e si innalzerà la potenza del giusto; Sal 74, 11).

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https://www.byoblu.com/2020/08/30/il-discorso-di-kennedy-a-berlino-che-giornali-e-tv-non-vi-hanno-fatto-vedere/


sabato 29 agosto 2020

 

Fermiamo l’ira divina

 

 

Expandi manus meas tota die ad populum incredulum, qui graditur in via non bona post cogitationes suas, populus qui ad iracundiam provocat me ante faciem meam semper (Is 65, 2-3).

«Per tutto il giorno ho steso le mani a un popolo incredulo che procede su una via non buona, dietro i suoi pensieri, un popolo che mi provoca all’ira in faccia, sempre». Queste severe parole di Isaia, nel loro senso storico, si riferiscono all’antico Israele e sono motivate dalle sue continue infedeltà e disobbedienze. Nel 1858, per iniziativa di un ebreo convertito, esse furono incise, in ebraico e in latino, sulla facciata della piccola chiesa romana di San Gregorio della Divina Pietà, oggi prospiciente alla colossale sinagoga ultimata nel 1904; là gli abitanti del ghetto, sotto lo Stato Pontificio, erano obbligati ad assistere ai quaresimali per la loro conversione. Il carattere coatto di tale ascolto non doveva certo disporli in modo molto propizio, dato pure il proverbiale cinismo che, nel cuore della cristianità, toccava l’apice, potenziato da quello già tipico della beffarda popolazione locale; questo era comunque un estremo tentativo di procurar loro la salvezza eterna. La carità fa di ogni difficoltà un motivo in più per tentarle tutte.

Il significato letterale della parola profetica, purtroppo, rimane ancora attuale, visto che la profezia paolina (cf. Rm 11, 23-27) tarda ad adempiersi, nonostante le singole conversioni. La composita galassia umana che, per motivi etnici o culturali, si richiama all’identità ebraica è in realtà vittima – da sempre – dei suoi stessi maestri e maggiorenti più che di poteri estranei: sono rabbini e banchieri a opprimere e angariare i propri correligionari, i quali, peraltro, non si fanno generalmente scrupolo, in virtù di una mentalità da privilegiati, di approfittare a loro volta di ogni circostanza per favorire i propri interessi nuocendo in pari tempo a quelli altrui. Un’interpretazione fondamentalistica delle profezie bibliche, del resto, fa sognare a non pochi di essi l’avvento di un impero sionista che domini un’umanità numericamente calcolata in funzione delle sue esigenze; è questo, in soldoni, il nuovo ordine mondiale. Già da decenni una ristrettissima cerchia di superiori incogniti, mediante le grandi banche e società di investimento, gestisce tutto il sistema finanziario, il quale controlla poi le leve politiche, economiche e mediatiche.

Al livello più basso, troviamo il miserabile sottobosco di governanti, parlamentari e amministratori che prendono gli ordini dall’alto: sempre più giovani, ignoranti e incompetenti (cioè sempre più manovrabili a piacere), ma non per questo meno criminalmente colpevoli. La democrazia si è ormai pienamente rivelata per quello che è realmente, un gigantesco inganno e una farsa vergognosa la cui dialettica è solo apparente: le contrapposizioni ideologiche servono unicamente a catturare il consenso delle varie correnti sociali, visto che tutti gli attori in lizza, benché schierati su fronti opposti, son legati tra loro da vincoli e interessi trasversali, ovviamente non dichiarati. Appassionarsi a questo degenere teatrino dei pupi non è indizio di forte acume intellettuale; tutt’al più si può spendere qualche parola per denunciare, se mai necessario, i tratti vieppiù dogmatici, reazionari e – che dire? – nazisti della sinistra “antifascista” al governo, la cui spudoratezza ha da tempo superato ogni limite della decenza.

Ciò detto, non crediamo di farla franca, come al solito, puntando il dito sugli altri e applicando solo a loro i testi biblici più sferzanti. Qualcuno oserà forse affermare che il popolo italiano cammina sulla buona strada, guardandosi dall’insultare continuamente il Signore in faccia? Lasciamo da parte il fatto che gran parte dei praticanti ha colto al balzo la scusa per non andare più in chiesa, dopo la ripresa del culto pubblico: fatta la tara di una cocciuta paura irrazionale, per una religiosità che già illanguidiva la “pandemia” è stata come una forte ventata in un bosco autunnale. Gli scienziati più seri hanno un bel ribadire che il virus è clinicamente scomparso, ma la macchina mediatica, fedele alla consegna, insiste a segnalare ogni singolo focolaio… di che, non si sa. Rimanere vittima di tale terrorismo psicologico, d’altronde, non è altro che l’inevitabile conseguenza e il giusto castigo del rinnegamento pratico della fede e di una sfacciata indifferenza alla legge morale.

Le provocazioni dell’ira divina hanno raggiunto un livello non immaginabile se non da adepti del culto di Lucifero, quali sono appunto coloro che governano il mondo. Se un quaquaraquà qualsiasi, estratto dal cappello e piazzato su una poltrona da ministro, dopo aver già provocato un disastro sanitario senza precedenti legalizza una pillola che consente di sgravarsi di un bambino nella tazza del cesso e di sbarazzarsene tirando lo sciacquone, significa che la tracotanza dei figli delle tenebre ha largamente oltrepassato la barbarie del Terzo Reich, ma che conta altresì su un mercato che non è mai stato così vasto. La gioventù, fatta sprofondare in un’inaudita depravazione fino a un punto umanamente irrecuperabile, si sta abbandonando a una sessualità selvaggia; intanto la gerarchia “cattolica” si affanna ad applicare scrupolosamente ridicole quanto superflue norme igieniche. Chi potesse vedere, come santa Veronica Giuliani, i nugoli di anime che precipitano all’Inferno come foglie in preda alla bufera rivedrebbe immediatamente le sue priorità…

Siamo dunque obbligati a trarre conclusioni pratiche, se non intendiamo ipocritamente limitarci a saziare l’ego di parole, lasciandoci trascinare nella generale rovina. La prima che tiro, riconoscendo l’inevitabilità di un castigo commisurato alla gravità del male e presagendo l’imminenza di un tempo d’ira, è l’urgenza di implorare dal Cielo il rovesciamento di questo regime, almeno in Italia, Paese che ha ricevuto da Dio una vocazione speciale di guida delle Nazioni, sia sul piano politico che su quello spirituale. A tal fine, possiamo utilizzare i salmi imprecatori, ponendoli sulle labbra di Gesù e facendoci voce di tutta la Chiesa. Quale formula da ripetere spesso come una sorta di giaculatoria, piuttosto che lasciarci andare al turpiloquio contro i governanti, può ben servire questo versetto: Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti (Dio mio, rendili come un turbine e come la paglia di fronte al vento; Sal 82, 14). In positivo, chiediamo insistentemente un liberatorio intervento divino, purché ci adoperiamo per meritarlo: Memento nostri, Domine, in beneplacito populi tui; visita nos in salutari tuo (Ricordati di noi, Signore, nella benevolenza per il tuo popolo; visitaci con la tua salvezza; Sal 105, 4).

La seconda conclusione è la necessità, mai abbastanza sottolineata, di rientrare ogni giorno in noi stessi con la meditazione, così da poter udire la voce di Dio nella coscienza e intravedere i benefici piani della Provvidenza: Audiam quid loquatur in me Dominus Deus, quoniam loquetur pacem in plebem suam, et super sanctos suos, et in eos qui convertuntur ad cor. Verumtamen prope timentes eum salutare ipsius, ut inhabitet gloria in terra nostra (Ascolterò che cosa dice in me il Signore Dio, poiché parlerà di pace per il suo popolo, sopra i suoi fedeli e per coloro che si volgono al cuore. In verità la sua salvezza è vicina a quanti lo temono, affinché la gloria abiti nella nostra terra; Sal 84, 9-10). Non si tratta di una fuga nell’intimismo, ma dell’unico modo disponibile – visto che siamo abbandonati dai Pastori – di lasciarci istruire su scelte operative che siano conformi ai piani divini, anziché essere di intralcio ad essi e di detrimento all’anima. Ho l’impressione che pochi gradiscano l’invito a sostare sul Calvario accanto alla Madre, evitando sia la passività disfattista, sia l’attivismo compulsivo; ma basta che ce ne sia qualcuno.


http://www.edizionisolfanelli.it/laviadellapace.htm

https://www.marcotosatti.com/2020/08/29/un-sedicenne-scrive-a-vigano-la-lettera-e-la-risposta/