Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 12 gennaio 2019


Diletto dell’anima mia




Surge, illuminare, Ierusalem, quia venit lumen tuum, et gloria Domini super te orta est (Is 60, 1).

«Àlzati, illùminati, Gerusalemme, poiché è venuta la tua luce e la gloria del Signore è sorta sopra di te». La tragedia del popolo ebraico – ma anche la sua soluzione – è tutta in questo versetto: la sua luce è venuta duemila anni fa e la gloria del Signore si è manifestata su di esso, ma, eccetto quella parte di Israele che la riconobbe e accolse quindi la chiamata divina a risorgere mediante la fede in Cristo, ottenendo così ciò che Dio gli aveva promesso, la maggioranza seguì i suoi capi nel rifiuto del Messia e nel rinnegamento della fede, designato in latino con il termine perfidia (che non ha, evidentemente, lo stesso significato che in italiano). Da allora il popolo eletto, depositario della prima alleanza e rivelazione, pazientemente educato da Adonai nel corso di due millenni, dotato di una religiosità viscerale che intride ogni aspetto e momento della vita, si è privato dell’unione con il suo Dio, della quale conserva tuttavia un’inestinguibile nostalgia, alternantesi – come spesso accade nell’animo di chi per sua colpa ha perso l’oggetto del suo amore – a un’irriducibile antagonismo che lo spinge continuamente a sfidare Lui e a detestare quanti invece Lo possiedono.

Quest’inguaribile rimpianto trova sfogo in una struggente preghiera della loro tradizione (Yedid nefesh): «Diletto dell’anima, Padre di misericordia, attira il tuo servo alla tua volontà. Egli correrà come una gazzella per prostrarsi davanti alla Tua maestà. Il Tuo amore è per lui più dolce di un favo stillante e di ogni delizia». Alla luce della paternità divina rivelata da Gesù Cristo, questo canto può essere rettamente inteso come una richiesta della grazia necessaria per volgersi a Dio e adorarlo con tutto sé stessi; in questa chiave cristiana, quindi, esso potrebbe pure essere assunto nella nostra vita spirituale. Il problema è che – come sistematicamente si fa da cinquant’anni a questa parte – certi testi proposti alla pietà o allo studio dei cattolici possono sottendere visioni diametralmente opposte. Quello che stiamo considerando, in effetti, appartiene alla tradizione cabalistica, che è gnosi allo stato puro. Fatta salva la buona fede degli ebrei che credono e pregano sinceramente, il padre che intendono taluni rabbini non è certo quello rivelato dal Messia, ma una “luce” vitale le cui scintille sarebbero disperse nel mondo, prigioniere della materia, e che l’uomo pio, il khassîd, dovrebbe liberare con la propria opera illuminata.

Dopo la caduta delle origini, che avrebbe frantumato l’unità primordiale dell’universo (concepito come emanazione panteistica della luce) e quella dell’umanità (contenuta tutta nell’anima collettiva di Adamo), la missione di Israele sarebbe quella di rettificare il mondo in preparazione della sua palingenesi, nella quale dovrebbero sopravvivere solo il popolo eletto e i giusti fra le nazioni al suo servizio, mentre i suoi nemici storici dovrebbero reincarnarsi per poter essere annientati. Nell’èra messianica, a cui sarà ammessa unicamente un’umanità selezionata in grado di parteciparvi, l’uomo dovrebbe ritrovare la condizione che Adamo avrebbe avuto prima del peccato, con un immortale corpo di luce, affrancato dalla vile necessità di nutrirsi e di riprodursi, e in uno stato di connessione permanente con il “divino” nonché con gli universi spirituali paralleli (o – diremo meglio – con il mondo demoniaco), ai quali i sapienti hanno accesso fin d’ora e dai quali derivano i loro poteri di conoscenza e di “guarigione” (dicesi: occultismo o spiritismo).

Tali aberrazioni rabbiniche, in realtà, discendono direttamente dalle dottrine farisaiche, espressamente condannate dal Salvatore: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini, perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci» (Mt 23, 13); di conseguenza «vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare» (Mt 21, 43). Storicamente questo passaggio avvenne quando la Chiesa formata dalla parte fedele di Israele, che con il Battesimo era entrata nella nuova ed eterna alleanza, accolse nel suo seno i pagani convertiti; quella parte che seguì invece gli insegnamenti dei rabbini, poi raccolti nel Talmud, decadde dalle promesse e, alienando i propri privilegi, si escluse da sé dall’èra messianica, iniziata il giorno di Pentecoste.

Questo triste e colpevole indurimento è efficacemente descritto da san Gregorio Magno: «In tutti i segni che furono mostrati, o alla nascita del Signore, o alla sua morte, dobbiamo considerare quanto grande fu la durezza nel cuore di certi giudei, che non lo riconobbero né mediante il dono della profezia, né mediante i miracoli. Tutti gli elementi, effettivamente, attestarono la venuta del loro Autore. Per dire qualcosa di essi alla maniera umana, i cieli riconobbero che Costui era Dio perché subito inviarono una stella. Il mare lo riconobbe perché si offrì ad essere calcato sotto i  suoi piedi. La terra lo riconobbe perché alla sua morte tremò. Il sole lo riconobbe perché nascose i raggi della sua luce. Le pietre e le pareti lo riconobbero perché al momento della sua morte si spaccarono. Gli inferi lo riconobbero perché restituirono coloro che custodivano morti. E tuttavia Colui che tutti gli elementi privi di ragione percepirono quale Signore, i cuori dei giudei increduli ancora non lo riconoscono affatto Dio e, più duri dei sassi, non vogliono aprirsi alla conversione» (Homiliae in Evangelia, 10).

La vera luce non è quella di Lucifero (il dio dell’universo della cabala), ma quella di Gesù Cristo. La soluzione della tragedia ebraica sta tutta qui: riconoscere il Messia e lasciarsi illuminare da Lui. Chi rende culto al diavolo sa benissimo che Dio esiste, ma pretende che anche Satana sia un “dio” alla pari con Lui, anzi il “dio” veramente buono e benefattore degli uomini in contrapposizione a quello geloso e severo della tradizione cristiana, che dovrebbe essere neutralizzato eliminando quanti l’ossequiano o pervertendo la loro religione in senso gnostico. Come vedete, è evidentissimo che non adoriamo affatto lo stesso Dio, né possiamo avere alcun dialogo o intesa con chi vuole deliberatamente distruggerci o, se va bene, renderci suoi schiavi. Alla luce del falso messianismo giudaico fin qui abbozzato appare chiaro, altresì, che il conflitto in Medio Oriente ha profonde radici ideologiche ed è umanamente insolubile, finché gli ebrei non si convertano. La ricostituzione dello Stato di Israele non è altro che la premessa di una presunta èra messianica in cui tutti gli uomini dovranno andare a Gerusalemme ad adorare il loro “dio” nel tempio ricostruito, se vorranno esser lasciati in vita, nella grande battaglia finale, per far loro da servi…

Chi rimanesse scettico di fronte a tali affermazioni, può consultare direttamente le fonti dell’attuale giudaismo cabalistico (cioè del giudaismo ufficiale). Per un cattolico fedele, ad ogni modo, rimane fuor di dubbio che la conversione a Cristo è l’unica via di salvezza e che non ne esiste una parallela per gli ebrei; ogni asserzione in questo senso è decisamente eretica. La sola modalità straordinaria di salvazione che, in virtù dell’universale volontà salvifica del Creatore, possiamo ammettere come estensione di quella ordinaria a favore di quanti, senza loro colpa, non conoscono il Salvatore è il desiderio, almeno implicito, del Battesimo, desiderio che Dio conosce e può accettare come merito sufficiente per evitare l’Inferno e ottenere il Paradiso, ma sempre in considerazione dell’opera redentrice di Gesù, unico titolo di riconciliazione con il vero Padre di misericordia per tutti gli uomini, senza eccezione. Chiediamo dunque, a favore del popolo ebraico, l’intercessione del fariseo folgorato dalla luce di Cristo, l’apostolo Paolo, come pure quella di convertiti più recenti, quali i fratelli Ratisbonne, Edith Stein, il rabbino Zolli… Questi sono fra i più sublimi miracoli della grazia, ma sono possibili anche oggi – e sono necessari perché il Messia ritorni nella gloria.

sabato 5 gennaio 2019


Sia in te la nostra gloria in eterno




Expertus potest credere, quid sit Iesum diligere.

«Chi ne ha fatto esperienza è in grado di credere che cosa sia amare Gesù». Non è una professione di modernismo; sono due versi di un inno medievale ripreso dall’Ufficio divino. Qui non si parla della fede quasi fosse un prodotto dell’esperienza umana, dato che essa nasce con la libera adesione, resa possibile dalla grazia e dall’aiuto interiore dello Spirito Santo, alle verità oggettive rivelate da Dio; qui si allude alla carità che, nella vita spirituale, in certi momenti può essere sperimentata per mezzo di una grazia sensibile di ineffabile dolcezza, che conosce soltanto chi l’ha provata. L’inno Dulcis Iesu memoria è un capolavoro attribuito a san Bernardo di Chiaravalle, che vi ha condensato la sua dottrina mistica: «O Gesù, speranza per i penitenti, quanto sei pietoso per chi ti desidera! quanto sei buono per chi ti cerca… ma che cosa sei per chi ti trova?».

Pregare con queste parole provoca sussulti di santa letizia, poiché esse esprimono la corrispondenza umana, per quanto debole e imperfetta, all’infinito amore divino che ci è comunicato dal nostro adorabile Salvatore. È così che, al culmine dello slancio, l’esultanza può tradursi in intima certezza di giungere un giorno a goderlo per tutta l’eternità: «O Gesù, sii la nostra gioia, tu che sarai il nostro premio; sia in te la nostra gloria, sempre e per tutti i secoli». Non è la fiducia temeraria di chi  ignora la dura necessità del combattimento spirituale e trascura perciò l’ineludibile impegno di progredire giorno per giorno nella santificazione personale; è la soprannaturale persuasione che, dopo aver gustato la manna celeste che il Signore concede a chi lo riama, non Gli si può preferire più nulla al mondo. Non esiste potenza avversa capace di staccare l’anima dalla sua fonte di delizie senza fine, se non è essa stessa a volerlo o a cedere volontariamente alle lusinghe del demonio.

Quanto più si ascende nell’unione con Dio, indubbiamente, tanto più rovinose sono le eventuali ricadute, che fino all’estremo istante dell’esistenza terrena non si possono mai escludere del tutto, a meno che uno non meriti il raro privilegio di essere confermato in grazia. Per questo il dono del santo timore e la virtù dell’umiltà non devono mai affievolirsi in noi, dato che il nemico è sempre in agguato e che l’orgoglio è un animale mutante che si incolla all’anima come una sanguisuga e se ne distacca solo a prezzo di dolorose purificazioni. Certe esperienze, tuttavia, non sono concesse prima che l’anima abbia progredito abbastanza da non correre rischi eccessivi. Qualora un sacerdote si permetta eccezionalmente l’imprudenza di evocare pubblicamente un favore divino, lo fa contando sul fatto che il lancinante ricordo dei peccati passati e l’inestinguibile gratitudine per il perdono ricevuto soffoca sul nascere ogni reviviscenza di assurda vanità.

Lo scopo di certe confidenze non è di offrire una sorta di illusoria assicurazione per la vita eterna, ma unicamente quello di incoraggiare chi, ansimante ai remi della barca in tempesta, è fortemente tentato di scoraggiamento e rischia di perdere di vista il fatto che l’Amore lo avvolge da ogni parte, dispiegandosi nell’infallibile Provvidenza divina e nell’intercessione di una miriade di amici in cielo e sulla terra, con a capo la Regina degli Angeli e dei Santi, Madre di Dio e nostra. Se avessimo anche solo una vaga idea del modo in cui siamo continuamente e indefettibilmente amati, piangeremmo di gioia. Del resto il Signore non lesina le Sue grazie, ma le effonde in proporzione della gravità delle prove e anche oltre lo stretto necessario. Non imitiamo i modernisti nella loro piatta visione immanentistica del mondo e della Chiesa, ma chiediamo di poter spalancare gli occhi dello spirito sulle meraviglie invisibili che ci circondano, così da non lasciarci sfuggire i doni celesti.

Quanto più un regime si inasprisce, tanto più mostra la sua debolezza. Ciò è ben visibile in quello cinese, come pure in quello, analogo, che ha occupato i vertici della Chiesa Cattolica. Ma «noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati» (Sal 123, 7): è il laccio mentale dell’indottrinamento vaticansecondista e dell’acquiescenza acritica ad ogni abuso di autorità. Se ne facciano una ragione: è finita, non ci riacchiappano più. Di irreversibile, qui, c’è solo il nostro ritorno alle sorgenti perenni della Tradizione, non certo le loro innovazioni senza radici. Se davvero stanno per proibire la Messa antica (o per limitarla ad ambienti ben circoscritti che sperano di sottomettere a breve), questo non ci turba affatto. Non possono impedire ai sacerdoti di celebrare nella forma che preferiscono, neanche abrogando il Summorum Pontificum. Se ci tolgono le chiese, diremo Messa nelle case dei fedeli; per fermarci dovranno ucciderci. Qualora ci dichiarino scismatici per disobbedienza al papa, ciò non avrà alcun valore: l’obbedienza alla gerarchia è sì doverosa, ma solo fin dove è legittima, cioè non si oppone alla legge di Dio.

Ora, la Messa nella forma che ci è stata trasmessa in continuità fin dall’età apostolica (sia pure attraverso uno sviluppo organico e omogeneo) non può essere interdetta, né sostituita da un rito inventato a tavolino da un massone con il concorso di pastori protestanti, a dispetto del divieto di san Pio V. In realtà, è proprio chi tenta di escluderla che rischia di ritrovarsi in stato di scisma: di esso, infatti, ci si può rendere colpevoli anche con il rifiuto del patrimonio tradizionale che ci è stato consegnato fin dall’inizio ed è costitutivo della Chiesa, il quale comprende pure il culto istituito da Cristo. È discusso se il Signore abbia fissato i riti sacramentali in generale o nei singoli dettagli, ma le determinazioni che l’autorità ecclesiastica ha effettuato nel corso dei secoli, in ogni caso, riposano sul potere che il Fondatore stesso le ha conferito e non toccano la sostanza dei Sacramenti. Con la cosiddetta “riforma liturgica”, invece, si è andati a offuscare – pur senza comprometterne la validità – il carattere sacrificale dell’Eucaristia e la fede nella Presenza reale, al punto che molti chierici non ci credono più e la considerano semplicemente un simbolo.

Scismatici, quindi, semmai saranno loro. Piuttosto che agitare una minaccia del genere, faranno meglio a farsi un giro e a rinfrescarsi un po’ le idee sulla dottrina cattolica; a noi le loro chiacchiere non fanno né caldo né freddo. L’importante è che non offriamo pubblicamente pretesti per farci sanzionare a ragione; basta andare avanti nell’ombra senza deflettere di un millimetro dalla direzione intrapresa. Prima o poi il Signore interverrà – e ho motivo di temere che si servirà proprio di quegli islamici che gli apostati stanno accogliendo a braccia aperte, finché non si ritrovino con un pugnale alla gola… Ricordate il 1527? La storia insegna. Questa volta non c’è bisogno di lanzichenecchi che calino da settentrione: abbiamo già in casa migliaia di estremisti. Come ho già scritto, abbiamo tutto l’interesse a mantenere rapporti cordiali con i musulmani non ideologizzati, così che non cadano nella trappola della propaganda terroristica; se però dovessero trovarsi costretti a scegliere tra la propria vita e la nostra, quanti di loro ci difenderebbero?

Vedete allora quant’è importante coltivare l’unione con Cristo in un dialogo amoroso sempre più intimo e confidente? Se vorrà risparmiarci, riusciremo a sopportare la prova rendendogli coraggiosa testimonianza con una letizia soprannaturale; se ci chiederà il martirio, Gli andremo incontro con l’ardore di una sposa novella. In un caso come nell’altro, la Sua gloria potrà risplendere in noi – e non c’è felicità più grande, per chi ama, che se l’amato è riconosciuto ed esaltato per quello che merita. Nessuno potrà toglierci questa gioia: ce l’ha promesso Lui. Il parto è un processo che causa dolore e afflizione; ma, appena si è concluso, la madre dimentica tutto per la gioia di stringere il figlio al seno (cf. Gv 26, 20-23). Mi raccomando: passate più tempo col Vangelo sotto gli occhi, ad ascoltare la voce dell’Amato, di quello che passate a navigare nella Rete. Perché Gesù sia un giorno il nostro premio, bisogna che sia fin d’ora il nostro gaudio.



sabato 29 dicembre 2018


Semplicismo spirituale o semplicità di cuore?




Ciò che più colpisce nell’attuale temperie ecclesiale, da un estremo all’altro del ventaglio in cui si dispiegano le varie versioni del cattolicesimo odierno, è il fatto che, pur nella loro enorme diversità, sembrano accomunate da un atteggiamento simile: quello che chiamo semplicismo spirituale, ossia l’illusione, assai diffusa, che per essere un buon cristiano basti conformarsi a un modello bell’e pronto, seguendo acriticamente un insieme di indicazioni e di prassi in cui dovrebbe esprimersi la quintessenza del vero cristianesimo. Che queste realtà si presentino come un’esperienza, un cammino, un movimento, una prelatura, una fraternità, un’organizzazione… ognuna propone la sua ricetta preconfezionata – implicitamente o esplicitamente esclusiva – la cui applicazione garantirebbe la perfezione evangelica e la soluzione di tutti i problemi, risparmiando agli adepti il duro sforzo di una diuturna e penosa lotta contro i peccati e quello di una progressiva purificazione del cuore in vista della santificazione personale.

Si riscontrano due estremi: uno è l’accontentarsi di una formale esecuzione di gesti e parole la cui efficacia oggettiva, indipendente dalle disposizioni individuali, sembra rendere superflua l’adesione interiore; l’altro è il mettere tutto il peso sul coinvolgimento emotivo, quasi che la riuscita dei riti dipendesse dall’attività dell’assemblea e fosse impossibile senza la sua partecipazione, secondo una visione tipicamente protestante. La sana dottrina cattolica afferma che i Sacramenti producono la grazia ex opere operato, cioè in virtù del fatto che un ministro valido compie nel debito modo i riti prescritti; la loro fruttuosità, tuttavia, cioè la misura in cui la stessa grazia viene accolta da ciascun fedele, è determinata ex opere operantis, cioè dalle disposizioni interiori di chi li riceve e dalla sua collaborazione con la grazia medesima. Per questo è importante prepararsi con cura alla comunione e alla confessione, dedicare un congruo tempo al ringraziamento e alla penitenza, nonché connettere ad esse opere spontanee di pietà e di carità in cui la grazia possa fruttificare.

Intendiamoci: qui non si sta giudicando la coscienza del singolo credente che, in buona fede, segue una proposta con una genuina intenzione di progredire nella santità utilizzando i mezzi che gli sono forniti: in virtù di questa sincerità, che lo rende disponibile alla grazia, egli può infatti realmente avanzare verso l’obiettivo nonostante l’adesione all’una o all’altra corrente, che in molti aspetti diverge sia dalle altre che dallo stesso cattolicesimo autentico. Qui si vuol semplicemente rilevare che, spesso, l’appartenenza a detti movimenti o associazioni non scalfisce nemmeno vite immerse nel peccato grave, che in vari modi viene dissimulato, sminuito o giustificato. In questo campo si va da rozze mistificazioni della misericordia divina, di sapore decisamente luterano, a sottili e dotti sofismi con cui si legittimano farisaicamente comportamenti che a una coscienza retta appaiono di primo acchito riprovevoli, se non si ama costruire cattedrali sugli stecchini.

Chi conosca un po’ la storia ecclesiastica osserverà che, in fin dei conti, si tratta di un déjà vu. Già nel XVII e XVIII secolo, per esempio, nello stesso Ordine dei gesuiti si potevano riscontrare, nella dottrina spirituale, divergenti orientamenti sospetti di quietismo, di legalismo o di formalismo. La differenza del nostro tempo, tuttavia, consiste nel fatto che, mentre a quell’epoca i genuini tipi di spiritualità spuntavano dalla comune radice della riforma cattolica e rifluivano nello stesso alveo di una cattolicità ben identificata, oggi si fa oggettivamente fatica a cogliere l’omogeneità, sia pure differenziata, delle svariate proposte disponibili. Dall’entusiasmo pentecostale alla rigida esecuzione di riti, passando per la scrutazione della Parola, la condivisione dell’esperienza, la santificazione della carriera o la ricerca dell’unità con tutte le religioni (e altro ancora), il cristiano ordinario si sente un po’ smarrito… Certo, ci sarà senz’altro chi, immancabilmente, etichetterà tutti gli altri come eretici ingiungendo a chi vuol salvarsi l’anima, come unica possibilità, di aggregarsi a lui; ma chi desidera sinceramente amare il Signore – e non per sentimentalismo – potrebbe rimanere deluso dalla sua glaciale freddezza.

Un tempo, inoltre, tutte le pubblicazioni di soggetto teologico o ascetico-mistico erano attentamente monitorate dall’autorità ecclesiastica, che, alla bisogna, le correggeva o condannava, considerando che, in gioco, c’era la salvezza delle anime. Oggi, invece, oltre a lasciar tranquillamente circolare qualsiasi testo, la gerarchia non interviene mai, se non quando costretta da uno scandalo mediatico. Certe sedicenti organizzazioni cattoliche, però, sono internamente strutturate in modo talmente serrato e dispongono di un potere politico-finanziario così forte che quasi mai gli abusi (fossero pure “solo” il plagio e la coercizione) giungono in superficie. Qualora questo accada, come nel caso del vescovo Apuron, gli si fa comunque quadrato attorno, fino a metterlo spudoratamente accanto al Papa in mondovisione. Non si può negare che l’appartenenza a un movimento ecclesiale assicuri coperture potenti ad altissimi livelli.

Anche qui la radice del problema è una fede carente, che seleziona l’uno o l’altro aspetto della vita cristiana, rendendolo di fatto onnicomprensivo, ed eludendo regolarmente la necessità di una seria riforma di vita. Ora, un conto è lottare con debolezze che non si riesce ancora a vincere, un conto è accettare stabilmente il peccato grave nella propria esistenza confidando di poter ricorrere alla confessione. Il fatto è che un’assoluzione valida richiede un vero pentimento, il quale include il fermo proposito di non commettere più alcun peccato mortale; perché sia un proposito efficace, anziché una mera velleità, bisogna inoltre prendere la decisione di evitare le occasioni in avvenire. Come sacerdote, non potrei mai dare a qualcuno la falsa sicurezza di essere perdonato senza tale pentimento effettivo; non sarei altro che un cappellano di corte che deve compiacere il padrone o un venditore di fumo che ha paura di perdere clienti…

Ben diversa dal semplicismo è la semplicità di cuore, la quale è necessaria per accogliere la grazia ed esige che, senza artifici, si dica bianco ciò che è bianco e nero ciò che è nero. Non sempre essa, anche unita alla prudenza dei serpenti raccomandata dal Signore stesso (cf. Mt 10, 16), garantisce il successo personale o preserva da noie più o meno serie, ma è indispensabile per avere accesso alle celesti dimore: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21). Dire «Signore, Signore» può tradursi in qualunque pratica considerata fruttuosa, in rapporto alla vita spirituale, in virtù della sua semplice attuazione, a prescindere dalle reali disposizioni interiori del fedele e dalla sua effettiva prontezza a collaborare con la grazia assecondandola con generose rinunce e combattendo i propri peccati. In tal caso qualsiasi mezzo di grazia (fosse pure la Messa tradizionale), per quanto santo in se stesso, è trattato come un feticcio, cioè un oggetto dotato di un potere magico con cui basterebbe venire a contatto per ottenerne un beneficio.

Un’altra manifestazione della semplicità di cuore, per nulla secondaria, è l’obbedienza ai legittimi Pastori in ciò che è conforme alla legge divina ed ecclesiastica. Anche qui un certo fanatismo di autoconferma scantona subito per la facile scappatoia di un insindacabile giudizio secondo il quale essi o non sarebbero convertiti, o non avrebbero lo Spirito, o ancora sarebbero in blocco eretici… Agli uni occorre rammentare che il fondamento del ministero, nella Chiesa, non è affatto la santità o il fervore personale, ma la trasmissione, per via sacramentale e gerarchica, del mandato apostolico; agli altri, invece, che i fedeli non hanno l’autorità di giudicare i Pastori così da sottrarsi alla loro giurisdizione. Qualora uno osservi che il suo parroco o il suo vescovo parla o agisce in modo oggettivamente contrario alla verità rivelata e a quanto esige il suo compito, può ritenersi libero nei suoi confronti nel foro interno della sua coscienza, ma ciò non lo autorizza a comportarsi, in fin dei conti, come Martin Lutero.

Per rimanere realmente fedeli al Signore senza porsi fuori della Chiesa (in molti casi governata di fatto – non lo nego – da protestanti ultraliberali) bisogna imparare a insinuarsi nelle maglie del sistema in modo da poter continuare a predicare la sana dottrina e a fare del bene alle anime, senza partire in battaglie inutili, se non dannose, che si risolvano a detrimento della causa, confermando i pregiudizi degli avversari (che spesso colgono in noi difetti reali) e rafforzando la loro posizione. La scaltrezza evocata dal Signore, sulla quale i figli di questo mondo ci danno lezione (cf. Lc 16, 8), non è né l’infingarda codardia di chi non vuol fastidi né la calcolata dissimulazione di chi riesce a conciliare tutto e il contrario di tutto adattandosi ad ogni circostanza, bensì l’accortezza di chi comprende a cosa deve rinunciare pur di salvare l’essenziale: oltre alla retta fede e ai Sacramenti, c’è pure la comunione gerarchica.

Nella vita cristiana non si può scegliere a seconda dei gusti: per viverla in semplicità, anziché nel semplicismo, bisogna prendere il pacchetto completo – in cui, fra l’altro, c’è pure il martirio: sicuramente quello della coscienza e, se così volesse il Signore, anche quello di sangue. Ma sopra ogni cosa, quale cemento e anima di tutto, ci vuole un effettivo amore per Lui in una solida vita spirituale, non un surrogato che tenti di supplirlo per mezzo di manifestazioni o impegni collettivi. Tale amore non può nascere se non da quell’incontro intimo e sconvolgente con Gesù Cristo che in sant’Agostino fece detonare la conversione: incontro radicato nella Chiesa e compiutosi grazie alla Chiesa, ma avvenuto nelle profondità di un’anima peccatrice che scoprì in prima persona, quasi fosse unica al mondo, di esser stata da Lui creata e redenta per esser resa partecipe, fin da questa terra, della Sua vita filiale in vista dell’elevazione alla Sua gloria. Se per questo non hai mai pianto di commozione e di desiderio, tale incontro non l’hai ancora sperimentato. Chiedilo.

Ti cercò il mio volto; il tuo volto, Signore, cercherò (Sal 26, 8 Vulg.).

sabato 22 dicembre 2018


Inno alla Provvidenza




Il dogma della provvidenza racchiude un profondo mistero che va accettato per fede. I caratteri di una vera fede nella provvidenza non sono l’esitazione, la pusillanimità, il dubbio o l’ansiosa ricerca; ma piuttosto la calma interiore incrollabile, nonostante le tempeste esterne; l’umile abbandono alla volontà di Dio con il Cristo al Getsemani, nonostante l’oscurità che ci circonda; la pazienza nelle sofferenze, nonostante la loro oppressione crescente. Tutte le profondità e gli abissi, tutti gli enigmi e le tenebre, tutte le tempeste e i cataclismi che si presentano nel cosmo come nella grande storia e nella piccola vita del singolo, vengono a collocarsi, mercè questa fede, sulle braccia e sulla sapienza di un amore infinito; tutto riceve il suo posto, anche il dolore e la colpa; tutto ha il suo diritto e il suo dovere, la sua certezza e sicurezza; tutti gli avvenimenti, fino i minimi e più fuggevoli, assurgono a cure personali di un Amore onnipotente e onnisciente (Ludovico Ott, Compendio di teologia dogmatica, Torino-Roma 1964).

Chi scrive è un teologo tedesco che pochi anni prima aveva visto la sua patria devastata e intere città polverizzate nel corso del peggiore conflitto che la storia ricordi. Neanche gli orrori della Seconda Guerra Mondiale erano valsi a scalfire la sua fede; invece noi, pur non avendo mai sperimentato nulla di simile, ci sentiamo per lo più a disagio nel leggere affermazioni così nette e cristalline. Ciò non è dovuto tanto alle impietose immagini di combattimenti, calamità, crimini e disgrazie che i telegiornali ci sbattono davanti agli occhi ad ogni pasto (e a cui certuni si sono assuefatti al punto di filmare imperturbabili quegli eventi – fosse pure un suicidio – in vista di un magro guadagno), quanto al fatto che noi non abbiamo più la stessa fede. Quella convinzione incrollabile, resistente a qualsiasi evenienza, che era frutto della virtù teologale generosamente coltivata e vissuta, è stata subdolamente sostituita con una melassa sentimentaloide che, soffocando il dono celeste ricevuto nel Battesimo, ha sfornato tanti cattolici imbelli, invertebrati, narcisisti e ripiegati sulla ricerca del benessere individuale.

Nella mia adolescenza e prima giovinezza, eravamo ossessionati dalle nostre guide con l’insensata tragedia della storia, concepita come un’irredimibile catena di ingiustizie e sofferenze senza sbocco né scopo; pregare per gli uomini politici e per un migliore andamento del mondo era perciò escluso come un’inutile perdita di tempo: il progresso della società era affidato al nostro impegno, mentre la preghiera si restringeva al meditare la Parola in vista di non si sa che cosa, dato che anche un vago miglioramento morale era fuori del campo visivo. Erano, quelli, gli anni in cui i cattolici si stavano protestantizzando a un ritmo accelerato, in tutti gli aspetti della vita cristiana. Evidentemente i nostri maestri non credevano nell’infallibile Provvidenza divina, né conoscevano l’infinita sapienza con cui Dio permette il male per ricavarne un bene maggiore a nostro vantaggio e per manifestare al contempo la Sua giustizia e misericordia utilizzandolo, a seconda dei casi, come occasione di perdono, salutare correzione, giusto castigo o strumento di perfezionamento delle anime elette, oltre che accogliendo le sofferenze come materia di offerta a favore di quelle che rischiano di perdersi.

Se stiamo riscoprendo la fede di sempre, con la sua adamantina solidità e chiarezza, è per effetto di una grazia inestimabile che non meritiamo, ma che ci è stata ottenuta dal Cuore Immacolato di Maria. Ciò deve mantenerci in una profonda umiltà, ma al tempo stesso comunicarci un grande vigore nel respingere le tentazioni contro la speranza, così forti e frequenti in questo momento storico. Tutto quel che stiamo vedendo – compresi gli ingiusti provvedimenti nei confronti di vescovi e sacerdoti fedeli – è previsto dall’eternità all’interno di un disegno perfettissimo e immutabile. Questa verità di fede non rende inutili o superflui i nostri sforzi e le nostre preghiere, che sono in esso inclusi come importante elemento affidato alla nostra libera collaborazione. Dio non è un burattinaio, ma – come abbiamo appena letto – l’Amore onnipotente e onnisciente che desidera per i Suoi figli il maggior grado di gloria possibile in cielo e, a tal fine, offre loro continue opportunità di accrescerlo. Non deve essere, questo, un incentivo ad allentare l’impegno, bensì a portarlo avanti nella pace interiore e sotto la mozione dello Spirito Santo, anziché nell’impazienza e nell’acredine.

Come tutto appare d’un tratto più sereno e sopportabile, in questa luce! Quale dolce consolazione ci infonde nel cuore la fede nella Provvidenza! Credevamo forse che il nostro Padre buono avesse deciso di sottoporci a una prova così terribile senza indicarci il modo di portarne il peso con letizia e con frutto? Temevamo proprio di esser lasciati soli nella lotta alle prese con forze soverchianti? Ci sentivamo già perduti in balìa della tempesta? Sì, il nostro adorabile Gesù sembra di nuovo dormire, come quella notte, sulla barca, ma gli bastano due parole per intimare al vento e al mare di tacere e calmarsi (cf. Mc 4, 35-41). Con le nostre preghiere e penitenze noi abbiamo il potere di “svegliarlo”, cioè di affrettare il Suo intervento, visto che anch’esse sono previste nell’eterno piano divino, ma aspettano soltanto chi le compia. Quale eccelsa dignità ci è stata donata! Essere cooperatori della salvezza del mondo e del compimento dei voleri celesti! Ma in quale religione l’uomo può aspirare a tanta altezza, per non parlare della gloria che ci è promessa!

Coraggio, cari fratelli e sorelle, non abbattetevi, ma chiedete insistentemente al Signore di accrescere la vostra fede nella Provvidenza. Fissate lo sguardo sulla gloria di colui che tutto move (Paradiso, I, 1) solo per amore, essendo Egli stesso, per essenza, l’amor che move il sole e l’altre stelle (Paradiso, XXXIII, 145). O gustosissimo gheriglio racchiuso entro durissimo guscio! O luce sfolgorante che si sprigiona nel cuore delle tenebre più fitte! O gioia incontenibile partorita dal grembo di indicibile dolore! Dio tiene pronta per noi, che tanto peniamo in quest’apocalittico tornante della storia, una ricompensa ineffabile, ma può darcene un assaggio fin d’ora, se il nostro cuore, anziché ribellarsi o andare in cerca di scorciatoie umane, si lascia purificare nel crogiuolo di una sofferenza che penetra fino al midollo dell’anima. Potrà essere magari appena un brevissimo istante di consolazione, ma così sapido e intenso da alimentare per mesi, se non per anni, un’inalterabile calma interiore, una pazienza a tutta prova, un umile e amoroso abbandono alle supreme disposizioni della sapienza divina. Sono i frutti, per l’appunto, di una viva fede nell’inarrivabile provvidenza del nostro Padre celeste e delle virtù cristiane esercitate fino all’eroismo.

Vi assicuro che mai così profondamente come in questa prolungata prova ho potuto sperimentare la grandezza e la fecondità del mio sacerdozio. Quando celebro la Messa, seppur da solo, reggo sulle spalle tutto l’innumerevole gregge delle persone che porto nel cuore, di quelle affidate alle mie preghiere e di quelle con cui son venuto a contatto in un quarto di secolo di ministero: soprattutto voi, cari fedeli della Parrocchia virtuale. Elevando l’ostia consacrata imploro il Signore di riversare su tutti – comprese le anime del Purgatorio – i torrenti di misericordia che sgorgano dal Suo Cuore trafitto, che tengo tra le mani, mentre all’elevazione del calice Gli chiedo di effondere su ognuno le grazie e i benefici del Suo Sangue prezioso. È l’atto più potente e necessario che io possa compiere – e sapere questo basta a colmarmi di pace e di forza, quand’anche non potessi fare nient’altro. Vi confido che nella festa di Cristo Re, all’Hanc igitur, ho ricevuto l’intima certezza che il Signore mi accorda la salvezza di tutti coloro che sono con me “sulla barca”: «Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione» (At 27, 24).

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi! La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù (Fil 4, 4-7).

sabato 15 dicembre 2018



Torniamo a Trento (e al Vaticano I)




Expecta Dominum et custodi viam eius (Sal 36, 34).

Sia nei testi del Vaticano II che nel rito della nuova Messa si trovano locuzioni e affermazioni che un cattolico sincero e ben formato non riesce proprio a digerire. Di solito il conservatore conciliare, nel disperato tentativo di salvare capra e cavoli, si appiglia con ansioso zelo al principio secondo cui chiunque abbia una retta fede interpreta spontaneamente ambiguità e stranezze in modo ortodosso mediante un’opportuna contestualizzazione effettuata a partire da una giusta precomprensione. Ma, a questo punto, sorge inevitabilmente una serie di domande: come fa chi, dopo cinquant’anni di confusione dottrinale, quella giusta precomprensione non l’ha più o non l’ha mai avuta? perché mai chi, per grazia di Dio, ne è invece ancora dotato dev’essere obbligato a questo sforzo ermeneutico, quando prega in chiesa o si forma nella fede? e per qual recondito motivo bisognava inserire tutte quelle ambiguità e stranezze, se non per aprire delle crepe che poi, sotto un’enorme pressione culturale, facessero saltare la diga?

C’è però un altro aspetto da considerare. Fin qui abbiamo parlato di esseri umani che, per sincerità, interesse o ignavia, si sono semplicemente fidati dell’autorità (anche nelle materie più sensibili), interpretando in modo positivo le sue espressioni e disposizioni come qualcosa che, per principio, non potesse contenere errori né provenire da volontà cattiva. Il diavolo, tuttavia, non funziona così. A lui non interessa affatto come i buoni cattolici comprendano ambiguità e stranezze, anche perché non può saperlo finché rimane nei loro pensieri; se invece ciò viene esplicitamente teorizzato da teologi, biblisti e liturgisti, si diverte un mondo a metterci lo zampino confondendo quelle menti spesso piene di superbia – ammesso che non si siano dichiaratamente poste al suo servizio. Ad ogni modo, l’unica cosa che per lui conta è che gli si renda pubblicamente omaggio nelle chiese e nelle facoltà teologiche: per esempio, nominandolo nel cuore della Messa come Dio dell’universo o corrompendo giovani intelletti con sofismi fumosi che li intossicano, a volte senza rimedio. A lui basta questo per vedersi riconosciuto nella Chiesa un presunto diritto di esercitare sui suoi membri un potere più o meno velato.

Come sia stato possibile un simile attentato senza precedenti al culto cattolico si può spiegare solo in parte. Bisogna certo riconoscere la diabolica abilità del perfido traditore che, in un clima di fretta scriteriata nel trattare una materia delicatissima, riuscì a imporre la propria volontà ingannando tutti, sia la commissione incaricata della riforma con il solito: «Lo vuole il Papa», sia quest’ultimo con la menzogna inversa: «Lo chiede la commissione». Ma questo non basta: perché Montini, sia pure avvertito dagli autorevoli cardinali Bacci e Ottaviani, si prestò ad approvare riluttante quello che egli stesso, in modo del tutto incoerente, definì un gran sacrificio assurdamente accettato in nome di un vantaggio inconsistente, cioè di un accesso del popolo alla liturgia che già era possibile e andava semplicemente incrementato con una formazione più capillare? Fu forse ricattato? Come tutte le rivoluzioni, anche quella liturgica calò sulla testa di clero e fedeli che non l’avevano assolutamente voluta né richiesta, ma se la videro imporre con un’intransigenza di sapore maoista.

In realtà il rito di Bugnini (la cui compilazione e imposizione è comunque illegittima, in quanto viola l’espresso divieto di san Pio V) non è stato praticamente mai osservato integralmente, visto che ogni prete lo “interpreta” a modo suo, quasi fosse un canovaccio. Ora, nel diritto, la costante inosservanza di una legge può provocarne l’abrogazione per desuetudine. La “riforma” liturgica, oltre a essersi risolta in un enorme fallimento, cadrà alla fine nel dimenticatoio perché nessuno andrà più alla Messa nuova, finché un papa di nuovo cattolico non la abolirà del tutto. È per questo che agiscono in modo così inesorabile con le realtà ecclesiali che propugnano la Messa di sempre: chiunque la riscopra (specie fra i giovani e fra quanti ritornano alla fede) ne è talmente affascinato che, dopo aver gustato il cielo, non vuol più saperne del ridicolo varietà in salsa chiesastica cui han ridotto la liturgia cattolica.

Probabilmente l’abolizione del Sacrificio non sarà effettuata per mezzo di decisioni ufficiali che possano essere impugnate o a cui si possa opporre resistenza, ma mediante un graduale slittamento della prassi. Già in molte parrocchie la Messa domenicale è sostituita da una liturgia della parola con, alla fine, la distribuzione dell’Eucaristia per mano di laici o suore. Il pretesto addotto è la scarsità di clero; può tuttavia capitare che a distanza di pochissimi chilometri tre o quattro preti concelebrino insieme. Qual è la ratio di tali provvedimenti? È arduo soffocare il sospetto che, dietro tali scelte, ci sia una visione protestante dell’assemblea liturgica o che si voglia “promuovere” il laicato a detrimento del sacerdozio. Nella diocesi del Papa – udite, udite – si è persino giunti ad affidare la guida pastorale di una parrocchia ad un diacono permanente, il quale si è trasferito in canonica con moglie e figli al seguito. Dato che ciò non è consentito dal diritto canonico, a livello giuridico si è prontamente cucita una pezza nominando un prete amministratore parrocchiale. Egli svolgerà altresì la funzione di distributore automatico di sacramenti e assoluzioni (per chi ancora ci credesse e li reclamasse), ma sotto la direzione del diacono.

Strabuzzate gli occhi? Non riuscite a capacitarvene? La notizia è consultabile in rete. Qualora qualcuno di voi abbia l’impressione che si stia rovesciando l’ordine gerarchico della Chiesa, tenga presente che all’estero i laici dettano legge anche ai vescovi già da decenni; in Italia eravamo rimasti indietro, ma stiamo cercando di ricuperare rapidamente terreno. Tuttavia, ciò che è più grave e allarmante è la sottile strategia mirante, alla lunga, a declassare il sacerdozio e a ridurre i Sacramenti ad atti facoltativi, quasi superflui, in una vita religiosa incentrata sulla “parola”, oltretutto riletta e aggiornata in modo da farle dire l’esatto opposto, nonché così selezionata da relegare nell’oblio i passi politicamente scorretti… È il compimento del progetto di Lutero, una vittoria postuma che realizza lo scopo del suo sulfureo ispiratore: non semplicemente quello di dividere la Chiesa, ma quello di pervertirla dall’interno. A Satana non cale nulla che ci sian voluti cinque secoli: di tempo ne aveva ben davanti a sé – ma ora sta giungendo al termine.

Una visione teologica della storia, fondata sulla speranza teologale, ci obbliga a non arrenderci allo sconforto, sebbene una lettura decantata e obiettiva degli avvenimenti ecclesiali dell’ultimo mezzo secolo possa indurvi. Satana si sta vendicando della cocente sconfitta di Trento e delle successive umiliazioni, ma il suo tempo è già segnato. In preda all’angoscia, Anna Katharina Emmerich scorse in visione un’assise nella quale sulla testa di ogni vescovo si posava un demonio… quelli che Leone XIII vide scendere a stormi su San Pietro? Forse siamo andati un po’ troppo lontano, ma a questo livello di comprensione delle vicende storiche elementi apparentemente disparati si raccordano e chiariscono, indicando altresì il cammino da seguire per uscire dal disastro. Bisogna riannodare la trama recisa con Trento e col Vaticano I, l’ultimo concilio veramente cattolico, rimasto incompiuto e – da quanto mi risulta – mai ufficialmente chiuso, motivo per cui la convocazione del successivo è già di per sé illegittima.

Ci sono splendidi tesori dottrinali (specie sulla fede, sulla grazia e sulla giustificazione, nonché sulla rivelazione e sul primato petrino) cui per decenni ci hanno impedito l’accesso e che non abbiamo sufficientemente assimilato, ma che sono estremamente utili sia alla nostra vita cristiana che alla corretta risoluzione delle gravi sfide che oggi ci si pongono. Ciò di cui abbiamo bisogno è di tornare a respirare l’aria pura e a bere l’acqua cristallina del Magistero perenne, che non obbliga a chissà quali sforzi interpretativi né a sfibranti controversie sul suo reale contenuto. La Madonna ci sta conducendo fuori da un’impasse che, imprigionandoci in una dimensione puramente orizzontale, ci impediva di avanzare nella fede; che Suo Figlio ci conceda così di mollare gli ormeggi verso i lidi eterni che la Chiesa ha sempre additato. Il mondo di quaggiù lo dobbiamo evangelizzare, non idolatrare; la nostra patria è il Cielo.