Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 15 giugno 2019


Va’ e ripara la mia Chiesa




Spiritus Domini replevit orbem terrarum, et hoc quod continet omnia, scientiam habet vocis (dalla Liturgia).

«Lo Spirito del Signore ha riempito il mondo intero ed esso, che tutto contiene, conosce ogni voce». Questa antifona della festa di Pentecoste, tratta dal libro della Sapienza (1, 7), ci manifesta la realtà invisibile nella quale siamo immersi. Il senso letterale del testo biblico esprime l’onnipresenza e l’onniscienza di Dio, che ha creato l’universo per mezzo del Verbo (cf. Gv 1, 3), principio ordinatore del tutto, e lo conserva nell’essere mediante lo Spirito Santo, sorgente inesauribile di vita. Con l’instaurazione della Nuova Alleanza, avvenuta nella morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo, quelle parole si sono compiute in un senso più pieno: il Paraclito, effuso dal Cristo glorificato sulla Chiesa nascente come frutto del mistero pasquale, suscitando la predicazione degli Apostoli e facendola comprendere in tutte le lingue si è diffuso su tutta la terra in modo nuovo, per abitare nel cuore dei credenti rigenerati nel Battesimo, santificare le loro persone e divinizzare il loro agire. Niente di meno che questo ci garantisce la nostra fede.

Nella Pentecoste abbiamo dunque celebrato il compimento della Pasqua. Essa rappresenta il trionfo della Croce: gli uomini riconciliati con il Padre per effetto del Sacrificio redentore sono interiormente rinnovati dall’inabitazione dello Spirito di verità e di pace. Il supplizio infamante si è trasformato nell’albero della vita, i cui frutti guariscono i popoli dalla cecità dell’ignoranza di Dio e dalle piaghe del peccato. Un immenso potenziale di grazia è messo a nostra disposizione e attende di essere da noi “sfruttato” più a fondo, mentre la maggioranza degli uomini ne è ancora priva e giace sotto il potere del diavolo, a causa della colpa originale e di tutte quelle personali. La Chiesa, che nei santi Sacramenti ce lo dispensa continuamente, ha il potere di liberare anche loro, istruendoli nella verità di Cristo e battezzandoli nel nome della Trinità santissima; è quindi necessario che essa predichi il deposito senza timori né censure, in modo integrale e con evangelica franchezza. Se molti Pastori esitano a farlo, rendiamo i nostri comportamenti un annuncio vivente della fede.

So bene quanti di voi si sentano frustrati, afflitti, traditi e avviliti dall’attuale situazione ecclesiale: come far brillare, in queste condizioni di spirito e in un ambiente spesso ostile o indifferente, la luce che abita le nostre anime? Bisogna anzitutto crederci fermamente, senza incertezze né oscillazioni, chiedendo al contempo allo Spirito Santo, con insistente fiducia, di infiammare i nostri cuori e di rischiarare il nostro sguardo interiore. Certo, non potrà ottenere granché chi Lo considera un puro nome e non ne ricerca la soave carezza, barricandosi in un saccente dottrinarismo che allontana dal Dio vivente e precipita in abissi di superbia. Non potrà sperimentare la Sua visita dolcissima chi si erge a giudice inappellabile di tutto e di tutti, distribuendo brevetti di chiese vere o false. Non ne potrà mai conoscere l’ineffabile unzione chi si separa dal Corpo Mistico per aderire a congreghe di “eletti” che si riconoscono immediatamente dalla capziosità dei ragionamenti con cui, respingendo ogni correzione, difendono accanitamente le proprie posizioni, dato che non resta loro altro punto d’appoggio in luogo di quella comunione ecclesiale da cui si sono tagliati fuori.

Lo Spirito Santo si rivela ai miti e umili di cuore, cioè a quanti seguono, per grazia e per scelta, Colui che così si è definito, esortandoci ad imparare da Lui (cf. Mt 11, 29). I dolci frutti della Sua presenza sono «carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, continenza» (Gal 5, 22-23). Meditiamo con calma su ognuno di essi, per verificare in quale misura li desideriamo e ci stiamo dando da fare per accrescerli; così non ci ritroveremo, per prolungata trascuratezza, a celare la carnalità e il materialismo sotto una patina fasulla di formalismo dottrinale, liturgico e morale. Soltanto la familiarità con il Paraclito e con il Suo agire può consentirci di contribuire realmente al bene della Chiesa e di fare ciascuno la sua parte nel lavoro di restaurazione: «“Va’ e ripara la mia Chiesa!”. Va’, ripara con la tua fede, la tua speranza e la tua carità. Va’ e ripara con la tua preghiera e la tua fedeltà. Grazie a te, la mia Chiesa ridiventerà la mia casa» (Robert Sarah, Le soir approche et déjà le jour baisse, Paris 2019).

Attualizzando l’appello che san Francesco d’Assisi si sentì rivolgere dal Crocifisso di San Damiano, nel suo ultimo libro il cardinal Sarah ci sprona a ravvivare le virtù teologali: è questo il vero modo di rispondere alla crisi ecclesiale, di ripararne i danni, di correggerne le derive, di sanarne le ferite. La Provvidenza ha disposto che ci trovassimo a vivere in quest’epoca perché voleva farci dono di una grazia irripetibile, quella di poter resistere alla peggiore crisi interna che la storia ecclesiastica abbia mai conosciuto non solo conservando la fede, ma anche dando gloria al nostro Salvatore. Una grazia analoga fu concessa ai numerosi martiri vittime degli ariani: molto prima di Vandali e Goti, furono preti e vescovi eretici a braccare e uccidere i cattolici con l’appoggio dell’autorità imperiale. Noi non siamo ancora giunti al sangue, sebbene la persecuzione proveniente dall’interno sembri voler stringere sempre più il cerchio, respingendo tante vocazioni genuine e obbligando numerosi sacerdoti all’inattività o alla clandestinità… «Ma la parola di Dio non è incatenata» (2 Tm 2, 9): non la si può arrestare né imbrigliare.

Chiediamo allo Spirito Santo occhi per riconoscere i germogli della Sua odierna azione, le opere del futuro che stanno sorgendo nell’umiltà e nel nascondimento, così da poterle sostenere sia con la preghiera che con aiuti materiali. Con la necessaria discrezione, a suo tempo potrò indicare, a chi ne faccia richiesta scritta, dove devolvere le offerte con cui dare espressione concreta alla fede, alla speranza e alla carità. «Va’ e ripara la mia Chiesa»: vi assicuro che ci sono tanti giovani dal cuore puro pronti a rispondere all’appello del Signore; bisogna solo offrire loro una strada percorribile e i mezzi per percorrerla. Non abbiamo idea di ciò che la Provvidenza sta preparando, ma è sufficiente che ci lasciamo sorprendere dalle Sue insospettate risorse e siamo docili alle Sue richieste. Come già l’Incarnazione, anche quest’impresa divina sta iniziando nell’ombra e nel silenzio, ma è gravida di sviluppi imprevedibili.

Si ravvivi dunque la fiducia nei nostri cuori e ci aiuti a portare la croce dando un obiettivo agli atti di abnegazione e di offerta che la quotidianità esige costantemente da ognuno di noi: il sostegno alle vocazioni con cui il Signore rinnoverà la Chiesa. In tal modo potremo ricevere dallo Spirito Santo la forza di far brillare la luce che è in noi e di conquistare anime al Salvatore con la nostra vita: molti attendono solo un gesto o una parola per lasciarsi persuadere e accogliere la grazia. Se davvero desideriamo che trionfi il Cuore immacolato della nostra Madre celeste, dobbiamo cominciare a farlo trionfare nei sentimenti e negli atti di ogni giorno; più essi Le saranno graditi, più ci otterrà la grazia del Suo divino Sposo, la quale passa attraverso di Lei senza trovare il minimo ostacolo, ma può arrestarsi di fronte a quelli che trova in noi. Ho l’impressione che certi lettori siano più propensi alla polemica che alla preghiera, come sembrano indicare le statistiche del sito. Vi scongiuro ancora una volta: passate più tempo a implorare il Cielo che non a leggere, oppure leggete soprattutto per pregare e alimentare l’unione con Dio.

https://lascuredielia.blogspot.com/2019/05/preghieraa-maria-regina-oravengo-te-o.html

sabato 8 giugno 2019


Pentecoste e migrazioni




«Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio» (At 2, 9-11).

Per la festa ebraica di Pentecoste si radunavano a Gerusalemme uomini di ogni parte del mondo allora conosciuto. Si trattava o di Ebrei della diaspora che, in occasione della Pasqua, si erano recati in pellegrinaggio nella Città santa o di pagani che, per mezzo dei primi, erano venuti a conoscenza della religione rivelata e l’avevano accolta. Il loro viaggio era stato dettato da ragioni puramente spirituali, mentre l’esilio del popolo eletto era stato causato da sciagure di immane gravità: la conquista e distruzione prima di Samaria, capitale del regno del Nord, ad opera degli Assiri (721 a.C), poi di Gerusalemme stessa da parte dei Babilonesi (586 a.C.), con le conseguenti deportazioni. Una parte del popolo, grazie all’editto di Ciro (535 a.C.), aveva potuto far ritorno nella sua terra per ricostruirvi il tempio e la città, ma anche il resto disperso manteneva con essa stretti legami.

La storia insegna che gli spostamenti di popolazioni non sono fenomeni spontanei né tantomeno indolori. Le ripetute emorragie italiane verificatesi negli ultimi due secoli furono causate da fattori tutt’altro che pacifici: prima le invasioni napoleoniche, poi l’unificazione forzata del Paese e le inique tasse del governo nazionale, infine due guerre mondiali… Anche oggi capita che milioni di persone abbandonino le loro terre, specialmente in Africa e in Medio Oriente, a causa di violenti conflitti, ma per ritrovarsi per lo più confinate in immensi campi-profughi dalle condizioni di vita disumane, dei quali non si parla mai. Chi invece si imbarca per entrare illegalmente nel nostro territorio paga il viaggio migliaia di dollari, oppure contrae un debito che lo obbligherà a lavorare gratis a tempo indeterminato per l’organizzazione mafiosa che lo traghetta da noi. È un vastissimo traffico di esseri umani, una nuova tratta degli schiavi dagli incassi favolosi.

Sostenere che si tratta di un fatto ineluttabile che andrebbe accompagnato e promosso significa fare gli interessi di potentissime organizzazioni criminali nonché quelli della massoneria internazionale, che se ne serve per raggiungere i propri obiettivi di disgregazione sociale e sostituzione dei popoli, perseguendo, attraverso di essi, l’instaurazione di un nuovo ordine del mondo, sinarchico e globale. Attaccare le forze politiche che si oppongono a questo disegno perverso significa istigare al suicidio collettivo, negando la realtà oggettiva a favore di una colossale menzogna cui non credono più neppure i bambini, a meno che non siano manipolati, a scuola e in parrocchia, da sinistri insegnanti e catechisti. Strumentalizzare la Sacra Scrittura e una festa cattolica fra le più importanti per ribadire fino alla nausea una posizione che si è rivelata fallimentare significa adulterare la fede, violare la coscienza dei credenti e perdere ogni residuo di credibilità rimasta.

Ogni uomo ha il diritto nativo e inalienabile di vivere dignitosamente nella propria terra d’origine, in seno al proprio popolo e in base alla propria cultura. Scambi e contatti tra terre, popoli e culture diverse si sono sempre verificati nella storia, ma in vista di un arricchimento reciproco, non di una rinnovata confusione babelica. La celebre torre biblica, in realtà, è una sintesi simbolica delle dottrine iniziatiche delle società segrete che governano il mondo, mentre la Pentecoste cristiana è appunto l’Antibabele, cioè il ritrovamento dell’unità e dell’armonia, ma non mediante programmi prometeici, bensì grazie alla fede nell’unico Salvatore di tutti e all’opera dello Spirito di verità. Terminato il discorso del primo Papa, «all’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2, 37-38).

Figli di Dio – come tutti sappiamo – non si nasce, ma si diventa con il santo Battesimo, che è necessario per la salvezza eterna (almeno quello di desiderio, fosse pure implicito). Non lo si è, quindi, per il semplice fatto di essere uomini. Il compito della Chiesa è proprio quello di renderli tali con la predicazione della verità rivelata e con l’amministrazione dei Sacramenti, suscitando in loro la fede e comunicando ad ognuno la grazia, senza la quale non è possibile arrivare in Paradiso. Quando i popoli germanici, in successive ondate, irruppero nei territori dell’Impero Romano d’Occidente fino a dissolverlo, papi e vescovi mobilitarono tutte le forze ecclesiali, a cominciare dai monasteri, allo scopo di cristianizzarli e, al contempo, di civilizzarli. La grande sfida dell’odierno momento storico è dunque quella di donare agli immigrati che rimarranno da noi la civiltà e la fede, di cui ci saranno grati per l’eternità. Ciò non toglie che il flusso migratorio artificiale debba essere fermato con ogni mezzo e che quanti risiedono illegalmente nel nostro Paese vadano rimpatriati, a cominciare da quelli che si sono macchiati di crimini o appartengono alle svariate mafie straniere che, come se non bastasse quella nostrana, controllano il nostro territorio. Se poi si compara il loro tasso di natalità con quello nostro e si considera che i musulmani vogliono entrare in Europa con le nostre leggi per poi imporci le loro, sarà a tutti chiara lentità del pericolo.

La dottrina cattolica, mirabilmente enunciata da san Tommaso d’Aquino, non esclude che, per vera necessità, gli uomini possano spostarsi da una terra all’altra, ma pone come criterio ineludibile la salvaguardia del bene comune e della coesione nazionale. L’accoglienza, secondo la retta fede e la retta ragione, non è quindi un imperativo assoluto e incondizionato, bensì ha dei limiti. Sognare un mondo senza confini è mera utopia, a meno che non si tratti di un impero cristiano. La storia ce ne mostra tutta una serie: l’impero di Carlo Magno, quello bizantino, quello russo, quello asburgico, che è l’esempio più riuscito e contro cui, non per nulla, la massoneria si accanì fino a distruggerlo. L’Europa non potrà essere unificata a reale vantaggio dei suoi popoli se non nella Croce e nel Vangelo; l’unione attuale non è altro che il frutto di un progetto sinarchico che ci sta portando a totale rovina. Se il nostro governo cadrà e il Presidente nominerà l’ennesimo esecutivo tecnico affidandolo al direttore della banca centrale, faremo la fine della Grecia. Se invece sarà rispettata la tanto decantata volontà popolare, avremo un capo di governo che difenda i nostri legittimi interessi, anziché fare il gioco dell’oligarchia finanziaria.

La risposta al mondialismo – lo ripeto – è uno Stato universale di ispirazione cristiana che riconosca Gesù Cristo come reale sovrano, rappresentato in terra dal Suo vicario nella sfera temporale, così come lo è in quella spirituale. Ciò non comporterebbe alcuna limitazione della libertà di coscienza per i cittadini di altre fedi, che sarebbero tollerate nei limiti dell’ordinamento civile, pur essendo promossa e favorita, com’è giusto, l’unica religione vera, a beneficio di tutti gli uomini e della società nel suo complesso. L’umanità intera non potrebbe che trarne benefici immensi e troverebbe finalmente la pace, la quale non è stata affatto favorita dalle Nazioni Unite, che perseguono invece l’asservimento dei popoli a fini diabolici, come la riduzione della popolazione globale e la sua omologazione ad una pseudocultura del nulla. Ben lungi dall’impedire i conflitti, esse assistono passivamente – quando non se ne rendono complici – all’inasprirsi delle tensioni internazionali, come quella con cui Israele e gli Stati Uniti vogliono oggi spingere l’Iran e i suoi alleati ad una terza guerra mondiale.

Implorando i Sacri Cuori congiunti di Gesù e Maria perché siano evitate queste tremende calamità, facciamo assiduamente penitenza e al tempo stesso operiamo perché prevalga il buon senso a tutti i livelli, civile ed ecclesiale, nazionale e internazionale. No, cari Pastori, non possiamo seguirvi nella vostra folle corsa verso il baratro; possiamo soltanto pregare per la vostra resipiscenza, se noi e voi la meritiamo. Le vostre assurde e offensive esortazioni non possono far presa se non su chi è obnubilato dall’ideologia o accecato dall’ignoranza. Chi ancora ragiona non può piegarsi ai diktat del politicamente corretto, perché sa di doverne rispondere a Dio e alla propria coscienza, nonché alle generazioni future. Qualora la Provvidenza permetta l’unificazione forzata dell’Europa, è solo perché ha disposto che, quando l’unità demoniaca si sarà compiuta, la Regina ribalti la situazione trasformando l’impero di Satana in impero cattolico sotto la guida di un Suo eletto. In spirito di fede, affrettiamo quell’ora intonando in anticipo il Te Deum.

Triste esempio:

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sabato 1 giugno 2019


Extra fraternitatem nulla salus?




Patientes igitur estote et vos, et confirmate corda vestra: quoniam adventus Domini appropinquavit (Gc 5, 8).

Ogni giorno che passa, la venuta del Signore si fa più vicina. Per questo san Giacomo ci esorta ad essere pazienti come il contadino che attende il frutto della terra, rinsaldando i nostri cuori con la fiducia nelle promesse divine. È comprensibile che molti di noi siano logorati dall’attuale deriva ecclesiale e si sentano prossimi all’esasperazione: non è certo raro, purtroppo, udire in chiesa vere e proprie oscenità o assistere a pagliacciate indecorose, con preti che incitano alla depravazione o si lanciano in numeri da circo. Questo, tuttavia, non è un motivo sufficiente per cedere alla tentazione di imboccare scorciatoie che in realtà non conducono da nessuna parte, se non a separarsi dalla comunione visibile e a rinchiudersi in un ghetto che si attribuisce l’esclusività della salvezza.

Come già ho ribadito in altre occasioni, non è mia intenzione attaccare persone o istituzioni, ma ho a cuore unicamente il bene delle anime, desiderando metterle in guardia da quelle insidie che, non essendo così scoperte come quelle del modernismo, sono per certi versi ancor più pericolose, visto che si coprono dell’autorità della Tradizione. Il primo campanello d’allarme suona già di fronte alla pretesa di averne il monopolio, quasi che la continuità con essa si fosse interrotta dappertutto e si conservasse unicamente all’interno di questa o quella organizzazione. Tale punto di vista conduce inevitabilmente a mettere in dubbio la validità dei Sacramenti, creando così nei fedeli un tale senso di incertezza da gettarli tra le braccia di quanti si presentano come unici detentori sicuri dei mezzi di grazia; abbandonarli equivarrà allora a mettere a repentaglio la propria salvezza eterna e sarà quindi percepito come un’eventualità impensabile.

Una dinamica del genere ha un carattere potenzialmente settario e provoca di solito guasti spirituali difficilmente risanabili. Molte persone scivolano inavvertitamente in una forma di fanatismo che ha ben poco a che vedere con la virtù teologale della fede, sostituita da un surrogato intellettualistico: l’introiezione di un insieme di formule stereotipe mandate a memoria senza una reale adesione della coscienza né un’effettiva trasformazione interiore. L’approfondimento teologico si riduce a una forma di razionalismo che non lascia spazio alla vita mistica, guardata con sospetto e relegata in un limbo inaccessibile; in assenza di una vera riflessione sulla verità rivelata, l’insegnamento si risolve in un indottrinamento forzato, costruito su un sistema di teoremi che finiscono col trattare le realtà soprannaturali alla stregua di quelle del mondo fisico. Tale metodo, prevalendo di fatto sul contenuto, sa di modernità molto più di quanto non sembri a prima vista: è quella neoscolastica degenerata che ha tentato di contrastarla usando gli stessi mezzi e assorbendone lo spirito.

Oltre a inaridire la vita dell’anima, questo procedimento imprigiona l’adepto in una gabbia mentale da cui non potrà più uscire, se non per miracolo: anche la minima riserva riguardo a quanto appreso sarà inesorabilmente respinta a priori come una perniciosa espressione di modernismo. L’unico “vantaggio” di siffatta schiavitù intellettuale è la possibilità di piegare l’apparato argomentativo alla legittimazione delle proprie scelte sul piano morale: a forza di sofismi e di cavilli si riesce così a giustificare anche ciò che oggettivamente non è lecito e ripugna alla retta coscienza. Il fatto più grave ed emblematico è una situazione irregolare che dura da decenni, dando luogo a una struttura parallela. L’intero edificio si erge sulla debolissima base di un principio applicabile solo in casi eccezionali, eretto invece a fondamento permanente e universale di un’opera che è divenuta un fine in sé, ponendosi in alternativa ad una gerarchia che avrebbe deviato nella sua totalità.

Chiunque, a questo punto, può cogliere l’enorme potenziale dissolutore di un’impostazione del genere, sia per la Chiesa che per la fede. L’opera di Cristo sopravvivrebbe soltanto in una ristretta minoranza a cui tutti gli altri dovrebbero conformarsi, quasi che lo Spirito Santo si fosse ritirato. È innegabile che Dio abbia disposto per noi una prova apocalittica; ma possiamo forse ammettere che il Suo braccio si sia tanto accorciato? Chi conosce il Signore non può nemmeno pensare che abbia abbandonato al loro destino milioni e milioni di anime semplici e buone che non conoscono il mondo tradizionale, ma credono con sincerità di cuore. Insieme alla fede viva, poi, inevitabilmente viene meno anche la speranza: anziché confidare nella Provvidenza, pur facendo tutto il possibile per adempiere la volontà divina, si finisce col contare unicamente sulle proprie iniziative e strategie, come se Essa avesse cessato di dirigere la storia. Ma l’infallibile cartina di tornasole, in questo tipo di storture, è l’assenza di carità: l’amore per Dio è rimpiazzato da una sfilza di pratiche meccaniche, mentre il prossimo è sistematicamente vittima di un giudizio impietoso e inappellabile.

In realtà l’esercizio delle virtù, in un contesto simile, risulta in ultima analisi superfluo, visto che la perfezione pare assicurata da una conformità meramente formale alla lettera della dottrina e alle norme del culto. Sebbene ci si prefigga di combattere la gnosi, si scivola così in un atteggiamento tipicamente gnostico: in definitiva, ci si salva da sé mediante una conoscenza iniziatica e l’osservanza di determinate pratiche. La grazia è ridotta a puro nome, lo sforzo di santificarsi viene eluso, l’unione con Dio ignorata. Le dispute prendono il posto della preghiera, mentre ci si illude di adempiere gli obblighi della carità con pubbliche crociate che lasciano ognuno com’è, se non un po’ più superbo e intransigente, offrendo in tal modo ulteriore materia ai detrattori. Ma questa non è la via percorsa dai Santi; non è la vera Tradizione, bensì una sua deformazione che avvelena le anime rendendole refrattarie all’autentica vita cristiana.

L’antidoto a tale intossicazione è la decisione di rientrare nel cuore. Non si tratta di un invito al sentimentalismo, ma di uno sprone ad accedere all’interiorità per rimettersi di fronte alla propria coscienza alla presenza di Dio. Dato che Egli abita nell’intimo del battezzato in stato di grazia, in questa discesa ci si ritrova davanti a sé stessi nella Sua luce, che svela anche ciò che preferiremmo non vedere. È un processo che richiede coraggio, umiltà e determinazione, ma non può essere aggirato da chi aspiri ad essere un buon cattolico: non è lecito nascondere un letamaio di cattivi sentimenti sotto un telo brillante di tradizionalismo. Per facilitare questa delicata operazione di ricognizione interiore, è quanto mai utile mettere il più possibile mente e cuore nella recitazione delle preghiere e nelle pratiche di pietà, sviluppare un dialogo personale con il Signore a partire dai Salmi o da orazioni approvate, meditare la Sacra Scrittura e gli scritti dei Santi, invocando spesso lo Spirito di verità perché metta a nudo le piaghe dell’anima, le medichi e le cauterizzi.

Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis (Sal 50, 12): in questo mese dedicato al Sacro Cuore chiediamo insistentemente la grazia di essere trasformati nell’intimo con la nostra attiva collaborazione, in modo che l’onnipotenza divina possa ricreare in ciascuno di noi un cuore puro e rinnovare uno spirito retto. Chi ritrova il Dio vivente in sé fa la formidabile esperienza di un fuoco divorante che brucia le scorie dell’io e ne incenerisce l’orgoglio, ma dona poi un senso di incrollabile sicurezza che lo rende inespugnabile ad ogni prova della vita e ad ogni assalto del nemico. È di questo che abbiamo realmente bisogno per sostenere la prova attuale, non di scorciatoie che ci isolerebbero dalla corrente vitale di grazia che circola nel Corpo Mistico e irriga la mistica Città di Dio. Che si intenda della singola anima in grazia o della Chiesa intera, un fiume impetuoso la rallegra: Dio è in essa, non sarà mai scossa.

Fluminis impetus laetificat civitatem Dei […]. Deus in medio eius, non commovebitur (Sal 45, 5-6).

sabato 25 maggio 2019


Preghiera a Maria Regina




Ora vengo a Te, o unica Vergine Madre di Dio; mi prostro dinanzi a Te, o unica che abbia operato l’Incarnazione del mio Dio; mi umilio al Tuo cospetto, o unica che sia diventata Madre del mio Signore. Supplico Te, o unica ad esserti fatta Ancella del Figlio Tuo, di ottenere che siano cancellate le azioni del mio peccato, di comandare che io sia purificato dall’iniquità del mio operare, di farmi amare la gloria della Tua verginità, di rivelarmi l’immensità della dolcezza di Tuo Figlio, di darmi di esprimere e difendere l’autenticità della fede nel Figlio Tuo. Concedimi anche di aderire a Dio e a Te, di servire il Figlio Tuo e Te, di sottomettermi al Tuo Signore e a Te: a Lui come al mio Creatore, a Te come alla Genitrice del mio Creatore; a Lui come al Signore delle potenze, a Te come all’Ancella del Signore di tutte le cose; a Lui come a Dio, a Te come alla Madre di Dio; a Lui come al mio Redentore, a Te come a colei che ha operato la mia redenzione.

Infatti ciò che ha operato nella mia redenzione, lo ha formato dalla verità della Tua persona. Per farsi mio redentore, è stato Tuo figlio. Per farsi prezzo del mio riscatto, si è incarnato dalla Tua carne. Il corpo nel quale ha guarito le mie ferite, lo ha prodotto dalla Tua carne tale da poter essere ferito. Per eliminare la mia morte, ha tratto un corpo mortale dal corpo della Tua mortalità. Per cancellare i miei peccati, il corpo che ha ricevuto da Te lo ha preso senza peccato. La mia natura, che per me, in Sé precursore, ha collocato nel suo regno, nella gloria del trono paterno, al di sopra degli angeli, l’ha assunta, abbassatosi, dalla verità del Tuo corpo. Per questo io sono Tuo servo, perché Tuo Figlio è il mio Signore. Per questo Tu sei la mia Signora, perché Tu sei l’Ancella del mio Signore. Per questo io sono servo dell’Ancella del mio Signore, perché Tu, mia Signora, sei diventata Madre del Tuo Signore. Per questo io mi son fatto Tuo servo, perché Tu sei diventata la Madre del mio Creatore.

Ti prego, Ti  prego, Santa Vergine: che io abbia Gesù da quello Spirito per opera del quale Tu hai generato Gesù. La mia anima accolga Gesù mediante quello Spirito grazie al quale la Tua carne ha concepito Gesù medesimo. Mi sia possibile conoscere Gesù in virtù di quello Spirito dal quale Ti venne il conoscere, possedere e partorire Gesù. Che, pur nella mia bassezza, io possa parlare in modo eccelso di Gesù in quello Spirito in cui professi di essere l’Ancella del Signore, desiderando che Ti sia fatto secondo la parola dell’angelo. Che io possa amare Gesù in quello Spirito nel quale Tu lo adori come Signore, lo guardi come Figlio. Che io possa temere questo Gesù in modo tanto vero quanto è vero che Egli stesso, pur essendo Dio, era sottomesso ai suoi genitori (cf. Lc 2, 51; sant’Ildefonso di Toledo, De virginitate perpetua Sanctae Mariae, 12).

Chi ha ricevuto l’eccelso privilegio di conoscere il Cuore Immacolato di Maria, giardino di delizie dell’Altissimo, aspiri a dimorare in Esso per operarvi ogni cosa. Quale merito avremmo mai potuto accampare per ottenere un simile favore, in un’epoca in cui quel Cuore è tanto negletto e trascurato proprio da chi dovrebbe diffonderne la necessaria devozione? Nessuno: è per pura benevolenza divina che siamo stati oggetto di questa elezione a seguire la via indicata dal Cielo per attraversare incolumi la peggiore crisi che la Chiesa abbia mai conosciuto, nonché il supremo pervertimento della società civile. È stata Lei a sceglierci, senza che noi Le offrissimo particolari motivi per farlo, anzi nonostante tutti i nostri peccati e le nostre indifferenze. È stata Lei a suscitare un uomo che Le affidasse le sorti del nostro Paese, malgrado il suo stato ancora imperfetto dinanzi a Dio. È Lei che sta raccogliendo il Suo esercito di piccoli apostoli per questi tempi finali. Potremmo forse astenerci dal dare una risposta piena e incondizionata al Suo appello?

A questo fine, però, è indispensabile una perfetta unione a Gesù, la quale presuppone a sua volta una totale purificazione dell’anima e della vita. Non è affatto un traguardo impossibile o riservato a pochi, bensì un obiettivo che la devozione al Cuore Immacolato rende molto più facile raggiungere. Compiere ogni cosa in Esso è una via agevole e sicura per ripulire il proprio cuore dai sentimenti estranei a Dio, che con Esso sono incompatibili, per rendersi attenti alla voce del Signore e alle mozioni dello Spirito Santo, per correggere vizi radicati e passioni disordinate, per agire in modo conforme al Santo Vangelo, per esercitare le virtù teologali e cardinali… in una parola, per crescere nella santità. San Luigi Maria Grignion de Montfort, nostro patrono, lo aveva ben compreso; proprio per questo insegnò la consacrazione a Maria quale mezzo infallibile per rinnovare e vivere appieno le promesse battesimali. È dagli scritti di sant’Ildefonso († 667) che assorbì lo spirito della schiavitù mariana, imparando così a porsi a completo servizio della Madre celeste.

Meditiamo a fondo, allora, la mirabile preghiera che il Vescovo di Toledo pone a conclusione del trattatello da lui composto per difendere la verginità perpetua della Madre di Dio. Non ci sembrino eccessive le sue affermazioni: ben lungi dall’essere una donna comune, la Vergine è davvero una creatura assolutamente unica, non solo per ciò che l’onnipotenza divina ha operato in Lei, ma anche per ciò che Ella stessa ha compiuto in piena libertà e consapevolezza. Indubbiamente l’Incarnazione e la Redenzione non potevano esser realizzate se non dalla Trinità santissima; la Madonna, tuttavia, è l’unico essere creato che abbia prestato la propria opera perché quel disegno sublime si potesse adempiere. Dio ha voluto che l’intero mistero della salvezza dipendesse dal Suo consenso e dalla Sua materna cooperazione; in tal modo ha stabilito con Lei un legame strettissimo e indissolubile, una parentela sublime che L’ha elevata al di sopra di tutte le gerarchie angeliche, seconda soltanto a Suo Figlio, quale Regina del cielo e della terra.

È giusto e doveroso, dunque, che La onoriamo quanto più ne siamo capaci, anche perché tutti gli onori a Lei rivolti ridondano su Colui che da Lei ha assunto quella natura umana per cui mezzo ci ha salvati soffrendo e morendo per noi. I nostri elogi, in realtà, quand’anche assommassero quelli che tutti i Santi Le hanno indirizzato nel corso della storia cristiana, rimarrebbero sempre insufficienti; ma non per questo dobbiamo trattenerci dal lodarla, purché ci sforziamo di far corrispondere le azioni alle parole. È soprattutto con la vita che dobbiamo renderle gloria, accantonando ciò che La rattrista e praticando le Sue virtù. Così, a poco a poco, ci conformeremo dolcemente a Cristo, nostro amato Salvatore; servendo Lei, serviremo Lui in modo sempre più perfetto. Solo così la nostra difesa della fede risulterà credibile e convincente, toccherà i cuori più induriti attirandoli soavemente alla verità, schiuderà con delicatezza gli occhi bendati dalla menzogna, farà brillare quella luce gentile che ogni uomo inconsapevolmente cerca, comunicherà quell’amore che non è dato trovare nel mondo, poiché scaturisce dal cuore del Dio uno e trino.

Facciamo nostra l’ardente invocazione finale di sant’Ildefonso al fine di ottenere dalla Mediatrice di tutte le grazie, la quale è un tutt’uno con l’unico Mediatore, l’attiva presenza in noi dello Spirito Santo perché ci renda capaci di accogliere Gesù nel cuore in modo rinnovato, così che possiamo conoscerlo sempre più intimamente, possederlo sempre più pienamente, formarlo nel nostro essere sempre più compiutamente, amarlo sempre più perfettamente, farlo conoscere e amare da sempre più persone… L’amantissima Tesoriera del cielo, avendo concorso in modo essenziale ad acquisire tutti i beni della salvezza, ne dispone come vuole in qualità di sovrana onnipotente cui persino il Figlio di Dio obbedisce, come già Le obbedì sulla terra. La nostra mente non può che smarrirsi nella contemplazione di tale mistero di insondabile e immeritata misericordia che trabocca oltre ogni immaginazione: non bastava che il Dio-uomo, soffrendo per i peccatori un’acerbissima Passione, si facesse sorgente inesauribile di grazia e di perdono? No: è stato pure fabbricato il canale che li riversasse su di noi, così noncuranti del nostro destino eterno e insensibili all’infinito Amore. Gareggiamo allora nel compiacere la nostra Regina e corriamo a Lei per qualsiasi necessità con incondizionata fiducia.

sabato 18 maggio 2019


Incontro con Cristo




L’errore oggi più diffuso, riguardo alla vita spirituale, è uno dei capisaldi del modernismo: è l’idea che la fede nasca da un’esperienza soggettiva, piuttosto che dall’adesione della coscienza alla verità rivelata da Dio e insegnata dalla Chiesa. È innegabile che la fede vissuta conduca ad una certa esperienza di quanto creduto, ma ciò richiede dapprima l’accoglienza di una dottrina che la ragione riconosce credibile e alla quale la coscienza obbliga ad aderire. L’esperienza mistica, in altre parole, è un punto d’arrivo, non un punto di partenza – e non potrebbe essere altrimenti. La fede, infatti, è anzitutto una forma di conoscenza; il suo contenuto supera la razionalità umana, ma non la elimina e richiede quindi l’assenso della ragione, il quale presuppone a sua volta l’esame degli argomenti razionali che lo giustificano (i cosiddetti praeambula fidei).

Individuare il fondamento dell’atto di fede in un preteso incontro con Cristo significa porre tutta la vita cristiana su una base incerta e malferma, in quanto fatto puramente soggettivo e imponderabile. Il più delle volte, in realtà, si tratta di un’esperienza emotiva ottenuta artificialmente, creando un contesto psicologico capace di toccare bisogni affettivi elementari e di scatenare così reazioni di tipo sentimentale che innescano un meccanismo di reiterazione. Di fatto, poco o nulla è cambiato in ciò che l’uomo ha di più proprio e che lo costituisce come persona, ossia l’intelletto e la libera volontà: non si è verificata alcuna presa di coscienza né si è assunta alcuna risoluzione pratica, ma ci si è limitati a godere di una sensazione esaltante o consolatoria di breve durata, che occorrerà inevitabilmente riprodurre a scadenze regolari. Non c’è niente di soprannaturale in tutto questo; siamo ancora sul piano della natura decaduta, chiusa ed estranea alla grazia.

Tale tentativo di salvarsi da sé, questa sorta di autoredenzione che fa un uso strumentale di nomi e termini propri della fede cristiana (ai quali però, per mancanza di cognizione, manca un contenuto preciso) si rivela oltretutto una sottile e invasiva forma di manipolazione psicologica. Chi va in chiesa, normalmente, non si aspetta che qualcuno faccia leva sulle sue ferite e carenze affettive al fine di creare in lui una dipendenza dalla proposta “spirituale” offerta. A prescindere dalla buona fede soggettiva dei propagandisti, che ne sono a loro volta vittime, è di per sé un modo di procedere profondamente disonesto, poiché aggira la coscienza dell’individuo per spingerlo a dare un assenso non adeguatamente riflettuto e consapevole, quindi non abbastanza libero. Proprio questo, tuttavia, è il meccanismo sfruttato da quasi tutte le iniziative di pastorale giovanile, animazione vocazionale o reclutamento nei movimenti ecclesiali… della “primavera” postconciliare.

L’illusione di una conversione a buon mercato, che non esige alcuna seria revisione di vita ed effettiva rinuncia al peccato, rende le persone vieppiù refrattarie alla grazia, sorde ai richiami della verità, insensibili al peccato, anche grave. La presunzione di aver già raggiunto, d’un sol balzo, il culmine dell’esperienza cristiana impedisce ogni crescita reale nella vita interiore e nella pratica delle virtù, mentre la moralità di questi ferventi proseliti si degrada progressivamente, di scusa in scusa e di compromesso in compromesso. Quei comportamenti peccaminosi che, fino a sei anni fa, dovevano ancora ipocritamente mimetizzarsi, ora vengono anzi sbandierati come conquiste evangeliche della nuova èra. Vivere in adulterio permanente o praticare la sodomia “da cristiani”, con la gioia fasulla di sentirsi continuamente perdonati, pur senza pentimento ed emendazione delle colpe, sembra esser diventato l’obiettivo del secolo.

Ma chi hanno realmente incontrato quelle persone? Gesù Cristo o, nel migliore dei casi, un oggetto della loro fantasia malata? Come possono credere in chi neanche conoscono? In tutte le conversioni autentiche è necessaria almeno una conoscenza iniziale di Lui; in quelle straordinarie, nel caso essa manchi, viene infusa per via soprannaturale. Nel peggiore dei casi, invece, ci si è imbattuti nel demonio travestito da angelo di luce o piuttosto da manipolatore della psiche, con le sue ciarle suadenti e i suoi modi accattivanti. In realtà, per fare esperienza – come dicono – dell’incontro con qualcuno che non si vede né si ode fisicamente, bisogna necessariamente servirsi di quella mediazione che Egli stesso ha stabilito, cioè della Chiesa. Solo mediante il suo Magistero e la grazia dei suoi Sacramenti si viene a contatto con Cristo in modo certo, reale e oggettivo; a mano a mano che si consolida e approfondisce l’unione con Lui, poi, sarà altresì possibile sviluppare una relazione personale che sia oggetto, in certo qual modo, di esperienza diretta.

Proprio per evitare che il credente, a questo riguardo, si smarrisca nella selva dell’immaginazione, scambiando per fatti soprannaturali fenomeni meramente psicologici o addirittura patologici, Dio ha disposto che la via della vita mistica attraversi più fasi di dolorosa purificazione, mentre l’autorità ecclesiastica ha sempre effettuato un discernimento accurato, almeno fino a mezzo secolo fa. I falsi misticismi si riconoscono subito dalle manifestazioni di superbia, presunzione e disobbedienza che denunciano lo stato di un’anima non purificata e nemmeno disposta a passare per il crogiuolo del fuoco divino. Chi volesse esemplificazioni pratiche oggi ne trova a iosa, sia perché la gerarchia non vigila più né sui fenomeni straordinari né sulla qualità degli itinerari proposti dalle aggregazioni cattoliche, sia perché il clima generale, rapidamente delineato all’inizio, favorisce le mistificazioni. In certi casi, queste ultime hanno dato luogo a movimenti mondiali che coinvolgono milioni di persone; si impone allora la domanda: quante di esse, seppure in buona fede, si sono “convertite” a questa o quella esperienza, anziché a Gesù Cristo?

Non è una disquisizione di natura accademica, ma una questione di primaria importanza per il bene spirituale di tante anime che rischiano di avvelenare la propria vita di fede con surrogati nocivi. Il diavolo è riuscito addirittura a spacciarsi per la Madre di Dio – benché imitandola in modo goffo e maldestro – per tempi prolungati; ma le sue contraffazioni non sono mai perfette e si tradiscono regolarmente per qualche difetto più o meno vistoso. Se la mancanza di un’adeguata formazione in materia non ci consente di discernere in modo autonomo (visto che la gerarchia è latitante), esiste un criterio ben chiaro che chiunque può applicare da sé: non bisogna giudicare un fenomeno in base a quel che ognuno prova soggettivamente, bensì a partire dalle sue caratteristiche oggettive, che devono rispettare in tutto l’assoluta santità e perfezione di Dio; qualsiasi difetto o anomalia deve pertanto metterci salutarmente in guardia e farci decidere, come minimo, di sospendere il giudizio.

Qualora si rilevino evidenti errori dottrinali o indizi di immoralità (come disobbedienza, menzogna, interesse di lucro o abuso della credulità popolare), è obbligatorio negare l’assenso e smettere di frequentare luoghi e presunti veggenti, poiché si è responsabili davanti a Dio non soltanto di aver acconsentito all’inganno, ma anche di averlo pubblicamente ratificato con la propria partecipazione. Deus non irridetur: non ci si prende gioco di Dio; prima o poi se ne pagano le conseguenze. Per andare sul sicuro, prediligiamo i santuari ufficialmente riconosciuti dall’autorità competente prima che scoppiasse la crisi nella Chiesa, nei quali la Madonna accoglie i Suoi sinceri devoti senza lasciarli nell’incertezza, anzi accendendo in loro il desiderio della perfezione e colmandoli maternamente di tutte le grazie necessarie a raggiungerla.