Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 14 dicembre 2019


La parte migliore
che nessuno può toglierci / 2




Deus autem spei repleat vos omni gaudio et pace in credendo, ut abundetis in spe et virtute Spiritus Sancti (Rm 15, 13).

«Il Dio della speranza vi colmi di ogni gioia e pace nel credere, perché abbondiate nella speranza e nella potenza dello Spirito Santo». L’auspicio che san Paolo esprime nei confronti dei cristiani di Roma risuona ancora nella liturgia dell’Avvento e, in qualità di parola ispirata, continua a produrre il suo effetto soprannaturale nei cuori disposti ad accoglierlo. Il nostro Dio, che nel Battesimo ci ha resi Suoi figli, è entrato nella storia umana, così come nella vita di ognuno di noi, per suscitare la fede in chi, assecondando l’azione della grazia, aderisce alla verità da Lui rivelata, che promette la vita eterna. Poiché il Signore – come dimostra tutta la storia sacra, nonché quella della Chiesa e dei singoli Santi – è fedele alla Sua parola, nell’atto di credere è contenuta anche la speranza, cioè la sicura attesa del pieno compimento di quanto da Lui promesso. Ciò non può non riempirci di una pace e di una gioia che, essendo un’anticipazione della beatitudine futura, alimentano ulteriormente la nostra speranza e ci fanno quindi traboccare di forza interiore.

Tutto questo include, evidentemente, anche una precisa esigenza, quella derivante dal conoscere e amare il Dio della pazienza e della consolazione (Rm 15, 5). Il vincolo di figliolanza che ci unisce a Lui richiede infatti, da parte nostra, una crescita spirituale che ci renda sempre più somiglianti a Colui che ci è padre nei cieli. La pazienza, in Dio, è la magnanimità con cui sopporta i peccati degli uomini e attende la loro conversione; in noi, invece, è una virtù connessa alla fortezza, cioè quella disposizione stabile a sostenere situazioni gravose che nei battezzati è elevata dalla grazia e va da loro esercitata per un motivo e un fine soprannaturali: l’amore di Dio e, a gloria Sua, la salvezza propria e del prossimo. In tal modo la pazienza è fonte di grande e profonda consolazione: il figlio amato non subisce controvoglia ciò che il Padre dispone o permette per lui, bensì lo accoglie con gratitudine, in quanto occasione preziosa per ricambiarne l’amore e dimostrargli fedeltà. Il mondo incredulo, ignorando queste gioie ineffabili e segrete, non potrà mai strapparcele.

Secondo sant’Antonio di Padova, la pazienza nelle persecuzioni e la letizia nelle tribolazioni sono il denaro con cui si acquistano le ricchezze che, con la Sua prima venuta, Cristo ha portato sulla terra: la Sua povertà e la Sua umiltà (Sermone per la Domenica IX dopo Pentecoste, I, 3), beni celesti del tutto sconosciuti agli uomini. In un’altra omelia il Santo, meditando un versetto profetico («Del suo deserto farà un luogo di delizie e della sua steppa un giardino del Signore»; Is 51, 3), lo commenta così: «Deserto è parola latina che significa abbandonato e raffigura il cuore del giusto che, non essendo visitato dalla consolazione di questo mondo, viene deliziato dalla grazia dello Spirito Santo. Che cosa chiamerò delizie se non la dolcezza della contemplazione, la devozione della mente e la partecipazione alle sofferenze del prossimo? “Farà della sua steppa”, cioè della sua povertà, “un giardino del Signore”. Dice la sposa dei Cantici: “Il mio diletto scende nel suo giardino” (Ct 6, 1). Dice Bernardo: “In cielo c’erano tutti i beni in grande abbondanza; mancava solo la povertà. Invece sulla terra questa ‘merce’ c’era in grande abbondanza, ma l’uomo ignorava il suo valore. Allora venne il Figlio di Dio a cercarla, per renderla preziosa con il suo apprezzamento”» (Sermone per la Festa di Pentecoste, Esordio, 3).

Sapienza nascosta che il Verbo divino disvela soltanto ai Suoi autentici discepoli! Abbiamo forse qualcosa da invidiare al ciarpame gnostico-satanico dell’esoterismo cabalistico-massonico? Che se lo tengano… Solo chi, sia per disposizione della Provvidenza che per scelta personale, si è fatto deserto, è cioè privo di ogni consolazione di questo mondo, può gustare le delizie spirituali di cui il Paraclito ricolma i cuori da Lui abitati, i cuori umili e semplici che si lasciano illuminare dall’eterna Luce. Questo è possibile perché il Figlio di Dio, con l’Incarnazione, è sceso nella nostra steppa: si è abbassato nella povertà della condizione umana, rendendola preziosa nel farla sua per misericordia e trasformandola nel Suo giardino. Questa è dunque la ricchezza sublime che il Dio bambino ci porta in dono, ma per acquistarla (ossia per poterla far propria) ci vogliono la pazienza e la letizia nelle avversità. Badate: non nonostante le avversità, ma precisamente in esse; altrimenti si tratterebbe solo di sopportazione e di godimento puramente naturali, di cui son capaci pure i mondani e i peccatori nel conseguimento dei loro fini perversi.

Il santo Dottore si dimostra così compiuto discepolo del Poverello di Assisi, rapito in estasi dalla povertà del presepe di Greccio. Quali gioie indicibili non ci riserva la contemplazione di quella mangiatoia, in cui attendiamo con ardente desiderio di vedere il nostro Dio avvolto in fasce! «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5, 3); «In verità vi dico: chi non accoglierà il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10, 15). È un fatto paradossale per i ragionamenti carnali, ma conforme alla sapienza superna: non è certo la forza delle risorse umane a permettere di sostenere tribolazioni con pazienza e letizia, ma l’energia della grazia soprannaturale, che opera tanto più liberamente quanto meno trova ostacoli nell’uomo. La condizione più favorevole è quindi quella del bambino o di chi, nella sequela del Maestro e sotto la guida dei Suoi imitatori più fedeli, è spiritualmente ritornato bambino. Com’è realistica questa via, semplice e accessibile a tutti, purché si decidano a seguirla e assecondino gli impulsi della grazia!

Ovviamente questa così felice esperienza non ci estrania dal mondo in cui viviamo né ci distoglie dalla battaglia che siamo chiamati a condurre, ripiegandoci in un intimistico e solitario appagamento che si rivelerebbe, in ultima analisi, nient’altro che una forma di egoismo sublimato. Al contrario, essa è una sorgente inesauribile di coraggio e di vigore per procurare, a gloria di Dio, il bene della Chiesa e il ravvedimento di chi Lo disonora, anche fra i nostri cari. La missione che il Signore ci affida passa inevitabilmente attraverso l’offerta fiduciosa e riconoscente di tutte le croci, portate con pazienza, letizia e… amore. Pregare e immolarsi in ogni cosa, operando con la parola e l’esempio: ecco la volontà di Dio per i Suoi figli obbedienti. L’intenzione che deve orientare e unificare ogni più piccolo sforzo è quella espressa dal sacerdote nell’orazione conclusiva delle Preci leonine: pro conversione peccatorum, pro libertate et exaltatione sanctae matris Ecclesiae. La duplice direttrice si risolve in una sola per chi ha un cuore da bambino: la conversione dei peccatori, da una parte, la libertà e l’esaltazione della nostra amata Madre, dall’altra, mirano entrambe all’avvento del Regno di Dio e al compimento dei Suoi disegni di salvezza.

Deus, refugium nostrum et virtus, populum ad te clamantem propitius respice; et intercedente gloriosa et immaculata Virgine Dei Genitrice Maria, cum beato Ioseph, eius Sponso, ac beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, et omnibus Sanctis, quas pro conversione peccatorum, pro libertate et exaltatione sanctae Matris Ecclesiae, preces effundimus, misericors et benignus exaudi.

O Dio, nostro rifugio e nostra forza, guarda propizio al popolo che ti invoca, e per intercessione della gloriosa e immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, con il beato Giuseppe, Suo Sposo, i tuoi beati Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi, esaudisci misericordioso e benevolo le preghiere che effondiamo per la conversione dei peccatori, per la libertà e l’esaltazione della santa Madre Chiesa.

sabato 7 dicembre 2019


La parte migliore
che nessuno può toglierci / 1




Expandi manus meas tota die in cruce ad populum non credentem, sed contradicentem mihi: qui ambulant vias non bonas, sed post peccata sua (dall’Ufficio Divino; cf. Is 65, 2; Rm 10, 21).

«Tutto il giorno, sulla croce, ho steso le mani verso un popolo che non mi crede, ma mi contraddice, che cammina su vie non buone, ma dietro ai suoi peccati». Il rimprovero rivolto ad Israele è ripreso dalla liturgia nella festa di sant’Andrea, nel cui martirio la Croce del Maestro si riproduce e porta a maturazione il proprio frutto: O bona crux… per te me recipiat, qui per te me redemit (O buona croce… per mezzo di te mi riceva Colui che per mezzo di te mi ha redento). Anche i cristiani sono esposti al pericolo di cadere in una colpa analoga a quella delle autorità ebraiche che hanno respinto il Messia e di quelle romane che, condannando il Suo messaggero, ne hanno oppugnato la verità salvifica. Rifiutare il Cristo è una scelta ancora possibile, o in forma esplicita (con il rinnegamento della fede nella Sua autorità divina) o anche solo sul piano pratico (mediante la disobbedienza alla Sua parola). Oggi, però, siamo giunti ad un’espressa contraddizione del Suo insegnamento, addirittura da parte della Chiesa docente.

Cives autem eius oderant illum et miserunt legationem post illum dicentes: Nolumus hunc regnare super nos (Lc 19, 14). C’è una parte del clero che fa sua quest’empia asserzione solo implicitamente, con un’adesione di facciata e un’attività da commedianti che vengono impietosamente smascherate da una condotta insulsa, frivola, molle, superficiale e decadente che nulla mostra di autenticamente sacerdotale; ma ce n’è anche una parte che la fa propria con una dichiarata contestazione della legge morale in ambiti di indiscussa gravità, come quelli della sessualità, della famiglia e della vita umana. Per troppi decenni si è lasciato che idee eterodosse continuassero ad essere difese dalla sedicente stampa cattolica e nelle università pontificie, come se fosse sufficiente pubblicare testi magisteriali di rettifica senza mai sanzionare i responsabili, se non in casi eccezionali, con un’inerte fiducia in un improbabile ravvedimento. Ora l’erba cattiva, dopo aver abbondantemente infestato il campo, è talmente cresciuta da raggiungere i vertici.

«Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui un’ambasceria per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi”»: questa tragica scelta costò al popolo ebraico la catastrofe del 70 con la conseguente dispersione; alla società romana, malgrado la tardiva liberalizzazione del cristianesimo, il crollo dell’impero sotto la pressione dei popoli germanici, in quanto già rosa dall’interno da una profonda crisi morale che l’aveva resa incapace di reagire efficacemente… cosa mai deve toccare a noi, due millenni dopo la Redenzione, con tutti i frutti che ha portato nel frattempo? Preferisco non attardarmi su profezie, autentiche o presunte, di cataclismi planetari o guerre devastanti; piuttosto che stimolare la previdenza, esse possono indurre depressione e scoraggiamento. In realtà un tremendo castigo si è già abbattuto sul popolo ribelle: Constitue super eum peccatorem; et diabolus stet a dextris eius (Costituisci sopra di esso un peccatore e alla sua destra stia il diavolo; Sal 108, 6). La peggiore sciagura, per la Chiesa terrena, è avere un cattivo capo visibile; ma, se la maggioranza dei suoi membri recalcitra contro i comandi del Signore, è giusto e inevitabile che, a lungo andare, si ritrovi con alla propria testa una guida disobbediente a Dio.

È vero che il sacro testo prospetta parimenti la condanna di quel cattivo capo: Cum iudicatur, exeat condemnatus; et oratio eius fiat in peccatum (Quando è giudicato, ne esca condannato, e la sua preghiera si risolva in peccato; Sal 108, 7). Esso ci suggerisce perfino le parole per richiederne la rimozione: Fiant dies eius pauci, et episcopatum eius accipiat alter (Siano pochi i suoi giorni, e il suo incarico lo riceva un altro; Sal 108, 8). Se tuttavia l’Onnipotente ha permesso che occupasse quel posto, è sicuramente per un disegno provvidenziale: fra l’altro, per far venire a galla tutto il marciume, morale e dottrinale, che prima si dissimulava. Ciò trascina alla rovina gli increduli e gli immorali, che, sentendosi ufficialmente confermati, si abbandonano alle loro tendenze; al tempo stesso, raffina e tempra i credenti sinceri nel crogiuolo della prova. Questa serena consapevolezza ci libera dall’impazienza e dalla rabbia, mentre la nostra preghiera acquista una nota di sapienza: è del tutto legittimo auspicare che sia allontanato l’usurpatore, ma senza dimenticare che, dopo di lui, potrebbe arrivarne uno peggiore, visto che, con il numero di cardinali da lui creati, ha già blindato il prossimo conclave. Pensate se diventasse papa il prelato invitato quest’anno al Bilderberg, oppure lo spudorato sincretista inflitto alla diocesi felsinea…

Come un popolo ha i governanti che si merita, così la comunità ecclesiale riceve guide conformi al suo reale stato. Nel primo caso gli uomini sono più responsabili e hanno meno diritto di lamentarsi, visto che i capi sono stati da loro eletti (a parte il caso dell’Italia); nel secondo (dato che la Chiesa non è un regime democratico) l’imputabilità è più indiretta, ma è innegabile che i Pastori provengano dal ceto dei fedeli e che quindi, pur acquisendo il potere di dirigerlo, ne rispecchino le qualità. È pur vero che la degenerazione è cominciata dall’alto, con una serie di decisioni prese sulla testa della gente, ma ciò non toglie che il processo da esse innescato sia stato accolto e assecondato con un vasto consenso, senza il quale non saremmo arrivati all’attuale stato di grave decadenza. Le derive dottrinali, liturgiche e morali degli ultimi cinquant’anni, compresa l’impennata di questo nostro tempo, hanno coinvolto molteplici attori a tutti i livelli.

Molti chierici giustificano la svolta ripetendo con tono saccente un mantra del tutto privo di senso: «C’è stato un concilio…», come se prima di quello non ce ne fossero stati altri venti che son tuttora valevoli e che non possono essere ignorati, quasi che un papa o un concilio avessero facoltà di stravolgere la dottrina e la vita cristiane abolendo tutto il passato con un tratto di penna… Quando dovranno render conto della propria vita al sommo Giudice, potranno forse sfuggire alla Sua giusta condanna con quella miserabile scusa? «Ti sei pervertito di persona, con la parola e l’esempio hai indotto i fedeli a peccare gravemente, hai spinto innumerevoli anime sulla via della dannazione eterna, hai disonorato e fatto bestemmiare il mio santo Nome… – Signore, c’è stato un concilio…». Si può certamente obiettare che i testi del Vaticano II, interpretati alla luce della Tradizione, non giustificano il rinnegamento della fede che si è verificato, ma resta il fatto che i germi patogeni ivi disseminati hanno dato il primo impulso al processo dissolutivo di cui si approssima il culmine.

Hanno costruito tutto un apparato intellettuale che autorizza a contraddire o relativizzare la verità conosciuta, esenta dall’osservanza di ogni norma e annulla qualsiasi obbligo morale. Esso, col tempo, ha strutturato la forma mentis del clero fino ad appiattirne la coscienza e ad indurirne il cuore, con effetti gravemente diseducativi sui fedeli. Grazie a Dio, ci sono felici eccezioni, dato che la teologia moderna ha un effetto più contenuto su chi è preservato da una fede sincera e coltiva un’ordinata vita di preghiera; la maggioranza si è però ritrovata a tradire il Signore senza neanche rendersene conto, poiché in seminario, generalmente parlando, non ha ricevuto alcuna seria formazione, né umana, né spirituale, né culturale, nonostante l’immediata accessibilità delle fonti. «Ma non tutti obbediscono al Vangelo. […] Forse non hanno udito? Eppure in tutta la terra è arrivata la loro voce e sino ai confini del mondo le loro parole» (Rm 10, 16.18; cf. Sal 18, 5)… Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire perché si rifiuta di ascoltare.

Di fronte alle estreme manifestazioni di empietà favorite dall’odierno pontificato, tuttavia, più d’un sacerdote ha cominciato ad aprire gli occhi sulla deriva che va avanti da decenni e a riappropriarsi del tesoro che gli è stato sottratto: Tu es qui restitues haereditatem meam mihi (Sal 15, 5). Una volta scopertolo sepolto nel campo, vale davvero la pena vendere tutto (cioè esporsi alla perdita di ogni beneficio materiale) per dissotterrarlo ed entrarne in possesso (cf. Mt 13, 44). Anche questo è uno dei risvolti provvidenziali del castigo inflitto al popolo infedele. La fede e il culto che ci sono stati trasmessi, se li accogliamo per quello che sono e non per quel che, in base ai gusti del momento, vorremmo che fossero, sono davvero la parte migliore che non ci sarà mai tolta (cf. Lc 10, 42), a meno che non l’abbandoniamo spontaneamente. Custodirla a beneficio nostro e di coloro a cui la consegneremo a nostra volta è la grande missione che la Provvidenza ci ha assegnato in questo periodo storico. Un’immensa gratitudine e un’invincibile fiducia devono pervaderci l’animo e darci la forza di perseverare, nonostante e contro tutto.

sabato 30 novembre 2019


Resistere in una piaga purulenta




La mistica Sposa di Cristo, nel corso dei secoli, non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi, secondo le parole di Cipriano: «Non può adulterarsi la Sposa di Cristo: è incorrotta e pudica. Conosce una casa sola, custodisce con casto pudore la santità di un solo talamo» (Pio XI, Enciclica Mortalium animos; citazione di Tascio Cecilio Cipriano, De catholicae Ecclesiae unitate, 6).

Non è altro che una costatazione obiettiva e spassionata: rispetto all’insegnamento di Pio XI circa l’ecumenismo, perfettamente coerente con tutta la tradizione cattolica e con il magistero degli altri papi in materia, la svolta impressa dalle dichiarazioni Nostra aetate e Dignitatis humanae costituisce una completa inversione di marcia in radicale discontinuità con il passato, il cui effetto è stato, insieme al venir meno dello slancio missionario, la perdita della fede in ampi strati sia del clero che del popolo. Le sottigliezze verbali e dialettiche dei testi in questione non valgono a sanare la loro sostanziale eterodossia, seppur mascherata con un’abilità a dir poco diabolica, ma ben riconoscibile da chiunque abbia una fede limpida e non si lasci confondere dai sofismi. Nonostante tutto, la verità continua a risplendere nelle menti dei cattolici autentici, semplici o istruiti; ciò non toglie che l’assunzione dell’errore da parte della maggioranza della gerarchia sia un fatto di gravità epocale che pone seri interrogativi sulla sussistenza della Chiesa.

L’adorazione degli idoli nei Giardini Vaticani e il loro uso durante la Messa papale nella basilica di San Pietro sono certo atti abominevoli, ma rappresentano soltanto l’apice di una parabola iniziata, sotto la spinta del Vaticano II, con la cosiddetta riforma della Messa, della cui entrata in vigore si celebra in questi giorni il cinquantenario. Proprio nel cuore del rito, al posto delle antichissime preghiere con cui il sacerdote dedica la vittima immacolata del Sacrificio eucaristico, è stata collocata una formula che ricalca la benedizione ebraica del pasto, per giunta con qualche significativo ritocco: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane (questo vino), frutto della terra (della vite) e del lavoro dell’uomo. Lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna (bevanda di salvezza)». Queste poche parole sono gravide di conseguenze catastrofiche di immane portata per la fede e la vita cristiana.

Anzitutto è completamente rimossa l’idea di sacrificio, sostituita da quella di un pasto che non è la consumazione della vittima immolata, bensì una condivisione di offerte di origine vegetale. Anche nei nuovi canti che accompagnano quest’azione liturgica è scomparso ogni riferimento al mistero redentore della Croce, reso presente in modo incruento, a favore di un mero mettere in comune i beni della creazione ai fini dell’accrescimento di una “comunione” concepita in senso puramente socio-psicologico. Cambia la natura dell’offerta: il significato, il motivo, la destinazione e l’effetto. Si ringrazia la divinità per un beneficio fruito dall’uomo, cosa che avrebbe un senso se si fosse a tavola, ma che qui rappresenta un completo capovolgimento di prospettiva: non si sta offrendo a Dio il culto perfetto che il Figlio gli rende per mezzo della Chiesa e che ridonda nella salvazione degli uomini, bensì accogliendo l’erogazione di un prodotto. In attinenza a ciò è totalmente assente anche qualsiasi accenno alla transustanziazione: i doni presentati sull’altare devono diventare un generico cibo di vita eterna e un’imprecisata bevanda di salvezza anziché il Corpo e il Sangue di Cristo, la cui offerta costituisce l’atto più efficace di adorazione, ringraziamento, propiziazione e impetrazione che possa esser compiuto sulla terra.

L’eucologia del nuovo rito di offertorio (o presentazione dei doni, come esigono che lo si chiami) è un’espressione sintomatica di quello spirito del mondo moderno, antropocentrico, immanentistico e consumistico, cui il Concilio per antonomasia ha pensato bene di adattarsi. Tale fatto può esser colto da chiunque a partire da una semplice analisi del testo; i risvolti più nefasti sono però nascosti, giacché sono rilevabili solo mediante un confronto con la preghiera giudaica cui il testo si ispira. Essa si rivolge correttamente al Re dell’universo (melekh ha‛olam), cioè al Creatore, non a un indefinito Dio dell’universo. Quest’ultima locuzione – come ho già segnalato in un altro articolo – proviene dalla Cabala e designa l’Adam Kadmon, l’uomo primordiale identificato con la divinità panteistica dietro la quale si nasconde… Lucifero. I massoni hanno messo a segno un bel colpo, facendo sì che si evocasse inconsapevolmente il loro “dio” proprio nel momento in cui comincia la parte più sacra della Messa, apice del culto cattolico.

Ma non finisce qui. Nella preghiera ebraica si benedice Dio perché fa uscire il pane dalla terra e crea il frutto della vite, con una chiara professione di fede nella Sua potenza; nella nuova Messa, invece, il pane e il vino diventano frutto della terra (della vite) e del lavoro dell’uomo. L’origine del cibo e della bevanda non è più il Creatore, ma realtà create che ne prendono il posto: la Madre Terra (come possiamo chiamarla alla luce degli ultimi sviluppi) e un’attività umana, quella su cui, con un’affermazione filosoficamente priva di senso, si fonda la nostra repubblica. La Costituzione italiana, del resto, fu composta con l’apporto decisivo dei “cattolici” democratici, fra i quali svolse un ruolo di primo piano quel Giuseppe Dossetti che poi, scoperta una vocazione tardiva e propostosi come segretario tuttofare del cardinal Lercaro, uno dei quattro moderatori del Vaticano II, ne prese surrettiziamente la guida unitamente ad altri cospiratori di professione. Quando aveva saputo della sua decisione di farsi prete, l’anziano padre gli aveva replicato smarrito: «Ma come…? Hai fatto la rivoluzione nello Stato; ora vuoi farla anche nella Chiesa?».

Non sono in grado di verificare in che misura l’iniziatore della cosiddetta Scuola di Bologna abbia influito sullo stravolgimento della liturgia, ma si può legittimamente supporre che il suo ruolo non sia stato affatto secondario, visto lo stretto legame con l’Arcivescovo di Bologna di allora, anima della riforma liturgica, costretto poi alle dimissioni dopo un’infuocata predica contro la guerra in Vietnam che all’inizio del 1968 provocò una crisi diplomatica tra la Santa Sede e gli Stati Uniti (e che, guarda caso, era stata composta proprio dallo zelante collaboratore, intento a sbarazzarsi di uno strumento che era forse divenuto ingombrante?). In ogni caso, il culto divino si è di fatto trasformato in culto dell’uomo e della terra. L’esito cui stiamo assistendo è del tutto coerente con queste premesse di uno sviluppo pianificato e giunto a maturazione anche grazie ai ripetuti incontri interreligiosi di Assisi promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, che han consacrato al più alto livello proprio quel sincretismo e indifferentismo che con tanto vigore Pio XI aveva denunciato e respinto.

Ora, se è vero – com’è vero – che l’incorrotta e pudica Sposa di Cristo non può adulterarsi (parola di san Cipriano, vescovo e martire, Padre della Chiesa), che cos’è la realtà con cui oggi abbiamo a che fare? I membri della gerarchia eretici o apostati non sono certamente membri del Corpo Mistico, ma finché non siano dichiarati tali conservano la giurisdizione, almeno materialmente. Visto però che, fra di loro, c’è il vertice stesso, come dobbiamo considerare questa struttura di governo? È un quesito a cui non siamo in condizione di rispondere e che, d’altronde, non ci compete affatto: non tocca a noi stabilire ciò che Dio solo conosce, né risolvere un problema che supera le possibilità umane. Siamo di fronte a un caso senza precedenti, a un evento epocale per il quale non ci sono note soluzioni. Dobbiamo pertanto farci una ragione di questo fatto e accettare con santa rassegnazione – ma conservando la fede e la grazia – di vivere in una piaga non curata che si è gravemente infettata. In tal modo l’esercizio eroico della virtù ci consentirà di meritare l’intervento soprannaturale del Medico celeste, l’unico capace di risanare la propria Sposa.

Tale immolazione spirituale, ovviamente, non esclude che ciascuno ricerchi modalità vivibili per poter perseverare in queste condizioni estreme; il Signore non chiede a nessuno l’impossibile. Ciò significa, nella misura delle opportunità concrete, la scelta di un ambiente religioso compatibile, di una liturgia almeno esente da stranezze, di un insegnamento spirituale sano. Non dimentichiamo che l’essere umano è dotato per natura di un’inesauribile inventiva e di straordinarie capacità di adattamento; quanto più chi è sopraelevato dalla grazia! La Rete, oltretutto, offre oggi, a chi abbia un minimo di discernimento, illimitate risorse di studio e approfondimento. Al di sopra di ogni altra ricchezza, tuttavia, rimane la preghiera (specie per la Chiesa), mezzo sempre disponibile a chiunque, in ogni tempo e in ogni luogo. Riflettere sulla Sacra Scrittura, in particolare, è una sorgente di luce e di consolazione senza fine: essa contiene la parola divina, unica chiave adeguata per comprendere la storia. Tanto per cominciare, meditiamo su questo versetto: Ego autem in terra captivitatis meae confitebor illi (Io, nella terra della mia prigionia, gli renderò testimonianza; Tb 13, 7).

Per questo vi ha disperso in mezzo alle genti che lo ignorano: perché voi narriate le sue meraviglie e facciate sapere loro che non c’è altro Dio onnipotente all’infuori di lui. Egli stesso ci ha castigati a motivo dei nostri peccati; egli stesso ci salverà a motivo della sua misericordia. Guardate dunque ciò che ha fatto con noi e, con timore e tremore, rendetegli gloria, esaltando il Re dei secoli con le vostre opere (Tb 13, 4-6).

sabato 23 novembre 2019


Senza mistica si muore




Sede a dextris meis, donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum. […]. De torrente in via bibet; propterea exaltabit caput (Sal 109, 1.7).

Il mondo non potrà mai sopprimere il piccolo gregge a cui il Padre ha donato il Suo regno (cf. Lc 12, 32). Per quanto possiamo apparire deboli e sparpagliati, anche nell’attuale Chiesa militante, siamo in realtà invincibili, giacché il nostro essere e il nostro operare si collocano a tutt’altro livello rispetto a quello dei nostri avversari; tale fatto crea un’assoluta disparità di forze, una sproporzione ontologica tra noi e loro, indipendentemente dalla congiuntura più o meno a noi sfavorevole e dalla potenza dei loro mezzi. Il cristiano in stato di grazia agisce infatti soprannaturalmente: la grazia abituale, condizione stabile in cui si trova, sostiene ed eleva ogni suo pensiero, parola e azione che siano intrinsecamente buoni e vengano compiuti con retta intenzione, conferendo ad essi, così, una qualità che li rende affini ai pensieri, parole e azioni di Dio. Il vero cattolico opera in sinergia con l’Onnipotente, al punto che si può legittimamente affermare che le sue operazioni sono effettuate da due soggetti congiunti, sebbene l’uno sia infinitamente superiore all’altro. Ciò si verifica in modo ancor più pieno quando si acconsente alle grazie attuali, cioè a quegli impulsi momentanei della grazia che è data in particolari circostanze e per specifici scopi.

La sfida più urgente è allora quella di favorire sempre meglio la crescita nella grazia, mediante la preghiera, i Sacramenti e le opere buone, e di saper corrispondere sempre più fedelmente ad essa, imparando a riconoscerne il tocco soave e ad assecondarlo con prontezza e generosità. Al fine di acquisire una sensibilità sempre più acuta in questo campo è indispensabile coltivare con cura la vita di unione con Cristo, un’amicizia intensa e appassionata con Lui che conduca ad una profonda intimità di vedute e di sentire. Questo sforzo non ci estrania dalla realtà presente né ci ruba tempo ed energie da dedicare ai nostri doveri di stato o agli impegni derivanti dalle doverose battaglie che siamo chiamati a condurre; al contrario, esso è la condicio sine qua non perché ogni nostra attività sia veramente efficace e raggiunga il suo fine, ovvero sia conforme alla volontà di Dio e concorra alla realizzazione dei Suoi disegni, piuttosto che ostacolarla. Il nostro compito è nientemeno che quello di trasmettere alle generazioni future i germi della verità e del bene, i quali, passata l’odierna burrasca, potranno nuovamente fiorire e svilupparsi.

Una parola va necessariamente spesa per segnalare quelle deviazioni che, proprio per mancanza di una solida vita interiore, rischiano di vanificare perfino l’azione dei buoni. Ho già riflettuto, in altra occasione, su quella che ho denominato sindrome dell’eletto. Essa è tipica di quegli ambienti che si considerano detentori esclusivi della verità e si arrogano una sorta di monopolio della Tradizione, quasi che, al di fuori di essi, ci fosse unicamente modernismo e perdizione. Su questa via si cade inevitabilmente nella superbia del cuore e in una conflittualità permanente anche al proprio interno, dato che la propensione a dogmatizzare le opinioni personali provoca dispute senza fine e dai frutti cattivi. A livello collettivo, il risultato è l’autosegregazione in un ghetto, cosa che comporta di solito pure la separazione dalla Chiesa gerarchica. Lo sforzo impari di doversi contrapporre al mondo intero senza fruire delle grazie garantite dalla comunione con il Corpo Mistico ingenera, a lungo andare, un senso di frustrazione e di scoraggiamento che può sfociare nella disperazione, magari soffocata dall’acredine o esorcizzata da un volontaristico attivismo: illanguidendosi la fede nella Provvidenza, si punta tutto su un’azione puramente umana dettata da imperativi razionalistici.

Un’altra pericolosa deformazione può esser causata dalla sindrome del perseguitato. Non intendo certo negare l’effettiva persecuzione di certi istituti né minimizzarne la portata e gli effetti, ma solo mettere in guardia dall’identificarsi con questa condizione e dal farne una ragione di vita. In tal caso si può gradualmente perdere la percezione oggettiva della realtà, creandosi un’immagine idealizzata di sé e cadendo in una visione esasperata del mondo esterno. Se poi si scivola nel vittimismo, diventa impossibile riconoscere elementi strutturali e modalità di governo che necessitano effettivamente di correzione in quanto nuocciono ai membri e all’istituzione, la quale, anziché rimanere strumento a servizio della Chiesa, assurge a fine assoluto e a realtà intoccabile. Questo atteggiamento sfocia in un’ottusa ostinazione, refrattaria a qualsiasi richiamo, anche motivato, e avente per esito la completa rovina di un’opera per altri versi encomiabile e benefica.

Un ultimo accenno, infine, merita la sindrome dell’illuminato. Essa raccoglie un fascio di patologie spirituali accomunate dall’idea di esser depositari di una verità iniziatica o di una nuova rivelazione. Qui l’ostacolo maggiore al ravvedimento è la presunzione: qualunque obiezione è automaticamente neutralizzata non con un’argomentazione persuasiva, ma mediante la svalutazione dell’interlocutore, le cui osservazioni sono cassate a priori perché non è a conoscenza dell’arcana dottrina di cui gli iniziati sono in possesso, ma che all’analisi razionale risulta una ridicola invenzione. In questo ambito ci si imbatte in tutto un ventaglio di forme di manipolazione della psiche: dalle pretese apparizioni ai falsi mistici, dai revival neopagani alle versioni sincretistiche della “tradizione”, dalle tecniche di “meditazione” all’esercizio di presunti “carismi”… Sbocco di questa tendenza, nel migliore dei casi, è un disturbo mentale, nel peggiore l’infestazione diabolica: veggenti che parlano con la Madonna, santoni dotati di poteri straordinari, anime elette destinatarie di messaggi celesti, guaritori infallibili, corrispondenti con l’oltretomba… se non è imbroglio o follia, preoccupatevi ancor di più.

«Scopo della nostra vita è l’unione con Dio Trinità, con Dio Sommo Bene, eterno Amore. Ora, questa unione, che non si può descrivere né esprimere a parole, si può in qualche modo spiritualmente sperimentare. Questa esperienza del divino gli autori francescani sogliono chiamarla sapienza, perché è quasi il “sapore”, il gusto del Sommo Bene. […] Chiediamo a Dio con umiltà ma con costanza che si faccia conoscere da noi, che ci dia di Lui quella scienza spirituale, quella esperienza che Egli concede a chi lo ama e fedelmente lo serve; che ci dia questa virtù della sapienza, somma fra tutte, perché sintetizza in sé tutta la vita cristiana. La sapienza porterà un’imperturbabile pace nel fondo dell’anima, dove tutti i desideri, bene ordinati, si unificheranno, semplificandosi, per convergere costantemente al Sommo Bene. E l’anima si immergerà in un composto, sereno abbandono a Dio, misto a profonda letizia interiore; vivrà nella soavità della divina presenza e potrà dire veramente: Gustate e vedete quanto è soave il Signore! (Sal 33, 9)» (Marciano M. Ciccarelli OFM, L’ascensione a Dio, Milano 1952).

La vera mistica non ha nulla da spartire con quelle artificiose, sviluppatesi dalle sindromi sopra abbozzate. C’è un rapporto interpersonale cui il credente deve aprirsi, una reale relazione d’amore che coinvolga tutte le dimensioni del suo essere per porlo in comunicazione con il Santo dei Santi. Poiché, da un lato, c’è una misera creatura peccatrice, essa esige un lungo e doloroso processo di progressiva purificazione e illuminazione, fondato sulla verità rivelata e guidato dalla legge morale. L’Essere in sé sussistente, il Sommo Bene, ha un volto paterno pieno di tenerezza, ma l’uomo non può certo aderirvi rimanendo soggetto al male; viceversa, più egli elimina, con l’aiuto della grazia, i propri peccati e imperfezioni, più pienamente può unirsi a Dio. Senza una dura lotta per rendersi capaci di servirlo sempre più fedelmente, è impossibile pervenire a quell’unificazione interiore che assicura l’imperturbabile pace e il sereno abbandono evocati dall’autore francescano.

Quando l’avrai raggiunta, potrai sentirti dire: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (Sal 109, 1). La convergenza di tutte le tue forze e di ogni tuo desiderio nell’amore e nel servizio del Re avrà reso l’unione così intima che potrai assiderti accanto a Lui e attendere tranquillamente che annienti totalmente i tuoi nemici spirituali, già da te sconfitti nella tua battaglia personale: Dominus a dextris tuis; confregit in die irae suae reges. Iudicabit in nationibus; implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum (Sal 109, 5-6). Per giungere a tale stato di sicurezza dell’anima è indispensabile, lungo il cammino, abbeverarsi in abbondanza al torrente della grazia, così da poter rialzare il capo dopo ogni assalto (cf. Sal 109, 7). Soltanto così si può resistere all’attuale scatenamento del male, che rende le tentazioni molto più frequenti e violente anche per i giusti, dato che i demoni si sentono autorizzati dalle più alte autorità ecclesiastiche a scorrazzare spavaldi. Questa è anche l’unica risposta sensata che, accompagnata da una coraggiosa difesa della verità e da un costante esercizio della carità, possiamo dare al dilagare dell’errore e del lerciume nella Chiesa terrena: il Signore ha già giudicato e, presto o tardi, eseguirà la sentenza.

sabato 16 novembre 2019


La Chiesa come l’araba fenice?




Le forze occulte che operano per trasformare il cattolicesimo in una nuova “religione” continuano a seminare indizi significativi, leggibili da parte degli iniziati come precisi messaggi, indicatori della direzione che stanno seguendo. Così, nella Messa celebrata nella sua cattedrale per l’investitura delle neonate équipe pastorali composte di custodi del fuoco, lo scorso 9 novembre, il Vescovo di Roma ha indossato una casula recante le figure, sul davanti, di san Giovanni Battista che battezza il Signore e, sul retro, della fenice e della palma. Sebbene l’ufficio liturgico diocesano si sia premurato di avvertirci che il mitologico pennuto sarebbe un simbolo medievale di risurrezione, la sua vera origine va in realtà rintracciata nella gnosi antica, sia egizia che greca. La palma rappresenta inoltre il giudaismo, piuttosto che il cristianesimo. Perfino la rappresentazione più ineccepibile, quella del Battesimo al Giordano, può esser letta in chiave esoterica, sullo sfondo delle incredibili asserzioni sulla non-divinità di Cristo che un vecchio mentitore – ricevendo peraltro una fiacca smentita – ha osato porre sulle labbra del Pontefice regnante.

Non a caso la massoneria moderna, che ha raccolto e rilanciato le tradizioni templari e rosacruciane, fa risalire la propria nascita al 24 giugno 1717, data di fondazione della gran loggia madre di Londra. Il culto del Battista, la cui natività è celebrata in prossimità del solstizio d’estate, è reinterpretato in relazione con i culti solari, legati a quello della fecondità. Per motivi analoghi anche san Giovanni Evangelista viene associato a un solstizio, quello d’inverno, ed è “venerato” in coppia con l’altro. Essi rappresentano, insieme, le due facce dell’unico Giano bifronte, il quale detiene le chiavi che aprono e chiudono il cielo, prerogativa di cui si sarebbe poi appropriata la Chiesa nella persona del Successore di san Pietro. Il nome Ioannes (foneticamente accostato a Ianus) è altresì spiegato come colomba di fuoco, secondo quella simbologia esoterica di distruzione e rinascita che abbiamo già considerato proprio a proposito della forzata formazione delle inopinate squadre “consacrate” una settimana fa. Come essere focoso, il Battista avrebbe trasmesso lo “spirito” a Gesù, che sarebbe così stato in grado di esercitare capacità divine, ma per soli tre anni…

Ora, il nesso con la fenice è più che evidente. L’uccello del mito, per poter rinascere, si lancia verso il sole, ne rimane bruciato e risorge dalle proprie ceneri, contenenti un misterioso seme. In Egitto il suo culto era connesso alle esondazioni del Nilo e alla terra nera, il limo depositato dalle acque sui campi fertilizzandoli (come quella offerta sull’altare della Confessione, nella basilica vaticana, nella Messa di chiusura del sinodo per l’Amazzonia…). Tale processo di “morte e risurrezione” non è altro che una rappresentazione mitologica del ciclo della natura, come pure la storia di Adone, il babilonese Tammuz che ogni anno, dopo essersi unito alla dea madre Ishtar, muore e rinasce. Non c’è dubbio che si tratti di una concezione prettamente naturalistica e immanentistica; ciononostante l’immagine della fenice, nell’esoterismo massonico, assurge a simbolo di un perpetuo progresso che si attuerebbe mediante fasi successive e sempre migliori, separate da un annientamento che darebbe luogo ad una nuova creazione più perfetta delle precedenti, nella quale gli illuminati raggiungerebbero uno stadio più elevato di coscienza e di vita.

Nel 2001 usciva in Francia un libro intitolato Une Église condamnée à renaître, una raccolta di conversazioni tra il domenicano André Gouzes e Philippe Baud, prete svizzero. Con rara acutezza profetica, i due preconizzavano una Chiesa che, sbarazzatasi di ogni apparato esteriore, si dissolvesse in piccole comunità domestiche raccolte intorno a “liturgie” informali e animate da preti sposati o da ministri donne. Con sorprendente “originalità”, la proposta precorreva di quasi vent’anni l’ultimo sinodo, nel quale dei gerarchi “cattolici”, facendone oggetto di pubblico dibattito ai massimi livelli, hanno finalmente varcato inviolabili tabù. Ciò che lascia ancor più sbalorditi, tuttavia, è che proprio alla vigilia della sua solenne chiusura un vescovo francese, nella medesima basilica di San Pietro (sebbene in un contesto, almeno in apparenza, diametralmente opposto, quello di un pellegrinaggio mondiale della Tradizione) abbia perorato la causa di una Chiesa chiamata a… rinascere dalle sue ceneri. Curiosa coincidenza… o è solo paranoia?

La seconda ipotesi sarebbe senz’altro più comoda. Il fatto è che l’omelia del presule, tutta intrisa di velata simbologia massonica, si apriva già con un ricordo – come dire? – di fuoco: l’incendio di Notre Dame dello scorso 15 aprile, che nelle sue parole assurgeva addirittura a segno dei tempi di una Chiesa in fiamme. Anziché ravvivare un comprensibile dolore, quel fatto finiva con l’apparire, tutto sommato, di buon auspicio, quasi fosse premonitore di una risurrezione. Bisogna ricostruire un Tempio spirituale – proseguiva l’oratore – su un basamento da cui tutto può ripartire, un’infrastruttura religiosa sepolta che va ritrovata (?), come un punto d’Archimede su cui far leva. Il cristianesimo, a suo dire, rappresenterebbe l’involucro antropologico e sociale garante di un’omogeneità che ha attraversato i secoli. A dispetto dei falsi indovini che ne han profetizzato la fine o l’uscita verso altre religioni, esso è quindi qualcosa di cui il mondo postcristiano, nel profondo disagio del suo vuoto esistenziale, avrebbe un immenso bisogno per riconciliarsi con la propria realtà umana. La Chiesa è pur sempre l’avvenire dell’umanità

Anche la liturgia, con la sua continuità di riti, di segni e di forme, costituisce un importante elemento di stabilità. Il Vaticano II ne avrebbe assicurato la conservazione come opera di Cristo e della Chiesa (senza alcun accenno al sacerdozio ordinato; cf. Sacrosanctum Concilium, 7). Essa mette l’uomo in rapporto con Dio, centro gravitazionale del mondo e al contempo interiorità trascendente di cui egli non può fare a meno per pensare se stesso: «Sì, la fede continua ad essere l’inconscio della nostra società, vale a dire ciò che permette alla gente di vivere insieme a partire da rappresentazioni sacre», mentre il magistero petrino avrebbe la funzione di attestare quella verità che innesca l’ascensione dell’umanità verso Dio sull’onda del Cristo Redentore (il Cristo cosmico di Teilhard de Chardin?). Discorso di un immanentismo kantiano e rahneriano spinto all'estremo… Se poi si pensa che quel vescovo proviene dal rinnovamento carismatico, il cui sorgere fu patrocinato da un cardinale in odore di massoneria come Suenens…? In quel movimento, fra l’altro, si entra con una sorta di “battesimo di fuoco”, impartito da laici e inteso come perfezionamento di quello nell’acqua.

Torniamo alla palma, simbolo del giudaismo, accostata alla fenice sul lato posteriore della casula che, sul davanti, riporta san Giovanni Battista, rappresentante della prima alleanza. Poniamo che il cristianesimo vada considerato una fase antitetica di sviluppo dell’ebraismo, che gli ha trasmesso lo “spirito” ma che, nella sua fase primitiva, è finito con il Tempio di Gerusalemme (l’Illum oportet crescere, ego autem minui riletto in chiave esoterica). Ora il momento di dissolversi nel fuoco è forse giunto anche per la Chiesa, dalle cui ceneri dovrebbe rispuntare un’inedita sintesi che, pur conservando un involucro esterno in continuità con la tradizione, fosse portatrice di un contenuto rinnovato? Il Giano dei massoni, guardando avanti e indietro, concilia e riunisce passato e futuro. Chi si accontenta della scorza non ha nulla di che lamentarsi, dato che nessuno gliela tocca, purché egli rimanga tranquillamente rinchiuso nella gabbia dorata da cui, una volta all’anno, lo lasciano uscire per sfilare nel cuore dell’Urbe. Gli altri (i rivoluzionari) han campo libero per instaurare la loro nuova religione, riedizione aggiornata del giudaismo cabalistico, il fondamento spirituale sepolto che le nazioni (i poveri goyyîm) dovrebbero riscoprire. I riferimenti architettonici dell’omelia citata si adattano perfettamente, volendo trasporli, alla sacra spianata di Sion…

Sembra che tutto sia pronto perché la Chiesa si estingua bruciata e risorga dalle sue ceneri… ma come un’altra cosa. Resta solo un granellino di sabbia che potrebbe inceppare l’ingranaggio: siamo noi, quegli irriducibili cattolici che non si son fatti ancora segregare in una riserva indiana. È per questo che stan tentando di tutto per acchiapparci con fantomatici progetti che ci rendano inoffensivi. Per essere neutralizzato, anche il dissenso residuo va inquadrato in qualche modo, magari sfruttando l’ingenuità di un cardinale… Personalmente, preferisco il martirio silenzioso e continuato, in attesa che il Signore intervenga. Senza alcun merito da parte mia, ho imparato per grazia a non reagire mosso dall’io debole e ferito, ma sotto l’azione dello Spirito Santo, invocato nel Cuore Immacolato di Maria. Se il Signore ci aiuta a non lasciarci intrappolare, d’altra parte non vuole nemmeno che ci facciamo metter fuori della Chiesa, assecondando il gioco dei traditori perché abbiano piena libertà d’azione. Dobbiamo rimanere dentro ad ogni costo, anzitutto perché non c’è altra via di salvezza, poi perché questo ci permette di santificarci esercitando le virtù in grado eroico, nonché di frenare la deriva con le nostre preghiere e i nostri sacrifici.

Mi raccomando: non lasciatevi abbattere. La fede non ci autorizza a dubitare dell’onnipotenza di Dio, che è sempre operante a dispetto di qualsiasi apparenza. Ci istruisca la parola divina con cui la Chiesa prega da sempre: Dominus in circuitu populi sui, ex hoc nunc et usque in saeculum (Il Signore è intorno al suo popolo, da questo momento e per sempre; Sal 124, 2). Questa certezza deve alimentare in noi una speranza incrollabile: Et sperent in te qui noverunt nomen tuum, quoniam non dereliquisti quaerentes te, Domine (E sperino in te quanti conoscono il tuo nome, poiché non hai abbandonato coloro che ti cercano, Signore; Sal 9, 11). Quando udiamo notizie sconvolgenti, non rimanga scossa la fiducia che la certezza dell’amore di Dio ci comunica, ma custodiamo il cuore mantenendoci in adorante silenzio: Ego autem tamquam surdus non audiebam, et sicut mutus non aperiens os suum. Et factus sum sicut homo non audiens, et non habens in ore suo redargutiones (Io, come un sordo, non ascoltavo, ed ero come un muto che non apre la bocca. Mi sono reso come un uomo che non ode e non ha repliche sulle labbra; Sal 37, 14-15). Non estenuiamoci a confutare singoli elementi della truffa, ma concentriamo gli sforzi nello smascherarla nell’insieme.