Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 8 dicembre 2018


La fine dell’epoca postconciliare




Non si sputa nel piatto in cui si è mangiato. La saggezza popolare che si esprime nei proverbi ci ammonisce di non cedere a facili semplificazioni di segno opposto a quelle dei modernisti: come costoro rigettano tutto ciò che ha preceduto l’ultimo concilio quasi fosse sbagliato a priori, così i tradizionalisti puri e duri condannano per principio tutto ciò che l’ha seguito in quanto erroneo, se non eretico. Uno sguardo equo e realistico che rifugga dagli estremismi, in ogni caso, ci obbliga ad ammettere che il cibo servito nel piatto in cui la maggior parte di noi si è spiritualmente nutrito era avvelenato. Chi, avendo ricevuto un’educazione religiosa tradizionale, era dotato dell’antidoto si è potuto mantenere più o meno immune o è riuscito a spurgare il veleno; altri, che ne erano privi, si sono disintossicati per una grazia straordinaria loro concessa dal Cielo; ma la maggior parte ha smarrito la fede cattolica o non l’ha mai conosciuta per quello che è realmente.

Al di là di tutto, non possiamo non riconoscere qualche buon frutto dell’epoca postconciliare, almeno in chi ha potuto maturarlo sul ceppo antico: una maggior familiarità con la voce di Dio nella Sacra Scrittura, una più profonda adesione interiore alle verità professate, una partecipazione più consapevole alla liturgia, una sincera esigenza di autenticità morale, una relazione con il Signore più personale, ma non per questo inficiata di soggettivismo. Tuttavia, a parte il fatto che gli stessi risultati si sarebbero potuti raggiungere anche senza un concilio (per esempio, con una formazione spirituale più accurata e coinvolgente sul piano esistenziale), tali progressi si sono verificati in chi già aveva una solida base di fede, mentre chi ne era privo si è smarrito sia a livello dottrinale che a livello etico, illudendosi che per essere un buon cristiano bastasse far parte di un gruppo di preghiera o di volontariato, senza alcun riguardo per scelte di vita talvolta riprovevoli. In breve, i benefici non sembrano proporzionati agli enormi danni strutturali.

Per quanto concerne il Concilio Vaticano II in sé, a prescindere da ciò che ne è scaturito, son giunto a una serena e felice conclusione che mi ha liberato da un penoso dilemma, come pure dall’insidiosa incombenza di prendere posizione rispetto ad esso. Non è una dichiarazione formale di rifiuto di un concilio ecumenico (che sarebbe un atto scismatico), bensì una semplice presa di distanza da un evento che si è espressamente inteso come non dogmatico: ormai posso farne tranquillamente a meno. Ciò che nei suoi testi c’è di buono, infatti, proviene sostanzialmente dal Magistero precedente e lo si può attingere direttamente alle fonti senza mescolanze né inquinamenti; invece ciò che c’è di originale non tiene a un’analisi rigorosa e, di fatto, ha prodotto risultati catastrofici. Le sue novità dottrinali (come la collegialità, l’ecumenismo, il dialogo e la libertà religiosa) sono teologicamente insostenibili, mentre le innovazioni pratiche realizzate nel suo nome (come la riforma della liturgia, quella del codice e quella della vita consacrata) son sfociate in una serie di disastri senza precedenti storici: il culto cattolico convertito in memoria protestante, il diritto abolito dall’arbitrio del più forte, i voti svuotati di ogni portata reale… per non parlare dei vescovi ridotti a funzionari, delle virtù sacerdotali estinte, delle parrocchie trasformate in centri sociali, dell’indifferentismo religioso che regna a tutti i livelli e della morte di ogni serio sforzo di ricondurre i separati all’unità della Chiesa.

Un’altra presa di coscienza mi ha parimenti sollevato dall’insolubile enigma della sua natura e della sua ermeneutica. Riguardo al primo quesito, in duemila anni non c’è mai stato un concilio pastorale (neologismo peraltro mai esattamente chiarito): i venti concili ecumenici precedenti, allo scopo di rispondere a precise sfide e necessità che la Chiesa si era trovata ad affrontare, produssero tutti definizioni dottrinali e disposizioni disciplinari, senza le quali la loro convocazione sarebbe stata del tutto inutile. Riguardo al secondo, il Magistero – specie quello solenne – non deve aver bisogno di alcuna interpretazione, dato che è esso stesso un’interpretazione autorevole della Rivelazione divina, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione. Un Magistero che abbia a sua volta bisogno di essere interpretato è in sé un fallimento e non serve a nulla: il suo compito è proprio quello di dirimere le questioni e di porre termine ai dibattiti provocati da interpretazioni diverse dei contenuti della fede. Dal punto di vista cattolico è semplicemente inconcepibile che si debba ricorrere a un’ermeneutica della continuità per comprendere rettamente dei testi da cui ci si aspetta a buon diritto che parlino da sé in modo inequivocabile, senza obbligare il lettore ad acrobazie intellettuali che ne salvino l’ortodossia e rimedino alle troppe ambiguità, che danno inevitabilmente agganci a un’ermeneutica della rottura… Un concilio deve confermare la fede, non metterla alla prova.

Eccomi dunque libero, finalmente, da un angoscioso rompicapo senza sbocco né progresso possibile. Piuttosto che sprecare le energie che mi restano a criticare o a cercar di correggere il Vaticano II, d’ora in poi le dedicherò all’approfondimento della dottrina e della liturgia di sempre; una volta superati i cinquanta ci si rende conto che, nel tempo che rimane da vivere, bisogna concentrarsi sull’essenziale, onde poter lasciare qualcosa di valido a chi viene appresso. La vita che il Signore ci concede su questa terra va impiegata in modo fruttuoso, anziché buttata a sforzarsi di uscire da un vicolo cieco che, in realtà, esiste solo a livello mentale. Accorgersi di ciò è una grazia inestimabile, ma chiunque può chiederla alla Madre di Dio e della Chiesa. Chi è cresciuto nel mondo artificiale del postconcilio, umanamente parlando, non potrebbe in alcun modo venir fuori dall’astutissima e pervasiva mistificazione in cui, a livello ecclesiale, è stato cresciuto e che ha spuntato l’acutezza del suo intelletto, fiaccato la sua forza di volontà, rinchiuso la sua esistenza in un fatalismo luterano che rende la santità impossibile… ma la Madonna è l’Onnipotente per grazia.

Permane pur sempre, certamente, l’obbligo morale di combattere l’errore; ma oggi le menti della maggioranza dei cattolici, specie dei più impegnati, sono a tal punto offuscate da decenni di discorsi fumosi che la distinzione stessa tra verità ed errore ne supera le forze, così che anche le regole più elementari della logica risultano inapplicabili. Che fare per il prossimo, allora? Con pazienza e delicatezza, aiutarlo a ragionare – se è disposto – riconoscendo l’evidenza delle cose. Molto spesso bisogna ripartire da zero, prendendo le persone per mano con grande carità, per ristabilire almeno le basi minime della ragionevolezza e della fede. L’ora presente ci chiama a lavorare in modo capillare accompagnando le persone ad una ad una, anche perché il regime da cui è oppressa la Chiesa non permette di operare allo scoperto e su larga scala. È venuto il momento di un’attività sotterranea, ma non per questo poco incisiva o fruttuosa: ci sono tantissime persone assetate di luce che aspettano soltanto di essere raggiunte da una parola chiara e decisiva.

Sarà proprio con loro che nascerà quel nuovo popolo in cui rifiorirà la Chiesa terrena, in vista del trionfo del Cuore Immacolato di Maria e dell’avvento glorioso del suo Sposo, un popolo di uomini e donne sinceramente convertiti che si innesterà sul piccolo resto che sarà rimasto fedele. Già ne vediamo le primizie in tante persone di retta coscienza che, riscoprendo la fede cattolica, si volgono spontaneamente verso il mondo della Tradizione, dove trovano quella solidità e chiarezza che è loro negata nella Chiesa postconciliare, da cui la loro onestà e rettitudine rifugge inorridita. In fin dei conti è inevitabile riconoscere che non è la stessa religione, ma un volgare surrogato che si regge su un immenso apparato burocratico vuoto di contenuti e privo di ogni tratto soprannaturale, se non fosse per i Sacramenti ancora validi. D’altra parte quale altro risultato ci si sarebbe potuti aspettare, dopo che si è proceduto a cambiare sistematicamente tutto in nome del Vaticano II? Ma quale concilio ha mai richiesto che la Chiesa si modificasse radicalmente in tutti i suoi aspetti? Solo una rivoluzione poteva ottenere un tale effetto – e di rivoluzione si è effettivamente trattato, come è stato ormai incontrovertibilmente dimostrato a livello storico.

Personalmente ho deciso di smettere di stracciarmi le vesti e gridare allo scandalo ad ogni nuova manifestazione di decadenza e corruzione di questo simulacro di Chiesa costituito da apostati ed eretici che solo in apparenza ne sono membri: è un corpo composto di cadaveri ambulanti che parlano e agiscono, sì, ma non conoscono la vita della grazia e sono perciò spiritualmente morti. Nuoce alla salute dello spirito – e non serve a nulla – accanirsi contro una carogna in avanzato stato di decomposizione: una volta diagnosticato il male e denunciati i crimini che ne sono sintomo, dobbiamo occuparci del bene delle anime, nostre e di quanti cercano la verità con cuore sincero, onde guarirle o preservarle dal contagio. Il resto è nelle mani di Dio, al quale la Chiesa terrena appartiene e che è il solo a poterla salvare: non siamo certo né io né voi, fatto salvo il compito di collaborare con la Provvidenza conservando la fede, custodendo la grazia e difendendo, nella forma consentita ad ognuno, la verità e la giustizia.

Torno a raccomandare di non mettersi da sé fuori della Chiesa visibile con atti pubblici classificabili come scisma: i traditori non aspettano altro; non facciamo il loro gioco. La necessaria visibilità della Chiesa esige che si obbedisca ai Pastori in ciò che non sia  direttamente contrario alla legge divina, almeno finché lautorità competente non li deponga o dichiari decaduti (eventualità, per ora, altamente improbabile). Mi direte giustamente che è una dura lotta: non lo nego di certo, ma ricordo a tutti voi che siamo costantemente circondati dall’innumerevole schiera degli amici del Cielo e dotati di una potenza soprannaturale che agisce nella misura della nostra fede e dei nostri meriti. Abbiamo a disposizione l’immenso tesoro della Tradizione cattolica, al quale non dobbiamo far altro che attingere quando vogliamo. Le armi per il combattimento sono nelle nostre mani e la vittoria è promessa. Sursum corda!

Accipe sanctum gladium, munus a Deo, in quo deicies adversarios populi mei (2 Mac 15, 16).

sabato 1 dicembre 2018


Non ci abbandonare alla tentazione…?




… et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo (Mt 6, 13).

Padre santo, non lasciarci indifesi nelle prove suscitate dai nostri stessi Pastori. Non permetterci di cedere alla tentazione di ritenere infallibile e obbligante ogni loro decisione. Con la nuova versione del Pater noster non ci hanno imposto una semplice modifica della traduzione corrente, ma una vera e propria alterazione (nella lettera e nel senso) della preghiera insegnataci dal Tuo dilettissimo Figlio. Potresti mai essere tu ad abbandonarci, se non lo fai nemmeno quando ti abbandoniamo noi? Esiste forse la pura possibilità che tu ti disinteressi di noi, quando siamo tentati? Saresti dunque capace di una noncuranza tale da lasciarci soli alle prese col nemico? No: è un pensiero blasfemo. Tu non hai proprio nulla da spartire – se non il nome comune – con le divinità pagane e neppure con la cinica indifferenza di Allah per la sorte degli uomini, compresi quelli che gli rendono culto. Sì, è pur vero: tutti i vescovi del mondo, mezzo secolo fa, sottoscrissero un testo in cui si afferma che i musulmani adorerebbero con noi un unico Dio (cf. Lumen gentium, 16), ma è evidente che chi lo aveva redatto fosse reo di peccato contro lo Spirito Santo e quanti lo firmarono non ebbero modo di discutere e correggere gli innumerevoli germi di errore sparsi qua e là in un testo lunghissimo, se non quelli che non poterono proprio passare inosservati.

Tu solo conosci le intenzioni dei cuori. Noi, pertanto, possiamo soltanto prender per buone quelle dichiarate a parole. Ammettiamo allora che la frase non ci indurre in tentazione fosse di scandalo a qualcuno. A parte che non ricordo di essermi mai imbattuto, in quasi venticinque anni di ministero, in un’obiezione dei fedeli a tale proposito, il responsabile del problema – qualora sussistesse – sarebbe Tuo Figlio. La traduzione italiana cui siamo abituati, infatti, traduce alla lettera (come già quella latina: ne nos inducas in tentationem) il testo greco: mḕ eisenenkēᵢs hēmàs eis peirasmón (Mt 6, 13). Il verbo eisphérō (qui coniugato alla seconda persona singolare del congiuntivo aoristo attivo) significa proprio portare dentro. D’accordo, il Maestro avrà insegnato ai discepoli la Sua preghiera in aramaico; chi volse nella koiné dell’epoca l’originale del primo Vangelo, che secondo san Girolamo fu composto hebraice, avrà scelto quel verbo per rendere il modo causativo (hiphil) probabilmente soggiacente, che non esiste nelle lingue classiche ed è quindi espresso, come pure in quelle moderne, o con un verbo di significato equivalente o con una forma perifrastica (far entrare).

A questo punto si impone – non certo per te, supremo Intelletto, ma per noi poveri mortali – una distinzione. Quando, nelle lingue semitiche, una forma verbale causativa (come nel testo in esame) è preceduta da una negazione, quest’ultima può riferirsi a due cose: o alla causalità o all’azione causata. Nel primo caso, bisogna intendere: non farci entrare in tentazione; nel secondo: fa’ che non entriamo in tentazione. La prima possibilità, intesa nel senso che Tu sia autore della tentazione, non è ammissibile: Tu non inciti alcuno a peccare e nemmeno potresti, perché ciò sarebbe assolutamente incompatibile con la Tua infinita santità, nonché con il tuo stesso essere di Sommo Bene. Questa non è una limitazione della Tua onnipotenza, giacché quest’ultima non si estende ad atti cattivi, i quali, in quanto concreta espressione del male, sono una privazione di bene e non aumentano quindi il reale potere di agire. Non è neppure una limitazione della Tua libertà, dato che in Te non esiste la libertas contrarietatis (la possibilità di scegliere tra i contrari, come bene e male), ma la libertas contradictionis (la possibilità di scegliere tra agire o non agire) e la libertas specificationis (la possibilità di scegliere tra questa o quella azione buona o indifferente).

«Nessuno, quando è tentato, dica “Sono tentato da Dio”, perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Gc 1, 13). La prima ipotesi, dunque, è scartata. La tentazione non può provenire da Dio, ma dal demonio (che in tal modo esercita il suo influsso ordinario su di noi), dal mondo (con le sue massime e le sue seduzioni) o dalla carne (ossia dalla concupiscenza, che segna la nostra natura umana ferita dal peccato originale e corrotta dai peccati personali). Bisogna dunque orientarsi verso la seconda ipotesi; ma possiamo sperare che Dio ci preservi da ogni tentazione? In realtà la Scrittura e la dottrina spirituale insegnano che il Signore permette che siamo tentati, sia per mettere alla prova la nostra virtù, sia per santificarci indirettamente mediante la lotta contro il male (mentre ci santifica direttamente con la grazia che ci infonde nei Sacramenti), sia per accrescere il nostro grado di gloria in Paradiso (se ci arriveremo). Anche in questo caso, Egli permette un male in vista di un bene molto maggiore.

«Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2, 1). Perché allora Gesù ci ha insegnato a chiedere al Padre di fare in modo che non entriamo in tentazione? La grazia può agire in due maniere: o preservandoci dalle tentazioni o dandoci la grazia di superarle: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10, 13). Ecco dunque la soluzione: Egli può sia impedire che le cause seconde – cioè create – siano per noi origine di una tentazione, sia lasciare che lo siano (e in questo senso, nel linguaggio biblico, Egli vi induce), senza però abbandonarci ad essa, ma offrendoci l’aiuto necessario per vincerla, così che non superi le nostre forze sostenute dalla grazia. Ovviamente è necessario che anche noi collaboriamo con quest’ultima, come il Signore stesso raccomandò ai tre apostoli nell’Orto degli Ulivi: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione» (Mt 26, 41). La preghiera non deve limitarsi a domandare la grazia di cui abbiamo bisogno per resistere, ma deve diventare il nostro ambiente vitale, uno stato permanente di unione con Dio che ci premunisca dagli assalti del maligno. La vigilanza, poi, consiste nell’evitare le occasioni e nel mantenersi attenti a tutte le possibili seduzioni.

Al momento della nostra morte vedremo distintamente da quali spaventose tentazioni saremo stati preservati e quante grazie ci saranno state concesse per vincere quelle che avremo sperimentato; ma quante ne avremo sprecate? Sta qui il reale problema e la vera sfida. Pastori della Chiesa, ve ne supplico: anziché confonderci ulteriormente le idee, insegnateci ad accogliere la grazia e a farla fruttificare fino in fondo; il Signore ne chiederà conto a voi e a noi. Oltretutto la vostra nuova traduzione del Pater inculca un’immagine di Dio falsata, equivoca, distorta… Ce n’era davvero bisogno? Ma vi rendete conto che la nostra società – compresi tanti dei vostri fedeli – è ormai perfettamente atea? Pensate di ricuperare terreno con queste “soluzioni” catastrofiche, imposte per decreto a clero e fedeli per costringerli ad obbedirvi?

Se poi vogliamo parlare di osservanza delle norme in materia di liturgia, quanti spaventosi abusi, da cinquant’anni, vengono da voi non soltanto tranquillamente tollerati, ma a volte anche incoraggiati, finché non diventano la regola? Alla consacrazione – tanto per dirne una – anche il Messale di Paolo VI prescrive che i fedeli stiano in ginocchio: perché mai in tante chiese, allora, sono obbligati dal parroco a stare in piedi, al punto che, in un caso realmente accaduto, una parrocchiana che era giustamente rimasta inginocchiata è stata pubblicamente ripresa davanti a tutti nel bel mezzo del Canone? E poi, perché mai avete ritardato la terza edizione del Messale italiano per ben sedici anni? Non l’avete forse fatto in attesa di un cambio della guardia che vi desse carta bianca, dopo aver ostinatamente disobbedito a Benedetto XVI sulla questione del pro multis? Non rispondete, per favore: avete già una pertica al posto del naso.

Cari fedeli, nobili figli del Padre celeste, non angustiatevi per nulla. Una versione del Messale non è Magistero ordinario che esiga il religioso ossequio dell’intelletto e della volontà; semmai – dato che le norme del culto hanno vigenza legale e fanno parte della legislazione ecclesiastica – è una legge liturgica, che di per sé andrebbe rispettata: ma un precetto in palese contrasto con la parola del Signore non obbliga nessuno. Non so, ma ho la sensazione che ritoccare le traduzioni sia come cercar di puntellare le Torri gemelle con un paio di paletti di legno. Qualcuno, fra i nostri zelanti Pastori, ha mica notato l’immane crollo, nella Chiesa postconciliare, della fede, delle vocazioni, della pratica religiosa e del livello morale? Padre santo, sei Tu che hai permesso una prova del genere, a nostro castigo e vantaggio. Siamo certi che non puoi abbandonarci in mezzo alla tempesta e che non ne saremo sommersi, se non per colpa nostra; ma – ti supplichiamo – affrettane la fine. Amen.

sabato 24 novembre 2018


Il più grande miracolo dei nostri tempi




Il contrasto […] sembrava compendiare l’abisso che separa la fede dei santi dal modernismo prematuramente invecchiato […]. Il più grande miracolo dei nostri tempi è che la fede cattolica sia sopravvissuta alla riforma liturgica. […] il nuovo rito funebre ci offre un’esperienza impoverita a livello simbolico, sensibilmente ricostruita, sterilizzata e terapeutica del lutto cristiano che si rifiuta di scuotersi di fronte a grandiose realtà metafisiche (Peter Kwasniewski, 2 novembre 2018).

Sono affermazioni che valgono per tutta la nuova liturgia. L’autore è un laico americano. L’attuale rito delle esequie è particolarmente paradigmatico di un globale cambiamento di prospettiva: dalla fede cattolica all’umanesimo cristiano. Effettivamente c’è un abisso. Le esequie non servono più al suffragio del defunto, ma alla consolazione dei vivi. L’orizzonte religioso non è più la beatitudine eterna, ma il benessere terreno. Il culto non è più rivolto a Dio, ma all’uomo. Al cielo si preferisce il mondo; visto che il secondo rigurgita di male, si è eliminato il problema abolendo la nozione stessa di peccato o imputandone l’origine all’opera difettosa del Creatore, o per lo meno riformulandone il concetto e restringendolo alle colpe sociali, di cui è sempre responsabile qualcun altro o l’intera società. Le straordinarie realtà soprannaturali contenute e promesse nell’annuncio evangelico sono state sistematicamente sprofondate nell’oblio; i Novissimi, del resto, sarebbero di imbarazzo nel penoso cabaret in cui sedicenti comunità cristiane celebrano sé stesse.

Questo rifiuto della trascendenza, che si sta manifestando in modo sempre più aggressivo e arrogante, è il criterio con cui un prelato massone ha selvaggiamente spogliato la liturgia cattolica di gran parte dei suoi simboli e smembrato i riti della Messa e dei Sacramenti al fine di ricostruire a tavolino un culto artificiale che proprio in quanto tale è già invecchiato, legato com’è a un determinato momento storico, e sfiorito perché privo di radici. Oltretutto la sua inesorabile imposizione non è stata affatto legittima, visto che la bolla con cui san Pio V promulgò il Messale da lui riformato (Quo primum tempore, 1570) proibisce severamente e in perpetuo di rimettervi mano, a meno che non si consideri il nuovo rito una mera alternativa a quello perenne, la cui vigenza non è mai cessata. In ogni caso, la Messa di Paolo VI è valida per la presenza della forma sacramentale dell’Eucaristia; la partecipazione ad essa soddisfa altresì al precetto festivo, in quanto è quella ordinariamente celebrata e non si possono esigere dai fedeli sforzi impossibili. Ovviamente, chi ha l’opportunità di partecipare alla Messa tradizionale fa molto bene a preferirla, piuttosto che sottoporsi alla tortura di celebrazioni che, sia nel rito stesso che nelle modalità esecutive, sfigurano l’augusto mistero del Sacrificio di Cristo e impongono spesso un arduo esercizio spirituale per conservare la fede.

Il più grande miracolo dei nostri tempi, effettivamente, è che la fede cattolica sia sopravvissuta a tale sconvolgimento, nonostante la sterilizzazione del culto. Io stesso, pur essendomi reso conto, fin dai primi anni di ministero, che qualcosa non funzionava e avendo gradualmente aperto gli occhi sulla globale mistificazione del postconcilio, non sono stato in grado di cogliere tutta la profondità del problema finché non ho riscoperto la vera Messa, così da poter misurare, in qualche modo, l’abisso che ci separa dalla fede e dalla forma mentis dei nostri padri. Nella Chiesa – e, a cascata, nella società – è avvenuta una vera e propria mutazione religiosa, culturale e, di conseguenza, anche antropologica. Dobbiamo riconoscere che non siamo più gli stessi di una volta: volenti o nolenti, abbiamo metabolizzato il modo di essere, pensare e agire dell’ambiente che ci ha plasmato. Per ricuperare la genuina identità del cristiano non basta esser tradizionalisti come se si fosse iscritti a un partito o legati a un movimento di pensiero, senza sforzarsi di riformare seriamente la propria vita e di disintossicarsi dalla cultura dominante.

Se non interiorizziamo l’amore per la Tradizione in un’autentica vita spirituale, può capitare anche a noi di annoiarci a un pontificale (non pensando che è un atto disinteressato rivolto alla gloria di Dio piuttosto che alla soddisfazione dei nostri gusti) oppure, in una Messa da Requiem, di scalpitare per la lunghezza del Dies irae cantato o per l’apparente superfluità della benedizione del tumulo (non tenendo presente che lo scopo non è il nostro godimento estetico, ma il suffragio a vantaggio di anime le cui sofferenze vengono così alleviate). Per inciso, chi volesse meditare il magnifico testo attribuito a Tommaso da Celano resterà sbalordito per la potenza espressiva delle immagini, la profondità della dottrina soggiacente, lo spessore biblico e l’intensità della preghiera. Non imitiamo i modernisti: ogni tanto dimentichiamo i nostri miseri bisogni immediati e lasciamoci trasportare in alto, verso la luce e la pace di quel Regno che ci aspetta – se ne saremo degni – e che la liturgia fa pregustare sulla terra a quanti lo cercano sopra ogni cosa.

Se potete partecipare alla Messa antica solo di rado o a costo di grandi sacrifici, andate in cerca di sacerdoti che celebrino quella nuova in modo degno e conforme alla fede. Sì, con la prima domenica di Avvento sarà imposta la traduzione balorda del Pater noster: che ve ne importa? chi vi impedisce di continuare a recitarlo come prima? Non si può obbligare nessuno ad accettare una falsificazione del testo evangelico. Non possono farvi un bel niente; il problema, semmai, sarà per i parroci che si sentiranno obbligati a violentare la propria coscienza. Faranno meglio a chiedere un anno sabbatico reiterabile, in attesa che cessi questo regime. E se vi negano la comunione in ginocchio? Rimanete piantati sul gradino dell’altare finché il prete non sia costretto a darvela come è vostro sacrosanto diritto, oppure cambiate parrocchia. All’omelia udite eresie o affermazioni scandalose? Uscite di chiesa e rientrate al Credo. Vi tocca esser spettatori di abusi liturgici? Riprendete apertamente il prete e, se ciò non sortisce alcun effetto, andate altrove.

Per rimanere in tema di pseudoversioni liturgiche in vernacolo (a cui Benedetto XVI, fra l’altro, era nettamente contrario): anziché perder tempo in simili corbellerie, i Pastori dovrebbero preoccuparsi del fatto che, tra vent’anni, in chiesa non ci verrà più nessuno, visto che i bambini e adolescenti di oggi vengon cresciuti come perfetti materialisti atei e che domani né si sposeranno né battezzeranno i figli, come del resto già fanno molti loro genitori. Ci sarebbe da ridere, ma di una cosa vi prego sul serio: al Sanctus non ripetete più Dio dell’universo, che non è affatto la traduzione di Deus Sabaoth, bensì una designazione cabalistica di Lucifero; semmai recitatelo in latino. Ancora, in nome dello zelo episcopale per le traduzioni esatte: quale rapporto linguistico esiste tra Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum e Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa? L’unico legame, probabilmente, è l’intento di oscurare nei fedeli la consapevolezza della Presenza reale, ma questa non è una questione filologica.

Riguardo alle voci sull’invalidazione della Messa, mantenete i nervi saldi: è altamente improbabile che facciano un passo così plateale da scatenare una reazione di massa. Se poi giungeranno davvero a pubblicare canoni zoppicanti quanto alla forma sacramentale, vorrà dire che così avrà disposto il Signore per non esser più continuamente oltraggiato nell’Eucaristia e porre fine alle innumerevoli comunioni sacrileghe con cui tante anime rischiano di dannarsi; ma voi avrete già individuato sacerdoti sicuri che non li useranno. A mio avviso, una modalità più lunga, ma meno appariscente, di rendere nulli i Sacramenti sarebbe quella seguita dagli anglicani: l’invalidazione del sacerdozio mediante una riforma del rito di ordinazione o l’ammissione di donne. Anche in quest’ultimo caso, però, uno scisma sarebbe dietro l’angolo e i rivoluzionari non vogliono esser loro a caricarsene la responsabilità davanti alla storia; piuttosto stan facendo di tutto perché i “tradizionalisti” si tolgano dai piedi di propria iniziativa compiendo un atto che li ponga fuori della comunione ecclesiale. Per favore, non diamo loro questa soddisfazione.

Ricordate che l’aver potuto conservare o ritrovare la fede, in un marasma del genere, è una grazia incommensurabile che Dio ci ha concesso: possiamo proprio chiamarla un miracolo – e dei più straordinari! Non perdiamo la serenità e la gratitudine per nessun motivo: la Chiesa è di Cristo ed è Lui a tenerla saldamente in mano; quello che sta permettendo è in vista di un bene maggiore di cui non abbiamo idea. Quando arriverà il castigo, la gente si riverserà nelle chiese e nei confessionali; allora tutti i preti a cui sarà stato proibito o limitato l’uso del Vetus Ordo, non potendo più essere controllati né sanzionati per via di circostanze eccezionali, verranno allo scoperto e grandi folle li seguiranno per mettersi spiritualmente al sicuro, non esitando un attimo ad abbandonare i mercenari modernisti, incapaci di prestare valido soccorso e di fornire risposte affidabili già in tempo di tranquillità, ma buoni solo a intrattenere o coccolare con qualche emozione a buon mercato… Non temete: le forzature innaturali, prima o poi, esauriscono la spinta e la normalità, nella vita come nella religione, riprende il suo corso. Altro che irreversibilità della riforma liturgica! Si può sbarrare un fiume, ma non spingerlo a ritroso: prima o poi tracima.

Sanctus, sanctus, sanctus Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra gloria tua. Hosanna in excelsis. Benedictus qui venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis.

Testo integrale dell’articolo citato:


Parole profetiche:


sabato 17 novembre 2018


Pastori, dove siete?




Pasce oves meas. Confirma fratres tuos (Gv 21, 17; Lc 22, 32).

Sembrava tutto troppo tranquillo. Le solite manovre diversive avevano distratto tanti, entrati subito in fibrillazione per presunte indiscrezioni sullo sdoganamento dell’omofilia o su cambiamenti nella  liturgia da promulgare urbi et orbi nella Messa conclusiva, o ancora sull’abolizione del celibato o sull’ammissione delle donne al ministero. Invece i furbastri del pool bergogliano stavano lavorando di nascosto su tutt’altro versante. In realtà l’assoluta mancanza di trasparenza (eliminazione della relazione intermedia sulle discussioni sinodali, embargo sui testi degli interventi, comunicazione strettamente controllata dall’alto…) faceva già fiutare il colpo basso, preparato lontano dai riflettori per neutralizzare ogni opposizione. I vescovi, a impedire le vivaci polemiche che agitarono i due “sinodi sulla famiglia”, si son visti forzati a votare un testo preconfezionato e presentato all’ultimo momento, di cui mancavano le traduzioni e sul quale non avevano avuto il tempo di riflettere. Per inciso: quando il Magistero era scritto in latino e i Pastori cattolici lo conoscevano, non c’era alcun bisogno di tradurre un bel nulla…

Come ha osservato uno dei partecipanti al sinodo più pilotato della storia, è immorale approvare un documento che non si è potuto valutare adeguatamente; eppure la quasi totalità del testo ha ottenuto senza colpo ferire la maggioranza qualificata dei due terzi. Questo non è segno di responsabilità né davanti a Dio né davanti alla Chiesa. Che qualcuno organizzi l’ennesima farsa in stile sovietico per imporre idee e decisioni già prese non obbliga nessuno a prestarvisi: l’astensione dal voto è sempre possibile, come pure la silenziosa protesta di quanti, vistisi trattati da stupidi e non volendo cooperare a una menzogna, hanno con dignità abbandonato l’aula. I giovani stessi, come previsto, sono stati usati e gabbati per altri scopi; certe penose festicciole danzanti entusiasmano solo quelli che si son lasciati deformare da preti, frati e suore o da qualche movimento. Il documento finale è la solita minestra riscaldata, ma con quel tanto di veleno sufficiente a peggiorare ulteriormente il loro stato di salute spirituale o ad allontanarli definitivamente dalla Chiesa. Alla fine, la messa in scena loro dedicata, se è pervenuta a qualche risultato, ne ha prodotto uno ben poco pertinente, ossia un’ulteriore spinta verso il decentramento dell’autorità ecclesiastica.

È così che un sinodo sulla gioventù ha inopinatamente partorito un contributo alla sinodalità, quella prassi ecclesiale che, da semplice mezzo, è ora presentata come un fine, se non addirittura una nota caratteristica della Chiesa, la quale, a quanto pare, deve cessare di essere una e cattolica: l’abusiva devoluzione in materia di dottrina, liturgia e disciplina sta già provocando notevoli divisioni e divergenze. Nel testo è completamente assente, oltre all’urgente educazione morale e alla destinazione ultraterrena dell’uomo, la dimensione gerarchica del Corpo Mistico, ossia la struttura di istituzione divina che gli consente di reggersi e di funzionare. Un’ossessiva insistenza sui mantra del cammino, del discernimento e dell’accompagnamento oscura totalmente le essenziali funzioni, fondate sul sacramento dell’Ordine, di insegnamento, governo e santificazione, senza le quali semplicemente non c’è Chiesa. Il rimando alle conferenze episcopali non è affatto una valorizzazione del ministero dei vescovi, ma un subdolo incentivo a una loro ulteriore esautorazione a vantaggio di istanze di diritto meramente ecclesiastico e di natura burocratica che da decenni si ingeriscono pesantemente in ogni aspetto della gestione delle diocesi e impediscono ai presuli di adempiere i propri doveri.

Se c’è qualcosa che riguarda realmente i giovani, è comunque l’implicita ammissione che esistano vari orientamenti sessuali. Anche senza riprendere un acronimo caro al pensiero unico (benché lo si fosse surrettiziamente infilato nell’Instrumentum laboris, sollevando giustamente un polverone), è stata tranquillamente accolta l’idea che c’è dietro, cioè una palese e aberrante menzogna, sia pure coperta da una citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma il problema è già lì – e non c’è affatto da stupirsene, visto che chi ne ha diretto la redazione è l’attuale Arcivescovo di Vienna, così gay friendly… Già in quel testo, infatti, che pur dichiara gli atti omosessuali intrinsecamente disordinati, si depista sbrigativamente il lettore sul piano pastorale con la raccomandazione di un’accoglienza caratterizzata da rispetto e compassione, omettendo sia una definizione chiara del problema a livello scientifico e morale, sia un’indicazione affidabile per uscire da un’immane sofferenza.

Sebbene esistano molte persone che soffrono di disturbi dell’attrazione sessuale, l’omosessualità non esiste, né a livello genetico né a livello funzionale. La sessualità, infatti, è una realtà attinente alla persona umana, soggetto individuale, in sé sussistente, dotato di ragione, coscienza morale e libero arbitrio, nonché capace di relazione e di trasmissione della vita; per sua stessa natura e per il suo retto esercizio essa richiede due individui complementari che si uniscano in un atto personale, a faccia a faccia, allo scopo di donare l’esistenza ad altri individui della stessa specie, i quali, essendo immagine di Dio, sono chiamati alla Sua eterna beatitudine e devono perciò essere avviati ad essa fin dalla più tenera infanzia. La sessualità esiste dunque unicamente tra uomo e donna; il termine omosessuale è contraddittorio, il termine eterosessuale è pleonastico.

L’omofilia è un disturbo, dovuto in genere a ferite psicologiche dell’infanzia, che si può curare con terapie riparative; eventuali difetti genetici o disfunzioni endocrinologiche sono mere anomalie che, in quanto tali, non possono costituire il fondamento di altre forme di sessualità. Se l’attrazione per persone del medesimo sesso, anziché rimanere una croce da portare con l’aiuto della grazia di Dio, che la ricompenserà in eterno, si traduce in atti omoerotici di sodomia, viene a configurarsi come un peccato impuro contro natura che grida vendetta contro di Lui, cioè reclama un gravissimo castigo in quanto Lo oltraggia nel modo più vergognoso possibile nella creatura che Lo rappresenta nel mondo visibile, la quale si degrada spaventosamente mediante atti abominevoli.

Sottacere queste verità, nei testi del Magistero, è una colpa di omissione di gravità inaudita, perché non rende al Creatore l’onore che Gli è dovuto, nonostante ci abbia inequivocabilmente mostrato la verità sia con la fede che con la ragione, ma anche perché lascia le anime prive della luce e della guida di cui hanno bisogno per salvarsi ed evitare l’Inferno. Insinuare dubbi o ambiguità su dati dottrinali certi e già sufficientemente approfonditi è una colpa di gravità ancora maggiore, in quanto direttamente contraria al fine intrinseco del Magistero ecclesiastico e sintomatica di un’opposizione allo Spirito Santo. La setta bergogliana ha responsabilità pesantissime in questo senso, ma anche chi la fiancheggia indirettamente, fosse pure soltanto per ignavia.

È ora di affermare a chiare lettere che questi sinodi non servono a nulla, anzi sono terribilmente dannosi. I vescovi cessino di prestarsi al gioco e li boicottino, se vogliono conservare ancora un minimo di credibilità, già tanto compromessa dagli orribili scandali che l’ultimo sinodo, secondo Charles Joseph Chaput, arcivescovo di Filadelfia, ha trattato in modo deludente e inadeguato. Ma soprattutto, come ha di recente ricordato monsignor Viganò, al momento della morte ci attende un giudizio particolare immediato, nel quale l’anima stessa, vedendosi nella luce di Dio, riconosce la sorte che le spetta; alla fine dei tempi ci sarà altresì il giudizio universale, nel quale tutti i peccati dei reprobi saranno pubblicamente manifestati.

Pastori della Chiesa, vi esorto nel nome di Gesù Cristo: se avete ancora un barlume di fede, pensate al Giudizio (che sarà per voi molto più severo che per le vostre pecorelle) e riscuotetevi dal vostro deplorevole torpore; se non l’avete più, dimettetevi e abbandonate il posto che occupate in modo fraudolento, prima che l’ira divina piombi su di voi e di voi faccia strame. Basta con queste ignobili farse! Ricominciate a fare i vescovi secondo il mandato di Cristo testimoniato dalla Scrittura e dalla Tradizione: proclamate e difendete la verità, confutate e bandite l’errore, istruite e governate clero e fedeli. Date accesso, nei vostri seminari, esclusivamente a giovani uomini dalla moralità cristallina, espelletene i professori eretici, sanzionate una buona volta i preti sodomiti, anziché continuare a coprirli profondendovi in ipocrite dichiarazioni, e accogliete in diocesi sacerdoti di sana dottrina, fedeli alla volontà di Dio e alla loro vocazione.

Smettete di approvare supinamente documenti preconfezionati che vengon fatti passare per vostre decisioni, come la nuova edizione del Messale con le sue traduzioni fasulle. Riprendete possesso delle vostre legittime prerogative riducendo il potere degli organismi consultivi, come pure le ingerenze dei burocrati e ideologi delle conferenze episcopali, e facendo valere la vostra giusta autorità nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, non per imporre iniqui decreti e decisioni arbitrarie, ma per condurre il vostro gregge in Paradiso. Se siete in tanti, Roma non potrà sostituirvi tutti e dovrà ascoltarvi, se proprio vogliam parlare di collegialità. Fate ancora in tempo a cambiare rotta, per la salvezza vostra e di quanti vi seguono, seppure siano sempre di meno.

Parole sempre attuali per i giovani:


sabato 10 novembre 2018


Parola d’ordine: resistere




Veni, Electa mea, et ponam in te thronum meum; quia concupivit rex speciem tuam.
Desponso te Iesu Christo, Filio summi Patris, qui te illaesam custodiat.

Care monache di clausura, da qualche mese una nuova, seppur prevedibile, tempesta si è scatenata su di voi. Questa volta, a volere la vostra morte o almeno la vostra dispersione, non è il sanguinario regime rivoluzionario che, alla fine del XVIII secolo, imprigionò o decapitò tante di voi, né il neonato Stato unitario che dopo la metà del XIX vi rubò i monasteri e ve ne cacciò fuori, né ancora una legge di “separazione” tra Chiesa e Stato emanata all’inizio del XX, nonostante il ralliement del Vaticano, da una repubblica massonica nata dall’ennesima rivoluzione, e nemmeno quella analoga che la riprodusse quasi alla lettera, tredici anni dopo, in un Paese lontano appena caduto, con la regia dei “fratelli” d’Occidente, sotto uno dei regimi più feroci che la storia ricordi.

No: questa volta l’attacco vi giunge dai vertici della Chiesa stessa, cioè da quelle autorità che hanno sempre accuratamente protetto la vostra preziosa vocazione in quanto ausilio indispensabile alla buona salute di tutto il Popolo di Dio e segno inequivocabile della sua chiamata definitiva, al punto che fino a cinquant’anni fa, nella cerimonia di consacrazione delle vergini, il vescovo pronunciava una terribile maledizione contro chiunque attentasse alle monache o ai loro beni. Ora è proprio colui che occupa il Soglio di Pietro ad aver decretato la vostra fine: come ben sapete, la Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere (29 giugno 2016), con l’istruzione applicativa Cor orans (1° aprile 2018), vi impone di rinunciare all’autonomia dei vostri monasteri, ad una formazione specifica e alla clausura stessa, mentre l’Esortazione Gaudete et exsultate (19 marzo 2018) condanna senza mezzi termini l’amore del silenzio e della preghiera (cf. § 26).

Ovviamente tutto ciò è stato disposto – come si assicura a parole – per il vostro bene, per ravvivare lo spirito della vostra vocazione e per aiutare le comunità che fatichino ad avere una vita dignitosa a rinnovarsi o a… sparire. Per chi non fosse aggiornato sulla delicata questione, rimando ad alcune analisi i cui rinvii sono riportati in calce; ma voi, care madri e sorelle, sapete fin troppo bene di che si tratta. Entro appena un anno dalla promulgazione dell’istruzione applicativa tutti i monasteri dovranno essere entrati in una federazione la cui presidente avrà praticamente diritto di vita e di morte su di essi e di fatto esautorerà le vostre badesse, per non parlare delle visite canoniche con cui persone ostili (magari una di quelle suore moderniste, di una rigidità mentale pazzesca, che vivono non di realtà, ma di ideologia) verranno a ficcare il naso tra le vostre mura per decidere che cosa vada “riformato” e persino dove le singole monache debbano essere spedite…

Ora, non avete certo bisogno che sia io a ricordarvi gli impegni sacri e irreversibili da voi assunti: i vostri voti, pur essendo regolati da norme canoniche e riconosciuti dalla gerarchia ecclesiastica, sono stati fatti direttamente a Dio; pertanto nessuna autorità umana vi può costringere a venir meno alla loro osservanza né tanto meno annullarli, se non siete voi a richiederne la dispensa per giusta causa. Oltretutto, se un fedele di Cristo ha liberamente scelto di servire il Signore in una data forma di vita, legittima e approvata dalla Chiesa, chi mai ha il diritto di modificarla? La vocazione viene da Dio e nessun uomo al mondo la può alterare, a meno che non creda di avere un potere superiore al Suo. Le religiose espulse dai giacobini e sfuggite alla ghigliottina continuarono a rispettarla, nella misura del possibile, nelle case private che le avevano accolte, così come le monache russe portarono avanti la vita regolare in condizioni di fortuna, finché qualcuna di loro, quasi centenaria, una volta caduto il regime poté rientrare in monastero con la massima onorificenza del grande abito. Piegare l’inflessibile volontà di una donna è già cosa ben ardua; piegare quella di eroiche donne di fede consacrate a Dio è praticamente impossibile.

La consegna comune, allora, non può essere se non questa: resistere. Se il vostro monastero è indipendente, rifiutatevi di entrare in una federazione; se già ne fa parte, non acconsentite a ulteriori ingerenze che provocherebbero danni peggiori di quelli già fatti, come conflitti di autorità, abusi di potere e alterazioni dell’ordine stabilito dalle costituzioni. Per essere più forti, collegatevi semmai tra monasteri della resistenza. Mantenete la formazione interna delle candidate e declinate con garbo ogni invito a corsi, riunioni, assemblee che, obbligandovi a lasciare regolarmente la clausura, snaturerebbero la vostra vocazione, esponendovi oltretutto a un insidioso indottrinamento. Qualora decidano di sottomettervi con la coercizione, sbarrate le porte a presidenti e visitatori senza neppure lasciarli entrare. Se attaccano le vostre proprietà, ricorrete al foro civile. In una parola, preparatevi alla guerra.

Non dimenticate che l’obbedienza al Papa non può sovvertire quanto esige l’obbedienza a Dio, né l’accondiscendenza alla gerarchia offuscare il primato dei diritti divini. Come non si può obbligare un sacerdote a dare l’assoluzione, se in coscienza è convinto che non ci siano le condizioni per impartirla, così non si può costringere una monaca a rituffarsi in quel mondo che ha lasciato non per abbandonarlo al suo destino, ma per poter contribuire alla sua salvezza con la preghiera e l’offerta di tutta la propria esistenza in una forma di vita ben precisa, che nel mondo non è praticabile e richiede costitutivamente la separazione da esso. Se poi c’è qualche monaca a cui la clausura sia diventata stretta o che voglia proprio togliersi il gusto di fare shopping o di andare in spiaggia, non deve far altro che cambiare istituto, senza pretendere di stravolgere la vita monastica; ne risponderà lei allo Sposo, non tutta la sua comunità.

Se dovessero fallire tutti i mezzi di resistenza umana, potete sempre ripescare, care spose di Cristo, l’anatema cui poc’anzi accennavo. È vero che è riservato al vescovo, ma certe badesse, un tempo, portavano mitra e pastorale e, anche oggi, dimostrano di avere gli attributi ben più di molti prelati. Come vedrete, che le monache fossero sposate al Signore era un fatto preso estremamente sul serio, quando i Pastori avevano la fede. Se però non volete arrivare a tanto, ci sono pur sempre i salmi imprecatori, i quali, nel breviario evirato per forgiare preti evirati dalla spiritualità evirata sono stati purgati, ma che voi, rispettando il testo sacro, recitate integralmente. Visto che il vostro esecutore chiede sempre preghiere, applicateli a lui – o per la sua conversione o per la sua dipartita. Ricordate l’esempio di Giuditta: potreste liberare tutti noi.

Auctoritate omnipotentis Dei, et beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius, firmiter, et sub interminatione anathematis inhibemus, ne quis praesentes Virgines, seu Sanctimoniales a divino servitio, cui sub vexillo castitatis subiectae sunt, abducat, nullus earum bona surripiat, sed ea cum quiete possideant. Si quis autem hoc attentare praesumpserit, maledictus sit in domo, et extra domum; maledictus in civitate, et in agro; maledictus vigilando, et dormiendo; maledictus manducando, et bibendo; maledictus ambulando, et sedendo; maledicta sint caro eius et ossa, et a planta pedis usque ad verticem non habeat sanitatem. Veniat super illum (illam) maledictio hominis, quam per Moysen in lege filiis iniquitatis Dominus permisit. Deleatur nomen eius de libro viventium, et cum iustis non scribatur. Fiat pars et haereditas eius cum Cain fratricida, cum Dathan, et Abiron, cum Anania, et Saphira, cum Simone mago et Iuda proditore, et cum eis, qui dixerunt Deo: Recede a nobis, semitam viarum tuarum nolumus. Pereat in die iudicii; devoret eum ignis perpetuus cum diabolo, et angelis eius, nisi restituerit, et ad emendationem venerit. Fiat, fiat (dal Pontificale Romanum).

Esempio da seguire:


Letteratura: