Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 19 ottobre 2019


La bestia dalle sette teste




L’applicazione dell’Apocalisse alla comprensione dell’attualità ha sempre suscitato vivo interesse, anche se comporta rischi non trascurabili. Una prima osservazione si impone: la realizzazione delle sue profezie è già stata individuata più volte in eventi del passato ai quali, tuttavia, non è seguita l’instaurazione del Regno di Dio. Fino a che punto è legittimo, oltretutto, pretendere di cogliere in fatti contingenti l’adempimento della Parola divina, la cui portata è metastorica? Ciononostante, un uso cauto e non eccessivamente univoco dell’ultimo libro della Bibbia come chiave di lettura degli avvenimenti contemporanei sembra ammissibile, se un Dottore della Chiesa dello spessore mistico e speculativo di san Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), nel prologo della sua Legenda maior, interpreta la figura di san Francesco d’Assisi come l’angelo del sesto sigillo (cf. Ap 7, 2), incaricato di imprimere sulla fronte dei servi di Dio il marchio di salvezza prima dell’esecuzione del castigo annunciato per l’umanità peccatrice.

Poiché le dottrine eretiche (condannate dal Concilio Lateranense IV nel 1215) dell’abate Gioacchino da Fiore, che prometteva l’imminente inizio della terza età del mondo, quella dello Spirito, avevano contagiato l’Ordine francescano per opera di Gerardo da Borgo San Donnino e di Pietro di Giovanni Olivi, san Bonaventura, in qualità di ministro generale, trattò con la massima severità i fraticelli dei movimenti pauperistici, pur senza astenersi dal propugnare un’equilibrata esaltazione del carisma francescano alla luce della Sacra Scrittura, al fine di difenderlo dai virulenti attacchi: nel Poverello di Assisi Cristo stesso, resosi di nuovo visibile sulla terra, aveva fatto ancora risplendere il Vangelo in tutta la sua purezza. Sorvolando sulla periodizzazione della storia cristiana (secondo la quale la sesta epoca, inaugurata da san Francesco, durerebbe già da otto secoli), ciò che conserva tutta la sua validità è la consapevolezza che le crisi, nella Chiesa, si superano con un incremento della vita evangelica, nell’umiltà e nella povertà abbracciate per amore di Dio.

Dobbiamo certamente osservare che la crisi attuale è del tutto inedita, in quanto non è soltanto di ordine morale, ma anzitutto di natura dottrinale, basandosi sul rifiuto non di questo o quel dogma (come nelle eresie), ma del dogma in sé e di ogni verità immutabile. In ciò essa non è paragonabile nemmeno all’eresia ariana, nonostante le numerose analogie (ampio consenso nella gerarchia, forte sostegno politico, vasta diffusione nelle popolazioni emergenti…). Che la sua radice più profonda non sia di origine teologica, ma esoterica, è ormai lampante, soprattutto se la si esamina alla luce del capitolo 13 dell’Apocalisse. La lotta tra la donna e il drago, che invia poi le due bestie, abbraccia ovviamente tutta la storia della Chiesa, ma oggi appare con particolare evidenza il carattere demoniaco delle potenze che governano il mondo. La cultura dominante, fondandosi su tutta una serie di palesi mistificazioni pseudoscientifiche (materialismo, evoluzionismo, genderismo ecc.), sta operando un radicale capovolgimento della realtà e dei valori morali.

La prima bestia, con la sua forza apparentemente invincibile e il suo accanimento contro il divino, si manifesta attualmente nel dominio sionista del mondo, il quale si articola però in diversi poli di potere che, rivaleggiando tra loro, si equilibrano a vicenda in modo tale da evitare il prevalere dell’uno sugli altri: sono le sette teste. La seconda bestia, dall’aspetto di agnello ma dall’eloquio di drago, è un’istanza apparentemente spirituale che ha il compito di indurre gli uomini ad adorare la prima; è il falso profeta destinato, con il diavolo e l’Anticristo, a bruciare in eterno nello stagno di fuoco e zolfo (cf. Ap 20, 10). Che egli sia oggi ben rappresentato, è arduo negarlo: i suoi legami con l’alta massoneria ebraica della Bᵉnē Berith sono di dominio pubblico, così come le trame che lo han portato al vertice della Chiesa Cattolica. Da arcivescovo ha cacciato o relegato in ruoli secondari i professori ortodossi della sua università cattolica promuovendo al loro posto massoni notori, mentre in curia si è circondato di personaggi discutibili e tutt’altro che meritevoli (ciò che continua a fare in Vaticano in modo sistematico).

L’uomo scelto oltreoceano per innescare una primavera nella Chiesa proviene da un Paese nato da una rivoluzione massonica. Durante la sua visita ufficiale in Argentina, tra il 23 e il 24 marzo 2016, prima di intrattenersi con il successore di Bergoglio Barack Obama ha reso omaggio al “padre della patria”, il traditore José de San Martín, che si ribellò alla Corona spagnola dopo essere stato iniziato in Europa. La sua tomba si trova nella cattedrale di Buenos Aires, proprio dove il futuro pontefice usava invitare i capi della Bᵉnē Berith ad assistere alla sua Messa intorno all’altare… Tenuto conto del fatto che, in quell’ambiente, ogni gesto pubblico ha un valore simbolico e veicola un preciso messaggio, non c’è davvero da star tranquilli. Un certo antiamericanismo di facciata, caratteristico degli ambienti ecclesiali latinos, potrebbe pure non essere altro che la manifestazione di un conflitto di superficie. Nella sua terra si sa che l’allora provinciale dei gesuiti, collaborando attivamente con il regime di Videla, fu molto severo con i confratelli coinvolti nella teologia della liberazione e nelle attività rivoluzionarie; non sarà per questo che non ci è mai tornato?

La bestia ha sì sette teste distinte, che possono eventualmente combattersi, ma è pur sempre una bestia sola, cioè un’unica centrale di potere che coordina le rivalità e i conflitti per i suoi scopi. Che sia la Central Intelligence Agency a finanziare regimi militari e sètte pentecostali o la Conferenza Episcopale Tedesca a foraggiare, all’opposto, teologi della liberazione e movimenti per la terra, alla fine cambia poco, dato che il denaro è gestito dalle banche e che queste ultime son sotto il controllo della mafia giudaica. Risultato convergente di queste strategie è l’annientamento della fede cattolica nelle popolazioni sudamericane, l’arretramento della Chiesa in quel continente e la regressione al panteismo pagano, seppure modernizzato dall’uso della tecnologia. È questo l’ideale che intendono proporci con il cosiddetto sinodo per l’Amazzonia? Parrebbe proprio di sì, viste le cerimonie con cui si è aperto nonché il contemporaneo lancio italiano del film Maleficent, proiettato in anteprima con sei mesi di anticipo, a due passi da San Pietro, in coincidenza con l’avvio dei lavori sinodali. La consacrazione vaticana del commercio con gli spiriti segue la stessa linea della “riconciliazione” tra bene e male suggerita dalla pellicola.

È proprio l’obiettivo della cabala ebraica: compito dell’iniziato è conciliare gli opposti e completare la divinità con l’apporto del male, che si rivela così un benefico elemento di integrazione; se volete tradurlo in linguaggio bergogliano (o meglio luterano, perché non è affatto originale), è il Gesù che si fa diavolo e serpente. «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei»: mai modo di dire fu più opportuno. A questo punto vien da chiedersi – come ha acutamente osservato un lettore – a che debba servire l’ordinazione di viri probati e l’estensione del sacerdozio alle donne, se la Chiesa non deve convertire i selvaggi ma, al contrario, imparare da loro a far spazio a quelle realtà che ha finora ingiustamente proscritto; se, anziché dinanzi a Cristo nell’Eucaristia, ci si deve prostrare in onore della Madre Terra; se l’evangelizzazione va condannata come proselitismo e il ministero sacerdotale squalificato come mera distribuzione di Sacramenti… Perché tanto rumore per nulla, se la Chiesa militante dev’essere soppressa con una “dolce morte” da cui nasca un culto neopagano, centrato sulla divinità androgina che l’eretico Martini chiamava Dio Padre-Madre? Non è forse questo il vero obiettivo del latrocinio attualmente in corso? «Ma Dio aveva altri progetti», osserverebbe la Emmerich.

Et ecce pereo tristitia magna in terra aliena (1 Mac 6, 13). Sic fiat omnibus illis maledictis!

sabato 12 ottobre 2019


Siamo prossimi all’abominio della desolazione?




Data la valenza qualitativa del genitivo, l’espressione andrebbe tradotta con abominio devastante, ma nell’uso corrente è diventata usuale la resa parola per parola. Essa compare per la prima volta nel libro di Daniele (9, 27; 11, 31; 12, 11), dove profetizza, secondo il senso storico, l’erezione di un altare dedicato a Zeus Olimpio sopra l’altare dei sacrifici nel Tempio di Gerusalemme, decretata dal re seleucida Antioco IV Epifane nel 167 a.C. (cf. 1 Mac 1, 54). Il Signore Gesù, nel cosiddetto Discorso escatologico, in cui la profezia sulla caduta della Città santa si intreccia con la prospettiva della fine del mondo, riprende la medesima locuzione per indicare l’inizio della grande tribolazione (cf. Mt 24, 15ss.). Storicamente possiamo considerarlo avvenuto, nel 70 d.C., con la presa della città ribelle da parte di Tito, cui seguirono l’incendio del Tempio e i sacrifici offerti, al suo interno, alle insegne romane; rimane ancora incompiuto, invece, l’evento futuro che quelle terribili profanazioni del passato hanno soltanto prefigurato.

Non si sono accontentati di piantare un ulivo in un’aiuola triangolare (simbolo del luciferino “grande architetto dell’universo”, delle tre religioni monoteistiche o di cos’altro?) nei Giardini Vaticani. Non era bastato che a un imam, in quell’occasione, fosse data la possibilità di pronunciare le sue preghiere (che cominciano regolarmente con una maledizione degli infedeli) non lontano dal luogo in cui san Pietro e innumerevoli martiri hanno pagato la loro fedeltà al Signore con supplizi raccapriccianti. Non era stato sufficiente convocare all’Accademia delle Scienze un’assemblea di idolatri per siglare con loro, col pretesto della tratta di esseri umani, un patto di fraternità, libertà e uguaglianza. No, la gnosi anticristica al potere in Vaticano non poteva farsi mancare la celebrazione di un rito pagano della fertilità per opera di sciamani amerindiani, ben equipaggiati di feticci osceni, che nei Giardini hanno invocato spiriti immondi, attirandone così i nefasti influssi. Ora, che molti prelati della Curia Romana praticassero il culto del fallo, non era certo un mistero: non c’era alcun bisogno di esibirvisi pubblicamente. Non ancora paghi di cotante imprese, tuttavia, han pensato di portare gli idoli in processione fin sulla tomba dell’Apostolo. Il passo era breve per arrivar sull’altare: a quel punto l’abominio si sarebbe compiuto?

La volgare contraffazione ecclesiastica che si nutre con le risorse della Chiesa di Cristo e si sostiene con le sue strutture visibili non è altro che un tumore cresciuto all’interno della componente terrena del Corpo Mistico. L’infiltrazione di cellule cancerogene è iniziata almeno un secolo fa, ma si è resa manifesta con coloro che presero il controllo del Concilio Vaticano II. I loro continuatori sono ormai giunti a detenere i principali posti di comando, secondo quella prassi di occupazione degli spazi che proprio il loro capo attuale rinfaccia ai suoi oppositori al fine di delegittimarli. Persino fra i pochi prelati apparentemente buoni c’è chi si profonde in sperticate dichiarazioni di lealismo, limitando la propria analisi di questa situazione catastrofica ad accuse generiche e prive di ogni mordente, per quanto veementi nella lettera, perché non indirizzate a nessuno in particolare e lontane dalla radice del problema. Come potrebbero coglierla, d’altronde, a partire da presupposti tipicamente luterani e modernisti, qual è – giusto per fare un esempio – una concezione della fede come incondizionata fiducia in Dio che nasce dall’esperienza di un incontro personale?

La fede non è un sentimento soggettivo basato su vicende psicologiche, bensì adesione dell’intelletto alla verità rivelata, atto mosso dalla volontà sostenuta dalla grazia che segue la ragione illuminata dallo Spirito Santo. È innegabile che, lungi dal rimanere un fatto puramente intellettualistico, l’atto di fede inneschi un’esperienza religiosa che coinvolge la persona umana in tutte le sue dimensioni, ma non è questa la sua vera essenza. Se uno pone a fondamento di tutto l’edificio tale premessa erronea (derivante dalla protestantizzazione degli studi biblici avviata alla fine degli anni Sessanta), che cosa potrà mai costruirvi sopra? di quale fede denuncerà la crisi? come potrà diagnosticarne la contraffazione? come la combatterà efficacemente? quale rimedio potrà proporre per uscire da questa tragedia? Alla fine viene il sospetto che la facile identificazione del tradimento di Giuda con gli abusi del clero sui minori non sia altro che un diversivo per distogliere l’attenzione generale dall’odierno Giuda in carne e ossa, il tetro e imbronciato apostata di bianco vestito che ha di fatto inaugurato la nuova religione unica, quella in cui credenti di ogni specie si abbracciano appassionatamente a prescindere dal rispettivo credo, ormai del tutto irrilevante…

Allora, quale via seguire? Amputarsi dal corpo con le proprie stesse mani per lasciare che il cancro avanzi senza più trovare alcun ostacolo? Lo ribadisco per l’ennesima volta: no! È il tumore che deve essere estirpato, ma questo non è alla nostra portata: l’unico che possa farlo è il Medico celeste, che può eventualmente servirsi di uno o più strumenti di Sua scelta, ma sempre di Sua iniziativa. Prima dell’intervento radicale, tuttavia, Egli sta curando la propria Sposa con le nostre preghiere, penitenze e sacrifici. Nel frattempo dobbiamo rimanere fermi, con l’aiuto della grazia, nello spirito valoroso di Mattatia e della sua famiglia: «Anche se tutte le genti obbediscono al re Antioco, così che ognuno si allontani dal servizio della legge dei suoi padri e acconsenta ai suoi comandi, io, i miei figli e i miei fratelli obbediremo alla legge dei nostri padri» (1 Mac 2, 19-20). Nessuno, ripeto: nessuno al mondo può penetrare nel santuario della nostra coscienza e obbligarci a credere alla menzogna o ad agire in modo contrario alla verità.

Occorre evitare due estremi, ambedue rovinosi: l’uno è la rivolta che spinge alla divisione, effetto di una tentazione diabolica sotto apparenza di bene e frutto di una visione della Chiesa prettamente umana, carente di fede, speranza e carità; l’altro è il rifugiarsi nello spiritualismo, tentazione che si ammanta di pretesa santità ed espressione di una vita interiore disincarnata. In entrambi i casi, lo scopo è sentirsi al sicuro in un gruppo che, in virtù della propria indipendenza o di una speciale rivelazione, si considera la “vera Chiesa”. Nel primo caso, cedendo alla mentalità divorzista ormai imperante e separandosi dal Corpo Mistico, si cessa di contribuire dall’interno al suo bene reale e di riceverne altresì i benefici; ma chi ama davvero non abbandona la sposa ammalata o in pericolo. Nel secondo, selezionando le comunità secondo il gusto e l’emozione, si cade nella dipendenza e ci si condanna alla sterilità sul piano soprannaturale: la fede è rimpiazzata da un fideismo cieco, il Vangelo da valanghe di messaggi o locuzioni, la gerarchia da presunti veggenti o carismatici e così via. Non è facile tenere la barra diritta fra marosi del genere, ma nemmeno impossibile, se si coltiva l’umiltà nell’obbedienza ad una buona guida spirituale.

La fede autentica ci avverte che la preghiera, unita alla riforma di vita e a un saggio apostolato, può ottenere molto più di quel che pensiamo. Quando però si tratta di pregare, soprattutto in pubblico, gli appelli, per quanto diramati per tempo e mediante organi di ampia diffusione, non riscuotono l’adesione delle folle. Ad occhio umano, il piccolo resto evangelico sembra davvero esiguo, ma il Signore non ha bisogno dei grandi numeri. All’iniziativa di sabato scorso hanno sicuramente aderito anche molti che non si son potuti muovere di casa; i presenti hanno recitato il Rosario con grande raccoglimento. Poco più lontano, la basilica di San Pietro era invasa, in occasione del concistoro per la creazione di nuovi cardinali, da una folla variopinta che comprendeva ministri pagani di svariati culti nelle fogge più curiose, eretici luterani in nere palandrane e colletti inamidati, apostati de noantri in sari arancione e – dulcis in fundo – squilibrati teutonici con le facce pittate alla moda delle Amazzoni… Nei circhi di un tempo, per invogliare gli spettatori ad acquistare il biglietto, si soleva gridare: «Venghino, siori, venghino! Più gente entra, più bestie si vedono!».

Dopo la cerimonia, uno dei novelli porporati, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, è stato collocato nel Palazzo Apostolico per ricevere quella che si chiama, in gergo, visita di calore (le congratulazioni). Proprio di fronte a lui, nella Sala Regia, campeggiava l’affresco che commemora la presa di Tunisi da parte di Carlo V, che per impulso di papa Paolo III, al fine di debellare la pirateria, la espugnò nel 1535, massacrandone poi gli abitanti. Decisamente, un modo un po’ diverso di dialogare… C’è da sperare che i musulmani presenti non comprendessero il latino dell’iscrizione esplicativa, anche se la scena era comunque abbastanza eloquente grazie ai turbanti dei vinti rappresentati, del tutto simili ai loro. Casuale fatalità o scelta studiata? e con quale intento? Come presagio, ad ogni modo, non è certo dei più rosei: le vendette islamiche, per quanto tardive, possono risultare feroci, specie quando trovano braccia aperte e porte spalancate. Mi sa tanto che la Provvidenza non userà il bisturi per asportare il tumore, ma lame più massicce. Onde scongiurare un infarto nel momento in cui arriverà l’abominio della desolazione con il relativo castigo, per ora cerchiamo di sorridere (finché possiamo).

Non abbiate paura delle parole di un uomo peccatore, perché la sua gloria è sterco e vermi: oggi è esaltato e domani non ci sarà più, perché sarà tornato alla terra e il suo pensiero sarà svanito. Voi dunque, figli, fortificatevi e agite virilmente nella legge, perché in essa sarete gloriosi (1 Mac 2, 62-64).

https://lucechesorge.org/2019/10/13/il-vaticano-dei-nostri-tempi-regno-di-caos-e-terrore/

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/la-contro-chiesa/7986-sappiamo-chi-sei

sabato 5 ottobre 2019


Tutti a Roma
a pregare per la Chiesa




Amen dico vobis, nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum caelorum (Mt 18, 3 Vulg.).

«In verità vi dico: a meno che non vi siate convertiti e non vi rendiate come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli». Questo grave e solenne ammonimento del Signore, nella liturgia di questi ultimi giorni, è risuonato per ben tre volte. Succede così ogni anno, vista la stretta successione di tre feste: quella di san Michele Arcangelo, quella degli Angeli Custodi e quella di santa Teresa di Gesù Bambino. Quest’anno, però, tale avvertimento ci viene rivolto in un contesto ecclesiale di tensione particolarmente acuta, riportandoci così, provvidenzialmente, al nostro cuore malato di orgoglio e costantemente tentato di ribellarsi. Non è una fuga nell’intimismo, come qualcuno potrebbe subito obiettare, bensì una pressante raccomandazione a rientrare nel santuario della coscienza, nel quale si discernono le rette intenzioni dell’agire e si prendono le decisioni giuste.

Rispetto al testo greco, che usa il verbo diventare, la Vulgata sottolinea di più la parte attiva del discepolo: il cambiamento interiore richiede uno sforzo consapevole mirante ad un’assimilazione spirituale ai bambini piccoli (tà paidía). Il seguito dell’insegnamento divino conferma la bontà di questa interpretazione: «Chiunque, perciò, umilierà se stesso come questo bimbo, costui sarà il più grande nel Regno dei Cieli» (Mt 18, 4). Alla corte di Cristo, l’altezza della posizione è correlata all’umiltà, tanto che la più eccelsa delle creature è al contempo la più umile: la Regina degli Angeli e dei Santi è rivestita di una gloria incomparabile, ma il Suo Cuore è un abisso di autoannientamento davanti a Dio. Anche nel Suo caso, tuttavia, l’humilitas dell’Ancella, su cui l’Altissimo si è degnato di posare lo sguardo (Quia respexit humilitatem ancillae suae, Lc 1, 48), ne designa non soltanto la disposizione interiore e la condizione esteriore, ma anche (secondo il sostantivo greco tapeínōsis) l’umiliazione come processo continuato.

«Umiliatevi sotto la potente mano di Dio» (1 Pt 5, 6): non si tratta di un singolo atto con cui, per amore del Signore, ci si umilia o ci si lascia umiliare, ma di uno stato permanente in cui il farsi umili, che sia per iniziativa propria o per l’accettazione di comportamenti altrui, produce a poco a poco una qualità dell’anima che la rende sempre più trasparente e disponibile all’azione divina. Il bambino non possiede la virtù dell’umiltà in modo innato, ma riconosce spontaneamente di aver bisogno dei genitori e degli adulti in generale, che gli appaiono necessariamente più forti e sono quindi per lui fonte di sicurezza o di timore, a seconda del rapporto esistente. Davanti al Creatore, l’uomo non può se non sentirsi piccolo e fiducioso, se è in pace con Lui, o timoroso, se non lo è. L’Immacolata, in virtù dell’esenzione dal peccato originale e della pienezza di grazia di cui è stata dotata fin dal concepimento, ha sicuramente posseduto in grado altissimo l’umiltà come virtù infusa; tuttavia, dato che la crescita nella grazia non ha limiti, ha progredito incessantemente in essa anche come virtù acquisita, non smettendo mai di umiliarsi né di accogliere le umiliazioni disposte dalla Provvidenza.

Perché questo richiamo da parte del Signore? Perché la superbia è in agguato, pronta a catturare i buoni cattolici esasperati dalle reiterate manifestazioni di empietà e di apostasia offerte da un certo settore della gerarchia. Sarebbe la più splendida vittoria del demonio: riuscire a fuorviare, per altra via, anche i membri fedeli del Popolo santo per spingerli a separarsi dal Corpo Mistico. Chi lo serve subdolamente, pur occupando il vertice della Chiesa visibile, non aspetta altro che poter sbarazzarsi degli oppositori interni, demonizzando come scismatici quelli che già stigmatizza di continuo come rigidi e privi di misericordia. Vogliamo davvero fare il suo gioco? Vogliamo proprio lasciargli campo libero? No, noi rimaniamo fermi, irremovibili, dentro casa nostra, in attesa che gli intrusi o se ne vadano di propria sponte o siano rimossi dall’intervento divino. Riconoscere di non avere l’autorità di giudicarli ed espellerli è già un modo di umiliarsi, che, unito a tutte le umiliazioni che ci tocca accettare per persistere in questa difficile posizione, contribuisce alla nostra santificazione, se in ciò riconosciamo una grazia e la accogliamo per cooperare con essa.

La migliore forma di culto del Cuore Immacolato di Maria è l’assimilazione delle Sue disposizioni e l’imitazione dei Suoi atti. Dio stesso, per incarnarsi e realizzare l’intera opera della Redenzione, è voluto passare per quella porta: e noi peccatori vorremmo sceglierne un’altra? Rifiutare l’obbedienza per salvaguardare la fede, in ultima analisi, è una grave incoerenza, poiché è quella stessa fede che ci chiede di obbedire – in ciò che è lecito – a quanti detengono la successione apostolica, seppure indegnamente. Un giudizio di eresia e la conseguente dichiarazione di decadenza dovrebbe essere emesso almeno da un gruppo di vescovi e cardinali abbastanza numeroso e significativo da poter rappresentare la sanior pars della Chiesa universale. Ciò scatenerebbe inevitabilmente uno scisma, che non potrebbe essere superato se non mediante l’intervento dell’autorità civile, come avvenne con Teodosio per la sconfitta dell’arianesimo o con Sigismondo di Lussemburgo per la risoluzione dello Scisma d’Occidente. Quale sarebbe oggi, però, il potere politico non solo capace, ma anche legittimato a un’ingerenza del genere nella vita interna della Chiesa?

La questione dell’impero cristiano non tocca solamente la teoria politica o la teologia della storia, ma pure l’ecclesiologia: ci sono congiunture storiche dalle quali la Chiesa militante, con le sue sole risorse, non riesce a districarsi; in certi casi, i suoi problemi interni non si possono risolvere se non manu militari. Oggi, tuttavia, non basterebbe che un potente di questo mondo facesse, per un buon motivo, quel che fece Napoleone Bonaparte o avrebbe fatto Adolf Hitler qualora il feldmaresciallo Kesselring non gli si fosse giustamente opposto; oggi sarebbe necessario deportare in blocco tutta la rete di prelati corrotti che hanno trasformato la Santa Sede in un letamaio, con le loro scandalose condotte in campo sessuale o finanziario. La sporcizia denunciata dal cardinal Ratzinger nel 2005 si è talmente incrostata che nemmeno un buon papa è più in grado di rimuoverla, a meno che non sia sostenuto dalle armi di un alleato come Costantino o Carlo Magno.

Un alto grado di umiltà e semplicità di cuore, tale da farci essere come i bambini, rende la nostra preghiera irresistibile sul cuore di Dio e, al tempo stesso, ci preserva dalla perniciosa presunzione di voler risolvere problemi che non sono alla nostra portata. Soltanto il Signore può salvare la Chiesa terrena, non certo le nostre iniziative umane; se però preghiamo con l’incondizionata fiducia dei piccoli, possiamo affrettare il Suo intervento, il quale, come altre volte nella storia, potrebbe servirsi di un uomo da Lui scelto. Questa prospettiva mi sembra senz’altro più vantaggiosa di quella del cataclisma evocato da suor Lucia, il 3 gennaio 1944, nel resoconto della visione che la indusse a mettere per iscritto la terza parte del segreto di Fatima: un rivolgimento politico sarebbe certamente meno devastante dell’istantanea cancellazione di intere città e popolazioni in seguito all’impatto di un corpo celeste, analogo a quello che provocò il diluvio universale… Prima di esser “costretto” all’ultimo rimedio possibile – osservò la veggente – il Cielo, seppur con una certa “trepidazione”, aveva inviato la Vergine come estrema opportunità. Visto che gli uomini non danno retta neanche a Lei, chiediamole di inviare un eletto incaricato di fare un bel repulisti, nella Chiesa e nella società.

Chi non si fosse ancora unito alla crociata di digiuno e preghiera lanciata intorno alla metà di luglio per sventare le trame sovversive camuffate dal pretestuoso “sinodo” che si apre domani, può farlo adesso. La visione gnostico-panteista di chi l’ha voluto e preparato mira a trasformare il cristianesimo in una sorta di religione sincretistica che ammetta il culto dei demoni e riporti l’uomo al tribalismo dell’epoca primitiva. Così la riedizione della barbarie cui già stiamo assistendo, in questo mondo tanto progredito dal punto di vista tecnologico quanto regredito da quello morale, potrà travolgere gli estremi argini della civiltà che ancora trattengono i moderni selvaggi dal violare gli ultimi tabù, come la pedofilia, l’incesto e l’antropofagia. Dopo aver assistito allo sdoganamento di divorzio, aborto, eutanasia, contraccezione, fecondazione artificiale e commerci sessuali di ogni genere senza che la Chiesa opponesse una barriera davvero efficace, cosa dobbiamo ancora ingoiare prima che, in un modo o in un altro, arrivi il castigo?

Disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus, Domine (Disperdili con la tua potenza e deponili, Signore, mio protettore; Sal 58, 12); Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti (Dio mio, rendili come il turbine e come paglia di fronte al vento; Sal 82, 14); Fiant dies eius pauci, et episcopatum eius accipiat alter (Siano pochi i suoi giorni e il suo incarico lo riceva un altro; Sal 108, 8); Qui pessimant plebem tuam inveniant perditionem. Contere caput principum inimicorum (Quanti rovinano il tuo popolo vadano in perdizione. Schiaccia il capo dei principi nemici; Sir 36, 11-12). Vedete come, nella Sua delicatezza, il Signore ci fornisce pure le parole più adatte alla bisogna? Ripetiamole spesso per esprimere l’intenzione dei sacrifici che compiamo e delle umiliazioni che sopportiamo; prendiamo l’arma del Rosario e, associandola alla penitenza, conduciamo con coraggio la nostra battaglia contro le potenze demoniache e i loro alleati sulla terra, in particolare nelle tre settimane che verranno. Il piccolo gregge evangelico di umili dalla fede semplice e genuina, sotto la guida dell’augusta Regina delle Vittorie, diventa un esercito invincibile capace di ottenere l’insperabile. Tutti a Roma, dunque, a pregare per la Chiesa! Chi non può venire, si unisca a noi da casa a partire dalle 14,30.

Introibunt in inferiora terrae; tradentur in manus gladii; partes vulpium erunt.
Rex vero laetabitur in Deo; laudabuntur omnes qui iurant in eo, quia obstructum est os loquentium iniqua (Sal 62, 10-12).


sabato 28 settembre 2019


Va’ e ripara la mia Chiesa / 2




Qui dispersit Israel congregabit eum, et custodiet eum sicut pastor gregem suum (Ger 31, 10).

«Colui che ha disperso Israele lo radunerà e lo custodirà come un pastore il suo gregge». Lo Sposo della Chiesa continua a parlarci tramite la Sua parola scritta, fonte di inesauribile illuminazione e incoraggiamento. Qui il Verbo eterno afferma anzitutto che, per Sua permissione, è stato provocato un processo di dispersione del Popolo santo. Il senso letterale della profezia si riferisce alla storia dell’antico Israele, che a causa della sua infedeltà fu deportato in due riprese: dopo la caduta di Samaria (721 a.C.) e dopo la presa di Gerusalemme (586 a.C.). Quei fatti del passato dovevano ripetersi in sciagure analoghe che si sarebbero verificate in seguito al rigetto del Salvatore divino: la Città Santa sarà di nuovo espugnata e distrutta prima da Tito (70 d.C.), poi da Adriano (135 d.C.); quest’ultimo la ricostruirà come insediamento pagano sostituendone completamente la popolazione e ribattezzandola Aelia Capitolina.

«Tutte queste cose, però, accaddero a loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi» (1 Cor 10, 11). La parola profetica, ispirata dallo Spirito Santo, ha avuto ulteriore compimento in rapporto al nuovo Israele, la Chiesa di Cristo. Numerose divisioni, a causa di scismi ed eresie, si erano già prodotte lungo tutto il corso della sua storia bimillenaria; la rivoluzione luterana, in particolare, aveva staccato da essa, loro malgrado, interi popoli, finendo poi nella frantumazione senza fine di innumerevoli denominazioni. La Chiesa Cattolica, tuttavia, resisteva nella compattezza inattaccabile della sua dottrina e della sua disciplina, sempre preservatesi immuni da errori e mutazioni nonostante i peccati e le inadempienze dei suoi rappresentanti. Allora il diavolo, preso atto che ogni tentativo di colpirla e fiaccarla dall’esterno non otteneva altro risultato che il suo rafforzamento spirituale e una nuova fioritura, ha deciso di portare l’attacco all’interno, infiltrando i suoi agenti nella gerarchia.

Il piano di sovvertire la Chiesa mediante una rivoluzione in cappa e tiara si trova già chiaramente formulato, nel secondo decennio dell’Ottocento, nei testi programmatici dell’Alta Vendita, l’occulta direzione suprema della massoneria italiana o Carboneria. Quelle stesse idee sono oggi rappresentate da quei sostenitori di una “primavera” ecclesiastica che hanno influenzato il conclave del 2013. Al vertice della Chiesa han piazzato qualcuno che non è personalmente membro di una loggia, ma che, avendo gli stessi principi, li sta mettendo in pratica. Coloro che detengono il potere visibilmente, infatti, non sono generalmente reclutati fra gli illuminati (quelli che tirano i fili nell’ombra), bensì fra gli ispirati (quelli che operano per la causa pur senza essere iniziati ai segreti più arcani, che sono di natura diabolica). Se un defunto traditore di Cristo, poco prima di farsi “sedare” per sempre, ha dichiarato che nella Chiesa la brace è soffocata dalla cenere, la colpa di ciò ricade proprio su di lui e sui suoi affini, i quali, non professando la fede cattolica, ma una gnosi immanentistica, ne han profondamente snaturato la vita e la missione.

La proposta che i parroci romani si circondino di una dozzina di squilibrati ha origine, in effetti, da un’intuizione del moribondo Arcivescovo di Milano che, nelle Ultime conversazioni a Gerusalemme, aveva lasciato chiaramente intendere di non credere nel Dio della rivelazione cristiana, bensì in una non meglio precisata forza cosmica che spingerebbe l’umanità verso il progresso. Colui che, in cattedrale, aveva ripetutamente invitato gli atei a catechizzare il suo gregge puntava in realtà, col suo testamento spirituale, addirittura ai vescovi: era nelle curie diocesane che sognava una rivoluzione innescata da laici che ne prendessero il controllo. Il fatto è che nella costituzione divina della Chiesa, per volere del Fondatore, ogni potere (che sia di governo, di insegnamento o di santificazione) è inseparabilmente legato al sacramento dell’Ordine; negare questo dato od operare in senso ad esso contrario – come abbiamo di recente osservato – equivale ad un’apostasia, qualora il resto già non la denunci in modo inequivocabile.

Questo genere di “ispirazioni” trova una compagine ecclesiale già profondamente confusa, smarrita, disgregata: non c’è più un’identità cattolica univoca ed evidente, ma tutto un ventaglio di svariate appartenenze che al contempo la falsificano e la frantumano. Chi, fuggendo dalla Babele di gruppi, movimenti e associazioni, tutti più o meno modernisti, giudaizzanti o protestantizzanti, cerca rifugio nel tradizionalismo, si accorge ben presto di esser capitato in un piccolo mondo ancor più lacerato da dispute, invidie e rivalità meschine in cui ognuno porta acqua al suo mulino e si fa magistero a se stesso. Da una parte manca la retta fede, dall’altra la carità e la speranza; ovunque – al di là della buona fede delle singole persone – sembra prevalere una visione puramente orizzontale che guarda unicamente al vantaggio e alla propagazione dell’organizzazione di cui si è membri, come se essa coincidesse con la Chiesa o ne fosse l’espressione più perfetta… Altra pericolosa evasione, che ho più volte segnalato, è la fuga nel pullulare di presunte apparizioni, rivelazioni o dottrine spirituali di sapore decisamente millenaristico o gioachimita.

Per castigarci delle nostre infedeltà, il Signore ha disperso anche noi, ma promette di radunarci di nuovo sotto la guida di un Pastore che ci custodirà nellunità della verità e della carità, se torneremo a Lui con tutto il cuore. Quest’ultimo, prima di poter ricostruire, dovrà eseguire il compito un tempo assegnato al profeta Geremia: «Ecco, oggi ti costituisco […] per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1, 10). In attesa che il Cielo ci invii l’artefice della restaurazione, il nostro impegno deve mirare a conservare e difendere, senza rompere la comunione ecclesiale, il tesoro di verità e di grazia che ci è stato consegnato. Bisogna smettere una volta per tutte di parlare di falsa Chiesa, identificandola con la prostituta dell’Apocalisse (cf. Ap 17, 1ss): è proprio quello che fece Lutero per giustificare la sua ribellione. Occorre semmai osservare che, per effetto dell’infiltrazione massonica, c’è una gerarchia in parte apostata e corrotta che ha occupato molti dei posti più alti; ma, nel suo mistero soprannaturale di Corpo di Cristo, la Chiesa non può né venire meno né alterarsi nell’essenziale.

Quel che ci è chiesto da Dio è dunque di resistere al suo interno, senza porci fuori dell’ordinamento gerarchico. Anche se alcuni di coloro che guidano la Chiesa dimostrano chiaramente, in parole e opere, di non avere la fede cattolica, noi non abbiamo il potere di deporli; per questo dobbiamo loro obbedienza in ciò che è lecito, in quanto anche quelli che siano di fatto fuori del Corpo Mistico, finché non sia dichiarato il loro stato di eretici, mantengono una giurisdizione, la quale va rispettata in nome dell’ordine richiesto dall’assetto visibile della Chiesa. Come infatti l’essere umano è un composto d’anima e corpo, così essa consta di una realtà spirituale e di una compagine esterna che non si possono separare, sebbene la prima sia più nobile. Sant’Agostino (cf. De Baptismo contra Donatistas, V, 28, 39: PL 43, 196-197) insegna che si può esserne membri con il corpo (cioè in virtù della sola appartenenza sociale, senza conversione sincera), ma non con il cuore (cioè in virtù della fede e della comunione). In altre parole, si può far parte della struttura giuridica della Chiesa militante anche senza esser realmente inseriti nel Corpo di Cristo, ma non viceversa: per essere di esso membra vive, bisogna trovarsi nell’arca di salvezza. Se invece esco deliberatamente da questa, mi estrometto anche da quello e rimango privo di ogni grazia.

Capite allora la gravità di certe scelte? Ma come resistere in queste condizioni? «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc 12, 32). Ci rendiamo conto di quale tesoro disponiamo? Ci crediamo davvero? Noi conosciamo la verità su Dio e sull’uomo; abbiamo la vita di grazia, che è l’inizio di quella eterna; possiamo vivere da figli dell’Altissimo, imitando i Santi e vincendo il demonio, per prepararci un futuro di gloria, se siamo fedeli sino alla fine. È vero che, proprio per questo, ci è sempre più penoso dimorare in questo mondo impazzito, in cui tutti i valori più sacri sono calpestati anche a livello legislativo e sempre più gente perde il senno perché non più in grado di cogliere l’evidenza del reale; ma questa sofferenza è prova del privilegio immenso che, per pura benevolenza, abbiamo ricevuto dal Signore: l’esser preservati dalla follia collettiva che sta travolgendo l’umanità per effetto della propaganda massonica, che diffonde la gnosi nella forma più devastante che abbia mai assunto.

La necessità di rispettare una gerarchia illegittima o inadempiente assomiglia a quella di chi, pur essendo certo in coscienza della nullità del suo matrimonio, ma non potendo dimostrarla in foro esterno, riconosce di dover comunque rispettare il vincolo giuridico: da una parte, non è libero di convolare a nuove nozze e, dall’altra, non può più godere lecitamente dell’unione apparente. È il martirio interiore a cui siamo chiamati, il quale non esclude affatto che continuiamo a manifestare il nostro dissenso nelle forme consentite. Se poi arriverà il momento in cui non ci rimarrà altra scelta che rifugiarci nel deserto, ci organizzeremo di conseguenza in piccole comunità guidate da sacerdoti fedeli, in attesa che sopraggiunga il castigo divino e l’agognata liberazione dai falsi Pastori. Nel frattempo, come già accennavo in giugno, possiamo sostenere le vocazioni genuine che il Signore sta suscitando in vista della rinascita. Chi lo desidera può scrivermi per avere indicazioni sul modo di aiutare un gruppo di giovani che sto seguendo di persona e che è stato accolto in una diocesi estera per dar vita ad una comunità religiosa tradizionale (non tradizionalista). Germogli sani come questo dimostrano che il Signore non ha abbandonato la Sua Sposa!

Domine Iesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis, ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesiae tuae, eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coadunare digneris. Qui vivis et regnas Deus per omnia  saecula saeculorum. Amen.

(dal Messale Romano)

sabato 21 settembre 2019


Rivoluzione nella Chiesa,
atto secondo:
l’apostasia conclamata




Il Sinodo per l’Amazzonia, previsto per il prossimo ottobre, è stato dichiaratamente pensato come una grande occasione per reinventare la Chiesa. I suoi promotori, a quanto pare, son convinti che la Chiesa non sia una società di origine ed essenza soprannaturali, ma una mera forma di aggregazione la cui struttura e il cui funzionamento, alla stregua di un partito politico o di un’organizzazione umanitaria, possa esser sempre modificata in base ai mutevoli orientamenti dei membri. Nel nostro caso, in verità, si tratta di un ristretto gruppo di ideologi – per lo più tedeschi o da loro formati – che vorrebbero imporre le proprie vedute a tutto il corpo ecclesiale, malgrado una posizione decisamente minoritaria. Tipico di tutti gli ambienti di mentalità marxista, questo atteggiamento non considera il popolo nient’altro che una massa da manipolare a piacimento secondo criteri stabiliti da una ristretta cerchia di intellettuali. La teologia della liberazione, anche nella variante della teologia indigenista, ne è un esempio lampante, con la sua rete di “funzionari del partito” (preti, professori, operatori pastorali) che hanno studiato in Germania o da lì hanno ricevuto le idee.

La sorte degli Indios amazzonici, in realtà, non è altro che un pretesto specioso – come già la difesa dei poveri – per ratificare la seconda fase della rivoluzione che deve radicalmente cambiare il volto terreno della Sposa di Cristo. La prima si aprì con le trame sovversive attuate durante e dopo il Concilio Vaticano II, il quale, nella mente dei cospiratori, rappresentava solo l’inizio dell’opera di capovolgimento dell’ordine stabilito dal Fondatore. La tanto celebrata nuova Pentecoste, parzialmente abortita a causa di sorde resistenze conservatrici, viene relativizzata in quanto cambiamento ancora troppo timido e limitato, sebbene abbia costituito uno scossone decisivo per l’abbandono della vecchia ecclesiologia clericale e per la nascita di nuove forme di partecipazione democratica. Ora sarebbe finalmente giunto il tempo di far trionfare la visione profetica finora solo abbozzata e così a lungo contrastata, tanto è vero che, a proposito della prossima assise, gli odierni vati non esitano a evocare (facendo eco al loro defunto mentore, il cardinal Martini) l’auspicato Vaticano III.

Le intenzioni dei rivoluzionari, dunque, non potrebbero essere più esplicite. La sicumera e sicurezza con cui si esprimono fa pensare che abbiano anche il potere di attuarle, visto che, a capo del Vaticano, c’è proprio uno di loro. Il fatto è che quel programma, basato sul sistematico rovesciamento dell’ordine e dei valori, denuncia inequivocabilmente un abbandono della fede: pensare di poter modificare la costituzione divina della Chiesa, infatti, è una forma di apostasia, di rigetto del Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, della Sua autorità assoluta e della Sua volontà immutabile. Tale tradimento radicale, indubbiamente, non è affatto nuovo, ma è cominciato con il modernismo e, con il neomodernismo di fatto accolto al Vaticano II, ha dilagato nella gerarchia e nei fedeli, protestantizzandone il pensiero e la prassi. Finora, però, questa apostasia si dissimulava, per quanto possibile; adesso, invece, si sta togliendo la maschera con inaudita sfrontatezza, ormai certa di aver guadagnato forza e ampiezza sufficienti per mostrarsi in volto.

A ben vedere, un implicito abbandono della fede è già evidente in chi ha rigettato la Rivelazione divina trattando la Sacra Scrittura alla stregua di un’opera letteraria qualsiasi e liquidando la Sacra Tradizione con criteri puramente storicistici. Una delle conseguenze più gravi si è prodotta nel campo della morale, specie in temi delicatissimi come quelli concernenti il matrimonio, la famiglia e la procreazione. Degli eretici sono stati insediati alla guida dell’Istituto Giovanni Paolo II, con la correlativa cacciata dei titolari precedenti. Questi ultimi, per quanto il loro insegnamento fosse inficiato dal pensiero personalistico, stavan tenendo fermo sull’indissolubilità e sull’identità dell’uomo e della donna per opporsi al dilagare dell’ideologia omosessualista, che ora sembra assurta, insieme alla balla del riscaldamento globale provocato dall’uomo, a dottrina ufficiale della Santa Sede. Erano gli eredi e continuatori del compianto cardinal Caffarra, il quale, con ogni probabilità, è morto di crepacuore alla notizia di quel che stavano per combinare al frutto del suo lavoro di una vita, con un danno incalcolabile per il Magistero ecclesiastico e per la vita morale dei cattolici.

Fin qui, tuttavia, l’apostasia si era camuffata con il pretesto dell’aggiornamento, dell’apertura al mondo, dell’adattamento alle mutate condizioni socio-culturali. Ora, invece, son giunti ad affermare ai livelli più alti le idee che già trent’anni fa fermentavano negli istituti missionari: la Chiesa dovrebbe non solo radicalmente cambiare nella sua struttura portante (con l’abolizione del celibato sacerdotale, l’ammissione di donne al sacramento dell’Ordine e la concessione di un maggior potere ai laici), ma pure smettere di evangelizzare i popoli e di insegnare la verità rivelata, la quale sarebbe già presente nelle culture indigene, persino meglio che da noi. In esse, infatti, non si sarebbe consumato quel “peccato originale” di cui sarebbe colpevole l’Occidente, ossia la rottura non dell’amicizia con Dio (con la trasgressione della Sua legge), ma dell’armonia con la natura (con la sua cosificazione nella conoscenza scientifica e nello sfruttamento economico). La Chiesa dovrebbe quindi ammutolire e reimparare dai nativi, che per troppo tempo avrebbe oppresso e disprezzato, a riscoprire il giusto rapporto con tutti gli esseri del creato, compreso fratello albero e sorellina formica – senza escludere gli spiriti, con i quali gli Indios vivrebbero in perfetta sintonia…

Se stentate a credere che simili fole puerili si trovino vergate in un documento del “magistero” che sarà la base dei lavori di un’assemblea di vescovi, verificate nell’Instrumentum laboris pubblicato tre mesi fa. Ancora una volta la realtà ha largamente superato ogni più fervida fantasia. L’apparenza innocua di tali bambineschi trastulli, tuttavia, non riesce a celare un inequivocabile rinnegamento della fede a favore di una visione panteistica e magica: si è rigettata la Rivelazione cristiana, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, per rimpiazzarla con una cultura primitiva basata sullo spiritismo animistico e sciamanico, ma idealizzata ed epurata degli elementi di disturbo (uso di droghe, sodomia, violenza sulle donne, infanticidio, culto del suicidio, ferocia bellica, antropofagia…). Un’operazione così altamente mistificatoria è assolutamente inaccettabile all’interno della Chiesa Cattolica: è uno schiaffo all’intelligenza e alla fede dei suoi membri. Se pochi reagiscono a questo pubblico insulto da parte della gerarchia, non sarà perché, dopo cinquant’anni di manipolazione mentale, i cervelli della gente sono ormai in gran parte disattivati?

I cultori di Satana hanno lavorato con paziente metodicità per accreditare la loro gnosi. Tastando il terreno, pronti a ritirarsi strategicamente se vedono che «la società non è ancora pronta ad accettare il progresso», continuano a tramare nell’ombra finché non sono certi di poter uscire allo scoperto con le loro raccapriccianti “conquiste”, come l’embrione di uomo-scimmia fabbricato in Cina con finanziamenti occidentali. Gli ecclesiastici che vogliono cambiare la Chiesa pensano e agiscono allo stesso modo di coloro che cercano di modificare l’essere umano; evidentemente appartengono alle stesse logge e adorano la stessa “divinità”, che vuol distruggere l’umanità e vanificare l’effetto della Redenzione per il maggior numero di anime possibile. Membri di società segrete che cooptano i massoni di alto grado e coordinano gli altri a livello transnazionale, questi personaggi praticano rituali satanici che includono sodomia e abusi su minori. Una di esse è la sedicente Chiesa Gnostica Cattolica, fondata dal satanista Aleister Crowley, all’inizio del XX secolo, a San Gallo (dove Theodore Mac Carrick scoprì la “vocazione” e si riunirono gli elettori di Bergoglio). Per distruggerla dall’interno, esse hanno infiltrato nella vera Chiesa i loro adepti, che son poi diventati preti, vescovi e cardinali.

Hanno cominciato inducendo le masse ad adorare l’uomo al posto di Dio; poi hanno loro inculcato di adorare la natura; ora stanno svelando il punto d’arrivo della traiettoria: adorare il diavolo. L’intera operazione è stata condotta dall’alto, sulle teste del popolo ignaro: dal culto dell’uomo, proclamato a chiusura di un concilio, al culto della Madre Terra, propagandato dall’ecologismo chiesastico, al culto dei demoni, presto instillato da un “sinodo” che sarà un vero latrocinio. Oltre a intensificare gli sforzi di preghiera e penitenza perché il Cielo impedisca quest’ultimo, allora, bisogna mobilitarsi anche pubblicamente per protestare contro l’intollerabile abuso che hanno ordito. Sabato 5 ottobre, alle 14,30, con tanti altri amici ci ritroveremo a Roma, vicino a San Pietro (Largo Giovanni XXIII), per impetrare l’intervento divino affidando la Santa Sede e la Chiesa tutta al Cuore Immacolato di Maria, rifugio inespugnabile di salvezza.