Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 13 aprile 2024


La potenza di una parola

 

 

Riportiamo il testo di un’omelia tenuta di recente nella Capitale.

 

OMELIA PER L’ANNUNCIAZIONE

 

Dal libro del profeta Isaia (7, 10-15)

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz dicendo: «Chiedi per te un segno al Signore, tuo Dio, o nella profondità dell’abisso o nell’alto dei cieli». Acaz rispose: «Non lo chiederò; non tenterò il Signore». Allora Isaia disse: «Ascoltate, dunque, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché vogliate stancare anche il mio Dio? Per questo il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio e sarà chiamato Emmanuele. Panna e miele egli mangerà, fino a che non sappia riprovare il male e scegliere il bene».

 

Dal Vangelo secondo Luca (1, 26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea di nome Nazareth ad una vergine, sposa di un uomo di nome Giuseppe, della casa di Davide; il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, o piena di grazia! Il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Udito ciò, ella fu turbata alle sue parole e si domandava cosa significasse quel saluto. L’Angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel grembo e partorirai un figlio e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’Angelo: «Come avverrà questo, dato che non conosco uomo?». L’Angelo le rispose dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo ciò che nascerà da te santo sarà pure chiamato Figlio di Dio. Ed ecco: Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’ella un figlio nella sua vecchiaia e questo è già il sesto mese per lei, che veniva chiamata sterile, poiché niente è impossibile presso Dio». Allora Maria disse: «Ecco l’ancella del Signore; sia fatto a me secondo la tua parola».

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo!

«Ecco l’ancella del Signore; sia fatto a me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Quest’anno la festa dell’Annunciazione è stata trasferita al primo giorno libero dopo l’Ottava di Pasqua, dato che il 25 Marzo cadeva durante la Settimana Santa. È molto bello cogliere il legame tra questa festa e la Pasqua. Oggi noi vediamo la potenza della risposta che la Vergine Maria diede all’Angelo, la potenza di quel fiat, del consenso che Dio ha richiesto per dare inizio all’opera della Redenzione; il Padre ha voluto che tutto dipendesse da quella risposta. Oggi, celebrando il tempo pasquale, vediamo dove ha portato quel fiat: il Figlio concepito dalla Vergine Maria regna effettivamente in eterno. Si è offerto per noi sulla Croce e, con la Risurrezione, è entrato nella gloria: davvero grande è la potenza di quella piccola parola con la quale la Vergine Maria, nella Sua umiltà inconcepibile, ha reso possibile tutta quest’opera: la Redenzione dell’umanità!

Noi sappiamo però non solo che Gesù ha realmente raggiunto la gloria di cui aveva parlato l’Angelo e regna su tutta l’umanità; sappiamo anche che l’atto con cui ha compiuto la Redenzione (cioè la Sua crocifissione e morte, l’offerta della propria persona e della propria vita al Padre) è stato possibile perché la Vergine Maria ha dato un corpo al Figlio di Dio, lo ha fatto nascere nella natura umana per intervento dello Spirito Santo; quindi il corpo che è stato immolato sulla Croce e il sangue che è stato versato per la nostra Redenzione sono stati donati da Lei. Non solo, ma spingendoci ancora più lontano riconosciamo che la carne e il sangue di cui ci nutriamo nell’Eucaristia – seguendo il comando del Signore, che ci ha detto: «Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue non avrà in sé la vita» (cf. Gv 6, 53) – quella carne e quel sangue sono carne e sangue di Maria, in quanto è Lei ad aver fornito, nella gestazione, quella realtà umana che il Verbo ha voluto assumere.

Capite allora la potenza di quel fiat? Capite quanto quel fiat si prolunghi nel tempo, fino alla fine del mondo, nei suoi effetti? poiché noi continuiamo non solo a godere dei frutti della Redenzione, ma a nutrirci del Corpo e Sangue di Gesù in ogni Messa. Quel fiat, in un certo senso, realizza tutta la sua portata ogni volta che viene celebrata la Santa Messa; per questo ricorriamo all’intercessione della Vergine Maria con fiducia illimitata, sapendo che le Sue preghiere hanno un effetto irresistibile sul Figlio. Sappiamo bene che la potenza di impetrazione della preghiera della Madonna ci può ottenere tutto ciò che è necessario alla nostra salvezza e lo può ottenere alla Chiesa intera che è sulla terra.

Noi vediamo l’aspetto umano della Sposa di Cristo; siamo purtroppo costretti a vedere quanti tradimenti sono perpetrati al giorno d’oggi, in quante occasioni la Sposa di Cristo, nella sua componente terrena, è venuta meno alle Sue volontà e ai Suoi comandamenti. Potremmo immaginare il Signore che le dice: «Tu, nella tua componente terrena, ti sei prostituita innumerevoli volte e in innumerevoli modi continui a farlo; eppure, se tu hai fede, io ho il potere di ricostituire la tua verginità, di ridarti la veste candida e immacolata del tuo Battesimo mediante il sacramento del perdono, purché ogni cristiano riconosca le sue colpe, soprattutto le guide della Chiesa».

Proprio due giorni fa ci è stato tolto il Pastore, qui a Roma, cioè colui che governava la Diocesi di Roma a nome del Papa. Non sappiamo ancora chi lo sostituirà, ma perdiamo certamente un uomo di Dio, un uomo che ha reagito, seppure con il cuore spezzato, scrivendo una lettera in cui pone ciò che è successo alla luce del Vangelo, con grande semplicità e profonda fede. Dobbiamo perciò pregare perché il Signore ci mandi un altro Pastore che ami il suo clero e i suoi fedeli, che visiti spesso le sue pecorelle, che parli, educhi, formi alla meditazione della Parola di Dio. Preghiamo poi, per intercessione di Maria, perché il Signore abbia pietà della Chiesa terrena e non solo venga a cancellare i peccati dei singoli suoi membri, ma dia finalmente alla Sua Sposa una vita rinnovata e apra un nuovo corso nella storia che stiamo vivendo, concedendoci la grazia di poter tornare a gioire per quello che le guide della Chiesa ci dicono e per quello che fanno.

Fiat! Fiat!


Esprimendo sincera gratitudine al cardinale Angelo De Donatis per il servizio pastorale svolto nella Diocesi di Roma, rilanciamo la prima parte della lettera che ha voluto scrivere per congedarsi dal clero e dai fedeli.

 

Roma, 6 Aprile 2024

«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». […] Detto questo, aggiunse: «Seguimi» (Gv 21, 18-19).

Quante volte abbiamo meditato e commentato insieme questo brano… e quante volte questa Parola di Dio ha chiesto di diventare carne nella mia vita!

In realtà, nell’esistenza di ogni uomo – e in particolare di ogni prete – si realizza questa crescita verso la pienezza della maturità cristiana, della misura cioè dell’obbedienza e dell’abbandono del Figlio alla volontà del Padre. In fondo il discepolato, fin dall’inizio, contiene questa prospettiva: rinunciare a sé stessi per diventare sempre più figli, vale a dire sempre più liberi di seguire la voce dello Spirito.

Il Signore continuamente ci ripete: «Seguimi». Ogni chiamata contiene una fatica (il dover lasciare, l’essere spogliati, il morire a sé stessi) e una promessa: diventare sempre più figlio obbediente nell’obbedienza di Gesù. Un discepolo tende le braccia e segue il suo Signore… consapevole che lì dove sta andando lo precede Lui.

È come se lo Spirito sapesse che può disporre di questa persona in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, e quindi  potesse portarla dove vuole. In questa docilità opera la Grazia: è lo Spirito che la rende possibile! È lo sguardo d’amore di Gesù: Egli può chiedere ogni cosa! La libertà profonda del cuore può aggiungere: il resto non conta nulla. Ti seguirò dovunque Tu  vada! […]


Segue il ringraziamento a colui che ha scelto chi scrive e lo ha ordinato vescovo nella Basilica Lateranense il 9 Novembre 2015, ringraziamento non disgiunto da un velato monito a trattare la Diocesi di Roma non come una macchina da far camminare, ma come una famiglia da amare. La lettera si conclude con espressioni di riconoscenza verso tutti coloro che hanno collaborato con l’Autore.

Rincresce che il Cardinale non metta maggiormente in risalto il ruolo della gerarchia nel determinare concretamente l’obbedienza a Cristo, la cui volontà, in foro esterno, non si rivela immediatamente al singolo membro della Chiesa mediante l’azione dello Spirito, ma con la mediazione dei superiori ecclesiastici, che parlano e agiscono in luogo di Dio. Il discernimento, prima di essere un fatto personale o comunitario, spetta ai Pastori in virtù della successione apostolica. Analogamente, la meditazione della Parola di Dio scritta non può prescindere dalla Tradizione, che ne rappresenta il grembo, né dal Magistero, che la interpreta autenticamente. Entro queste coordinate si evitano facilmente le derive di un certo spiritualismo che, a volte, rischia di far perdere il contatto con la realtà, specie nel trattare casi di abuso. Fatta la tara di questi limiti, colpisce il distacco e la sobrietà di un uomo che, lasciando appena trapelare il proprio dolore, si rimette interamente alle disposizioni della Provvidenza con piena docilità a continuare a servire il Signore dovunque voglia. Prendiamone esempio per essere in grado di cooperare efficacemente alla rinnovazione della Chiesa, che domandiamo a Dio nella preghiera.


sabato 6 aprile 2024


Non abbiate paura!

 

 

Pax vobis. Ego sum. Nolite timere (Lc 24, 36).

«Pace a voi. Io sono. Non temete». Nel narrare l’apparizione di Gesù risorto agli Apostoli avvenuta nel Cenacolo la sera del giorno di Pasqua, san Luca riporta, oltre all’augurio riferito anche da san Giovanni (cf. Gv 20, 19), pure un’affermazione di capitale importanza e un’esortazione quanto mai opportuna. Sant’Ambrogio (Expositio Evangelii secundum Lucam, X, 171) osserva che non sussiste discordanza tra i due Evangelisti, in quanto l’uno segue l’ordine fattuale degli avvenimenti, l’altro si eleva alla contemplazione del mistero che in essi si è manifestato. Ben prima degli Illuministi con la loro vacua saccenteria, i Padri avevano notato – come chiunque può fare – le discrepanze esistenti tra i diversi racconti riguardanti la Risurrezione e le avevano spiegate in modo convincente. Ancora oggi sedicenti biblisti, negandone il carattere storico, pretendono di interpretarli come esposizioni storicizzanti di esperienze puramente interiori, contraddicendo così due millenni di insegnamento costante; è presto detto a chi è più ragionevole dare ascolto.

La pace del Risorto

È del tutto normale che testimonianze rese da più persone sul medesimo fatto discordino su dettagli secondari, dato che la memoria di ognuno adatta e rielabora i ricordi sulla base di criteri soggettivi; sull’essenziale, tuttavia, esse concordano, consentendo così di accertare la verità. Una ripetitività invariabile anche nei minimi particolari, al contrario, è sospetta e fa pensare a un accordo doloso tra i testimoni (come nel caso delle false apparizioni di Trevignano Romano, delle quali il Vescovo del luogo, monsignor Marco Salvi, ha dichiarato la non-soprannaturalità, del resto evidente a chiunque abbia un po’ di fiuto per le truffe). Una frode umana o un inganno diabolico, ad ogni modo, non potranno mai comunicare la pace che viene da Dio, quella pace soprannaturale che invade l’anima di chi si è lasciato riconciliare con Lui accogliendo con fede la grazia che scaturisce dal Sacrificio del Redentore, quella pace sovrumana che trascende ogni intelletto (cf. Fil 4, 7) e soltanto Gesù Cristo può donare, essendo Egli stesso la nostra pace (cf. Ef 2, 14).

Il termine pax, nel latino ecclesiastico, designa una realtà che supera la pax romana, fondata sì sul diritto, ma garantita dagli eserciti; esso indica – e al contempo proclama, instaura e diffonde, per mezzo dell’annuncio evangelico – il frutto del ristabilimento dell’ordine tra cielo e terra, avvenuto mediante la Croce. Al termine della Veglia Pasquale, contemplando i ministri avvolti dalla nube di  incenso che saliva al canto del Magnificat, i fedeli si son sentiti trasportati in un altro mondo, quello di lassù disceso fra noi mortali a offrirci un assaggio dell’eternità che ci attende. La vera Liturgia, sia pure celebrata nella forma più semplice e con i mezzi più modesti, ha lo straordinario potere di far pregustare il Paradiso a chi vi prende parte. I riti papali, sempre più squallidi e demoralizzanti, sono distanti un abisso da quella nobile semplicità che è capace di spalancare il cielo e di liberarci dalla cappa asfissiante del soffocante immanentismo della società odierna, confermato e rafforzato con assurda pervicacia da una gerarchia che non conosce più neppure la propria ragion d’essere.

Abbiamo la nausea di quell’irrazionale retorica che vuol farci accettare un’invasione come legittimo fenomeno migratorio, l’insicurezza sociale come arricchimento culturale, la sovversione familiare come tutela delle donne, il rischio di una guerra nucleare come difesa di una Nazione aggredita… Siamo altresì oltremodo disgustati della strumentalizzazione dei riti più sacri per fini meramente propagandistici, con un’inversione di rapporti che offende la fede e la ragione di chi non si rassegna a perderle: come può il capo della Chiesa continuare a piegarsi all’umiliante compito di ripetitore dell’ideologia mondialistica? non dovrebbe piuttosto pensare alla salvezza della propria anima, viste le sue condizioni di salute? Quale ritorsione potrebbero infliggergli, a questo punto, se, prendendo la salutare decisione di ravvedersi, si sottomettesse al Signore? Farebbero forse emergere tutti gli scandali che ha finora coperto per proteggere i suoi complici? Sarebbe finalmente l’occasione di liberare la Sposa di Cristo dal cancro degli ecclesiastici corrotti che la violentano da decenni.

Il santo Nome di Dio

Non vogliamo una pace apparente fondata sulla menzogna, sull’assenso al pensiero dominante, su accordi negoziati tra individui che non riconoscono l’unico Sovrano né intendono farlo. Aspiriamo invece alla pace che Gesù solo può donare all’umanità, a condizione che essa si sottometta alla Sua amorevole signoria. Nel comunicare agli apostoli la vera pace, Egli proclamò il santissimo Nome di Dio, che al solo sommo sacerdote era lecito pronunciare, una volta entrato nel Santo dei Santi nel grande Giorno dell’Espiazione. Con buona probabilità, il Messia crocifisso esalò l’ultimo respiro proprio nel proferire quell’Io sono con un forte grido, dando così compimento alla prefigurazione contenuta nel rito mosaico: Egli, quale pontefice dei beni futuri, è penetrato nel santuario del cielo portandovi il proprio stesso sangue (ossia l’offerta della sua vita) quale irresistibile impetrazione di perdono per noi (cf. Eb 9, 11ss). Solo la pace ristabilita in senso verticale può garantire la pace in senso orizzontale, quando gli uomini accolgono il dono della Redenzione e obbediscono all’unico Salvatore, nel quale trovano la via, la verità e la vita (cf. Gv 14, 6).

L’unico dialogo interreligioso sensato e possibile, con questa premessa, si riduce a un’esortazione composta di tre parole: «Venite a Cristo!». Il dialogo ecumenico, parimenti, sarà efficace soltanto se si potrà riassumere in una proposizione di tre membri: «Tornate alla Chiesa!». Questo, in fondo, è ciò che la Chiesa, mossa dall’amore dello Sposo, ha sempre fatto nel corso della sua storia: offrire ai non-cristiani la possibilità di conoscere il Figlio di Dio e di riceverne la grazia entrando in essa; chiamare i non-cattolici a rientrare nel Corpo Mistico. Le trattative con le altre confessioni cristiane sono ormai miseramente fallite; la pietra tombale è calata con la dichiarazione Fiducia supplicans. La missione verso i pagani è stata invece deviata verso problemi di ordine puramente temporale – spesso pure inesistenti, come la cosiddetta crisi climatica – e ridotta a proclami velleitari che non cambiano assolutamente nulla, se non lo stato d’animo di chi si lascia colpevolizzare senza ragione e ingaggiare in campagne socio-politiche intrise di chiacchiere e fumo…

Bando al falso timore

Nell’esortare gli Apostoli a non avere paura, il Risorto mostrò loro le piaghe della Passione sofferta per amore dei peccatori, le quali restano impresse per l’eternità nel Suo corpo glorificato. Guardando le mani e i piedi del Figlio traforati dai chiodi e il costato trafitto dalla lancia, il Padre ha sempre presente ciò che l’Unigenito ha fatto per noi al fine di acquistargli altri figli; noi possiamo quindi accedere in ogni istante con somma fiducia al trono della grazia per ottenere la Sua misericordia e trovare aiuto al momento opportuno (cf. Eb 4, 16). Purché non abusiamo di questa benevolenza, costata gli indicibili patimenti e la morte di croce dell’Agnello immacolato, abbiamo forse qualcosa da temere? Tutto – ma proprio tutto – ciò che la Provvidenza dispone o permette, che ci appaia favorevole o avverso, è per il nostro bene; perfino un conflitto mondiale (da cui chiediamo nondimeno di esser preservati, qualora ci sia un altro mezzo di correzione) può servire al ravvedimento degli uomini sviati e confusi. Contemplando il Crocifisso alla luce della Risurrezione, nel baciargli le ferite vivificanti riconosciamo in qual modo siamo amati e cacciamo via ogni timore.


sabato 30 marzo 2024


Santificare il Vangelo

 

 

Sanctificans Evangelium Dei (Rm 15, 16).

San Paolo, verso la conclusione della Lettera ai Romani, si scusa di aver loro scritto con un’audacia forse fuori luogo (cf. Rm 15, 15). A tal fine egli si appella al particolare dono di grazia concessogli dal Signore per la sua missione fra i pagani: per fare di essi un’oblazione gradita a Dio, l’Apostolo si è reso ministro di Gesù Cristo che santifica il Vangelo. Evidentemente l’annuncio della verità che salva, in se stesso, non può esser reso santo dall’uomo, ma solo dimostrato tale. In realtà il senso originario del termine biblico impiegato designa l’atto di consacrare qualcosa per riservarlo all’esclusivo servizio divino. Il lieto annuncio, concretamente proclamato e ascoltato nella predicazione di Paolo, è dunque un uso speciale della parola, assolutamente distinto da qualunque altro, il quale si rivela santo: esso ha per oggetto Dio stesso e la Sua opera di salvezza; mira a suscitare la fede, mediante la quale gli uomini entrano in relazione con Lui; agisce in modo soprannaturale nell’anima di chi lo accoglie.

Per questa ragione, chi nella Chiesa è incaricato di predicare e insegnare deve evitare con cura ogni modo di esprimersi che non renda onore alla santità di ciò che annuncia e non lasci trasparire che, a parlare attraverso di lui, è Gesù stesso; non solo, ma deve altresì astenersi dall’entrare in discussioni che, per quanto tocchino temi pertinenti alla dottrina cristiana, non sono condotte con il necessario timor di Dio né con l’umiltà che si addice allo stato di ognuno. Uno dei mali più diffusi nella Chiesa di oggi, specie fra coloro che si considerano fedeli alla Tradizione perenne, è la presunzione di poter sentenziare su qualsiasi argomento senza avere una formazione specifica né la grazia connessa allo specifico munus docendi. Sembra che tutti si sentano incaricati di definire infallibilmente questioni dogmatiche, liturgiche, storiche o morali di cui non hanno se non una vaga idea e che, in ogni caso, non compete a loro chiarire. Se l’annuncio evangelico è santo, significa che è riservato a coloro che ne sono legittimamente incaricati per mezzo dell’ordinazione e della missio canonica.

Tre esigenze inseparabili

Da quanto osservato risulta chiaro sia che l’evangelizzatore è investito del suo compito dall’autorità competente, sia che deve svolgerlo in una modalità propria, che si differenzi inequivocabilmente da ogni forma di diffusione e di difesa di convinzioni soggettive. Il suo eloquio deve fuggire il tono, i mezzi e le movenze della propaganda politica, dei dibattiti televisivi o della promozione pubblicitaria, forme che possono assicurare un successo immediato, ma superficiale e solo apparente. Le prediche del Santo Curato d’Ars non avevano la minima attrattiva mondana; eppure le folle si stipavano nella sua chiesa per ascoltarle, perché vedevano Dio in un uomo. Questo fatto storico mostra all’evidenza una terza esigenza imprescindibile che si pone all’apostolo: quella della santità di vita, che conferisce alle sue parole il sapore della verità e convince finanche i più riottosi. Chi si sforza di perseguirla ha sufficiente buon senso per capire quando bisogna abbandonare una discussione che non porta alcun frutto, a costo di esser giudicato ipocrita o in torto.

Dall’apologia e propagazione della fede non sono certo esclusi i laici, che in virtù della Cresima hanno il dovere di difenderla quando è attaccata o vilipesa e di farla conoscere a chi la ignora; ciò faranno, tuttavia, in forme adatte al loro stato: piuttosto che di insegnamento o correzione, si tratterà allora, a seconda dei casi, di testimonianza coraggiosa o di fraterno ammonimento. Questioni specialistiche e interventi disciplinari van lasciati a chi ne ha titolo; qualora quest’ultimo si dimostri inadempiente o in palese errore, lo si può sollecitare o riprendere nei modi consentiti, senza pretendere di sostituirsi all’autorità. È in gioco la costituzione stessa della Chiesa come società visibile con i princìpi su cui si fonda; a forza di picconarla per ragioni apparentemente sacrosante, si finisce col frammentarla o col mettersi al di sopra di essa, quasi che l’opinione personale fosse il criterio ultimo e definitivo di verità – proprio come si pensa nel mondo moderno, incredulo e perverso.

Anche i fedeli, come i chierici, sono tenuti a un incessante impegno di santificazione, il quale passa anzitutto attraverso il puntuale adempimento dei doveri di stato. Quanto tempo e quante energie son sottratti alla preghiera, al lavoro e alla cura dei figli dalla lettura di testi relativi a problemi che non competono affatto a un laico e dalla stesura di commenti che danno spesso origine a interminabili botta-e-risposta? Spesso si reagisce senza neppure aver ben compreso quanto è scritto, spinti dalla sola voglia di zittire o svergognare l’interlocutore, comportamento che denuncia scarso rispetto per la verità e forte mancanza di carità, impedendo così ogni crescita nella santità. A volte si registrano pure puntuali e garbate osservazioni sulla legislazione del primo millennio, le quali dimenticano però, a quanto pare, che la promulgazione del Codice di Diritto Canonico (poi completamente riveduto, per giunta, in base a un’ecclesiologia inventata di sana pianta) ha di fatto impostato la vita della Chiesa – che sia cosa ammissibile o meno – su regole nuove, per molti versi in discontinuità con il passato.

Tentazioni illusorie

In attesa che la Provvidenza ci mandi un novello Gregorio Magno, capace di dirimere questioni di una complessità e delicatezza senza precedenti nonché di restituire al papato la sua vera fisionomia di custode del deposito e dell’unità, piuttosto che di padrone dal potere pressoché assoluto, evitate di lasciarvi suggestionare dal miraggio di un’ortodossia che solo nominalmente è rimasta fedele al patrimonio antico. Sì, abbiamo più d’una volta espresso ammirazione per la rinascita della Chiesa russa e per la straordinaria fioritura dei monasteri dopo settant’anni di regime comunista; tuttavia non possiamo ignorare il grado di corruzione di molti membri della gerarchia locale, strettamente legata al potere politico e, spesso, collaboratrice dei servizi segreti. Non ha alcun senso, in ogni caso, abbandonare la Chiesa e aderire a uno scisma per attaccamento alla Tradizione, idealizzando altri cristiani perché non li si conosce abbastanza e subendo l’influenza di una propaganda anticattolica che si è ringalluzzita dopo la fine dell’oppressione.

È impossibile render giustizia alla santità del Vangelo senza un instancabile sforzo di conversione e purificazione: la grazia opera nella misura in cui ci disponiamo ad accoglierla; la Chiesa si rinnova nella misura in cui si santificano i suoi membri. L’attuale congiuntura ecclesiale – è certamente vero – non facilita affatto questo lavoro, ma non può nemmeno impedirlo, purché uno smetta di fissare lo sguardo sui mali esterni, sui quali non ha influenza, e cominci a vagliare quelli interni, che dipendono da lui. L’umiltà necessaria per questa revisione spirituale va chiesta con molta insistenza e con quella compunzione che scaturisce dalla consapevolezza di non meritare nulla; spesso, invece, preghiamo con la presunzione di dover essere per forza esauditi, come se quanto domandiamo fosse un dovuto e non un dono assolutamente gratuito, concessoci da Colui che tante volte abbiamo offeso in modo atroce né adeguatamente ringraziato per le grazie ricevute.

Anche la domanda del Pater con cui il Signore ci insegna a chiedere di non permettere che cadiamo quando siamo tentati (et ne nos inducas in tentationem) va pronunciata con l’umiltà e la contrizione di chi sa bene di avere assoluto bisogno dell’aiuto divino, che già è all’opera ordinariamente senza che neppure se ne accorga e in mancanza del quale non sarebbe in grado di respingere nemmeno la più debole tentazione. In quali abissi di peccato saremmo sprofondati, se la bontà di Dio non ce ne avesse preservato? Vedete fino a che punto è santa la parola del Vangelo e quanta santità richieda in chi vi aderisce con la fede ma, soprattutto, in chi la predica! Se uno ne ha pur solo una vaga idea, capisce di non potersi arrestare nel processo di trasformazione interiore, che lo spinge senza posa a progredire in un cammino che ha per mèta il Cielo, rendendolo pronto a correggere la condotta e a rimettere in discussione le posizioni personali per adeguarle a quanto il Santissimo gli svela.

Chi invece, nel tentativo di giustificare la propria ostinata disobbedienza e lo stato di separazione che ne deriva, si accanisce a difendere opinioni fallaci e ragioni speciose, dissacra il Vangelo e disonora Colui che lo ha promulgato non solo verbalmente, ma anche con le azioni, i miracoli e le sofferenze. C’è chi respingerebbe gli ordini legittimi di qualunque papa, in quanto ha fatto suo, seppur in nome della fedeltà ad una “tradizione” ridotta a totem, il luciferino non serviam. I pretesti per far ciò che si vuole e non obbedire a nessuno, da un capo all’altro del ventaglio ecclesiale, sono estremamente vari, ma spuntano dalla stessa radice. Sono proprio quelli che hanno la pretesa di risolvere i problemi a modo loro a ritardare l’intervento del Cielo, che invochiamo in trepida attesa. I loro sproloqui non hanno l’accento tipico del Maestro; al contrario, suonano fin troppo mondani, quando invece si deve percepire, nel parlare del vero apostolo, che la sua sorgente non è puramente umana, bensì riecheggia il Verbo atemporale ed eterno di Colui che ha patito fino alla morte di croce per riaprirci il Paradiso con la Sua risurrezione.


sabato 23 marzo 2024


Pasqua di riscatto

 

 

Secundum multitudinem impietatum eorum expelle eos (Sal 5, 11).

«Secondo la moltitudine delle loro empietà, cacciali fuori». Non è difficile intuire perché un certo versetto dei Salmi, letto tante volte, in determinate circostanze colpisca più vivamente l’attenzione di chi prega: le manifestazioni di irreligiosità, all’interno della Chiesa, continuano a moltiplicarsi ovunque in forme sempre più raccapriccianti, in particolare nella regione in cui da anni si rinnovano le cosiddette veglie parrocchiali contro l’omofobia (neologismo privo di senso che non deve neppure entrare nel linguaggio ecclesiastico). Il terremoto del 2012, a quanto pare, non ha insegnato nulla: i castighi divini, un tempo, incitavano a pubblici esercizi di penitenza e riparazione; oggi, invece, si ritiene più benefico esporre in chiesa quadri di soggetto religioso con allusioni oscene. Non insisteremo qui sulla descrizione delle tele sacrileghe, imbrattate da un pervertito, che da settimane profanano una chiesa di Carpi; vogliamo piuttosto riflettere sulle colpe degli ecclesiastici che han reso possibile un simile scempio.

Distorsioni mentali

Desideriamo preliminarmente rilevare il voluto equivoco proveniente dalla “cultura” profana, che ha contagiato anche l’ambiente ecclesiale: l’idea, cioè, che ai sedicenti “artisti” sia consentito tutto in nome di una pretesa insindacabilità assoluta della disciplina da loro coltivata. Questa aberrazione è frutto della dissoluzione dell’estetica, che non coglie più il nesso metafisico (ossia inerente alla pura e semplice realtà) tra vero, buono e bello. Il senso comune reagisce spontaneamente alla bruttezza di manufatti presentati come “opere d’arte”, in quanto vi percepisce in modo naturale la discordanza con quell’esigenza di conformità alla verità e al bene che è propria dell’intelletto e della volontà. I cultori delle discipline artistiche contemporanee – compresa la musica – han deliberatamente scisso l’unità ontologica che presiede alla bellezza e, di conseguenza, teorizzano un’ideologia demoniaca che pretende di attribuire valore a produzioni che ne sono del tutto prive, ma si impongono al gusto unicamente in virtù di un indottrinamento di stampo totalitario.

Innegabili son le somiglianze con i regimi comunisti, nei quali era la direzione del partito a stabilire i canoni del vero, del buono e del bello, contro ogni evidenza e buon senso. Questa ingiustificabile aggressione delle menti e dei cuori (poi fatta propria, anche nell’Occidente “libero”, dai politici e chierici di formazione marxista) è una forma di inversione delle tendenze più normali dell’uomo in quanto radicate nella sua stessa natura; non per niente, essa è stata propedeutica all’imposizione dei cortei osceni e blasfemi che ogni anno si ripetono nel mese di Giugno. Gran parte della popolazione non ha più nemmeno un sussulto di fronte a comportamenti pubblici che, oltre a calpestare le cose più sacre, degradano gli esseri umani in modo intollerabile; tante persone, anzi, per timore di esser bollate col marchio infamante di omofobo, accettano senza fiatare di esser violentate nel senso del pudore, strettamente connesso alla dignità della persona umana. Ci sono però ancora dei cattolici – e sono tanti – che non sono disposti a continuare a subire questi soprusi morali.

Fatti oggettivi, non opinioni

Riguardo alla mostra di Carpi, non è questione di avere una certa sensibilità oppure un orientamento conservatore o, addirittura (ciò che dà un’impressione ancor più negativa), ultraconservatore: qui c’è semplicemente l’evidenza di un peccato (secondo la legge divina), di una profanazione (secondo la legge canonica) e di un crimine (secondo la legge civile). La prima, con il Secondo Comandamento, condanna ogni forma di oltraggio rivolto a Dio, che sia verbale o visivo; in questo caso la bestemmia è aggravata dal suo carattere permanente e va pure contro il Primo Comandamento, essendo commessa in un luogo sacro, vale a dire in un edificio riservato in via esclusiva al culto divino. Quest’ultimo dettaglio viola il canone 1210 del Codice di Diritto Canonico, che recita testualmente: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietata qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo». Il canone 1211 stabilisce che «i luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente oltraggiose».

La legge civile, con l’articolo 403 del Codice Penale, punisce con la reclusione fino a due anni «chiunque pubblicamente offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di chi la professa». In questo caso non è la religione in se stessa ad essere tutelata, bensì la persona di chi vi aderisce; occorre pertanto dimostrare, in sede giudiziaria, che i querelanti, in quanto aderenti alla religione cattolica, sono effettivamente vilipesi dalle tele esposte a Carpi. Risulta al momento che i comitati costituitisi in relazione al fatto hanno promosso azioni legali contro la curia diocesana, la quale deve rispondere di una palese violazione della legge divina, canonica e statale. È chiaro che non siamo di fronte a una controversia di opinioni, gusti o preferenze, ma ad un fatto oggettivo che non si può in alcun modo negare e rende ingiustificabile la pertinacia dei responsabili, sordi ad ogni protesta dei fedeli, per quanto legittima e motivata. In questo clima di oppressione totalitaria che parte dal vertice e ricade sui gradi inferiori, non vogliamo più sentir parlare di quelle scemenze che la nomenklatura propala sotto vuoti termini come ascolto e sinodalità; ne abbiamo abbastanza.

Azioni concrete

In attesa che le denunce seguano il loro corso, è moralmente lecito – anzi doveroso – intervenire in modo diretto. Se non è possibile, date le dimensioni degli obbrobri da rimuovere, farlo alla maniera della pachamama, si può impedire l’accesso alla chiesa, senza smettere di manifestare sonoramente il proprio dissenso al vescovo, al parroco e ad ogni altro responsabile. Quei sovversivi in abito clericale devono rendersi conto che il Popolo di Dio, di cui si sono riempiti la bocca per decenni, non è più disposto a sopportarli; è ora di presentare il conto a quella casta di miscredenti per tutte le nefandezze e le omissioni che portano sulla coscienza pietrificata. Presto o tardi, tutto si paga, o in questa vita o nell’altra; meglio di qua che di là, dove le pene sono tremende. Pure questa è una realtà oggettiva, a prescindere da ciò che ne pensano i prelati traditori nella vacuità dei loro vaneggiamenti, nutriti dalle fole della loro “teologia” razionalistica ed empia. Le idee non cambiano i fatti, ancor meno se sono sballate; chi pretende di modificare la Chiesa a partire da un programma ideologico non differisce affatto da Lenin e Stalin.

Se in questa Settimana Santa vogliamo imitare il Signore in modo speciale, cominciamo dall’atto che seguì immediatamente l’ingresso regale a Gerusalemme. Se, davanti al Santissimo Sacramento, ci si domanda che cosa farebbe Gesù se fosse fisicamente presente a Carpi, basta leggere il Vangelo: «Entrato nel Tempio cominciò a cacciarne fuori i venditori, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà una casa di preghiera’; voi invece ne avete fatto una spelonca di briganti”» (Lc 19, 45-46; cf. Is 56, 7; Ger 7, 11). Come apostroferebbe gli ecclesiastici indegni? In termini come questi: «Il regno di Dio sarà tolto a voi e sarà dato a un popolo che ne faccia i frutti» (Mt 21, 43). Sì, i tempi sono maturi per porre fine alla farsa postconciliare ed estrometterne i pagliacci dalla Chiesa, condannati dalla loro stessa sterilità spirituale: «Che mai più venga frutto da te» (Mt 21, 19). Il Figlio di Dio non ha patito la morte di croce per instaurare un regime di empi, affaristi e pederasti né per autorizzarne i latrocini e i vizi immondi. Fuori dalla Chiesa – e dalle chiese – falsari e profanatori con i loro sordidi costumi e lerce mercanzie! Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!


sabato 16 marzo 2024


Animam meam convertit

 

 

Il Signore «converte l’anima mia» (Sal 22, 3). La Vulgata, in ciò concordando con i LXX, traduce in modo esatto la forma causativa del verbo ebraico šub, la quale significa letteralmente fa tornare, ovvero volge indietro nel giusto senso di marcia, come espresso dal verbo greco epistréphō. Se il significato di una parola fa difficoltà all’interprete, non è ammissibile modificarlo arbitrariamente per congettura in modo da renderlo coerente con il senso da lui supposto. La traduzione consacrata dall’uso (rinfranca l’anima mia) non ha alcuna base testuale, ma risponde semplicemente al desiderio di armonizzare la frase in questione con quanto precede: «In pascoli verdeggianti mi ha collocato, ad acqua di ristoro mi ha condotto» (ibid., vv. 1-2). La traduzione letterale, tuttavia, è perfettamente coerente con le parole immediatamente seguenti (mi ha guidato su sentieri di giustizia; ibid., v. 3), nelle quali si svela il senso reale delle metafore fino allora impiegate.

Inversione di marcia

Tale movimento di riorientazione è quello richiesto da ogni conversione, sia da quella fondamentale, che conduce l’anima dal peccato alla grazia, sia da quella ulteriore, che la sospinge alla ricerca della perfezione. Anche chi si è convertito, infatti, pur avendo proscritto il peccato grave, è costantemente tentato di ergersi a misura di tutte le cose, comprese quelle di Dio. I progressi ottenuti nella condotta esterna alimentano spesso una sottile forma di superbia che, non individuata e corretta per tempo, rischia di deviare il cammino sotto apparenza di bene. Per questa ragione la seconda conversione si deve concentrare sull’acquisizione dell’umiltà, senza la quale il grado di bene raggiunto diverrebbe causa di rovina spirituale. Oltre alla serena accettazione delle umiliazioni procurate dal prossimo e all’attiva mortificazione dell’orgoglio, un efficace mezzo per crescere in questa virtù, condizione imprescindibile della carità e, quindi, di tutte le virtù autentiche, è la frequente meditazione su di essa e l’incessante richiesta rivolta al Solo che possa donarla.

Chi cerca umilmente la verità nelle questioni di fede dibattute si rende conto di aver bisogno, ben più che di una vasta erudizione o di solidi argomenti, di puntuali illuminazioni interiori concesse dallo Spirito Santo. Non si intende certo con ciò sminuire l’importanza di uno studio serio e della conduzione di ragionamenti che reggano alla critica, ma mostrare che, nel campo della conoscenza di ciò che supera l’intelletto umano, non si può fare a meno di uno specifico aiuto dall’alto. Oggetto di indagine, infatti, non sono qui le realtà terrene, bensì Dio stesso e il Suo agire nella storia; perciò la Chiesa ne ha sempre riservato la trattazione a quei suoi membri che godono di una grazia speciale in quanto insigniti dell’Ordine Sacro. La pretesa di disquisirne con mezzi meramente umani si rivela una velata forma di naturalismo intellettualistico, in quanto non tiene conto dell’assoluta necessità della grazia di stato connessa al munus docendi, detenuto esclusivamente da chi è ordinato e gode di una posizione canonica regolare in seno alla Chiesa Cattolica.

Luminoso esempio

Questa consapevolezza non è espressione di una larvata forma di tradizionalismo, incoerente con le critiche ad esso indirizzate, ma scaturisce proprio dall’incessante processo di conversione, nel quale l’umiltà si sviluppa di pari passo con il dono del timor di Dio, portando l’anima a riconoscere la pura evidenza del reale e ad adeguarvisi prontamente. Dato che non detengo la pienezza del sacerdozio, ho deciso di rinunciare ad esprimere opinioni personali sulle questioni controverse e di limitarmi a riferire quanto già asserito da chi ha maggiore autorità. Nonostante l’abissale distanza di scienza e di santità, oso prendere a modello san Tommaso d’Aquino, che non scriveva né parlava mai prima di aver pregato (nonché, per comprendere i passi più difficili della Scrittura, pure digiunato), così da poter candidamente confessare al segretario Reginaldo di aver conseguito il suo sapere non tanto con lo studio e la fatica, quanto per ispirazione divina, mostrando in tal modo la necessità e il ruolo della grazia nella cura delle discipline teologiche.

Avendo costantemente ricusato l’elevazione alla cattedra arcivescovile di Napoli, rimase semplice sacerdote per tutta la vita; ciò non gli impedì tuttavia di compensare l’inferiore grazia di stato con un’eccelsa santità di vita. In particolare brillò in lui la virtù della castità, che gli ha meritato il titolo di Doctor Angelicus e non è estranea al retto sviluppo della sua intelligenza prodigiosa. Ogni dono di natura, infatti, per quanto spiccato e capace di risultati sorprendenti, può elevarsi a certi livelli solo in chi è profondamente unito a Dio e interiormente unificato, condizione irraggiungibile senza la purezza della mente, del cuore e del corpo. Non per nulla i servitori di Lucifero hanno dispiegato ogni mezzo a loro disposizione per sradicare l’innocenza di bambini e adolescenti, così che la loro mente si ripieghi sul mero godimento fisico e si renda inabile a cogliere le realtà dello spirito. La vera tragedia del nostro tempo è che gran parte della gente non riesce più nemmeno a concepire l’esistenza dell’anima e la trascendenza del divino, assorbita com’è dalla materia.

Senza la castità, soprattutto, è impossibile sia ricevere la luce soprannaturale dei doni di intelletto e di scienza sia gustare la verità con quello di sapienza. San Tommaso aveva certamente letto tutta la Bibbia, i Padri latini e quelli greci disponibili in traduzione, le opere di Aristotele e di altri filosofi antichi; tutto questo, però, sarebbe stato motivo di orgoglio e non avrebbe prodotto i risultati che conosciamo, senza la grazia di quell’assoluta purezza che meritò a vent’anni, quando, rinchiuso dai fratelli nel tentativo di convincerlo a rinunciare alla vocazione, respinse con un tizzone ardente la ragazza lasciva introdotta nella sua stanza al fine di corromperlo. Secondo la testimonianza resa dal confessore al processo di canonizzazione, in età matura egli aveva conservato il candore e la semplicità di un bambino di cinque anni: che schiaffo morale per i sedicenti cattolici “adulti”, che spesso si voltolano nel fango e pretendono di legittimare i propri abominevoli vizi!

Direzione da seguire

I Santi, con il solo esempio, costituiscono un rimprovero e uno sprone a quanti non hanno ancora effettuato la prima conversione con una sincera ed efficace rinuncia al peccato; anche a chi è già in cammino verso la perfezione cristiana, nondimeno, mostrano concretamente la via da percorrere in modo da giungere alla mèta. È pur vero che le nostre facoltà sono indebolite per conseguenza del peccato originale, ma la grazia, nella misura in cui l’accogliamo e cooperiamo con essa, le purifica e potenzia in modo che possiamo superare i limiti della nostra condizione. Ci conforta molto trovare condensate le osservazioni fin qui esposte nell’insegnamento di un pontefice che non fu tomista, ma condivideva con l’Aquinate la limpidezza di mente e la purezza di cuore: «Tutte le facoltà dell’essere umano vengono purificate, trasformate ed elevate dalla Grazia divina» (Benedetto XVI, Udienza generale del 16 Giugno 2010). «Parlando dei Sacramenti, san Tommaso si sofferma in modo particolare sul Mistero dell’Eucaristia, per il quale ebbe una grandissima devozione, al punto che, secondo gli antichi biografi, era solito accostare il suo capo al Tabernacolo, come per sentir palpitare il Cuore divino e umano di Gesù» (Idem, Udienza generale del 23 Giugno 2010).