Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 16 marzo 2019


Malattie spirituali




Ma come, anche don Elia ad assillarci con questo chiodo fisso? Non bastano le continue rampogne da Oltretevere? Tranquilli: non mi sono convertito al neovangelo. Il fatto è che, se qualcuno abusa di un argomento, questo non è un motivo per non parlarne più; la deformazione della misericordia – esempio a caso – non è una ragione per far sentire il prete davanti al plotone di esecuzione non appena la nomini in un’omelia. Non cediamo alla strategia con cui il nemico tenta di privarci di vitali risorse spirituali rendendocene indigesta anche la sola evocazione. A forza di puntare il dito sugli altri e di lamentarsi della situazione ecclesiale, si rischia di perdere i contatti con la propria interiorità (nella quale ognuno è solo a rendere conto a Dio di se stesso), nonché di soffocare lo spirito di preghiera e di vanificare ogni possibilità di santificarsi. Questo tempo di Quaresima è quanto mai favorevole per una seria e sincera verifica.

Nella tradizione monastica d’Oriente, al centro della vita spirituale c’è la ricerca dell’apátheia (da non confondere con l’apatia, nonostante il termine italiano derivi da quello greco), cioè di quello stato interiore in cui l’anima non è più soggetta ad alcun turbamento, che provenga dal di fuori o dal suo interno. Non si tratta, qui, dell’atarassia stoica né dell’estinzione del desiderio predicata dal buddhismo (che presuppongono entrambe una certa forma di estraniazione), bensì dello stato in cui l’anima è talmente ricolma di Dio e assorbita dalla Sua presenza che nulla riesce più a scuoterla in profondità. Niente a che vedere, dunque, con una tecnica di autopacificazione individuale: qui si tratta di un effetto della pienezza di carità e di unione. Tale risultato richiede nondimeno una lunga e perseverante pratica di purificazione del cuore e una diuturna collaborazione con la grazia, che va costantemente invocata in un dialogo personale con il Signore.

Il punto di partenza è il riconoscimento del fatto che il nostro stato interiore, in ultima analisi, non dipende dalle circostanze esterne e nemmeno dal ricordo delle esperienze fatte. Indubbiamente il nostro funzionamento psichico è condizionato dalle situazioni in cui viviamo e dagli effetti delle sofferenze passate, ma in qualsiasi congiuntura ognuno di noi conserva intatto il potere di scegliere. Se ci fermiamo al livello delle pulsioni, delle emozioni e dei sentimenti, sul quale le dimensioni corporea, ambientale e relazionale hanno un forte impatto, la nostra interiorità sarà inevitabilmente determinata da fuori e soggetta alle oscillazioni di un’affettività preponderante e indisciplinata. Se invece, ricorrendo alle facoltà superiori, poniamo volta per volta la libera scelta se acconsentire o meno a una pulsione, un’emozione o un sentimento, non ne verremo catturati, ma saremo noi, al contrario, a controllarli. Lo stesso vale per le tentazioni, che, riconosciute e stroncate al primissimo sorgere, possono sempre esser vinte.

Ciò che ci caratterizza come persone è l’intelletto e la volontà. Queste due potenze ci consentono di analizzare quel che avviene nelle facoltà inferiori, di deliberare in modo conforme a ragione e di attuare le nostre decisioni in merito. Molte patologie psichiche (come depressioni, nevrosi e paranoie), almeno a un certo livello, possono essere risolte con reiterate scelte di individuazione e rigetto dei pensieri negativi o irragionevoli, prima che arrivino a offuscare la mente e paralizzare la volontà, così da prendere il sopravvento. Per non limitarsi a “tappare i buchi” all’infinito, tuttavia, è utile anche interrogarsi sulla causa del frequente ricorrere di determinati pensieri o stati d’animo. È qui che entra in gioco la memoria, la quale ha un ruolo ambivalente: i ricordi possono essere usati per alimentare una sofferenza con intenti vittimistici oppure come risorse che permettano di elaborare esperienze dolorose, cioè di riconsiderarle con una consapevolezza più matura e alla luce della fede, in modo tale da disinnescare i meccanismi di difesa con cui abbiamo reagito ad esse e continuiamo a proteggerci da circostanze simili per mera associazione.

Anche in questo caso il libero arbitrio, guidato dalla ragione, svolge un ruolo essenziale: spetta a ciascuno di noi la decisione di spezzare, con l’aiuto della grazia, gli stereotipi che lo imprigionano in un circolo vizioso, tra vittimismo e ribellione. Molto spesso il demonio ci tenta facendo leva su di essi, risuscitando brutti ricordi, esasperando dei bisogni affettivi, accentuando condotte compulsive fino a renderle ingestibili. In questi casi il grado di responsabilità personale può essere più o meno attenuato, ma questo non è un motivo per arrendersi a un “fato” ineluttabile: la libertà di negare l’assenso non è mai soppressa, né quella di lanciare un grido verso il Cielo, sempre attento ad ogni uomo e pronto a intervenire a suo favore. Molte vittorie del nemico sono dovute semplicemente al fatto che non conosciamo a sufficienza il potere del libero arbitrio né la potenza della grazia, così che, non sapendo giovarcene in modo adeguato, soccombiamo troppo presto e troppo facilmente.

I Padri del deserto lo avevano invece appreso dalla loro dura esperienza, così da potersi fare maestri di quanti ricorrevano a loro per consiglio. Ad ogni tipo di cattivi pensieri, sorgenti dei diversi vizi, essi avevano imparato a contrapporre un versetto della Sacra Scrittura: la verità rivelata, riconosciuta dall’intelletto e applicata dalla volontà, è capace di renderci liberi (cf. Gv 8, 32). Certo, bisogna a questo scopo familiarizzarsi con la Bibbia, specie con i Vangeli e con i Salmi; la loro quotidiana frequentazione, a poco a poco, ci fa assimilare il linguaggio e la sapienza di Dio, che lo Spirito Santo ci richiama poi alla mente quando serve. Nel contemplare gli eventi biblici, un ruolo prezioso può svolgere l’immaginazione, purché la si diriga nel senso voluto. Questa pazzerella, lasciata a se stessa, finisce spesso col crearsi un mondo tutto suo, dove l’ansia psicologica e le suggestioni del demonio la fanno da padrone. Mente vigile, dunque, e piedi saldamente a terra…

Vedete allora perché la preghiera precede l’azione? Il rischio di chi prega poco o male è quello di lasciare che il suo agire sia determinato, a sua insaputa, dalle malattie dell’anima e dagli inganni del diavolo. Più si procede in questa direzione, più si diventa refrattari ad ogni salutare avvertimento e ci si avviluppa caparbiamente nelle reti del nemico, pur essendo convinti di operare per puro zelo dei diritti di Dio. In tal caso, c’è un’ultima spia che può ancora accendersi prima che fonda il motore: la costatazione dei danni inflitti agli altri e – non ultimo – alla causa stessa che si pretende di difendere a testa bassa. A questo punto è bene guardarsi intorno con un po’ di umiltà e frenare opportunamente, prima di perdere il controllo della vettura e di finire contro un muro, dopo aver seminato morti e feriti. La speranza in un rinsavimento, per chi ha fede, non è mai morta.

«Se dovessimo uscire fuori di noi per conquistare la virtù, le difficoltà non mancherebbero; ma poiché essa è in noi, guardiamoci dai cattivi pensieri e custodiamo l’anima che il Signore ci ha dato come in deposito, affinché, rimanendo essa nello stato in cui l’ha foggiata, egli riconosca in noi la sua opera. Il nostro impegno sia quello di non essere schiavi dell’ira, di non essere posseduti dalla concupiscenza. Infatti è scritto: “L’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1, 20) e “La concupiscenza concepisce e genera il peccato e il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Gc 1, 15). Scelto questo metodo di vita, dobbiamo vivere molto sobriamente; è scritto infatti: “Con ogni cura vigila sul cuore” (Pr 4, 23). Abbiamo dei nemici terribili e astuti, i malvagi demoni […]. Sono invidiosi di noi cristiani e cercano con ogni mezzo di impedire la nostra ascesa verso il cielo, da dove essi sono precipitati. È quindi necessaria la continua preghiera, occorre la pratica ascetica perché chi riceve, mediante lo Spirito Santo, la grazia di distinguere gli spiriti possa conoscere […] come possono essere respinti e cacciati via» (sant’Antonio Abate, in sant’Atanasio d’Alessandria, Vita Antonii, 20-22).

sabato 9 marzo 2019


Soluzione dell’insolubile




Amate il Signore, voi tutti, suoi fedeli, poiché il Signore ricercherà la verità e retribuirà abbondantemente quanti operano con superbia. Agite virilmente e sia confortato il vostro cuore, o voi tutti che sperate nel Signore (Sal 30, 24-25 Vulg.).

A scanso di equivoci, non è un invito a una desistenza supina o a un’infingarda acquiescenza. La salvaguardia di un reale primato della carità nella nostra vita di credenti esige da noi un attento discernimento che ci aiuti a distinguere le battaglie utili e necessarie da quelle superflue o addirittura dannose. Il primo fronte su cui lottare, in questa Quaresima, è quello interiore dell’io, il quale – come abbiamo visto – è sempre tentato di mettersi al posto di Dio, anche con le migliori intenzioni. Tutti abbiamo il diritto e il dovere di giudicare sul piano dell’oggettività, con una coscienza retta e illuminata, errori dottrinali e inadempienze pastorali di una parte della gerarchia, anche ai livelli più alti, ma non abbiamo l’autorità di emettere sentenze valevoli in foro esterno. La nostra principale aspirazione deve essere quella di amare il Signore in ciò che dobbiamo sopportare, nella certezza di fede che Egli esamina ogni atto e parola in modo veritiero e, al momento stabilito, punirà i superbi in maniera adeguata. La disposizione di pazienza e sopportazione che nasce dalla speranza teologale non è una comoda scusa alla codardia, ma, sul piano soprannaturale, diventa una forma di azione veramente virile e feconda di grazie.

Lo spettacolo che abbiamo davanti agli occhi è sicuramente sempre più squallido e desolante. Per legittimare l’eresia, bisogna necessariamente rinunciare alla logica; per ammettere il vizio, si perde il pudore. Sommate i due fattori e otterrete il risultato del recente vertice vaticano sugli abusi. Ma possiamo permettere che queste ignobili farse ci avvelenino la vita? Veritatem requiret Dominus, et retribuet abundanter facientibus superbiam (Sal 30, 24). Lasciamo fare a Lui ciò che spetta a Lui e conserviamo la pace del cuore, per quanto possibile. Tremo al pensiero di quel che sta per accadere ai chierici corrotti; pregate che non comporti troppe profanazioni di cose e luoghi sacri. A questo proposito, non dimenticate che anche i salmi imprecatori sono stati composti per ispirazione dello Spirito Santo; essi hanno perciò uno scopo preciso e devono essere utilizzati come tutti gli altri. La Parola di Dio è sempre viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio (cf. Eb 4, 12): serviamocene, dunque, per le necessità di questo nostro tempo così travagliato, purché ci lasciamo muovere da quella carità che invoca il castigo degli empi per la salvezza delle anime loro e di quanti li seguono. In particolare, trovo quanto mai appropriato il Salmo 82, che non a caso è stato espunto dal nuovo breviario: «O Dio, chi è simile a te? Non tacere e non trattenerti, o Dio […]. Mio Dio, rendili come un turbine e come la paglia di fronte al vento» (Sal 82, 2.14).

È indubbio che la Chiesa sia da decenni afflitta da una profonda crisi (probabilmente la più grave della sua storia), ma essa non può venire meno. È altrettanto evidente che una parte dei suoi membri abbia apostatato in quanto ha di fatto rinnegato la verità rivelata, ma non è possibile che il Corpo di Cristo perda la fede o modifichi la propria essenza. Per questo bisogna parlare di crisi nella Chiesa, anziché di crisi della Chiesa; di apostasia nella Chiesa, piuttosto che di apostasia della Chiesa. Chi invece pone a soggetto della crisi o dell’apostasia la Chiesa stessa – definendo quella odierna, di conseguenza, falsa – è manifestamente eretico, perché la Chiesa in quanto tale non può né apostatare né cadere in errore. Se poi ci si separa dalla compagine ecclesiale con la pretesa che la vera Chiesa sussista soltanto in un determinato gruppo di eletti, ci si pone anche in stato di scisma. Rimanere nell’unica Chiesa non significa affatto essere in comunione con gli eretici e gli apostati, dato che questi ultimi (sebbene, in assenza di una dichiarazione formale del loro stato, conservino l’ufficio) non sono più membri del Corpo Mistico. In altre parole, è impossibile essere uniti a chi in realtà è fuori, anche se in apparenza è dentro.

Nessuna soluzione umana può permettere di superare la crisi e l’apostasia che sono in corso. Come opportunamente ricorda un lettore d’oltreoceano, «risolvere la situazione attuale della Chiesa non è in nostro potere, ma in potere del Signore. Quello che è in nostro potere è lavorare per la nostra salvezza e per la salvezza del nostro prossimo». L’impegno principale, per tutti, è quindi quello di conservare la fede e di viverla nella carità, evitando questioni inutili o nocive. A tal fine è necessario comprendere la volontà di Dio nelle presenti circostanze: «In questo caso, la preghiera è più importante dell’azione, specialmente per i semplici fedeli». Nell’eccesso di informazioni e di stimoli che i mezzi di comunicazione ci riversano nella mente, dobbiamo allora imparare un metodo: anzitutto scegliere consapevolmente cosa leggere; poi leggere attentamente, applicando il raziocinio e il senso critico; infine meditare quanto letto di buono per trarne il maggior frutto. Per disciplinare la curiosità morbosa e la gola intellettuale, occorre altresì imporsi regolarmente un salutare digiuno dalla lettura che lasci tempo per l’orazione.

Ugo di San Vittore (1096-1141), grande maestro di sapienza all’epoca della fioritura universitaria d’Europa, insegna a selezionare le conoscenze in modo tale che tornino realmente giovevoli: «Rifletti quant’è dannosa tale abitudine: quanto più si accumulano nozioni superflue, tanto meno è possibile capire e fissare nella memoria le cose vantaggiose» (Didascalicon, III, 5). Bisogna altresì sviluppare, con la riflessione personale, le nozioni acquisite: «L’inizio del sapere si trova dunque nella lettura, ma il suo compimento perfetto si realizza nella meditazione: coloro che sanno amarla con familiare consuetudine e vi si applicano a lungo, rendono la loro vita assai lieta e trovano grandissimo conforto nelle avversità. La meditazione riesce efficacemente ad allontanare lo spirito dal frastuono delle cose terrene e permette di pregustare in qualche modo, già in questa vita, la dolcezza della pace eterna» (ibid., III, 10). Se questo vale per il modo cristiano di trattare le scienze, in cui si rispecchia la sapienza divina, tanto più si verifica nella considerazione delle verità di fede, nella quale il Creatore si manifesta all’anima come suo Redentore e mistico Sposo.

Per agire virilmente, amando effettivamente il Signore e il prossimo per amore Suo, preparando il terreno al Suo intervento e cooperando all’attuazione dei Suoi piani di salvezza per il mondo, una condizione indispensabile è il silenzio interiore e, nella misura del possibile, anche esteriore. Il raggiungimento di tale condizione dipende da una sana disciplina dei pensieri, delle letture e delle parole. Senza questo impegno ascetico si cade facilmente vittime, sul fronte esterno, degli inganni diversivi e dei trucchi della propaganda; sul fronte interno, della presunzione e del libero esame, che pongono il giudizio privato al di sopra di tutto. Il fatto che il clero, negli ultimi decenni, si sia tanto squalificato ha condotto molti fedeli a farsi maestri di sé stessi e a non riconoscere più alcuna autorità dottrinale. È vero che l’attuale è l’era dei laici, visto che il Signore deve spesso servirsi di loro per riprendere e illuminare i Suoi ministri confusi o infedeli, ma questa situazione eccezionale non può risultare in un capovolgimento – non molto dissimile, nella sostanza, da quello operato dai modernisti – della struttura ecclesiale.

Un sacerdote deve essere sempre disponibile e sinceramente grato delle giuste osservazioni, purché, per l’onore di Cristo, si rispetti la grazia di stato conferita in modo permanente ai Suoi ministri. Un prete le può indubbiamente frapporre ostacolo per ignoranza, peccato o cattiva volontà, ma essa, congiunta a sana dottrina e retta coscienza, opera in modo certo e soprannaturale per la sicurezza e la pace dei fedeli, la cui preghiera per i sacerdoti è nondimeno sempre necessaria. La pratica del silenzio non mira dunque a inibire un’utile correzione, ma ad aprire la mente e a disporre il cuore alla sapienza di Dio, la quale rifugge sempre dagli estremi, sia dagli accomodanti compromessi con la menzogna e l’errore (che, a lungo andare, rendono indifferenti alla verità), sia dalle conclusioni trancianti su questioni delicatissime (che, prima o poi, sfociano nel sedevacantismo o in atteggiamenti e condotte settarie). Dobbiamo accettare che certe domande, almeno per il momento, rimangano senza una risposta definitiva, soprattutto riguardo al ministero petrino. Anche questo è un esercizio di fede: anziché cercare a tutti i costi una soluzione, rompendoci il capo con problemi che non ci competono, affidiamoci a Dio, che tutto sa e sempre provvede.

Sì, c’è un frutto per il giusto; sì, c’è un Dio che li giudica sulla terra (Sal 57, 12 Vulg.).

sabato 2 marzo 2019


Trappole dell’anima




Un’altra Quaresima è alle porte. Prima di inoltrarci in questo cammino di rinnovata conversione, è bene che ci soffermiamo ancora una volta su equivoci e pericoli che possono non solo inficiare alla radice ogni impegno penitenziale, ma farlo addirittura servire al fine opposto: anziché a santificarci, ad allontanarci dalla mèta. Dobbiamo renderci conto che, come l’aria inquinata che siamo costretti a respirare, anche in campo spirituale – volenti o nolenti – abbiamo assorbito un’atmosfera malsana, cioè quella mentalità antropocentrica che genera inevitabilmente individualismo e ripiegamento su di sé. Molto spesso anche la religione è utilizzata in vista della soddisfazione dell’io, anziché come via per donarsi a Dio portando pazientemente la croce e offrendosi a Lui in ogni circostanza. Questa inversione del senso si riscontra non solo fra i modernisti, ma anche fra i tradizionalisti: molti vanno in cerca di ciò che compiace l’ego e alimenta l’orgoglio, rigettando o ignorando, al tempo stesso, quanto disturba le loro convinzioni o non gratifica le loro esigenze soggettive.

Sintomo caratteristico di tale atteggiamento è la preferenza per letture che incontrino un irrequieto bisogno di confronto, disputa, polemica, determinato da qualche disagio personale o teso a placare la voglia di affermare il proprio punto di vista a detrimento degli altri. Esso però, come un mostro insaziabile, tanto più si accresce quanto più lo si nutre. Dominati da questa disposizione selettiva, si diventa progressivamente insensibili alla Sacra Scrittura, ai testi dei Padri e dei Santi, alla letteratura ascetica e mistica, che pongono invece la coscienza di fronte a se stessa, obbligandola a rimettersi salutarmente in discussione. Soltanto rientrando in sé, infatti, l’uomo ritrova Dio e, in Lui, anche il proprio vero io, ossia quel bambino cui è riservato l’accesso al Regno dei Cieli (cf. Mt 18, 3). È triste che, proprio in nome di un apparente zelo per il Signore, si finisca col lasciarlo fuori dal proprio cuore, insieme al prossimo…

Particolarmente pericolosa è la predilezione per messaggi di pretesa origine soprannaturale, di cui c’è attualmente una vera e propria inflazione. I fenomeni che non provengono dal Cielo, di solito, si tradiscono per qualche errore dottrinale o anche, semplicemente, per la loro meccanica ripetitività. Essi comunicano ai loro devoti una falsa tranquillità morale fondata sull’illusione che basti leggerli per essere a posto, mentre di fatto non si verifica alcun reale progresso sul piano morale e spirituale. Anche la sete di sensazionale si acuisce quanto più la si soddisfa, dato che non nasce da un sincero desiderio di ascoltare il Signore ai fini della propria correzione, ma da quello di soddisfare l’ego. Su questa china può accadere che taluni si smarriscano in dottrine e pratiche – solo apparentemente religiose – proposte come spiegazioni esoteriche del cristianesimo, le quali, contrabbandando in realtà la gnosi con il suo zelo contraffatto, espongono incauti e improvvisati studiosi a nocivi legami con il mondo dell’occulto. Sintomo inconfondibile di tale tipo di infestazione è una cocciuta sordità a qualsiasi messa in guardia.

Senza un impegno effettivo nella pratica delle virtù cristiane, specialmente dell’amore di Dio e del prossimo, si corre il rischio di lasciarsi affascinare anche da dottrine pseudomistiche che la rimpiazzano con atti puramente mentali di assimilazione alla volontà divina, rendendo la grazia di fatto superflua e, con la preclusione dell’intervento della volontà umana, impedendole di applicarsi. Lo smarrimento in una mistica immaginaria può condurre a forme di vera e propria alienazione: se si sopprime la distinzione tra i due soggetti, l’uomo e Dio, si finisce con il confondere i propri impulsi naturali con le mozioni dello Spirito Santo, se non con l’aprire inconsapevolmente le porte all’azione di un terzo. Perfino nella Persona divina del Verbo incarnato (nella quale, in virtù dell’unione ipostatica, sussiste la natura umana) ci sono due volontà distinte, di cui l’una è perfettamente sottomessa all’altra, piuttosto che da essa annullata; infatti le due nature, unite, non si confondono né si alterano. Il Salvatore ha riparato ai peccati umani con i suoi atti teandrici, soprattutto quelli della Passione, che hanno un valore infinito; di conseguenza non ha avuto alcun bisogno di ripetere tutte le azioni degli uomini né tanto meno che lo facciamo noi, che per conseguire la salvezza definitiva dobbiamo semplicemente imitarlo con l’aiuto della grazia, frutto della Redenzione.

Non mancano poi coloro – purtroppo sempre più numerosi – che si lasciano irretire da problemi falsi o superflui, spesso sollevati con l’appoggio di presunte rivelazioni o indiscrezioni. Un tipico esempio è l’asserita invalidità della Messa celebrata in comunione con un eretico: è un marchiano errore dottrinale che, sostenuto pervicacemente, diventa a sua volta eresia. Lo scrupolo riguardante la liceità della partecipazione a tale Messa è risolto dal fatto che l’eretico in questione non è stato ancora dichiarato tale, motivo per cui la coscienza dei fedeli ha diritto di rimanere tranquilla. Altro allarme, agitato da qualche anno a questa parte, è quello relativo a una prossima invalidazione del rito, ma – anche ammesso che ciò sia possibile – tale eventualità non si è ancora verificata. Questioni del genere, in definitiva, non fanno altro che togliere la pace interiore, già tanto minacciata, e logorare lo spirito di orazione fino ad annientarlo, quando non spingono addirittura ad astenersi dai Sacramenti senza ragione, rimanendo privi di ogni sostegno soprannaturale e rischiando di ritrovarsi spiritualmente spacciati. Visti questi risultati, si stenta a credere che non ci sia di mezzo il cornuto o, per lo meno, qualcuno che ha interesse a innalzare ulteriormente il livello, già elevato, di confusione o a creare divisione nella resistenza cattolica.

Una comune matrice antropocentrica ed egotistica può spiegare la paradossale convergenza di due orientamenti esternamente opposti (il modernismo e un certo tradizionalismo) in esiti analoghi: il rifiuto preconcetto dell’autorità ecclesiastica e il correlativo trionfo del libero esame, con il prevalere indiscriminato del giudizio privato su quello gerarchico. Ciò non può provocare se non un crescendo di sistematica disobbedienza e insubordinazione, sfociante in uno stato di sostanziale anarchia e, a causa di innumerevoli sfaccettature ideologiche, in una frantumazione senza fine della compagine ecclesiale. Il totale assorbimento delle energie interiori nelle interminabili diatribe di una reciproca e molteplice contestazione dialettica spegne impercettibilmente la vita spirituale e soffoca lo sforzo di santificazione, sostituendo la carità con il surrogato di uno zelo apparente. Non bisogna pertanto sottovalutare questa azione strisciante del nemico, che è capace di neutralizzarci senza che ce ne rendiamo minimamente conto.

Anche gli effetti della condotta seguita dalla gerarchia con i contestatori possono risultare fatali. In passato, le strategie curiali erano più fini e dissimulate: per ammansirli, i superiori ne allettavano l’ambizione con prospettive di carriera, offrendo loro posti prestigiosi in cui, oltretutto, li avrebbero tenuti sotto controllo. L’inconveniente è che i furbi, fingendosi pentiti, si sono infiltrati nel sistema di potere e, anziché lasciarsene assimilare, lo hanno rivoluzionato dall’interno. Oggi, capovoltasi la situazione, la risposta di quelli che comandano a quanti li criticano è rozza e sbrigativa: semplicemente li schiacciano ed escludono, con il risultato – questa volta – che i dissidenti si trasformano spesso in rivoluzionari di segno contrario. Uno dei fatti più dolorosi è per me il dover assistere, praticamente impotente, all’abbandono della Chiesa da parte di sacerdoti e fedeli che, per effetto di un malinteso fervore, son diventati refrattari ad ogni tentativo di persuasione. Causa remota di tale accecamento – mi sembra – è il rifiuto della croce o una superbia camuffata da santo zelo.

È indubbio che il protrarsi della situazione attuale possa spingere all’esasperazione, ma il segreto per evitare questo esito è trasformarla in mezzo di santificazione personale. Il sistema sovietico, con il quale l’odierno regime ecclesiastico mostra una profonda analogia, soppresse tutti i monasteri (a parte quello delle Grotte di Pskov, che riuscì a resistere sino alla fine), risparmiando la sola Lavra di San Sergio come pezzo da museo e strumento di propaganda, per mostrare il passato oscurantista del Paese ormai liberato dal tetro retaggio medievale. Il criterio con cui si lasciano vivere gli istituti facenti capo all’estinta Commissione Ecclesia Dei pare il medesimo; tuttavia, anche se in pubblico sono costretti a far buon viso a cattivo gioco, nessuno può impedire ai loro membri di crescere nella santità accettando questa scomoda posizione come una croce che il Signore fa portare per il genuino rinnovamento della Sua Sposa.

Anche la sorte degli istituti commissariati o di singoli sacerdoti, religiosi e fedeli di orientamento tradizionale, tollerati in contesti del tutto ostili, richiama alla mente quella di quei monaci russi che non furono massacrati come gli altri, ma vennero tenuti in vita nei loro monasteri, riconvertiti in gulag, per il gusto di tormentarli o per ottenerne utili servigi. Essi, per non cedere alla disperazione, scelsero deliberatamente quell’orribile stato quale nuova forma di ascesi e di esercizio della carità, prescritta dalla Provvidenza come dal padre spirituale. Perfino un’anima non cristiana, come Viktor Frankl nel campo di Auschwitz, riesce a sopportare prove spaventose, se può dare ad esse un senso; quanto più è in grado di farlo chi è dotato della grazia e sa unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo crocifisso! È pur vero che i miasmi modernisti in cui siamo cresciuti ci hanno tolto lo spirito di pazienza e sopportazione, fino a renderci inviso anche il minimo disagio; ma la nostra situazione non è certo paragonabile a quella dei gulag o dei campi di sterminio.

Purché lo si voglia con volontà determinata, umile e perseverante, con l’aiuto della grazia santificante è possibile a tutti esercitare le virtù, in attesa che il Signore provveda; la Chiesa, in fin dei conti, non è forse Sua? Sulle orme dei Santi, mettiamoci dunque con decisione al Suo seguito per conformarci a Lui e riprodurre in noi, nella misura concessaci da Dio, le Sue fattezze. Vi rendete conto della grazia immensa di esser stati considerati degni di soffrire perché la Chiesa si rinnovi secondo il volere del suo Sposo? Tale consapevolezza riempie l’anima di una pace dolente e di un’afflizione serena, che la rendono pronta a tutto sopportare per amore, senza sterili recriminazioni, con quella soprannaturale mitezza da cui fluisce un’ineffabile dolcezza interiore. Che il Signore la conceda ad ognuno di voi, non senza un umile sforzo e una costante invocazione.


Esaudisci con clemenza, te ne preghiamo, Signore, le preghiere del tuo popolo, affinché noi, che giustamente veniamo percossi per i nostri peccati, siamo misericordiosamente liberati per la gloria del tuo nome (dalla Liturgia).

sabato 23 febbraio 2019


Matrimonio: persona sì, personalismo no




Persona est rationalis naturae individua substantia (Severino Boezio).

Chiarire il giusto significato del termine persona, nell’attuale temperie culturale ed ecclesiale, è di vitale importanza. Per sgombrare il campo dagli equivoci, occorre anzitutto rilevare che, in ambito teologico, questa parola viene usata in senso analogico; essa non può quindi essere intesa allo stesso modo per parlare della persona umana e delle Persone della Santissima Trinità. Nel secondo caso, infatti, il termine designa pure relazioni che hanno una sussistenza ontologica (le famose relazioni sussistenti della teologia scolastica): sono tre soggetti inseparabili che sussistono eternamente in virtù dell’incessante dono della natura divina, che inizia dal Padre quale principio, si compie nel Figlio quale termine che a sua volta lo rende e si realizza nello Spirito Santo quale dono in atto. È evidente che tale accezione sia ammissibile unicamente in Dio, che è puro spirito e la cui natura è assolutamente semplice, ciò che rende possibile la comunicazione totale di sé tra le Persone divine.

Nel caso dell’uomo, essere finito e circoscritto composto di anima e corpo, il termine persona ha necessariamente un senso differente, per quanto analogo. Qui – secondo la definizione di Boezio riportata in apertura – esso designa una sostanza individuale di natura razionale, cioè un singolo essere, che sussiste in sé e per sé, caratterizzato dalla razionalità. La doppia costituzione in spirito e materia non si oppone all’unità di natura, dato che l’elemento spirituale, quale principio unificante (la forma in senso metafisico), organizza la base organica in modo tale che sia il corpo umano del singolo individuo. L’essenza dell’uomo comporta quindi l’essere dotato di autocoscienza e linguaggio articolato, intelletto conoscente e raziocinante, volontà deliberante e capacità di relazione, tutte cose che, nonostante l’abissale salto ontologico, rendono l’uomo simile a Dio, del quale è così immagine nella creazione visibile. Risulta chiaro, in tale quadro, che una totale comunicazione di sé è per lui costitutivamente impossibile; il concetto di persona umana non si esaurisce nella relazione (come tende invece a pensare certa “teologia” cattolica contemporanea), ma presuppone un fondamento permanente nell’ordine dell’essere.

L’uomo è infatti un soggetto. Con il lemma latino corrispondente (subiectum) si possono intendere due realtà distinte, ma – nel caso in esame – correlate: o il sostrato ontologico stabile cui ineriscono le varie determinazioni che distinguono gli individui concreti (accidenti o attributi), o il principio personale sussistente cui va riferita la paternità di ogni attività libera dell’individuo. Nella Trinità ogni soggetto ha in comune con gli altri due la stessa sostanza e la stessa natura, motivo per cui tutte e tre le Persone divine, ogni volta che agiscono, compiono insieme un’unica e medesima operazione, anche se la Rivelazione usa attribuire le singole azioni all’una o all’altra (appropriazioni). Tra gli esseri umani, al contrario, non potrà mai esserci – neanche tra sposi – un grado di unione così piena e profonda da rendere possibile qualcosa del genere. Affermare come fine primario del matrimonio il raggiungimento di tale unità è pertanto un inganno o una favola, tanto più perniciosi quanto più nefaste ne sono, come stiamo per vedere, le conseguenze.

L’unico atto che due esseri umani (per natura, un uomo e una donna) possono compiere insieme come operazione comune effettuata da due soggetti inseparabili è l’atto coniugale; nemmeno in esso, tuttavia, si realizza una comunicazione totale di sé (cosa impossibile – come abbiamo visto – a individui finiti), sebbene la donazione reciproca tra persone che in esso avviene non possa essere più completa. Nelle condizioni che, per volere del Creatore, sono inscindibili dal suo fine intrinseco (cioè all’interno del matrimonio, comunione indissolubile di tutta la vita) tale atto è di per sé buono, in quanto è finalizzato, per sua stessa natura, alla generazione di altri esseri umani, ovvero alla moltiplicazione delle creature più nobili del mondo visibile, che vi tengono il posto di Dio e sono chiamate alla Sua eterna gloria. La visione cristiana della sessualità, esercitata tra un uomo e una donna legittimamente sposati, non ha nulla da spartire con il disprezzo gnostico per la procreazione, ma ne rivela al contrario la sublime grandezza.

Alla luce di questa visione, è naturale che, tra i due fini del matrimonio (quello unitivo e quello generativo) ci sia una gerarchia fondata sull’essere stesso dell’uomo: la procreazione risulta così il fine primario, l’unione degli sposi il fine secondario. Ciò non significa affatto che quest’ultimo sia puramente accessorio o quasi superfluo, dato che una buona e costante relazione tra i genitori è anzi indispensabile perché i figli crescano in un ambiente sereno e armonioso. Ogni essere umano ha il diritto nativo e inalienabile di venire al mondo in una vera famiglia, fondata su un vincolo stabile e coesa nell’amore; tale contesto è infatti di estrema importanza perché i bambini possano assumere la propria identità sessuata, già fissata nel concepimento, ricevere la fede nel focolare domestico, come Dio vuole che avvenga, conoscere il Suo amore infinito, essere rettamente formati sul piano morale e svilupparsi come persone.

Purtroppo, a partire dal Concilio Vaticano II, quest’ordine naturale tra i due fini del matrimonio è stato ribaltato, nonostante tutto il Magistero precedente lo avesse insegnato con estrema chiarezza, condannando esplicitamente l’errore di equipararli. Raccomando, a quanti non la conoscano ancora, la lettura della stupenda enciclica di Pio XI Casti connubii (1930), che riprende e amplifica quella di Leone XIII sullo stesso tema (Arcanum divinae, 1880) e il cui insegnamento sarà a sua volta ribadito da Pio XII in numerosi discorsi. Lo schema di costituzione dogmatica sulla famiglia e sul matrimonio che era stato redatto in vista dell’ultimo concilio, di recente ripubblicato in italiano, sintetizza mirabilmente tutta la dottrina precedente e coerentemente la aggiorna tenendo conto delle pericolose tendenze teologiche che già stavano facendosi strada; esso fu però cestinato per opera di alcuni cardinali massoni, i quali ridussero poi tutta la trattazione di questo importantissimo soggetto a sei paragrafi dispersi in quel pantano di ambiguità e inesattezze che è la Gaudium et spes.

Nel nostro caso, l’innegabile scollamento dalla Tradizione cattolica, rimasta invariata fino a quel momento, consiste nella precaria equiparazione dei due fini, che si è ben presto risolta, di fatto, nella prevalenza di quello secondario su quello primario. Ciò li ha annullati entrambi: la natalità è crollata e il matrimonio indissolubile è sostanzialmente scomparso. È innegabile che l’uomo e la donna, nella vita coniugale, siano chiamati a realizzarsi come persone e a completarsi a vicenda; ma considerare questa l’unica via di vera umanizzazione presuppone due gravi errori di fondo, l’uno di ordine filosofico, l’altro di ordine teologico. Il primo è la convinzione che l’uomo non sia tale, in virtù della sua natura, fin dal concepimento e in ogni circostanza (anche quando non è ancora o non è più o non sarà mai in grado di esplicitare le proprie potenzialità), ma lo divenga nella misura in cui può fare determinate cose. Il secondo è il restringimento della vocazione umana all’orizzonte terreno, con l’oblio della destinazione celeste e l’abbandono dei mezzi soprannaturali necessari a raggiungerla, sostituiti da ideologie immanentistiche e da tecniche psicologiche.

Le conseguenze di tale impostazione son davvero rovinose, come ognuno può facilmente costatare. Se l’essere umano non può realizzarsi pienamente se non nell’esercizio della sessualità, non c’è più posto per il celibato sacerdotale e per la verginità consacrata; la castità che preti, frati e suore sono obbligati a osservare sotto colpa di sacrilegio, con una mentalità del genere, diventa impossibile, anche perché l’appetito sessuale, una volta ammesso in una situazione di difficile soddisfazione, si trasforma in una bestia ingestibile che travolge ogni paletto, fino ai tristemente noti abusi di minori. Quanti invece non sono in grado di fare sesso – come dicono – per difetto di natura, in questa visione sono condannati all’infelicità perpetua, motivo per cui, qualora si presuma di diagnosticare tale anomalia prima della nascita, essi sono sistematicamente soppressi per decisione altrui, oppure, qualora abbiano raggiunto un’età avanzata, in molti Paesi sono caldamente invitati a togliersi di mezzo con un civilissimo suicidio assistito.

Altrettanto gravi sono i danni che ne ha riportato l’istituto familiare. Se fine primario del matrimonio è l’unione degli sposi, è inevitabile che, qualora la relazione vada in crisi o, come suol dirsi, finisca l’amore, si voglia por termine alla comunione di vita senza alcun riguardo per il vincolo indissolubile. La Gaudium et spes ha così spianato la via all’ammissione del divorzio anche da parte dei cattolici, caduti nella trappola di una concezione irrealistica della vita a due, cioè di un impossibile sogno che, inevitabilmente frustrato, esaspera i conflitti e istiga alla separazione. L’essenza dell’amore coniugale, espressa nel consenso matrimoniale, non sta però nel sentimento o nella cosiddetta intesa sessuale, bensì nell’irrevocabile volontà di servirsi e onorarsi per tutta la vita. Nel matrimonio cristiano gli sposi si aiutano vicendevolmente a santificarsi, così da poter ottenere entrambi la salvezza eterna. Se l’obiettivo è il Paradiso, essi possono ben portare insieme, sostenuti dalla grazia permanente del sacramento, la croce di una convivenza non sempre facile: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 17-18).

Ancora: se la procreazione scivola in secondo piano a vantaggio dell’unione fisica, considerata un valore in se stessa a prescindere dalla prima, non si può fare a meno di desiderare il rapporto intimo evitandone l’effetto naturale, la gravidanza. In tal modo il Vaticano II ha sia posto le premesse allo sdoganamento dell’erotismo (che fa della sposa una prostituta e riduce a postribolo il santuario della vita), sia spalancato le porte alla contraccezione; serve a poco, poi, condannarla a posteriori senza smentirne i falsi presupposti, soprattutto se il numero di figli, in nome di una mentalità contraccettiva spacciata per paternità responsabile, non è più lasciato al beneplacito del Creatore, ma abbandonato all’arbitrio degli sposi stessi, che di Lui sono ministri e che, di conseguenza, alle Sue disposizioni devono attenersi, pur cercando di regolare l’uso dei diritti coniugali secondo una sana prudenza cristiana. Il ricorso stesso ai metodi naturali, al di fuori di casi di grave necessità ben circoscritti, risulta peccaminoso, se mosso dall’intenzione di scongiurare a tutti i costi un concepimento.

Ma gli effetti disastrosi del rigetto della dottrina tradizionale in questa materia non si fermano qui. Se la persona umana si definisce a partire dalla relazione, ogni tipo di relazione che tenda ad unire delle persone va necessariamente ammesso senza escludere soddisfazioni erotiche, a torto considerate imprescindibili per esseri sessuati. Ecco così giustificato l’omosessualismo in tutte le salse possibili, mentre l’amicizia disinteressata, tipica manifestazione relazionale di esseri dotati di anima spirituale e fondamento ultimo dello stesso amore coniugale, è destituita di senso, specialmente in una società ossessionata dal sesso grazie alle aberranti teorie di un Freud o di un Fromm (letture praticamente obbligatorie, a partire dagli anni Sessanta, in molti seminari e conventi). La sessualità sganciata dalla procreazione, suo intrinseco fine, si apre quindi a tutte le perversioni immaginabili e diventa espressione di gravi patologie affettive, creando relazioni infernali da ogni punto di vista e ottenendo così il risultato opposto a quello che si pretendeva di raggiungere.

Oggi certi pseudoteologi, nei loro empi deliri, giungono invece a bestemmiare in modo intollerabile, quando sostengono che i rapporti sodomitici, essendo più disinteressati di quelli naturali in quanto esenti dalla volontà di procreare, rifletterebbero più da vicino lo scambio d’amore che avviene tra le Persone divine. Questa è una conseguenza estrema della confusione (che abbiamo intenzionalmente dissipato all’inizio) nell’uso del termine persona, definito esclusivamente in chiave relazionale. Ma, com’è ormai chiaro, la relazione è per gli uomini non un fatto ontologico e quindi immutabile e totale, come nella Trinità, bensì un fatto meramente morale e quindi – a meno che non sia vincolata in modo irreversibile, come nel matrimonio – accidentale, instabile e mutevole. La possibilità di partecipare alla vita trinitaria è cionondimeno aperta all’uomo nella vita di grazia, ma quest’ultima è una realtà soprannaturale cui si accede soltanto con la fede e il Battesimo, non certo con pratiche sessuali contro natura che gridano vendetta al cospetto di Dio.

Chi, con un’apparentemente innocua modifica della dottrina, ha provocato questo crollo gigantesco è passato già da decenni davanti al giusto giudizio di Dio e si trova nel luogo che ha scelto. A noi resta il compito di metterci in salvo dal naufragio rimettendo piede sulla terra ferma del Magistero perenne, che è pur sempre a nostra disposizione, e aiutando al contempo quanti il Signore ci affida a fare la stessa cosa, incoraggiati dalla nostra parola, dalla nostra testimonianza e dalla nostra gioia. L’insegnamento cattolico sul matrimonio, per quanto arduo possa apparire nell’odierno contesto socio-culturale, contiene una bellezza, una nobiltà e un potenziale di felicità insuperabili, dato che rispecchia fedelmente la volontà del Creatore. Senza nulla togliere al primato della vita consacrata, che anticipa la condizione celeste del battezzato, oggi è quanto mai urgente formare vere famiglie cristiane, numerose e ricche di vocazioni, tali cioè da dare al Signore la massima gloria possibile da parte delle creature capaci di amarlo e servirlo anche col corpo.

sabato 16 febbraio 2019


Il tradimento dei gesuiti




Corruptio optimi pessima.

Nel XVI secolo la propaganda protestante – anche grazie all’inescusabile ritardo di una Roma restia a riformarsi dalla sua scandalosa corruzione persino dopo il terribile sacco del 1527 – dilagò ovunque in Europa, in curie diocesane, corti principesche, università civili e facoltà teologiche. La novità faceva agevolmente presa su clero e intellettuali disgustati della condotta della corte papale e dei presuli latitanti che vi soggiornavano stabilmente, anziché stare alla guida del loro gregge. L’atteso concilio finalmente convocato a Trento, seppure in extremis, fu più volte interrotto per anni. A molti la situazione sarebbe potuta sembrare disperata, ma la Provvidenza aveva già suscitato santi vescovi e fondatori che fornissero gli strumenti della rinascita: gesuiti, teatini, barnabiti, cappuccini e tanti altri sul campo di battaglia; nelle retrovie, a sostenere i combattenti con la preghiera e l’offerta di sé, le carmelitane riformate e, più tardi, le visitandine.

Quelle forze, oggi, si sono in gran parte estenuate se non addirittura pervertite, a cominciare dai gesuiti, legati a tutti i principali movimenti sovversivi del XX secolo, dalla riconciliazione con la massoneria all’intesa con i comunisti, dal cinema corruttore al sincretismo religioso, dalla svolta antropologica alla teologia della liberazione, dai figli dei fiori al movimento omosessuale… Già san Carlo Borromeo, a suo tempo, aveva auspicato la soppressione di un’istituzione di cui, malgrado gli indubbi meriti e l’eccelsa santità del fondatore, nonché di tanti membri, presagiva fin da allora che avrebbe potuto prendere una piega preoccupante a causa di un potere sempre più vasto, capillare e incontrollabile, che poteva essere usato in bene come in male. Ma pure in tempi più recenti, dopo la clamorosa svolta dell’Ordine, che influenzò in modo decisivo il Concilio e i successivi sviluppi, Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato, pensò di sopprimerli di nuovo con l’appoggio del fidato Ratzinger o per lo meno di effettuare un drastico intervento di riforma con l’allontanamento del famigerato padre Arrupe, amico dei gesuiti rivoluzionari sudamericani e apologeta di Teilhard de Chardin, esoterista e falso scienziato che aveva introdotto nella teologia cattolica la visione del mondo propria dell’occultismo cabalistico-massonico.

Non siamo in grado di ricostruire le trame occulte che possano spiegare l’incredibile metamorfosi – almeno nel complesso – dell’Ordine che rappresentava la punta di diamante della Chiesa Cattolica, non solo nel campo della teologia, ma anche nell’ambito della ricerca scientifica. Sta di fatto che, nel primo dopoguerra, si moltiplicano i contatti, miranti a stabilire un dialogo, tra singoli gesuiti e alti rappresentanti della massoneria, specialmente in Francia. Uno dei più fervidi promotori di tale incontro sarà, subito dopo il secondo conflitto mondiale, quell’Yves Marsaudon, membro del supremo consiglio delle logge francesi di tradizione scozzese, che frequenterà assiduamente il nunzio apostolico dell’epoca, monsignor Angelo Giuseppe Roncalli. È proprio in quegli anni, ma soprattutto a partire dalla morte (1955), che a dispetto delle condanne inizia il culto del pensiero di Teilhard de Chardin, convinto evoluzionista e adoratore di una materia divinizzata, considerata matrice di sviluppo dello spirito e grembo di gestazione di un Cristo cosmico in cui l’uomo dovrebbe trovare compimento qual essere sovrumano…

Questa visione tipicamente gnostica era valsa al gesuita, nel 1926, la rimozione dall’insegnamento e la proibizione di pubblicare, nonché il trasferimento in Cina. Laggiù aveva nondimeno avuto agio di approfondire le filosofie orientali (così congeniali alle sue idee) e di accreditarsi come paleontologo, fatto che gli aveva poi dato, in virtù di una fama artificiale, la possibilità di riciclarsi nelle università civili. La postuma aureola di riconciliatore della fede con la scienza non incantò però il cardinal Ottaviani, il quale nel 1958, pur senza metterle all’Indice, ordinò il ritiro delle sue opere da tutte le biblioteche religiose. Malgrado ciò ai riconoscimenti laici, specie in Francia e negli Stati Uniti, si associarono ben presto esplicite operazioni di riabilitazione ecclesiastica, a partire dal libro pubblicato nel 1962 da un altro gesuita sospetto, Henri de Lubac. Fu così che la gnosi teilhardiana – come più tardi ammesso da Josef Ratzinger – poté permeare in profondità il manifesto del rinnovamento conciliare, la Gaudium et spes. Non meraviglia affatto, a questo punto, che un cardinal Casaroli, nel 1981, ne abbia tessuto l’elogio in una missiva al futuro cardinal Poupard; è un po’ più imbarazzante, invece, che vi abbia fatto riferimento Benedetto XVI nell’evocare un’escatologica liturgia cosmica.

Senza una sotterranea manovra di promozione è inspiegabile come una simile ideologia allucinata, irrazionale e blasfema, basata sul rinnegamento della fede e sulla falsificazione dei dati scientifici, si sia imposta nella Chiesa Cattolica come catalizzatore del cristianesimo a venire. Gli evidenti tratti demoniaci, prima ancora che allo studio e alla pratica dell’esoterismo, scaturiscono da un’inquietante esperienza che il piccolo Pierre fece già nell’infanzia, quando, sentendosi attirato da una presenza panica che gli si rivelava nella natura, le acconsentì voluttuosamente, come racconterà egli stesso. Siamo obbligati a concludere che il Sant’Uffizio, per qualche ragione a noi ignota, non fu abbastanza severo nei confronti del teologo; un personaggio del genere, pochi secoli prima, avrebbe fatto la fine di un Giordano Bruno, suo parente stretto. Possiamo soltanto ammettere che i gesuiti deviati fossero già così potenti, all’interno della Curia Romana, da poter influenzare le decisioni di papa Pio XII; il suo confessore, d’altronde, non era forse il biblista Augustin Bea, fautore della riforma liturgica e dell’esegesi storico-critica, nonché sognatore di un concilio in cui la Chiesa rivedesse finalmente la sua dottrina sul giudaismo e sugli acattolici?

Alla dissoluzione dogmatica innescata da Teilhard e proseguita, seppur più discretamente, da de Lubac con la sostanziale riduzione della grazia alla natura, si affiancava la demolizione delle fonti della fede e della loro autorità. La Scrittura (ora trattata come un’opera letteraria qualunque) e la Tradizione (attestata in modo eminente dalla lex orandi) dovevano subire una sottile e pervasiva manipolazione dettata da “incontestabili” ragioni filologiche. L’École biblique di Gerusalemme – come chiunque può osservare nelle note della sua celebre Bibbia – si autorizzava allegramente ad alterare il textus receptus in base a mere illazioni e congetture di studiosi. Intanto il gesuita Stanislas Lyonnet, allievo di Bea e a sua volta maestro di Martini, dava il la allo stravolgimento della teologia biblica con un’interpretazione tendenziosa del peccato originale e della giustizia divina, ripensata come fedeltà di Dio alle proprie promesse ed epurata dell’aspetto retributivo, il quale è continuamente sottolineato, invece, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (a titolo di esempio, cf. Sal 61, 13; Pr 24, 12; Mt 16, 27; Rm 2, 6; 1 Pt 1, 17; Ap 22, 12).

La reazione dei professori dell’Università Lateranense, capeggiati da Piolanti e Spadafora, in nome della retta dottrina ebbe per esito, nel 1962, la sospensione di Lyonnet dalla cattedra, presto resagli, nel 1964, per intervento di Paolo VI. Con questo avallo di fatto dell’interpretazione modernista dell’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII, le porte dei seminari venivano spalancate alla nouvelle théologie, ormai libera di reinterpretare la Rivelazione in chiave esistenzialistica e di ridurre il Magistero a un’ermeneutica fra le altre, ineluttabilmente soggetta all’evoluzione culturale. Pochi si avvidero – facendosi perciò condannare all’ostracismo – del fatto che una tale legittimazione modificava i princìpi stessi della riflessione teologica, in tal modo consegnata allo storicismo con inevitabili esiti soggettivistici e relativistici. Non è risolutivo, in tale contesto, accanirsi a confutare singole innovazioni del Vaticano II (come la collegialità, l’ecumenismo e la libertà religiosa), né fermarsi alla condanna del modernismo da parte di san Pio X, dato che la sua riedizione è ben più perniciosa e ha prodotto una radicale mutazione della forma mentis cattolica. Il trionfo della prassi sulla teoresi è servito a imporre cambiamenti ingiustificati in nome dell’adattamento a mutate condizioni socio-culturali che sono frutto di una sotterranea pianificazione.

Sul fronte germanico, l’operazione di rilettura del dogma col filtro di filosofie incompatibili con la fede produceva frutti ancor più velenosi. Da una parte Karl Rahner, sulla linea kantiana, elaborava la sua teoria del cristianesimo anonimo (ovvero di un complesso di verità che sarebbero presenti, in forma trascendentale, in tutte le culture e che la fede cattolica non farebbe che portare in piena luce), con la conseguente dissoluzione della teologia nell’antropologia e l’annullamento della necessità, ai fini della salvezza, di appartenere alla Chiesa seguendone gli insegnamenti. Dall’altra Hans Urs von Balthasar (anch’egli gesuita, in un primo tempo), nel suo sforzo hegeliano di riconciliare Lutero con la dottrina cattolica, finiva con l’alterare quest’ultima in una personale costruzione estetizzante, fino ad accogliere l’assurda idea di un conflitto tra le Persone divine durante la Passione di Cristo. La concentrazione, ormai invalsa, sulla scelta del metodo e sull’approccio ermeneutico rende ciechi di fronte all’inconciliabilità di certi contenuti con la dottrina trasmessa. Che i due teologi, poi, siano assurti ad alfieri di due contrapposte ermeneutiche del Concilio, l’una progressista, l’altra conservatrice, non è altro che l’ennesimo inganno di una colossale mistificazione.

Arriviamo così a Giovanni Paolo II davanti al suo nodo gordiano, pronto a scioglierlo alla maniera di Alessandro, ma ignaro di un occulto pericolo. Il suo interessamento finanziario, mediante lo IOR, all’ascesa del sindacato Solidarność aveva appena coinvolto la Santa Sede nello scandalo del Banco Ambrosiano. Tale situazione metteva il Pontefice in una pericolosissima posizione di ricattabilità, effettivamente sfruttata da quel diabolico massone di Casaroli per bloccarlo sui gesuiti, come pure nella condanna dei regimi comunisti e nella consacrazione della Russia. Oltretutto, in ricompensa per l’appoggio occidentale alla rivoluzione polacca, si pretese il primo incontro sincretistico di Assisi, che, quale inizio di una lunga serie, costituì il riconoscimento di fatto della teologia dei gesuiti. Le erogazioni verso la Polonia, peraltro, continuarono sotto l’egida dell’IRI guidata da Romano Prodi, amico di famiglia – all’epoca – di un oscuro ausiliare di Reggio Emilia miracolosamente balzato, in pochi anni, a segretario della CEI, poi Vicario di Roma e Presidente della medesima.

Se Montini era imbevuto dell’umanesimo integrale del trasformista Maritain e del Cristo cosmico di Teilhard de Chardin, Wojtyła aveva una fede rocciosa e forgiata dalla vita sotto un regime del blocco sovietico, pur essendosi nutrito, negli studi, del personalismo franco-tedesco. Con un temperamento del genere, nessuno avrebbe potuto impedirgli – se fosse stato un po’ meno patriota – di rimettere ordine nella Chiesa, a cominciare dai gesuiti. Purtroppo le cose andarono diversamente, così che oggi il progetto eversivo, per quanto temporaneamente contenuto, è giunto a compimento proprio grazie a uno di loro, plasmato questa volta dalle idee di Marx, Rahner e Lutero, rifuse in una massonica mistica della fratellanza umana che lo ha condotto fino ad una dichiarazione formale di apostasia, secondo la quale «le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani»: è la presunta religione universale ed eterna della Cabala, che sarebbe il ceppo comune di tutte le religioni storiche e in cui queste ultime dovrebbero riconfluire. Che dire? Preso atto di questa infausta storia, rimaniamo saldi, ognuno al proprio posto, per mantenere accesa la fiamma della fede.