Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

Dall'eclissi alla risurrezione della Chiesa - Meditazioni


Meditazione biblica
per un tempo di persecuzione




Audiam quid loquatur in me Dominus Deus (Sal 84, 9).

Senza colpo ferire, da un giorno all’altro, un regime camuffato ha decretato la sospensione generale del culto cattolico, un risultato che non avevano ottenuto nemmeno le rivoluzioni più cruente con lo spargimento di fiumi di sangue. Fatto mai successo nella storia del Paese, ci sarà negata persino la celebrazione pubblica della Pasqua. È bastato che l’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite emanasse una direttiva non vincolante, di un’asprezza proporzionata alla sua illegalità, perché tutti, governi e gerarchie, si precipitassero ad eseguirla come un ordine inoppugnabile, quasi a voler anticipare i tempi. Gli agenti della sovversione presenti ormai ovunque, disseminati nei gangli vitali della Chiesa e dello Stato, hanno lanciato una persecuzione di un carattere del tutto inedito, basata com’è sulle manipolazioni mediatiche e sul terrorismo psicologico. Una società liquida si lascia imbottigliare a piacimento da chi la dirige senza trovare più alcuna resistenza intellettuale, né spirituale, né morale. L’emergenza più allarmante non è l’epidemia, per quanto grave, ma l’attacco senza precedenti ai diritti di Dio e a quelli della persona umana.

In tale contesto di abdicazione dei capi e disorientamento dei sudditi, il Signore non abbandona i Suoi fedeli. Nelle situazioni di tribolazione e abbattimento la Sacra Scrittura dispiega un’eloquenza inaspettata e parla con straordinaria chiarezza al cuore di chi la medita. I Salmi, in particolare, si rivelano una formidabile chiave interpretativa delle vicende storiche, soprattutto quando vengono recitati nell’Ufficio Divino, che come colonna d’incenso continua ad innalzarsi verso il Cielo, sia pure in chiese deserte, dalla bocca dei sacerdoti attaccati al loro compito di mediatori. Psallam, et intellegam in via immaculata (Salmeggerò e comprenderò sulla via immacolata; Sal 100, 1-2): un preliminare per ottenere tale luce, evidentemente, è l’essersi incamminati sulla strada della santità. In capite libri scriptum est de me, ut facerem voluntatem tuam. Deus meus, volui, et legem tuam in medio cordis mei (In cima al libro sta scritto di me che io faccia la tua volontà. Mio Dio, l’ho voluto – e la tua legge è al centro del mio cuore;  Sal 39, 8-9).

Il primo riflesso di chi crede in Dio – in qualsiasi emergenza – è quello di volgersi subito a Lui: Quaerite Dominum, et confirmamini; quaerite faciem eius semper. Mementote mirabilia eius quae fecit, prodigia eius, et iudicia oris eius (Cercate il Signore e siate forti; cercate sempre il suo volto. Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca; Sal 104, 4-5). Se Lo richiami alla mente con fede sincera, ti viene spontaneamente da pensare, con tuo gran sollievo e incoraggiamento, alla potenza dei miracoli, ma anche alle esigenze della Sua legge, che agli occhi della tua coscienza fanno risaltare le tue mancanze e infedeltà: Iniquitatem meam annuntiabo, et cogitabo pro peccato meo (Dichiarerò la mia iniquità e mi preoccuperò per il mio peccato; Sal 37, 19). Gli increduli, invece, continuano a esasperare il Creatore con le loro decisioni e sprofondano nei loro peccati: Ipsi autem exacerbaverunt eum in consilio suo; et humiliati sunt in iniquitatibus suis (Sal 105, 43). Una società cristiana che, respingendo la verità e la grazia di Gesù Cristo, rifiuta il Regno di Dio ricade sotto il dominio del diavolo in modo molto peggiore (cf. Mt 12, 43-45).

Il popolo prediletto dal Signore, sull’onda del benessere, Gli ha voltato le spalle, dimenticando il privilegio di tanti miracoli avvenuti sul suo territorio e tanti santi che vi hanno vissuto: Incrassatus est dilectus, et recalcitravit: incrassatus, impinguatus, dilatatus, dereliquit Deum factorem suum, et recessit a Deo salutari suo (Il beneamato si è ingrassato e ha recalcitrato: si è ingrassato, impolpato, dilatato; ha abbandonato il Dio che l’ha creato e si allontanato dal Dio che l’ha salvato; Dt 32, 15). Per indurlo a tornare a Lui e trattenerlo da ulteriori colpe, lo Sposo ritira i Suoi benefici, sia quelli materiali che quelli spirituali: «Perciò ritornerò e prenderò il mio frumento nella sua stagione e il mio vino nella sua  stagione. Farò cessare ogni sua gioia, solennità, novilunio, sabato e tutti i suoi tempi festivi» (Os 2, 9.11). Non si può escludere che, oltre al Pane del cielo, cominci presto a scarseggiare anche quello della terra, se il popolo non si converte e non rende a Dio ciò che è di Dio: la fede, l’onore e l’obbedienza che Gli spettano (cf. Mt 6, 9-10; 22, 21). Non è forse temerario invocare la Sua protezione senza sforzarsi di vivere in modo gradito a Lui? Date gloriam Deo super Israel (Sal 67, 35)!

«Accogliete dunque l’ammonimento, perché il Signore non si adiri e voi non periate lontano dalla via giusta. Quando a un tratto sarà divampata la sua ira, beati saranno coloro che confidano in lui» (Apprehendite disciplinam, nequando irascatur Dominus, et pereatis de via iusta. Cum exarserit in brevi ira eius, beati omnes qui confidunt in eo; Sal 2, 12-13). Come nell’antico Egitto all’epoca dell’Esodo, prima o poi arriva il giorno in cui l’orgogliosa ostinazione umana fa traboccare il vaso e il Creatore interviene: «Scagliò su di loro l’ira del suo sdegno, lo sdegno, l’ira, la tribolazione, lanciati contro per mezzo di angeli cattivi» (Misit in eos iram indignationis suae, indignationem, et iram, et tribulationem, immissiones per angelos malos; Sal 77, 49). Con il Suo popolo, tuttavia, il Signore modera il furore per evitare di annientarlo del tutto: «Più volte allontanò la sua ira e non accese tutto il suo sdegno» (Et abundavit ut averteret iram suam, et non accendit omnem iram suam; Sal 77, 38). Nella Sua misericordia, Egli riduce la punizione all’indispensabile; nella Sua giustizia, esegue la sentenza risparmiando chi Gli è fedele: «Il Signore giudicherà il suo popolo, ma si lascerà impietosire nei confronti dei suoi servi» (Quia iudicabit Dominus populum suum, et in servis suis deprecabitur; Sal 134, 14).

«Tutti coloro che amano il tuo nome», anzi, «si glorieranno in te, poiché tu benedirai il giusto» (Et gloriabuntur in te omnes qui diligunt nomen tuum, quoniam tu benedices iusto; Sal 5, 12-13). Infatti «per coloro che amano Dio tutto coopera in bene » (Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum; Rm 8, 28), poiché «tutte le vie del Signore sono misericordia e verità per coloro che indagano la sua alleanza e le sue testimonianze» (Universae viae Domini, misericordia et veritas, requirentibus testamentum eius et testimonia eius; Sal 24, 10), cioè i Suoi comandamenti. Ogni avvenimento da Lui disposto è espressione della Sua benevolenza e fedeltà, qualità che la Scrittura Gli associa continuamente: mentre gli empi ne sono puniti e corretti, i giusti ne vengono perfezionati e premiati. I castighi divini sono dunque governati dalla Provvidenza, la quale remunera gli uomini anche in questa vita, spronandoli al tempo stesso a convertirsi e dirigendo sapientemente i flagelli in modo che non infieriscano a casaccio: Quia Dominus amat iudicium, et non derelinquet sanctos suos; in aeternum conservabuntur (Poiché il Signore ama la giustizia e non abbandonerà i suoi fedeli; per sempre saranno preservati; Sal 5, 12-13).

«È tempo che cominci il giudizio a partire dalla casa di Dio; ma se incomincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non obbediscono al Vangelo di Dio?» (1 Pt 4, 17). Stiamo vivendo un cambio d’epoca, un passaggio davvero critico, nel senso etimologico del termine. Basta un soffio perché siano abbattuti i castelli di carte innalzati dagli uomini, come la globalizzazione, la costruzione europea e la “neochiesa” postconciliare, espressioni del medesimo progetto anticristico: Quomodo facti sunt in desolationem, subito defecerunt; perierunt propter iniquitatem suam. Velut somnium surgentium, Domine, in civitate tua imaginem ipsorum ad nihilum rediges (Come si sono rovinati! All’improvviso son venuti meno; sono periti a motivo della loro iniquità. Come il sogno di chi si sveglia, Signore, nella tua città ridurrai a nulla la loro immagine; Sal 72, 19-20). Nella Gerusalemme di lassù, che è libera ed è nostra madre (cf. Gal 3, 26), i nemici impenitenti di Dio saranno svergognati ed esclusi. Il giudizio finale, a misericordioso preavviso degli stolti, è in un certo senso anticipato nelle presenti vicende storiche.

Ora, visto che i nostri Pastori, in generale, non stanno brillando per abnegazione e capacità di fornire indicazioni al gregge, non ci resta che appellarci direttamente al Pastore eterno con le parole della veneranda Tradizione: Mentes nostras, quaesumus, Domine, lumine tuae claritatis illustra: ut videre possimus, quae agenda sunt; et, quae recta sunt, agere valeamus (Ti preghiamo, Signore: illumina le nostre menti con la luce della tua gloria, perché possiamo vedere cosa dobbiamo fare e siamo in grado di eseguire ciò che è retto). Deus, qui conspicis omni nos virtute destitui: interius exteriusque custodi; ut ab omnibus adversitatibus muniamur in corpore, et a pravis cogitationibus mundemur in mente (O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodiscici interiormente ed esteriormente, affinché siamo difesi da tutte le avversità nel corpo e purificati dai cattivi pensieri nell’anima). È l’ora della Passione, della Passione di tutta la Chiesa – mistero di morte e risurrezione. A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris (Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile ai nostri occhi; Sal 117, 23). Affidiamoci con fede incrollabile al Cuore Immacolato di Maria per affrettarne il trionfo promesso.

Populus qui creabitur laudabit Dominum (Sal 101, 19).




Meditazione liturgica
per implorare la fine del castigo



Et vidit Deus opera eorum, quia conversi sunt de via sua mala: et misertus est populo suo Dominus Deus noster (Gn 3, 10 nell’adattamento liturgico).

«E Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro via malvagia; e il Signore, nostro Dio, ebbe pietà del suo popolo». Il lunedì della prima settimana di Passione, il Messale tradizionale ci fa ascoltare la storia della conversione di Ninive per opera del profeta Giona. Il brano biblico si conclude però con un interessante adattamento. L’originale recita infatti: «Dio ebbe pietà riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (Gn 3, 10). Per la consolazione di quanti hanno sostenuto il duro cammino quaresimale, la liturgia attualizza la vicenda riferendola a noi che, a differenza dei niniviti, siamo il Suo popolo. Il lieto fine è l’esito della comune decisione di far tutti penitenza, dal più grande al più piccolo: «Uomini e bestie, pecore e buoi non gustino nulla, non pascolino e non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e gridino al Signore con forza; ognuno si converta dalla sua via malvagia e dall’iniquità che è nelle sue mani. Chi sa che Dio si ricreda e perdoni, che si allontani dal furore della sua ira, così che non periamo?» (Gn 3, 7-9).

È innegabile che la sospensione del castigo divino faccia seguito al ravvedimento umano. Ciò non toglie nulla al primato della grazia, giacché l’invio stesso di un profeta è un atto di clemenza e l’adesione al suo richiamo l’effetto di un’azione soprannaturale compiutasi nei cuori. Nondimeno, c’è una scelta che spetta alla libera volontà dell’uomo, in risposta all’appello del Cielo. All’inizio della Quaresima, il Mercoledì delle Ceneri, esso era risuonato con particolare eloquenza: «Volgetevi a me con tutto il vostro cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (Gl 2, 12). Anche in quel caso, la risposta era stata corale e aveva coinvolto tutto il popolo, dai vecchi ai lattanti, con alla sua testa i sacerdoti a implorare misericordia (cf. Gl 2, 15-17): Parce, Domine, parce populo tuo, ne in aeternum irascaris nobis (Perdona, Signore, perdona al tuo popolo; non adirarti con noi per sempre; cf. Gl 2, 17). Come in Giona, anche in Gioele si era dimostrata l’efficacia della supplica accompagnata dalla penitenza: Zelatus est Dominus terram suam, et pepercit populo suo (Il Signore si mostrò geloso della sua terra e risparmiò il suo popolo; Gl 2, 18).

La reazione al misericordioso preannuncio del castigo cui va incontro l’umanità impenitente consta di due elementi: l’abbandono della via del peccato e l’azione espiatrice; per ottenere indulgenza, in altre parole, bisogna anzitutto smettere di offendere Dio, poi infliggersi volontariamente la pena con cui, almeno in parte, scontare le colpe, onde sfuggire a quella eterna dell’Inferno e ridurre quella temporale del Purgatorio. Perché ognuno possa aprire gli occhi della coscienza sul male commesso, così da poter prendere le necessarie risoluzioni, è però indispensabile che ci sia chi, a nome del Signore, denunci le trasgressioni: Clama, ne cesses, quasi tuba exalta vocem tuam, et annuntia populo meo scelera eorum, et domui  Iacob peccata eorum (Grida senza cessare, come una tromba alza la voce e dichiara al mio popolo i loro delitti, alla casa di Giacobbe i loro peccati; Is 58, 1). Per l’intera Quaresima, nell’Ufficio Divino, questo comando è risuonato ogni mattina; quanti ministri di Dio lo hanno ascoltato? Ammonire i peccatori è un’opera di misericordia spirituale: indicare la malattia e somministrare la cura adatta è compito di ogni medico.

La salute dell’anima, tuttavia, sembra passata completamente in secondo piano rispetto a quella del corpo; si direbbe anzi che nessuno se ne preoccupi più. Preservare la salute fisica, evitando di esporla sconsideratamente a minacce gravi, è un dovere per tutti, compresi i cristiani; tuttavia c’è un ordine che va rispettato, dato che il benessere temporale è ordinato a quello eterno. Il fine ultimo è lo stesso per tutti gli uomini: Dio, che ci chiama a partecipare per sempre alla Sua beatitudine. Soprattutto in circostanze in cui più alta è la probabilità di doversi presentare al Suo cospetto per il giudizio, non si può sospendere l’assistenza spirituale a tempo indeterminato. È vero che, nell’impossibilità di accedere a un confessore, si può ottenere la remissione dei peccati mortali con un atto di contrizione perfetta, cioè di dolore dovuto unicamente all’amore per Dio; ma chi ci ha insegnato a produrlo? e chi, in stato di peccato grave, può esser sicuro di averlo emesso in modo tale da conseguire di nuovo lo stato di grazia? Come può il peccatore raggiungere il grado di purezza di cuore che esso richiede senza una grazia speciale concessagli dal Cielo, la quale non è affatto dovuta né automaticamente disponibile, a meno che non sia impetrata dall’intercessione di anime più vicine a Dio?

Vedete allora quant’è importante la Comunione dei Santi, in virtù della quale i beni spirituali di ogni membro del Corpo Mistico possono essere fruiti anche dagli altri: oltre alle preghiere dei beati del Paradiso e delle anime del Purgatorio, ci sono quelle dei membri della Chiesa militante, specie dei sacerdoti e dei religiosi, i quali, per vocazione e per stato, sono tenuti a rivolgersi a Dio a nome di tutti gli altri. Nessuno, però, deve sentirsi escluso da questa missione mirante a ottenere la sincera conversione dei peccatori con suppliche e mortificazioni. Anche le comunioni fatte da chi ne ha la possibilità ridondano a beneficio di quelli cui essa è negata, soprattutto se, nell’atto di comunicarsi, li presenta al Signore con questa intenzione e Lo prega di estendere quella grazia anche a loro. Non dobbiamo arrenderci a questa situazione eccezionale, ma cercare e porre in atto tutti i mezzi che la fede ci offre per contribuire al bene della Chiesa e alla salvezza dell’umanità. E se le circostanze in cui ci troviamo fossero una salutare sferzata che la Provvidenza ha disposto per ricordarci le mai inattuali esigenze di preghiera e penitenza della vita cristiana?

Non dimentichiamo poi – più in positivo – la necessità di esercitare la carità in tutte le occasioni: non basta infatti evitare il male, ma occorre pure praticare il bene. Oltre a familiari e vicini, ci sono tante persone sole, anziane o ammalate che attendono un aiuto concreto o un po’ di compagnia. È vero che gli spostamenti sono fortemente limitati, ma l’intimità con il Signore ci dota di una grande inventiva pratica, mentre l’assistenza degli angeli ci può evitare parecchi fastidi. È il momento di provocare il Cielo con audacia, sia pure senza tentare Dio per temerarietà; solo con una coscienza retta e con l’umile, frequente invocazione dello Spirito Santo possiamo trovare il giusto equilibrio tra la doverosa prudenza e una santa arditezza. Certo è che, secondo la tradizione liturgica, c’è un nesso tra il fare il bene e l’assistenza divina: «Ti preghiamo, Signore: concedi al tuo popolo la salute dell’anima e del corpo, affinché, applicandosi alle opere buone, meriti di esser sempre difeso dalla tua protezione». Ciò non significa che Egli conceda la grazia in ragione delle prestazioni umane, ma che l’uomo la riceve in misura tanto più abbondante quanto meglio è disposto – e le disposizioni migliori sono proprio quelle ispirate dalla carità.

L’assidua ricerca dell’unione con Dio si rivela dunque sempre più urgente. Nella misura in cui vi è consentito, rendete visita a Gesù presente nei tabernacoli, dai quali Egli irradia pace, vita e salvezza. In ogni caso – cosa che nessuno può impedirvi – approfittate delle circostanze per fare della vostra casa una sorta di eremo in cui poterlo trovare con la meditazione. È Lui che «mi ha nascosto nella sua tenda; nel giorno della sventura mi ha protetto nel segreto della sua tenda. […] A te ha detto il mio cuore: “Ti ha cercato il mio volto; il tuo volto, Signore, cercherò”» (Quoniam abscondit me in tabernaculo suo; in die malorum protexit me in abscondito tabernaculi sui. Tibi dixit cor meum, exquisivit te facies mea; faciem tuam, Domine, requiram; Sal 26, 5.8). In questo modo non si cede allo sconforto né si è sopraffatti dalla paura. In più, non dimenticate che siete ogni giorno con me sull’altare durante il Santo Sacrificio, in particolare al Memento dei vivi: pro quibus tibi offerimus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis, pro se suisque omnibus: pro redemptione animarum suarum, pro spe salutis et incolumitatis suae (per i quali ti offriamo – e anch’essi ti offrono – questo sacrificio di lode, per sé e per tutti i loro cari: per la redenzione delle proprie anime, per la speranza della propria incolumità e salvezza; dal Canone Romano).

Da, quaesumus, Domine, populo tuo salutem mentis et corporis: ut, bonis operibus inhaerendo, tua semper mereatur protectione defendi (Oratio super populum del lunedì dopo la I Domenica di Passione).




Meditazione spirituale
per render fruttuosa la prova



Ecce exiit qui seminat seminare (Mt 13, 3).

«Ecco, il seminatore uscì a seminare». Con questa parabola, velatamente, il Signore Gesù parla di se stesso e della Sua missione: quel giorno era appunto uscito di casa per recarsi a insegnare presso il Lago di Tiberiade (cf. Mt 13, 1). «Il seminatore semina la parola» (Mc 4, 14); «Il seme è la parola di Dio» (Lc 8, 11), come spiega Egli stesso in san Marco e san Luca. Molto ingegnosamente, Egli aveva trovato un modo per farsi sentire da tutti coloro che si erano radunati per ascoltarlo: dato che il suono si propaga meglio sull’acqua, era salito su una barca e da lì si era rivolto alla folla assiepata sulla riva (cf. Mt 13, 2). Anche il seminatore getta il seme dappertutto, dettaglio apparentemente incongruente che insinua invece la volontà di non escludere nessuno. Tutti, dunque, poterono udire il Maestro, quel giorno, così come tutti possono essere raggiunti dal Suo insegnamento anche oggi, soprattutto con le nuove tecnologie della comunicazione; ma non tutti danno la stessa risposta. Il seme, per sua stessa natura, è dotato di un’enorme fecondità intrinseca, ma la sua fruttuosità dipende parimenti dalla qualità del terreno che lo accoglie.

Ecco allora che i chicchi cadono anche sulla strada, sulle pietre e fra le spine, oltre che sulla terra buona, ma soltanto in quest’ultima riesce a fruttificare, sebbene in modo sovrabbondante (cf. Mt 13, 4-8). C’è chi ode sì la parola del Regno, ma il suo cuore pagano è troppo indurito per comprenderla e subito il maligno gliela fa dimenticare perché non la trattenga. C’è chi, sul momento, la accoglie con gioia perché ne riceve un’incipiente consolazione, ma poi si scoraggia alla prima difficoltà o rimane scandalizzato dinanzi allo spettacolo del male. C’è poi chi ascolta, certo, ma i buoni pensieri suscitati da quanto udito son presto sopraffatti da ciò che lo domina: affanni della vita, bramosia di beni materiali e voglia di piaceri (cf. Mt 13, 19-22; Mc 4, 15-19; Lc 8, 12-14). Infine c’è chi non soltanto sente, ma comprende, accoglie e trattiene la parola in un cuore bello e buono, portando un frutto sovrabbondante con pazienza (cf. Mt 13, 23; Mc 4, 20; Lc 8, 15). «Perciò, rigettando ogni sozzura ed eccesso di malizia, accogliete con mansuetudine la parola in voi seminata, che ha il potere di salvare le vostre anime» (Gc 1, 21).

Da dove attingere la pazienza e la mansuetudine necessarie per giungere a far fruttificare la verità divina, conosciuta e accolta, nella santità di vita? È Gesù stesso a rispondere: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi farò riposare. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 28-30). La legge evangelica (il giogo) si apprende dalla persona stessa del Signore, prima ancora che dal Suo insegnamento: conosce davvero la dottrina cristiana chi possiede un cuore bello e buono, cioè mansueto e povero come il Suo (tapeinós, Mt 11, 29); è questa la buona terra in cui il seme porta frutto. Il discepolo che ne imita le disposizioni riposa fin d’ora in un’impagabile dolcezza interiore, quali che siano le prove che la Provvidenza ha disposto per lui: «Mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi colmerai di gioia col tuo volto, delizie alla tua destra in eterno»; «Si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa, li disseterai al torrente della tua voluttà»; «Nella tua dolcezza, o Dio, hai provveduto al povero» (Sal 15, 11; 35, 9; 67, 11).

L’intima somiglianza con il Maestro, che è causa di tale ineffabile diletto, anticipo della beatitudine futura, non si limita però all’umiltà e alla mitezza. Lo stesso Cuore, impregnato di queste virtù in relazione agli uomini, arde di passione per l’onore del Padre ed è senza misura appassionato del compimento della Sua volontà. Le otto Beatitudini, che ne tratteggiano, per così dire, il ritratto, contemplano anche la santa afflizione per il peccato, la fame e sete di giustizia e la sopportazione delle persecuzioni per essa, oltre alla povertà di spirito, alla mitezza, alla misericordia, alla purezza di cuore e all’amore della pace (cf. Mt 5, 1-12). Nell’insegnarci a pregare, Gesù ha premesso, alle domande riguardanti i nostri bisogni, quelle che concernono ciò che spetta al Padre: sanctificetur nomen tuum, adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra (Mt 6, 9-10). A Lui dobbiamo ogni bene, sia a livello naturale che a livello soprannaturale; la prima preoccupazione dell’uomo, anche al di fuori della rivelazione cristiana, è allora quella di onorarlo per quello che è tributandogli segni concreti di gratitudine, obbedienza e adorazione.

Ai farisei che tentavano invano di metterlo in difficoltà sulla questione delle tasse riscosse da pagani che occupavano la Terra Santa, il Signore rispose con la nota sentenza che riconosce le legittime esigenze dello Stato, aggiungendo però un inciso che sottolinea la preminenza di quelle di Dio e insinua al tempo stesso che i Suoi interlocutori non le stavano adeguatamente rispettando: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare – e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22, 21). Perfino i pagani riconoscono che alla divinità si deve obbedienza assoluta e che le sue parole sono verità indiscutibile, mentre la sacralità dei luoghi riservati al culto è circondata di supremo rispetto. La rivelazione cristiana, pur purificandola da quanto c’è in essa di fobico, di magico o di fatalistico, ha assunto quanto c’è di retto nella religiosità naturale dei popoli e l’ha elevato con la grazia che fa dei battezzati dei figli di Dio. I culti idolatrici non vanno certo conservati, nondimeno l’unica religione vera ricupera e porta a compimento le disposizioni genuine con cui l’uomo Lo cerca come a tentoni, sebbene non sia lontano da ognuno di noi (cf. At 17, 27).

Nella Chiesa di oggi, invece, sembra impazzare una sorta di schizofrenia religiosa. Da un lato si esalta il paganesimo e si rende culto agli idoli, dall’altro si banalizza la liturgia cattolica e si violano i luoghi sacri in mille modi. La retta subordinazione dell’ordine temporale a quello spirituale – e quindi dello Stato alla Chiesa – è inoltre completamente capovolta, per giunta non a causa di una persecuzione diretta, ma per iniziativa dei Pastori stessi. La radice comune di queste aberrazioni va individuata in una falsificazione della Parola sacra che ha prodotto un’immagine caricaturale di Dio, del tutto irrilevante per la vita degli uomini. Se Egli non giudica le nostre azioni, il Suo perdono è del tutto superfluo e non ha alcun valore, mentre invece esso è un fatto tanto più sublime in quanto meritiamo i Suoi giusti castighi ogni volta che, con la nostra disobbedienza, ne calpestiamo l’amore e la santità infiniti. La distorsione della Scrittura è proprio ciò che Gesù rimproverava ai farisei; che direbbe, oggi, a quella parte della gerarchia che, in Suo nome, opera una sistematica contraffazione della verità? È probabile che, nella Sua sapienza, Egli stia utilizzando l’impressionante attacco alla libertà della Chiesa per un fine insospettato, cioè per potare questi rami secchi e far implodere su se stesso il guscio vuoto della loro insulsa commedia.

La cancellazione del carattere pubblico delle celebrazioni pasquali è un atto senza precedenti e di una gravità inaudita, soprattutto per la sua palese illegalità, sia a livello civile che a livello canonico. Dato però che un’aperta ribellione, senza la guida e il sostegno di autentici Pastori, avrebbe scarso effetto e andrebbe poco lontano, dobbiamo vedere in questa situazione eccezionale un mezzo che la Provvidenza offre alla Chiesa per richiamarla dai peccati contro la fede (come l’eresia, il sincretismo e l’idolatria) e purificarla dalle impurità morali, soprattutto dei suoi ministri. Questa inedita forma di penitenza ed espiazione può indurre molti a resipiscenza, se chiediamo insistentemente tale grazia offrendo al contempo la dolorosa rinuncia a partecipare ai riti della Settimana Santa. Tempus meum prope est, apud te facio Pascha cum discipulis meis (Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli; Mt 26, 18): mai come quest’anno questa parola del Signore si è dimostrata attuale. Lo Spirito Santo, invocato nella meditazione, mostri a ognuno come realizzarla concretamente nella sua casa e nel suo cuore, dimora della Trinità santissima. Siamo membra del Corpo di Cristo: con questa fede, associamoci alla Sua Passione per riceverne più abbondantemente i frutti.

«Sii soggetta a Dio, anima mia, poiché da lui viene la mia pazienza» (Sal 61, 6): ecco la condizione perché il seme fruttifichi in larga misura. Se ti sembra che questa virtù ti manchi, domandala a Lui con fiducia, chiedendogli al tempo stesso di proteggerti da chi vorrebbe impedirti di compiere il bene che puoi fare andando a pregare in chiesa quando possibile o, se sacerdote, visitando ammalati e famiglie: «Mio Dio, strappami dalla mano del peccatore, dalla mano di chi agisce contro la legge e dell’iniquo, poiché tu stesso sei la mia pazienza, Signore» (Sal 70, 4-6). C’è un estremo bisogno di cattolici che prendano sul serio la verità rivelata e, senza adulterarla, si regolino di conseguenza a beneficio di tutti gli altri, implorando con costanza la divina clemenza: «Tutto ciò che ci hai fatto, Signore, l’hai fatto con retto giudizio, poiché abbiamo peccato contro di te e non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti; ma da’ gloria al tuo nome e agisci con noi secondo l’immensità della tua misericordia» (Dn 3, 31). Che la Vergine addolorata sostenga la nostra impetrazione e ci colmi della consolazione di chi soffre per la risurrezione della Chiesa.

Annuntiabitur Domino generatio ventura (Sal 21, 32).

4 commenti:

  1. Carissimo Padre , La ringrazio moltissimo a nome di tutti per la Sua sollecitudine di Pastore e per il nutrimento che le meditazioni proposte suscitano ogni volta nelle anime nostre . Ne abbiamo estremo bisogno , ancora e ancora abbiamo sete di Dio . Da Padre Pio e da Santa Gemma ho imparato ad inviare l' Angelo Custode , ultimamente l'ho pregato di partecipare alla Santa Messa al mio posto . Anche alla Sua celebrazione . Grazie , Dio renda feconde le Sue parole . Ave Maria !

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  2. don Elia come ringraziarla di tanto sostegno e conforto spirituale. Ogni giorno abbiamo due Grazie che rendono Gloria a Dio:la Grazia di partecipare alla Messa..."Anche le comunioni fatte da chi ne ha la possibilità ridondano a beneficio di quelli cui essa è negata, soprattutto se, nell’atto di comunicarsi, li presenta al Signore con questa intenzione e Lo prega di estendere quella Grazia anche a loro"... “siete ogni giorno con me sull’altare durante il Santo Sacrificio,”sapere questo ha illuminato in noi la comprensione della Grazia ricevuta,non certo per nostri meriti,ma per compassione del Redentore,a beneficio non solo nostro ma di tutte le persone che portiamo nel cuore. La ringraziamo profondamente pregando per lei tutti i giorni e per altri cari sacerdoti fedeli a Cristo. Possa il Salvatore avere Compassione e Misericordia di chi ha smesso di essere sale luce della terra.

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  3. Jesu dulcis amor meus
    http://gregorian-chant-hymns.com/hymns-2/jesu-dulis-amor-meus.html

    Jesu dulcis amor meus, ac si praesens sis accedo: te complector cum affectu, tuorum memor vulnerum.
    O quam nudum hic te cerno, vulneratum et distentum, inquinatum, involutum, in hoc sacrato tegmine!
    Salve caput cruentatum Spinis cujus dulcis vultus Immutavit suum florem, quem caeli tremit curia.
    Salve latus Salvatoris, salve mitis apertura, super rosam rubicunda, medela salutifera.
    Manus sanctae, vos avete, diris clavis perforatae: ne repellas me salvator de tuis sanctis pedibus. Amen.

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  4. Dal monastero benedettino7 aprile 2020 20:05

    Carissimi, siamo nella Settimana Santa. Dopo gli scandalosi gesti idolatrici dei mesi scorsi, tutte le chiese sono vuote, tutte le liturgie deserte. Dopo gli attacchi alla vita claustrale, tutti sono in clausura forzata. Sembra quasi che Iddio non solo sia in qualche modo "rattristato" dai peccati dei singoli, ma pure grandemente offeso dall'idolatrico furore neomodernistico di tanti prelati. Preghiamo per i morti, per i malati e per tutti coloro che si impegnano nell'aiuto in questa pestilenza. E preghiamo pure per i sacri gerarchi perché ritrovino l'ortodossia cattolica. Tutti siete presenti nelle povere preghiere che da questo povero monastero si innalzano al cielo. Il 25 marzo scorso tutti i lettori di questo bollettino, i loro familiari, amici e concittadini sono stati affidati alla Beata Vergine Maria Madre di Dio, nostra Signora, che in questo monastero si venera sotto il titolo della Consolazione e del Conforto. Che tutti possiate essere consolati e confortati. Quando sarà passata questa pestilenza, siete tutti invitati a venire in monastero. Facciamoci santi.

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