I moderni Nicolaiti
(e i loro censori acattolici)
Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).
«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.
Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.
Parallelo con l’attualità
Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.
Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità della fede, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).
Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.
Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio
La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.
Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.
Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.
Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.
Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava di persona i vescovi così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.
Conclusione
Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la retta fede e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.
Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.