Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 19 settembre 2026



I moderni Nicolaiti

(e i loro censori acattolici)

 

Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).

«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.

Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.

Parallelo con l’attualità

Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.

Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità della fede, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).

Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.

Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio

La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.

Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.

Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.

Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.

Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava di persona i vescovi così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.

Conclusione

Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la retta fede e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.

Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.


sabato 5 settembre 2026


Il rinnovamento della Liturgia

 

Quando si altera l’essenza di un ente, quell’ente smette di esistere in quanto tale e diventa un’altra cosa. Se si altera l’essenza della Liturgia, essa smette di esistere in quanto Liturgia e si trasforma in qualcos’altro. Questo è quanto accaduto con la Liturgia cattolica: quella avviata alle fine degli anni Sessanta non è stata affatto una riforma, bensì un totale rifacimento dei riti e dei testi secondo princìpi nuovi e sostanzialmente estranei in quanto d’ispirazione protestante. Al culto da rendere a Dio tramite il ministro ordinato si è sostituita un’occasione d’incontro di comunità che, a parole, si identificano nella fede e nella carità ma, di fatto, sono regolate da dinamiche puramente sociologiche.

Il Signore, non volendo lasciare la Sposa priva della grazia, non ha certo permesso che i Sacramenti fossero resi invalidi; ciononostante, il quadro interpretativo e celebrativo è talmente cambiato che la loro efficacia risulta compromessa. A lungo andare la fede stessa, espressa com’è dalla lex orandi, si è profondamente pervertita, trasformandosi in congerie di opinioni variabili secondo gli individui e le loro esigenze soggettive in funzione del benessere emotivo: questa, però, non è più la fede rivelata, dando alla quale l’assenso interiore l’uomo si sottomette a Dio e aderisce al tempo stesso alle realtà oggettive manifestate dagli enunciati dottrinali.

Uno sguardo alla situazione reale

Se queste considerazioni di ordine metafisico suonano ostiche a un clero intellettualmente deformato dalla dismissione della ragione nel trattare materie teologiche, volgiamoci alla considerazione delle concrete condizioni della Chiesa. Il crollo della pratica religiosa (ulteriormente dimezzata dall’empia sottomissione della Chiesa agli Stati decretata nel 2020) nonché delle vocazioni sacerdotali e religiose (per non parlare della qualità delle poche rimaste), la proscrizione della fede dagli spazi pubblici e la scomparsa dei cattolici dall’agone politico, la degenerazione morale di una società che corrompe i bambini sopravvissuti al massacro di Stato… e si potrebbe continuare.

Cosa c’entra la Liturgia? – domanderà qualcuno. Il culto cattolico sorregge il mondo, impedendogli di sprofondare negli abissi infernali come meriterebbe; esso è infatti il mezzo con cui il Salvatore ha voluto perpetuare la propria opera di redenzione, in modo tale che i suoi effetti permangano in ogni tempo e si espandano in ogni luogo. Crollato il culto cattolico, è venuto meno l’argine che tratteneva le forze demoniache, che han così potuto travolgere l’umanità nel loro immondissimo fiume, come lo chiama Leone XIII nel suo celebre Esorcismo. Grazie a Dio, non è un crollo completo, visto che il Santo Sacrificio continua ad essere offerto, benché in una forma inadeguata.

Le ragioni del ritorno all’antico

Coloro che, nella Chiesa, propugnano la restaurazione del culto agiscono dunque nell’interesse della Chiesa tutta e dell’umanità intera. Non si tratta affatto di nostalgici (considerata l’età media) né tanto meno di esteti dalla particolare sensibilità, bensì di cattolici che hanno riscoperto la vera Liturgia, quella trasmessaci dall’antichità cristiana anziché quella inventata a tavolino da un massone con il concorso di eretici calvinisti. Deformare l’immagine dei dissenzienti in modo caricaturale al fine di screditarli davanti all’opinione pubblica è metodo tipico dei regimi totalitari, fra i quali si annovera a pieno titolo, purtroppo, quello instauratosi nella Chiesa Cattolica dopo l’ultimo concilio.

Poiché il Pontefice regnante ha ritenuto opportuno illustrarci per l’ennesima volta la Sacrosanctum Concilium, si rende necessaria una precisazione: la cosiddetta riforma liturgica non rappresenta per niente l’applicazione delle indicazioni in essa espresse, dato che queste ultime furono attuate nel 1965 con la pubblicazione di un Messale leggermente modificato e quasi integralmente (ben oltre quanto raccomandato) tradotto nelle lingue volgari. Il Messale promulgato – ne siamo certi? – nel 1969 non corrisponde affatto a quanto richiesto dall’assise conciliare ma costituisce un artefatto integralmente nuovo, che ricorda da vicino il cosiddetto Messale di Cranmer.

D’altra parte non era possibile manomettere sostanzialmente il Messale di san Pio V (a parte il grave stravolgimento delle rubriche e del calendario operato da Roncalli): la bolla di promulgazione Quo primum tempore, infatti, esclude perentoriamente che alcuno possa esser costretto a modificarlo e che la bolla stessa possa esser revocata ullo unquam tempore, cioè mai; si tratta pertanto di un atto pontificio irreformabile, come una definizione dogmatica. Ciò posto, l’unica possibilità rimasta ai novatori era quella di elaborare di sana pianta un nuovo rito, cosa che hanno puntualmente fatto ai danni del culto cattolico, così odiato da Satana e da chi lo serve.

La reale situazione giuridica

Il medesimo san Pio V conferisce ad ogni sacerdote cattolico piena facoltà, senza limiti di sorta, di usare il Messale da lui promulgato, il quale, perciò, non può essere in alcun modo proibito. Montini commise un enorme abuso di potere imponendo l’obbligo di celebrare secondo il Messale da lui edito, abuso reiterato da Bergoglio con il Traditionis custodes, documento peraltro nullo perché confonde l’oggetto del dispositivo di legge: in un articolo è il Messale del 1962; in un altro, quello antecedente al Messale del 1969 (che, come appena visto, non è quello del 1962, bensì quello del 1965). Quanti sono avvezzi a manipolare la storia finiscono col convincersi delle proprie stesse menzogne.

Nessuno al mondo, in conclusione, può vietare a un sacerdote cattolico di celebrare col Messale di san Pio V – forse con quello di Giovanni XXIII, ma non è un problema. Al sacerdote si può toglier di certo l’incarico, ma non si può assolutamente impedirgli di celebrare nelle chiese libere et licite (in quibusvis Ecclesiis absque ullo conscientiae scrupulo, aut aliquarum poenarum, sententiarum et censurarum incursu). Qualunque divieto in proposito è un abuso che fa incorrere chi lo commette nell’ira di Dio onnipotente e dei santi apostoli Pietro e Paolo; per chi vede in modo soprannaturale (ossia reale), è ben peggio dell’ira dei superiori.

Supplica al Papa

Beatissimo Padre, con tutto il rispetto dovuto alla Sua altissima carica, ci permettiamo di segnalarLe che nella Messa tradizionale i fedeli non sono affatto né muti né passivi. Essi partecipano all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; sono formati dalla Parola di Dio; si nutrono alla mensa del Corpo del Signore; rendono grazie a Dio; offrendo la Vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparano a offrire sé stessi. I sacerdoti si adoperano inoltre affinché di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro (cf. SC 48), dissuadendoli con tutte le forze da derive scismatiche.

La ricchezza dei testi biblici e liturgici è perfettamente disponibile tramite i messalini, che riportano traduzioni generalmente più fedeli e sono esenti dalle estemporanee trovate di qualche funzionario della conferenza episcopale. L’ordinamento celebrativo è estremamente lineare, visto che, dopo averli istruiti, proietta sia il ministro che i fedeli verso la consacrazione e la comunione, mantenendoli in costante quanto diretto dialogo con Dio Padre. I ritocchi e gli adattamenti che nel tempo appaiano opportuni non possono mutare l’essenza della Liturgia, analogamente a quanto mirabilmente esposto da san Vincenzo di Lerino a proposito dello sviluppo organico del dogma (cf. Commonitorium, 23).

La supplichiamo pertanto di voler riconsiderare le restrizioni imposte dal Suo predecessore, che poggiano su informazioni non rispondenti al vero. I sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione non sono altro che cattolici che, per pura grazia, hanno riscoperto un tesoro al quale non intendono rinunciare per alcun motivo al mondo: dopo aver ritrovato il genuino e pieno culto divino, non si può tornare indietro. AssicurandoLe filiale obbedienza in ciò che è lecito e legittimo, siamo certi che non disdegnerà quest’umile espressione di amore a Cristo e alla Chiesa, amore che ci spinge a operare per la salute della Sposa nella sua componente terrena nonché per l’evangelizzazione e la salvezza di tutti gli uomini.


sabato 22 agosto 2026


Guarire per testimoniare

 

Riprendiamo dalla Rete con qualche ritocco.

La guarigione del sordomuto (Mc 7, 31-37) è un atto del Signore particolarmente significativo. Quando glielo presentarono pregandolo di risanarlo, Egli avrebbe potuto pronunciare una sola parola oppure emettere un semplice atto di volontà per ottenere ciò che Gli era stato chiesto, poiché è il Creatore, il Verbo incarnato; invece volle compiere gesti particolari che si ritrovano soltanto in questo miracolo: mise le dita nelle orecchie del sordomuto e gli toccò la lingua con la saliva. Qui è nascosto un significato più profondo, che va molto al di là della guarigione fisica e riguarda la giustificazione dell’anima, tanto è vero che questi gesti sono poi entrati nel rito del Battesimo.

L’uomo non ha bisogno solamente di essere guarito da infermità fisiche, ma soprattutto di essere riconciliato con Dio ricevendo di nuovo la vita soprannaturale, la vita della grazia, che lo prepara alla vita della gloria. Senza la grazia è impossibile accedere alla gloria, poiché si tratta di una vita che si colloca su un altro ordine dell’essere. Il Battesimo, comunicandoci la vita soprannaturale, ci conferisce già questa forma di vita in modo iniziale: è un livello di esistenza – potremmo dire – che supera infinitamente quello naturale.

Ora, per comprendere bene i  gesti di Gesù, dobbiamo coglierne il significato. Perché è stato necessario aprire gli orecchi e sciogliere la lingua? Perché l’uomo, da solo, con le sue forze, nello stato di peccatore, è incapace di ascoltare la voce di Dio; può certo intendere tante cose, può anche conoscere la dottrina cristiana, ma per poterla accogliere nell’intimo della coscienza ha bisogno di una grazia speciale. San Paolo (1 Cor 15, 1-10) proclama le verità fondamentali della fede, che facevano parte dell’annuncio immediato ai pagani e si fondano sulla testimonianza degli Apostoli: il Signore, dopo essere morto per i nostri peccati (ossia dopo aver accettato la morte di croce come sacrificio espiatorio offerto a nostro beneficio), è stato sepolto ed è risuscitato il terzo giorno.

Pietro e gli altri Apostoli sono testimoni di questo fatto, in quanto lo hanno visto. San Paolo si considera l’ultimo, poiché in precedenza era stato un persecutore della Chiesa; perciò afferma: il Figlio di Dio «apparve a me come a un aborto» (1 Cor 15, 8). Egli stesso si era per così dire abortito con la propria superbia e chiusura alla verità di Dio, si era cioè escluso dalla vita soprannaturale, ma Cristo ha avuto il potere di farlo rinascere: apparendogli nella Sua gloria di risorto, ha completamente trasformato il suo cuore e l’ha reso credente.

Questo, evidentemente, non è un fatto puramente sentimentale e nemmeno una mera esperienza esistenziale che venga a placare le nostre ansie o a colmare le nostre aspettative. Negli ultimi decenni si è troppo insistito sulla fede come risposta ai bisogni dell’uomo contemporaneo, che non sa dove trovare il senso della vita, è smarrito e così via. Questo modo di presentare la fede, a un certo punto, l’ha resa superflua, dato che la società attuale ha sradicato dal cuore della maggior parte delle persone qualsiasi aspettativa che vada oltre questa vita e qualsiasi anelito alla trascendenza; l’idea stessa di trascendenza è stata cancellata.

Bisogna dunque comprendere come la verità di Dio debba essere ricevuta dall’uomo; per questo è stato necessario guarire l’udito del sordomuto. Non si tratta semplicemente di una teoria astratta; se ci allontaniamo dalla deformazione esistenzialistica, rischiamo infatti di cadere, all’opposto, nel dottrinarismo: ho tutto chiaro nella testa, ma quello che so non mi tocca il cuore e, soprattutto, non passa nelle azioni, nei comportamenti, nel modo di vivere.

Se allora l’annuncio cristiano non è, da una parte, un’elucubrazione consolatoria e neanche, dall’altra, una teoria astratta, dobbiamo domandarci che cos’è realmente. In questo ci soccorre il secondo aspetto del miracolo, cioè il fatto che quell’uomo fu guarito anche dal mutismo. San Gregorio Magno interpreta la saliva che Gesù pose sulla lingua del sordomuto come simbolo della Sacra Scrittura, della Parola di Dio. Dio ha parlato lungo tutta la storia sacra e noi abbiamo il documento scritto di ciò che ha detto; perciò le Scritture sono sempre state meditate dai cristiani, fin dalle origini, soprattutto all’epoca dei Padri della Chiesa e nella vita dei Santi.

I testi sacri sono parola di Dio stesso, poiché hanno Lui per autore principale; gli uomini che li hanno composti sono autori secondari, cause strumentali, dato che quei testi sono ispirati dallo Spirito Santo. Dobbiamo perciò ascoltare la voce di Dio nella Sacra Scrittura; in questa maniera cominceremo a conoscere il Suo amore e a capire come le verità della fede, se accolte nell’intimo della coscienza, ci trasmettano quell’amore divino, il quale è una realtà, non un’idea né un pensiero dell’uomo: è Dio stesso che, nella Sua intima natura, si comunica a noi.

Dio si comunica a noi anzitutto attraverso la Sua parola, poi anche attraverso la grazia dei Sacramenti, la quale, però, è fruttuosa nella misura in cui abbiamo dilatato il cuore all’amore di Dio. Di conseguenza è necessario guarire, tramite la Parola di Dio, anche la voce, ossia ciò che diciamo, che deve essere, prima di tutto, la professione della vera fede – ma, anche qui, non una professione meramente verbale, bensì una professione che coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita, una professione che si rispecchi negli atti nonché nelle parole che pronunciamo riguardo ad altre cose: in tutto si deve vedere che siamo cristiani, figli di Dio realmente rinati nel fonte battesimale.

Ora, la Sacra Scrittura va evidentemente conosciuta. È vero che l’Antico Testamento richiede conoscenze storiche ed esegetiche abbastanza complesse, per cui non tutti i passi sono fruibili, ma le pagine del Nuovo Testamento sono tutte un insegnamento che è alla portata di ognuno: chiunque vi può trovare luce, orientamento, nutrimento per la propria anima. Meditando la Sacra Scrittura, che è parola di Dio stesso, impariamo a riconoscere la Sua voce, il Suo stile e modo di parlare: oltre al timbro vocale – potremmo dire – anche il sentimento con cui ci parla, l’amore che ci vuole appunto comunicare. La Parola di Dio, ascoltata, ci dilata il cuore a questo amore e ci rende ricettivi, altrimenti restiamo chiusi: anche se conosciamo perfettamente la dottrina, rimaniamo pietre insensibili e impermeabili.

Una volta che abbiamo imparato a riconoscere la voce di Dio, possiamo altresì distinguere, fra le voci degli uomini, quelle che la riecheggiano da quelle che non la riecheggiano. Oggi, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo, siamo esposti a un’alluvione di discorsi che ci portano a peccare, se non altro con la mente e col cuore, spingendoci a giudicare, a compiere atti di superbia, a disprezzare il prossimo. Sentiamo tantissime cose verso le quali non abbiamo filtri: il senso critico è stato cancellato e noi, non conoscendo la voce di Dio (perché non l’abbiamo mai ascoltata) prendiamo tutto per buono o, per lo meno, rischiamo di ricevere cose cattive come provenienti da Lui. È perciò assolutamente vitale farci guarire l’orecchio e, quindi, anche la lingua, così che possiamo ascoltare la voce di Dio e parlare poi in maniera conforme a ciò che abbiamo ascoltato. In tal modo la nostra professione di fede sarà convincente e capace di toccare i cuori.

In questi ultimi anni, in Francia, si assiste a un fenomeno straordinario: migliaia di adolescenti, giovani e adulti chiedono il Battesimo senza esser stati raggiunti dalle ordinarie strutture ecclesiali, ma giungendo alla fede per altre vie, soprattutto attraverso la testimonianza di coetanei che l’hanno trovata e la trasmettono in modo convincente. Il presidente della conferenza episcopale ha ammesso che queste persone sono entrate nella Chiesa per altri cammini, non quelli predisposti dai vescovi; ciò deve farci molto riflettere sui nostri programmi e strategie pastorali.

Dio parla al cuore delle persone e, se uno ascolta, diventa capace di comunicare ad altri ciò che ha ricevuto (cf. 1 Cor 15, 3), attirandoli così al Signore. Chiediamo allora la grazia di essere guariti nell’orecchio e nella lingua, così da poter ascoltare la voce di Dio accogliendola nell’intimo della coscienza e da poter poi trasmettere a nostra volta ciò che abbiamo ascoltato. Ci doni questa grazia il Cuore Immacolato di Maria, che fin dal primo istante della Sua esistenza è stato colmato, senza opporre il minimo ostacolo, della verità e dell’amore che ci salvano elevandoci alla vita divina.


sabato 8 agosto 2026


Inganno globale,

strage senza fine

 

Presto o tardi, la storia – o, meglio, la Provvidenza – fa venire a galla le frodi e le menzogne. Ciò che gli esecrabili complottisti avevano riconosciuto fin dall’inizio era tutto vero: la cosiddetta pandemia non è stata altro che una manovra pianificata per motivi economici e finanziari, una guerra biologica condotta contro la popolazione mondiale. Tale anomalo conflitto è stato avviato con la diffusione di un virus modificato in laboratorio, poi è continuato con la somministrazione obbligata di un veleno presentato come antidoto. Ai milioni di morti causati, anziché da una patologia guaribile con farmaci ordinari, dall’omissione delle cure o da cure sbagliate, se ne stanno aggiungendo molti altri, il cui decesso è dovuto agli effetti nocivi dei cosiddetti vaccini… ma nessuno ne parla.

L’ennesima farsa

In realtà, soltanto una parte della verità sta venendo a galla nel procedimento aperto contro Anthony Fauci, uno dei principali criminali di cui i poteri occulti si sono serviti per realizzare il loro piano. Il Fauci, a suo tempo celebrato dai gesuiti traditori come un eroe uscito dalle loro scuole (alla pari del Draghi nostrano), nell’audizione al Senato degli Stati Uniti si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda appellandosi al Quinto Emendamento di quella Costituzione massonica, secondo il quale un imputato ha facoltà di farlo qualora le sue risposte possano essere utilizzate per condannarlo. Un dibattimento giudiziario, di solito, mira proprio a individuare il responsabile di uno o più reati e a farlo confessare; oltreoceano però, a quanto pare, non è così.

Il Fauci, avendo ricevuto la grazia presidenziale, non sarebbe tuttavia potuto ricorrere al Quinto; egli ha quindi operato una scelta contraria alla Costituzione stessa. In realtà, le numerosissime grazie concesse dal Biden uscente, atteso il suo stato di demenza, non sono ascrivibili a lui ma all’entourage capeggiato dalla moglie, che ha firmato i decreti con l’autopen, neanche fossero auguri natalizi. Ad ogni modo, il sistematico astenersi dal rispondere alle domande, fosse pure alle più banali, è stato per il Fauci un’implicita ammissione di colpevolezza; perfino i mafiosi, proprio al fine di evitare ciò, scelgono accuratamente gli ambiti in cui negare le risposte, piuttosto che rinchiudersi in un silenzio assoluto che li accuserebbe.

L’interrogatorio di un graziato non può comunque portare a un’incriminazione; esso serve nondimeno a individuare un capro espiatorio da gettare in pasto all’opinione pubblica, così che i suoi mandanti possano tranquillamente continuare a rimanere nell’ombra. Nessuno, per ora, osa affermare in modo esplicito che il laboratorio di Wuhan, dove il virus dell’influenza è stato modificato mediante il gain of function (come già, del resto, sapevamo), è stato finanziato da banche ebraiche americane e che, con tale triangolazione, si è distolta l’attenzione mondiale dagli Stati Uniti. Il governo cinese non è necessariamente complice diretto di questo sporco gioco, dato che anche là il potere ha livelli diversi, più o meno profondi; ciò che è certo è che già i consiglieri di Mao erano giudei statunitensi.

La verità su misura

Come nel caso dello scandalo Epstein, che per quanto ne sappiamo non ha determinato l’apertura di procedimenti giudiziari, anche qui si tratta probabilmente di una manovra del sistema avente per fine l’eliminazione mediatica degli strumenti di cui si è servito e la cui sopravvivenza rappresenta un rischio. Non vi aspettate che qualcuno ammetta che la pandemia è stata un inganno globale né che la vaccinazione ha costituito un colossale affare che ha fatto incassare cifre da capogiro alla finanza aschenazista, la stessa che foraggia la guerra in Ucraina e quella contro l’Iran, avendo altresì fornito armamenti e denari al genocidio di Gaza nonché alla distruzione del Libano meridionale; quel sistema demoniaco non ha scrupoli di sorta.

La silenziosa strage senza fine che va avanti da anni non esiste affatto per la stampa venduta a quei cultori di Satana: fin dall’inizio hanno categoricamente escluso ogni correlazione tra i cosiddetti vaccini e la nuova sindrome inventata di sana pianta, il malore improvviso. L’impennata di tumori rapidissimi e di patologie cardiache o vascolari, infrequenti specie nei giovani, deve rimanere senza spiegazioni plausibili, meglio se sottaciuta. In ogni caso, non è bon ton parlarne nei salotti che contano, dove si fa di tutto per distrarre le masse e imboccarle di fandonie. Anche le grandi “rivelazioni”, effettuate col cronometro, sono funzionali all’autoconservazione del sistema, non certo alla preservazione di quella ridicola messinscena che chiamano democrazia.

Il silenzio ecclesiastico

In tutto ciò, la Chiesa ufficiale tace in modo assordante, probabilmente perché è sotto ricatto. Non è d’altronde un mistero che la Santa Sede sia asservita, almeno dall’epoca di Roncalli, ai diktat della City londinese, che tira i fili dell’alta finanza. Prevost vola a Lampedusa per legittimare l’invasione islamica, per mezzo della quale i giudei vogliono esplicitamente cancellare quel poco che resta della civiltà occidentale e cristiana. I loro rabbini dichiarano senza pudore che l’Islam è la scopa di cui il giudaismo si serve per spazzare via la cristianità, fine che, del resto, i maomettani perseguono con zelo da millequattrocento anni. Con istinto suicida, la gerarchia cattolica ha spalancato le braccia agli uni e agli altri, che hanno ovviamente accolto ben volentieri l’invito a scannarci.

Ben peggiore della morte fisica è la morte culturale, che priva di ogni identità e spenge ogni sussulto di dignità e di giusta fierezza per quello che, per grazia di Dio, siamo stati e possiamo ancora essere, come europei e come cristiani. Se non basta l’odio indotto per le proprie radici, si rende ignorante la popolazione giovane con una scuola e un’università che non trasmettono più un autentico sapere, ma diplomano e laureano l’ignoranza crassa. Se la crisi della famiglia e il crollo demografico non sono sufficienti, si indottrina l’infanzia e la gioventù con le menzogne del gender, che fanno di bambini e adolescenti degli infelici votati alla disperazione. Se l’oblio della legge morale non lascia le coscienze abbastanza disorientate, si mina alla base la convivenza sociale con l’abolizione pratica della legalità e si provoca una conflittualità capillare con l’imposizione di limitazioni assurde e immotivate.


sabato 25 luglio 2026


Per chi non avesse ancora capito

 

Riprendiamo dalla Rete con qualche piccolo ritocco.

La Parola del Signore ci riguarda sempre – ognuno di noi in particolare – ma in certe circostanze si rivela quanto mai pertinente. Dobbiamo purtroppo parlare ancora di un evento molto grave che ha colpito l’unità della Chiesa all’inizio di questo mese. Preferiremmo di gran lunga parlare d’altro, ma la situazione ci impone di dire qualcosa di più chiaro a proposito dello scisma che si è consumato il 1° Luglio scorso. Si può certamente continuare a cavillare, dal punto di vista giuridico, per tentare di concludere in qualche modo che non si tratta di vero scisma, ma soltanto di un atto reso necessario dalle condizioni della Chiesa, ma questi sono discorsi quanto meno fantasiosi.

Se infatti pongo una causa che ha necessariamente un certo effetto, non posso poi dichiarare di non aver avuto l’intenzione di ottenere quell’effetto, poiché l’atto che compio, per sua stessa natura, ha inevitabilmente quel preciso effetto. È quindi inutile appellarsi all’intenzione soggettiva, poiché gli atti oggettivi hanno un peso e comportano conseguenze sul piano giuridico. Se dunque si compie un atto che per sua stessa natura è scismatico, si provoca inevitabilmente uno scisma, a prescindere dall’intenzione dichiarata. Una causa che ha un certo effetto lo produce; se l’effetto è cattivo, non devo porne la causa. Se l’albero è buono, non può dare frutti cattivi; siccome il frutto è cattivo (una divisione della Chiesa), vuol dire che l’albero non è buono (cf. Mt 7, 17-20).

La Parola del Signore è assolutamente inequivocabile; non può essere fraintesa. Possiamo pure cercare di arrampicarci sugli specchi ma, alla fine, è la realtà oggettiva che prevale. Dobbiamo vedere i fatti così come sono; non bastano le parole. «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21)». I  requisiti dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica sono tre: la professione della vera fede, la ricezione dei Sacramenti e l’obbedienza gerarchica. La comunione ecclesiastica si fonda sull’obbedienza ai legittimi Pastori. Di ciò che essi dicono o fanno, risponderanno loro al Signore; se io voglio seguire la sana dottrina e compiere la volontà di Dio, nessuno può impedirmi di farlo.

Nel caso dell’organizzazione che ha causato lo scisma, ci domandiamo: c’è la retta fede? È lecito dubitarne, poiché, per giustificare una disobbedienza che si protrae da cinquant’anni, la dottrina viene manipolata, al punto che è stato necessario manomettere perfino il rito di consacrazione dei vescovi, il quale prevede che, prima dell’ordinazione dei candidati, si ponga la domanda: «È certo che ci sia il mandato pontificio?». Il rito prescrive evidentemente che si risponda di sì; ma, siccome il mandato pontificio non c’era affatto, alla risposta prevista dal rito è stata sostituita una risposta inventata di sana pianta: sono dunque arrivati a manomettere perfino la Liturgia.

Di conseguenza dobbiamo domandarci: «Ci si può fidare di quello che insegnano?». Evidentemente no: non si è sicuri che sia effettivamente proclamata la verità così com’è, in quanto c’è un interesse particolare che determina l’insegnamento. Non è lecito, tuttavia, manipolare la dottrina per difendere un’opinione propria, ma bisogna correggere l’opinione, qualora sia errata; ancor meno è lecito farlo per giustificare un peccato o per legittimare una disobbedienza, ma bisogna eliminare il peccato e sottomettersi in ciò che è lecito. Qualora sia comandato qualcosa di illecito, in quel caso si resiste nelle forme lecite, in quanto un ordine contrario alla legge, semplicemente, non è un ordine; se invece viene comandato qualcosa di conforme al diritto, si deve semplicemente obbedire.

Senza questa obbedienza ci si pone fuori della comunione gerarchica, la quale è uno dei tre requisiti dell’appartenenza alla Chiesa. Il terzo requisito, com’è evidente, manca del tutto, poiché si pretende di stabilire un regime giuridico alternativo a quello del diritto ordinario, un regime di supplenza. Ci si può domandare: chi ha autorizzato questi vescovi e sacerdoti a instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente? Generale, perché riguarda tutto il diritto, non una singola norma; universale, perché abbraccia ogni luogo del mondo abitato, ubique terrarum; permanente, perché dura da cinquant’anni e non si dà alcun segnale che debba cessare. Che cosa li autorizza? Un preteso stato di necessità? Quale necessità?

I fedeli non trovano nessun altro, all’infuori di loro, per conoscere la vera dottrina cattolica? Stiamo scherzando? In tutta la Chiesa non c’è chi insegni la sana dottrina? I fedeli non possono ricorrere a nessun altro per ricevere i Sacramenti? Non ci sono altri sacerdoti che diano Sacramenti validi? E qui veniamo al secondo requisito, che è appunto la ricezione dei Sacramenti, la communicatio in sacris. Ora, un’organizzazione che rifiuti i Sacramenti da tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica, evidentemente, non è in comunione con essa. Lo scisma è definito dal Codice di Diritto Canonico come rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti (can. 751).

Ci sono dunque tutte le condizioni: al Romano Pontefice non obbediscono; nemmeno ai Vescovi locali obbediscono, avendo sviluppato un’attività pastorale totalmente indipendente da loro; infine insegnano a rifiutare i Sacramenti che non siano dati da sacerdoti membri della loro organizzazione. Se questo non è scisma, che cos’è? Vogliamo giocare con le parole? Vogliamo – come dicevamo – arrampicarci sugli specchi? Non si può, perché la realtà prevale. Chi pretende di instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente, fa qualcosa di non autorizzato: nessuna situazione può legittimare una scelta del genere; non esiste.

Stando così le cose, bisogna esser consapevoli che non è più lecito assistere a Sante Messe celebrate da sacerdoti appartenenti alla sedicente Fraternità San Pio X; le concessioni fatte durante i pontificati precedenti sono state revocate. Se quindi non è lecito assistere alle loro Messe, non bisogna andarci sotto pena di peccato mortale, poiché sono Messe celebrate da sacerdoti scismatici. Uno potrebbe obiettare che la scomunica riguarda i soli vescovi; in realtà essa riguarda tutti coloro che fanno parte formalmente di detta Fraternità. Infatti, aderire formalmente (ossia condividendone le convinzioni e gli scopi) a un movimento scismatico comporta la scomunica latae sententiae per il delitto di scisma. Se i sacerdoti membri non ne condividessero le convinzioni e gli scopi, non ne sarebbero membri.

Le Messe celebrate da quei sacerdoti, di conseguenza, sono illecite e sacrileghe, pur essendo valide in virtù del sacramento dell’Ordine da essi ricevuto. Le assoluzioni, invece, sono invalide, poiché, per assolvere validamente – eccetto in pericolo di morte – è necessaria la facoltà del vescovo. Chi ha dato loro la facoltà di assolvere? Certo, il papa precedente l’aveva concessa (non si capisce in base a quale principio), ma ora è stata revocata. Se perciò volete ricevere un’assoluzione valida, dovete andare da un sacerdote che abbia ricevuto la facoltà di assolvere; altrimenti, non soltanto rimanete con i vostri peccati, ma commettete anche un sacrilegio.

Ora, viste le ripercussioni che questo fatto sta avendo su tutto il mondo della Tradizione, abbiate cura di verificare che la Messa antica sia celebrata da sacerdoti regolarmente incardinati o in una diocesi o in un istituto religioso. Siamo fedeli cattolici; siamo membri della Chiesa, poiché abbiamo l’integrità della fede, i Sacramenti e la comunione gerarchica; il resto viene dal maligno. Ricordate ciò che dice il Signore? «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37). Cercare di scantonare per giustificare ciò che non si può giustificare non viene da Dio; non è lo Spirito Santo a ispirare tale condotta.

Raccogliamo dunque l’esortazione di san Paolo, che ci ammonisce così: nella vita o si è schiavi del peccato o si è servi di Dio (cf. Rm 6, 16-23); non ci sono possibilità intermedie. Se sono schiavo del peccato, il risultato finale è la morte eterna, l’Inferno; se invece sono servo di Dio, vado verso la vita eterna, a condizione, però, che mi santifichi in questa vita terrena. Ora, come può santificarsi chi è in stato di scisma e, di conseguenza, non ha più la grazia santificante, anzi non ha più niente, perché non è più membro della Chiesa? Vedete l’enorme pericolo che corrono le anime? Certamente Dio vede nell’intimo di ogni coscienza: se vi vede l’errore invincibile, ne terrà conto e avrà misericordia, dato che le persone sono state manipolate e hanno subìto il lavaggio del cervello; tuttavia il rischio è reale – ed è enorme.

Chi si pone fuori della Chiesa perde tutto. Chiediamo allora la grazia di rimanere fermi nella nostra appartenenza alla Chiesa; leali nella nostra coscienza, distinguendo senza infingimenti ciò che è lecito da ciò che non è lecito, ciò che ci porta in Paradiso da ciò che ci porta all’Inferno; e, infine, fiduciosi nella Provvidenza, che – come ci insegna la Liturgia – non sbaglia mai in ciò che dispone: ci crediamo o no? Se la Provvidenza non sbaglia mai, anche il male che permette è permesso in vista di un bene maggiore. Ogni pena che sopportiamo in questa vita per amore di Dio porterà un frutto eterno; l’importante è avere la grazia necessaria per poterla sopportare conservandoci uniti alla santa Chiesa di Cristo.