Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 24 febbraio 2024


Alla ricerca del culto perduto / 3

 

 

Tu benedices iusto (Tu benedirai il giusto; Sal 5, 13).

Mentre si recita attentamente l’Ufficio Divino, può capitare che un versetto pronunciato centinaia di volte sprigioni inaspettatamente una luce originale in rapporto all’attualità ecclesiale. Poiché la Sacra Scrittura è ispirata da Dio, non c’è in essa nulla di incoerente; alla lettura spirituale, anzi, tutto rivela un ordine e una coesione mirabili. Il Signore – afferma il Salmista – non benedice se non i giusti, gli unici che siano suscettibili di esser benedetti; il Sommo Bene, infatti, non può comunicarsi a chi si è volontariamente posto in una disposizione contraria. La proposizione messa in risalto conclude una riflessione sulla situazione dei malvagi di fronte a Colui che ne aborrisce le scelte: «Al mattino starò alla tua presenza e vedrò che tu non sei un Dio che voglia l’iniquità, così che il maligno non abiterà presso di te, né persisteranno gli ingiusti davanti ai tuoi occhi. Odi quanti operano l’iniquità; rovinerai quanti proferiscono menzogna. Il Signore detesta l’uomo sanguinario e ingannatore» (Sal 5, 5-7).

Impossibili benedizioni

Questa evidente certezza non fa altro che confermarsi e precisarsi laddove si consideri la natura della fede. Essa consiste nell’adesione dell’intelletto, mosso dalla volontà sotto l’influsso della grazia, alla Rivelazione divina, la quale contiene non soltanto verità su Dio e sull’uomo, ma anche norme che consentano al secondo di vivere in armonia col primo. Lo scopo della Rivelazione, infatti, è stabilire una relazione di amicizia tra il Creatore e la creatura, cosa che esige evidentemente la sottomissione dell’una all’Altro. L’uomo, essendosi integralmente ricevuto da Dio e tendendo consapevolmente a Lui come al proprio fine ultimo, non può realizzare la propria vocazione se non mediante l’amorosa obbedienza a Colui che per pura generosità gli ha dato l’essere e la grazia in vista della gloria. Una relativa autonomia consiste per lui nella capacità di determinare liberamente le sue scelte in funzione del fine, non certo di individuare il fine stesso e il modo di giungervi.

Le benedizioni sono sacramentali, ossia riti istituiti dalla Chiesa che, per una certa somiglianza con i Sacramenti, ottengono effetti soprattutto spirituali (ma non solo) che dispongono l’anima a ricevere la grazia santificante o a farla fruttificare. Mentre i Sacramenti, dal punto di vista della sola validità, producono infallibilmente l’effetto proprio di ciascuno con la semplice esecuzione del rito previsto (ex opere operato), richiedendo l’adesione interiore ai soli fini della fruttuosità, i sacramentali sono efficaci in base alla fede e alle disposizioni sia di chi li amministra sia di chi ne beneficia (ex opere operantis). Poiché la fede, come appena visto, include necessariamente scelte di vita corrispondenti, è impossibile che una benedizione abbia effetto su chi vive in modo ad essa contrario, a meno che non ne sia pentito e non stia facendo il possibile per uscire dalla sua situazione di peccato; qualora quest’ultima sia pubblica, una benedizione costituisce un intollerabile scandalo.

Decomposizione della Liturgia

Chi si oppone al rito tradizionale lo fa mosso da una concezione della Liturgia che non corrisponde alla sua realtà oggettiva, bensì alla sua visione ideologica, artificiosa e storicistica. L’aggiornamento della dottrina e del culto, con il quale si è cercato di legittimare la rivoluzione conciliare, esprime di fatto un tentativo di reinterpretare il cristianesimo in chiave antropocentrica. Il fondamento di esso è la contraddittoria (e per ciò stesso assurda) pretesa, esplicitamente dichiarata nel discorso di chiusura del Vaticano II, di conciliare il culto del Dio che si è fatto uomo con quello dell’uomo che si fa dio. Le radici di tale prometeica ribellione affondano nel pensiero di quegli umanisti che, non a caso, si sentirono chiamati a tradurre (e quindi praticare) il Corpus Hermeticum, vera e propria summa della stregoneria egizia. L’accanita difesa della nuova Messa, inscindibile dall’odio per quella antica, puzza effettivamente di luciferino e di pratiche occulte.

Pretendere peraltro di reprimere abusi in un contesto intellettuale e operativo strutturalmente soggetto a continua evoluzione è quanto meno risibile: una volta demoliti i fondamenti e rimosse le pietre di confine, a che cosa ci si può ancora appellare per esigere l’osservanza delle norme, se oltretutto si emette non un testo legislativo, ma una semplice nota? Se i ministri che alterano i riti prescritti fino a renderli invalidi non vengono sanzionati, che cosa li fermerà? Essi sono fermamente convinti, in base alle loro idee, di agire in modo lodevole per il bene dei fedeli e della Chiesa; nella loro mente il concetto di validità è del tutto superato a vantaggio dell’efficacia pastorale, la quale, benché solo presunta, per loro sussiste per il semplice fatto che l’hanno pensata. Tale idealistica prevalenza del pensiero sul reale, d’altronde, è in perfetta continuità con i princìpi che hanno guidato la cosiddetta “riforma” liturgica: può forse la rivoluzione cristallizzarsi in una forma definitiva?

La propensione a trasformare la Liturgia in campo di incessanti sperimentazioni dettate da opinioni strampalate non poteva non sfociare nella decisione di impartire “benedizioni” (del tutto inefficaci, come appena visto) anche a chi vive in peccato mortale manifesto. Si osserverà che questo nasconde in realtà la volontà di legittimare il vizio di chi legifera, ma ciò non toglie che l’effetto di interventi del genere, oltre allo scandalo immediato, è a lungo termine una deformazione mentale che conduce a considerare il culto un fatto completamente arbitrario, privo di consistenza propria, soggetto al puro arbitrio di chi se ne occupa e ridotto a veicolo di propaganda ideologica. Quel che è peggio, quanto ai metodi, è la perversione delle giovani coscienze di seminaristi, frati e suore che, a causa dei loro studi e della “formazione” ricevuta, perdono quel po’ di fede e buon senso che avevano all’inizio e, per mezzo di una sottile quanto pervasiva manipolazione mentale, sono violentati nell’anima (oltre che, spesso, anche nel corpo).

Eredità per il futuro

Molti di noi hanno avuto la grazia di conoscere, in gioventù, qualche anziano sacerdote formato alla vecchia maniera: animato da fede robusta e serena, dotato di sano senso pratico e pastorale, mosso da bontà disinteressata e concreta, pieno di attenzione discreta ed efficace ai bisogni altrui, dolce e compassionevole verso ogni umana miseria, affabile e scherzoso anche nelle prove, mite e magnanimo perfino con gli avversari, solido come una roccia e delicato come una madre, capace di incessante zelo e abnegazione fino all’eroismo, ma senza spettacolarità né vittimismo, accurato nel culto senza essere maniaco di pizzi e merletti. In lui non si cercava l’oratore brillante o l’intrattenitore di successo, ma una parola amica al momento giusto, un consiglio sapiente nelle difficoltà, una mano che sollevasse dalla malattia o asciugasse le lacrime, la grazia di un’assoluzione amministrata dopo aver suscitato sincero pentimento, il gesto sacro che preparasse all’ultimo passaggio… in una parola, la presenza di Gesù perpetuata sulla terra.

Da dove scaturiva tutto questo? Dalla completa e definitiva rinuncia a se stesso e ai propri comodi, appresa con un’ascesi semplice e soda; dall’insegnamento delle virtù sacerdotali e religiose, impartito con dovizia di esempi tratti dalla vita dei Santi, immensa famiglia nella quale si sentiva a casa; dalla crocifiggente recitazione del Breviario con tutte le letture patristiche, così ricche di umanità e dottrina; dalla meditazione della Scrittura letta nella Vulgata; dalla contemplazione, coi calli alle ginocchia e la corona sempre in mano, dei divini misteri gustati nel Rosario; dal frequente colloquio col Prigioniero del tabernacolo; dal quotidiano associarsi all’immolazione della Vittima pura, santa e immacolata; dal continuo contatto con i problemi della povera gente, illuminato da un’incrollabile fiducia nella potenza della grazia e da un’intima familiarità con le imprevedibili vie della Provvidenza; da una sincera e profonda solidarietà con gli uomini, debitori come lui al Redentore. La sua carità troverebbe certo la parola e i gesti più adatti anche con gli odierni peccatori, talmente smarriti da non saper più neppure riconoscere il proprio peccato, ma li benedirebbe soltanto dopo averli riportati a Dio, fonte di ogni benedizione. Questo è vero amore.


sabato 17 febbraio 2024

 

Alla ricerca del culto perduto / 2

 

 

O uomo, se vuoi godere della libertà, infila il tuo collo nella sua catena e i tuoi piedi nei suoi ceppi (cf. Sir 6, 25 Vulg.). Non c’è gioia più grande della libertà, ma non potrai goderla se non piegherai il collo della superbia alla catena dell’umiltà e non chiuderai i piedi degli affetti carnali nei ceppi della mortificazione (sant’Antonio di Padova, Sermone per la XV Domenica dopo Pentecoste, I, 4).

Citando a memoria un testo sapienziale dell’Antico Testamento, il grande Dottore fattosi piccolo al seguito del Poverello d’Assisi enuncia un principio fondamentale: il segreto della libertà è radicato nel vivere secondo ragione. L’uomo, essere dotato di intelletto e volontà libera, non può esercitare adeguatamente la seconda se non sotto la guida del primo: la luce del vero, infatti, lo orienta verso il bene, al quale la volontà tende per sua stessa natura, così come per sua stessa natura l’intelletto tende alla verità. Dato che la verità è l’essere in quanto è conoscibile e il bene lo stesso essere in quanto è fruibile, un uso del libero arbitrio contrario alla verità non produce alcun bene e, di conseguenza, non dilata l’ambito della libertà umana ma, al contrario, lo restringe; esso non può arrecare la gioia e soddisfazione che il soggetto ne sperava, bensì tristezza e frustrazione.

Il testo biblico citato si riferisce proprio al consilium intellectus, indicato nel versetto precedente: è appunto la guida della ragione, che l’educazione paterna abilita al suo compito e sviluppa in vista del suo esercizio maturo. Sant’Antonio la vede però applicata, in particolare, alla virtù che fonda le altre e all’indispensabile pratica dell’ascesi: l’umiltà di cuore e la mortificazione degli appetiti sono anzitutto disposizioni ragionevoli che pure la saggezza umana riconosce utili, pur non avendo, nello stato di natura decaduta, i mezzi necessari per realizzarle in modo retto e compiuto. Ecco allora la necessità della grazia, che risana l’intimo dell’uomo e gli ridona sia la capacità di essere realmente umile, piuttosto che in apparenza, sia quella di mortificarsi con frutto, anziché per vanagloria. Caritas a fundamento humilitatis: già sant’Agostino si era reso conto che neanche la carità, anima e vincolo di tutte le virtù, è possibile a chi manca di autentica umiltà.

Malintesi morali e culto divino

Riecheggiando ancora l’Ipponate, il Nostro ne sviluppa il pensiero icasticamente espresso nel tanto celebre quanto frainteso Ama et quod vis fac (Ama e fa’ ciò che vuoi): «Se l’uomo si sottomette alla ragione, trova la grazia, diventa libero, ha la possibilità di andare dove vuole e di fare ciò che vuole. […] Al giusto non viene imposta la legge (cf. 1 Tm 1, 9), perché è lui stesso legge a sé medesimo (cf. Rm 2, 14). Ha infatti la carità, vive sottomesso alla ragione e, quindi, va dove vuole e fa ciò che vuole» (ibid.). La carità consiste nell’amare Dio per Se stesso, cioè come Sommo Bene per sua natura infinitamente amabile, e nell’amare il prossimo come sé stessi per amore di Dio; il suo esercizio, di conseguenza, presuppone necessariamente la libera sottomissione alla retta ragione, in quanto senza quest’ultima è impossibile riconoscere il bene e tendervi, cosa che impedisce altresì di cooperare con la grazia. Il giusto non ha più bisogno della legge perché, avendone interiorizzato le esigenze, spontaneamente la applica nel bene che il suo intelletto vede e la sua stessa volontà gli comanda.

Trasferendo il discorso in campo liturgico, non possiamo fare a meno di osservare fino a qual punto il rito tradizionale traduca meravigliosamente queste verità in riferimento al culto dovuto a Dio: la ragionevole ed esatta conformazione ai gesti e alle parole prescritte affranca il ministro da tutta una serie di costrizioni illegittime impostegli dalla necessità di “interpretare” e “animare” un rito privo di vita propria in quanto artificiale, costruito a tavolino con criteri, oltretutto, estranei. L’idea che la sua efficacia dipenda dall’originalità di chi lo esegue ingenera una vera e propria ossessione: il prete si trasforma così in intrattenitore e la Messa diventa uno spettacolo gratuito di basso livello e scarsa attrattività, malgrado tutti gli sforzi; ciò che è peggio, egli perde e fa completamente perdere di vista la vera natura e il vero significato di ciò che sta compiendo. L’insignificanza di un’azione già poco attraente per le sue modalità esecutive, a lungo andare, finisce col renderla insopportabile.

Nel rito antico, invece, il sacerdote sa di prestare la voce e le mani a Gesù Cristo e di doversi quindi limitare a compiere fedelmente quanto stabilito, senza inventare né modificare nemmeno il minimo dettaglio. Ciò non vuol dire, ovviamente, che debba agire come un automa privo di pensiero nonché di sensibilità; la consapevolezza di quel che fa, al contrario, mantiene la sua mente attenta al massimo grado di cui è capace e infiamma il suo cuore di appassionato amore per Colui che, tra le sue mani, torna a incarnarsi e immolarsi per gli uomini, a cominciare dal Suo ministro. Non esiste nulla di più sublime né di più liberante: lasciando che Dio si serva di lui per comunicare agli uomini i doni del Suo amore, egli si sente realizzato – come usa dire al giorno d’oggi – a un livello inimmaginabile da chiunque aspiri ad affermarsi mettendo in mostra le proprie qualità per ottenerne pubbliche lodi; siamo semplicemente in un altro mondo, quello della carità divina.

Vivificante mortificazione

Non è solo il sacerdote a sperimentare questa liberazione dall’io e dalle costrizioni di un’efficienza puramente orizzontale, quando lascia a Cristo il posto che Gli spetta, ma anche il popolo cristiano, non più tiranneggiato dal bisogno di attivismo, emotivismo e protagonismo, che nessuna esibizione può comunque soddisfare. Chi, dopo aver ascoltato e adorato col cuore pieno di fede e riverenza, si inginocchia alla balaustra per ricevere il Pane vivo come un bambino imboccato dalla mamma, non è ripiegato su esigenze soggettive indotte che prevalgano sulla realtà oggettiva del Sacramento, ma accoglie il crocifisso Redentore tutto dimentico di sé e proteso a Lui, in quanto rapito dallo stupore e dalla gratitudine suscitati da un incommensurabile quanto immeritato amore. Non c’è niente di più miserabile e blasfemo che, da peccatori quali siamo tutti, rivendicare diritti inesistenti nel ricevere il Dono in assoluto più grande e magnifico, come se il prenderlo con le proprie mani avesse maggiore importanza che l’accoglierlo in un’anima che sia almeno in stato di grazia…

La superbia e gli attaccamenti dell’io impediscono di godere della libertà che il Signore ha donato ai redenti e sono all’origine della tentazione, ricorrente nella storia dell’antico popolo eletto, di tornare in Egitto, preferendo i meschini vantaggi della schiavitù ai benefici della condizione libera (cf. Es 16, 2-3; Nm 14, 3-4; Ger 42, 14-15). La Provvidenza permette le prove proprio per purificare l’uomo dall’egoismo che lo asservisce e affrancarlo dalle catene del suo orgoglio; chi è centrato su di sé e tale vuol rimanere, tuttavia, le respinge stolidamente e vi si ribella, non presagendo le benevole intenzioni divine. Per questo la Chiesa ha sempre insegnato, almeno fino a qualche decennio fa, ad astenersi a intervalli anche dai godimenti leciti per restituire all’anima la sovranità sul corpo e rendere così alla persona la vera libertà e la vera vita, per le quali è fatta. Diversamente si vive contro natura, ossia in maniera contraria a quel che si è per costituzione; l’uomo è allora dominato da bisogni, godimenti e passioni della parte inferiore, che lo rendono schiavo e infelice.

Tutta la Tradizione, a cominciare dal rito della Messa, è una scuola di questa mortificazione capace di liberare e vivificare chi la pratica. È comprensibile che, per quanti ne sono del tutto digiuni, sia necessario un periodo più o meno lungo di adattamento e assimilazione: chi ha sempre camminato male non può mettersi subito a correre, benché sia in via di guarigione, così come chi non ha mai veduto con occhi sani si abitua solo gradualmente alla luce piena. Voler bruciare le tappe non porta buoni frutti, ma rischia di trasformare gli individui in fanatici che si sentono a posto per il solo fatto di aver cambiato rito o di aver adottato nuove abitudini, senza comprendere in profondità né l’uno né le altre e, di conseguenza, senza cambiare interiormente. Si è modificata soltanto l’esteriorità, mentre il cuore rimane ricolmo di superbia e di affetti carnali. Tornati, pur non volendo, alla stessa conclusione della volta scorsa, non possiamo fare altro che ribadire: che il Signore ce ne guardi.


sabato 10 febbraio 2024


Alla ricerca del culto perduto / 1

 

 

La rivoluzione liturgica non è consistita unicamente nel protestantizzare la Messa con l’invenzione di un rito che ne oscurasse il carattere sacrificale e la facesse percepire come una riunione fraterna in cui si ricorda l’Ultima Cena; essa, ancor più profondamente, ha stravolto il senso stesso del culto cui Dio ha diritto e che procura all’uomo i beni soprannaturali di cui ha bisogno per salvarsi. Ciò è molto evidente già nel rifacimento della Settimana Santa del 1955 e nelle successive “riforme” di Giovanni XXIII: quella delle rubriche, attuata nel 1960, e quella del Messale, che le seguì a stretto giro nel 1962. I cattivi consiglieri di Pio XII lo convinsero a modificare riti millenari di profondo significato teologico e di grande efficacia spirituale, aprendo così la strada agli ulteriori interventi demolitori del successore, che ridusse drasticamente il culto dei Santi e diminuì fortemente anche l’Ufficio domenicale con la soppressione di moltissimi testi patristici, per non parlare di tutte le vigilie e le ottave già abolite dal predecessore. Dopo decenni di continui mutamenti, il clima era pronto per le radicali innovazioni del 1969.

Criteri estranei

Cercando di individuare le coordinate di questi cambiamenti così notevoli, possiamo coglierne tre: il razionalismo, il funzionalismo e l’utilitarismo. Il primo, in campo cattolico, spunta già nel XVIII secolo, in occasione del sinodo spurio di Pistoia del 1786, poi condannato da papa Pio VI nel 1794: l’intellettualismo illuministico aveva contagiato molti ecclesiastici, convinti che l’elemento decisivo della Liturgia fosse la comprensione di gesti e parole, piuttosto che l’inafferrabile azione della grazia, e che la sua efficacia dipendesse perciò dall’attiva partecipazione del popolo. È indubbio che una seria formazione liturgica sia estremamente utile, se non necessaria, a una buona vita cristiana, ma non dobbiamo dimenticare che i frutti della grazia dipendono soprattutto dalle disposizioni interiori. Coloro che attribuiscono un’importanza eccessiva all’apporto dell’uomo nel culto cattolico tradiscono una mentalità naturalistica che ne ignora il carattere precipuo, ossia la soprannaturalità.

A partire da questa visione deformata, è inevitabile scivolare in un approccio di tipo funzionalistico: i riti devono rispondere a un’attesa antropologica e produrre in tal senso effetti verificabili; essi sono validi nella misura in cui se ne ottengono riscontri immediati. In questa prospettiva ci si aspetta dalla Messa che susciti emozioni e favorisca la coesione del gruppo, oppure la si sfrutta come mezzo di propaganda ideologica; il Sacrificio redentore passa inosservato, sia perché, di solito, non se ne ha neppure la nozione, sia perché la Consacrazione rimane sommersa da un fiume di parole umane non pertinenti. Un’ansia spasmodica per la riuscita esteriore degli atti liturgici crea uno stato permanente di sperimentazione: la creatività e l’improvvisazione diventano inderogabili regole dettate dalla paura di non ottenere il risultato sperato; ogni volta bisogna escogitare qualcosa di nuovo per animare un rito che, effettivamente, non coinvolge più nessuno.

Tale atteggiamento determina col tempo una concezione utilitaristica della Liturgia: si va in chiesa soltanto se se ne ricava qualcosa in termini terreni. Il dovere di onorare il Signore, sia per Se stesso che per tutti i benefici che ci elargisce, è completamente oscurato dalla pretesa di ottenere un qualche godimento effimero di natura intellettuale, estetica o semplicemente emotiva. L’assoluta necessità della grazia ai fini della beatitudine eterna è parimenti caduta in oblio: se c’è un Paradiso, ci si arriva con i propri sforzi umani, eventualmente orchestrati dalle idee del predicatore, qualora siano gradite agli orientamenti dell’uditorio. È qui che si deve instaurare il Regno di Dio e tocca a noi realizzarlo con i nostri programmi; la Messa serve solo a motivare o almeno confermare impegni già fissati in modo del tutto indipendente in nome dell’inclusione, della pace e della salvezza del pianeta.

Deformazioni interiori

Gli effetti di queste false prospettive (già riprovate da Pio VI, ma tornate in auge con l’ultimo concilio) non han tardato a manifestarsi. La teologia liturgica è stata travolta dallo storicismo, che interpreta tutto in senso evolutivo, quando invece il culto è per definizione un insieme di atti comandati da Dio, non inventati dall’uomo, e per ciò stesso immodificabili. Si obietterà che è stata la Chiesa a fissare i riti; ciò vale però soltanto per gli elementi non essenziali: è semplicemente impensabile, infatti, che il suo Fondatore non abbia prescritto in qual modo Lo si dovesse onorare e quali fossero i mezzi di comunicazione della grazia. Nel corso dei secoli, certo, la Liturgia si è progressivamente accresciuta e arricchita, ma sempre conservando il proprio impianto fondamentale in una mirabile continuità, senza strappi né stravolgimenti; nel secolo scorso, invece, la si è radicalmente reinventata in base a una concezione che non trova fondamento nella Tradizione.

Pensare che il mezzo stabilito da Dio per applicare la Redenzione alle anime debba essere adattato alle mutate condizioni della società significa sottomettere l’assoluto al relativo, vincolandolo così alle contingenze dei tempi e facendolo apparire come una realtà accidentale che, a lungo andare, diventa insignificante. Se, infatti, ciò che è sempre stato efficace cessa di esserlo in una determinata epoca, ci si può facilmente convincere che non lo sia stato per ragioni intrinseche, bensì per fattori estrinseci; non ha senso, peraltro, ritenere che uno strumento che ha sempre assicurato la propria funzione smetta di farlo a un dato momento. Il primo esempio di intervento dettato da tale mentalità storicistica fu, nel 1953, l’abolizione del digiuno eucaristico dalla mezzanotte, giustificato con speciosi motivi a favore della comunione frequente nel nuovo contesto sociale; cominciò così il processo che, in settant’anni, ha reso la ricezione dell’Eucaristia un fatto estremamente banale.

Su questa linea si è finito col posporre la realtà oggettiva dei Sacramenti, che esige precise condizioni per riceverli, alla sensibilità e alle esigenze soggettive dei fedeli, le quali, oltretutto, non sono certo nate spontaneamente, ma sono risultato di una forma di ingegneria sociale. Caso lampante è quello della comunione sulla mano: mezzo secolo fa nessun cattolico si sarebbe nemmeno sognato non di pretenderla, ma neppure che fosse possibile, se i vescovi di alcuni Paesi nordeuropei non avessero cominciato a imporla abusivamente e un papa non la avesse autorizzata come una concessione; poi l’eccezione è diventata un obbligo, come ben sappiamo. Ciò non basta, tuttavia, per considerarla una cosa buona e lecita; al contrario, il soggettivismo sotteso a questa pratica ha estinto in molti la fede nella Presenza reale e ha ingenerato un individualismo esasperato che mette l’io al di sopra di tutto, perfino di Dio, malgrado l’asfissiante comunitarismo di facciata.

Risalire la china

Come insegnano i vecchi manuali di ascetica, più si accontenta il corpo, più il corpo pretende. Più si adatta la Liturgia alla temperie socio-culturale, analogamente, più quest’ultima rivendica dei diritti su di essa; più diminuisce l’impegno che richiede, più si vuole ridurlo e lo si tralascia; più la si semplifica, meno la si cura e vi si fa attenzione, finché non rimane altro che una praticaccia distratta, raffazzonata, annoiata e noiosa, dalla quale perciò ci si esenta ogni volta che si può. Il Sacrificio redentore, ormai, è una stanca messa in scena che non serve più neppure a radunare la comunità, visto che – secondo quanto asserito quattro anni fa dalla conferenza episcopale, prona a un governo illegittimo – si può pregare anche a casa… A che scopo, allora, spender milioni di euro per costruire quei mostri che chiamano chiese? La cosiddetta “riforma” liturgica, condotta con criteri tipicamente massonici e protestanti, è arrivata al capolinea. A noi rimboccarci le maniche e risalire la china con tutto l’amore di cui la grazia ci rende capaci.

A tal fine non basta, evidentemente, riprendere materialmente usi e maniere del tempo che fu, i quali non appartenevano necessariamente alla Tradizione in senso proprio, ma erano, in parte, abitudini di una data epoca o regione. Anche riguardo ai riti più venerandi, non è sufficiente la mera esecuzione esteriore perché portino i loro frutti spirituali; il cristiano non è un archeologo o antiquario cultore di pezzi da museo, bensì un innamorato di Dio che si abbevera avidamente alle fonti della grazia per poter contraccambiare l’impareggiabile carità di Colui che lo ha amato per primo, redimendolo dal peccato ed elevandolo alla Sua inestimabile amicizia. Al di fuori di questa umile consapevolezza e delle disposizioni ad essa attinenti, rimane solo il fariseismo di chi crede di potersi rendere giusto dinanzi a Dio con la puntigliosa osservanza di pratiche religiose orgogliosamente eseguite senza che cambi nulla nel cuore. Che il Signore ce ne guardi.


sabato 3 febbraio 2024

 

Una mano dal Cielo

 

 

– A san Filì, dacce ’na mano! Certo che pure te, a li tempi tua, n’hai viste de cotte e dde crude dentro a ’sta città… Ma com’hai fatto?!?

– Semplice: me so’ fatto santo.

A un prete romano può capitare di trovarsi a passare, in una gelida e tersa mattinata d’Inverno, davanti alla Chiesa Nuova e, spinto da una forza interiore, di entrarvi per buttarsi in ginocchio davanti al corpo di san Filippo Neri lasciando prorompere dal cuore queste parole e ricevendo nel pensiero la disarmante risposta sopra riportata. Per quanto la Roma rinascimentale fosse corrotta nei costumi, i Santi dell’epoca rimarrebbero esterrefatti nel costatare il grado di decadenza cui è giunta, a cominciare dalle sue  guide, larga parte della Chiesa di oggi, non soltanto per le deviazioni morali, ma anche e soprattutto per quelle intellettuali. La metafisica, la logica e l’etica non erano ancora state sovvertite da Kant, Hegel e Heidegger, né la teologia era rimasta influenzata, ad opera dei vari Küng e Rahner, dalle loro aberrazioni. Quella risposta, tuttavia, rimane ancora valida; anzi, essa appare come il primo e principale antidoto alla degenerazione del clero.

Il cuore del problema

Per amor di verità, non si può addossare tutta la colpa ai soli intellettuali tedeschi. In Vaticano l’immoralità allignava da tempo, ben prima dell’ultimo, devastante concilio. Non c’erano solo prelati massoni o modernisti camuffati, ma pure cultori del peggiore dei vizi, che già allora si proteggevano o ricattavano a vicenda. Eppure sarebbe bastato recitare con attenta devozione le preghiere di preparazione alla Messa (attribuite a sant’Ambrogio ed esprimenti le disposizioni necessarie per celebrarla) per rendersi conto dell’inescusabile incoerenza. Quella assegnata al Lunedì, in particolare, domanda la purezza richiesta al sacerdote dal suo stato e da ciò che si accinge a fare: è la natura stessa del sublime atto sacro che sta per compiere ad esigere nella sua persona condizioni precise, in mancanza delle quali esso sarà realizzato in modo valido, sì, ma indegno se non sacrilego, qualora egli si trovi in peccato mortale.

«Re dei vergini, amante della castità e dell’integrità, con la celeste rugiada della tua benedizione estingui nel mio corpo il fomite dell’ardente libidine, perché rimanga in me una costante castità del corpo e dell’anima. Mortifica nelle mie membra gli stimoli della carne e ogni eccitazione libidinosa e con gli altri tuoi doni, che ti piacciono in verità, donami una vera e perpetua castità, affinché io sia in grado di offrirti il sacrificio di lode con corpo casto e cuore puro. Con quanta contrizione del cuore e abbondanza di lacrime, infatti, con quanta riverenza e tremore, con quanta castità del corpo e purità dell’anima va celebrato questo celeste e divino sacrificio, nel quale davvero si assume la tua carne, nel quale davvero si beve il tuo sangue, nel quale le realtà più basse si uniscono a quelle più sublimi, quelle terrene a quelle divine, al quale prendono parte i santi Angeli con la loro presenza, nel quale tu sei sacrificio e sacerdote mirabilmente e ineffabilmente costituito!».

La realtà oggettiva della Messa provoca un attonito stupore e un religioso timore da cui l’anima si sente sopraffatta e al contempo spronata a chiedere l’aiuto soprannaturale indispensabile per porsi nelle disposizioni adeguate, così da poter offrire il Sacrificio nel modo meno indegno possibile. Si sa che numerosi sacerdoti si sono dannati oppure scontano in Purgatorio pene durissime per le loro negligenze nel culto; che ne sarà di quelli che profanano la propria persona consacrata e poi, senza scrupoli di sorta, celebrano sacrilegamente i divini misteri? Come osano presentarsi in quello stato – sempre con le parole di sant’Ambrogio – al cospetto della tremenda maiestas, se anche chi è in stato di grazia, nell’accedere a quel sacro convito, continua a temere e tremare per la consapevolezza dei peccati passati, che ne hanno macchiato il corpo e inquinato la mente, motivo per cui non può fare altro che affidarsi alla bontà e misericordia di Dio?

La vera sfida di sempre

Non alludiamo, naturalmente, alla fiducia temeraria che oggi è suscitata da un ingannevole concetto di misericordia. Colui che si è fatto crocifiggere per liberare l’uomo dal peccato e dalla morte eterna può forse indurlo con una falsa pietà a rimanere com’è sentendosi scusato delle proprie colpe e incoraggiato a perseverare nel male? Il peccato grave non è mera idea, bensì un fatto oggettivo che priva l’anima della vita soprannaturale e le fa meritare la dannazione, così come un virus pericoloso priva il corpo della salute e lo espone al decesso. Non ci si può illudere con giochi di parole, poiché la realtà della colpa non cambia e la coscienza segnala chiaramente la malizia di un atto; solo chi si ostina a soffocarne la voce con artifici ideologici riesce ad andare avanti senza fare i conti con essa, ma prima o poi, volente o nolente, sarà costretto a farli con il Giudice divino – e allora sarà troppo tardi. Dobbiamo tutti interrogarci costantemente sullo stato dell’anima, ma soprattutto chi (almeno per ragioni statistiche) è più vicino al trapasso e ha responsabilità maggiori di quelle dei comuni mortali.

A costo di essere ripetitivi, torniamo a ribadire – con in più il conforto dei Santi – che l’unica vera urgenza rimane la santificazione personale; ciò vale per ogni battezzato, ma quanto più per i sacri ministri! La denuncia degli abusi perpetrati da chierici di ogni ordine e grado mira a mettere in loro una sana inquietudine e a ottenere giustizia per le vittime in questo mondo; essa non deve tuttavia trasformarsi in scusa per trascurare il proprio impegno di purificazione dal peccato e di progresso nella virtù: sarebbe soltanto l’ennesima tentazione di distrazione, un ulteriore diversivo utilizzato dal diavolo per rovinare le anime sotto apparenza di zelo. San Filippo Neri ci redarguirebbe con la sua arguzia così penetrante ed efficace, che aveva in dote da buon fiorentino, ma aveva arricchito di una nota di amabile ironia grazie al prolungato e quotidiano contatto con il popolo di Roma. L’aiuto è pronto a offrircelo, ma vuole trovare in noi almeno un minimo di buona volontà. «Io ’na mano ve la do, ma pure voi dateve da fa’ un pochetto, no? Siate boni, se potete…».

Il segreto della vittoria

Gli amici di Dio uniscono con disinvoltura uno sguardo impietoso sui mali del tempo a una serena speranza teologale, capace di sorriso e perfino, a volte, di ilarità. Essi rifuggono tanto dalla severa prosopopea del castigatore di costumi quanto dagli infingimenti accomodanti degli ignavi; la prima è una forma di vanitosa superbia, i secondi un indice di egoistico attaccamento alla propria tranquillità. Il lacerante dolore da loro provato per le offese rivolte al Cielo e per la rovina delle anime è lenito dall’esperienza dell’ineffabile amore del Cristo e dissimulato dal desiderio di preservarne gli altri, che non sono in grado di sopportarlo come loro in quanto privi delle grazie di cui essi godono. Se sono sacerdoti, dopo la Consacrazione fissano l’Agnello immacolato, immolato e adagiato sul corporale, rapiti dall’abissale condiscendenza del Redentore e pervasi da un invincibile sentimento di essere, grazie a Lui, più forti del mondo intero con tutti i suoi armamenti e le sue ricchezze.

Anche tu, dopo la Comunione, puoi prendere parte a questa vittoria dichiarando a Gesù, realmente presente in te come nel Tabernacolo, la tua totale appartenenza a Lui con le parole di sant’Ignazio di Loyola: «Prendete, Signore, e accettate tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto quello che ho e possiedo. Voi me lo avete dato; a voi, Signore, lo rendo. Tutto è vostro: disponetene in tutto secondo la vostra volontà. Datemi il vostro amore e la vostra grazia, che questa mi basta». Il grande amico di Pippo buono ci insegna a metterci a totale disposizione del nostro Capitano, senza più curarci di nient’altro che del Suo santo volere. Gesù ci prende in parola e non perde tempo, ma ci dà immediatamente ordini impellenti che non si possono né fraintendere né dilazionare; glielo abbiamo chiesto noi… e la carità non sopporta ritardi, né quella verso di Lui né quella verso il prossimo.


sabato 27 gennaio 2024

 

Fine ingloriosa

di un pontificato dubbio

 

 

Il mio occhio è sconvolto per il furore. La loro gola è un sepolcro spalancato. Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi (Sal 6, 8; 5, 11; 13, 3).

Nonostante tutti questi anni di abomini, chi ha una coscienza retta rimane ancora incredulo di fronte allo spettacolo sempre più disgustoso offerto da personaggi privi di pudore e di decenza, sebbene si possa rallegrare per un primo successo, seppure parziale. Il processo vaticano del 2021 per gli abusi su minori commessi nel Preseminario San Pio X si era concluso con l’assoluzione degli unici due imputati: il giudice italiano in pensione appositamente assunto per gestirlo aveva infatti ritenuto di non doverli interrogare perché altrimenti si sarebbero autoaccusati; il procedimento si era piuttosto ritorto contro il denunciante, sospettato di essere stato consenziente. Ora, dopo che un sacerdote ha rievocato quello scandalo raccapricciante alla presenza del Papa, dello stato maggiore della diocesi e di centinaia di confratelli (mettendo così il dito in una piaga che non si intendeva curare, ma continuare a coprire), la Corte d’Appello ribalta la sentenza e condanna uno dei due.

Non c’è nulla che non debba esser rivelato

La giustizia vaticana ha tuttavia lasciato nell’ombra, anche questa volta, la galassia di predatori e di loro complici che gravitava attorno alla comunità di adolescenti sotto l’egida dell’ex-arciprete e del vescovo che ha ordinato sacerdote il reo e, malgrado ciò, è stato premiato col cardinalato. Il presule, interrogato in aula, si era a suo tempo giustificato sostenendo con molta disinvoltura che la condotta sessualmente inappropriata del corruttore di minori da lui promosso al presbiterato era dovuta ad una tendenza omosessuale transitoria legata  all’adolescenza. Dobbiamo forse dedurne che tutti gli adolescenti attraversano normalmente una fase di incertezza del loro orientamento che li spinge ad abusare del potere eventualmente loro conferito dagli adulti per costringere i più giovani ad atti di sodomia? Pare che il porporato, appena uscita la notizia della condanna del suo protetto, sia stato precipitosamente chiamato a rapporto da chi, altrettanto incautamente, ha promosso lui.

Quest’ultimo, rispondendo al sacerdote che gli ha chiesto spiegazioni in merito, ha candidamente asserito che il problema del Preseminario San Pio X era stato risolto con la sua chiusura e che i due colpevoli erano stati puniti dal loro vescovo… A quanto pare, o non sapeva o ha finto di non sapere che il caso, in realtà, non era affatto chiuso, se era in corso un processo d’appello che, appena una settimana dopo, ha emesso la sentenza di condanna che ha ribaltato quella del procedimento in primo grado. Singolare coincidenza! Evidentemente sono stati costretti a immolarne uno per salvare tutti gli altri, con buona pace delle vittime rovinate per sempre nell’anima. Ciononostante, la vicenda rischia di non esaurirsi qui, una volta riaccesi i riflettori; questa storia, anzi, fa pensare a quel sassolino che, staccatosi dalla montagna per mano divina, polverizza la colossale statua dai piedi d’argilla.

E dire che, se quello stesso sacerdote che ha riportato l’attenzione sul caso invita in chiesa, al fine di confortarli con una benedizione, coloro che si sono ammalati in seguito alla cosiddetta vaccinazione, subito scatta il meccanismo inquisitorio. Quella, a quanto pare, è una trasgressione ben più grave: colui che tanto fortemente ha raccomandato l’atto d’amore non può assolutamente permettere che qualcuno ne richiami pubblicamente gli effetti nefasti, forse perché i suoi padroni occulti ricattano lui e tutta la sua corte di pederasti impenitenti. Coloro la cui salute è stata irreparabilmente rovinata da quell’inaudito sopruso di Stato sostenuto dal Vaticano devono dunque soffrire e schiattare come cani, senza fiatare e senza farsi notare? Se la gente stramazza al suolo per strada o se ne va per un cancro fulminante, non se ne deve far parola? Non si può nemmeno pregare per loro? Ma questa è ancora la Chiesa Cattolica o una diramazione del partito comunista cinese?

Misteri della natura

Il capo della banda è stato operato nel Luglio del 2021 e ha raccontato di esser stato salvato da un bravo infermiere. La verità è che il chirurgo, dopo averlo aperto, lo ha ricucito senza intervenire, dato che gli ha trovato nell’intestino due tumori allo stadio terminale con metastasi; la prospettiva era di poche settimane di vita. Come possa ancora stare in piedi dopo due anni e mezzo è qualcosa che la scienza non è in grado di spiegare; bisogna perciò salire di livello e ipotizzare un intervento preternaturale oppure, ascendendo di un altro gradino, un miracolo. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, indurrebbe a pensare che Dio, pur di concedere a una singola anima una straordinaria opportunità di ravvedimento e di salvezza, ne esponesse innumerevoli altre alla perdizione per causa sua… cosa che appare poco probabile. Egli però, inspiegabilmente, permette che il ricorso a riti occulti abbia successo, forse – come abbiamo ipotizzato – per portare a termine la cernita dei Suoi veri fedeli.

È arduo credere che la Verità stessa si compiaccia di pazientare ancora con uno che manifestamente la disprezza senza dare il minimo segno di pentimento, anzi continuando a cullarsi nella colpevole illusione che all’Inferno non ci sia nessuno… neanche i demoni? Per le persone normali, abituate a ragionare in modo lineare, è davvero difficile figurarsi fino a qual punto di perversione del pensiero possa giungere chi ha fatto della menzogna e dell’inganno la sua professione di fede. L’artificiosità del suo comportamento risulta evidente a chiunque confronti il modo in cui si atteggia in pubblico con le maniere che adotta in privato; tale falsità scoraggia fortemente l’intercessione a suo favore, poiché non lascia intravedere neanche uno spiraglio di sincerità, condizione minima dell’accoglienza della grazia. Il danno che ha potuto causare un’educazione religiosa oppressiva avrà pure il suo peso nella valutazione morale, ma la responsabilità individuale permane.

False strade

Una simile ostinazione nella menzogna suscita nei buoni un misto di pietà e di orrore; essa, tuttavia, non deve assolutamente indurli al peccato, tanto meno alla colpa più grave di tutte, quella di separarsi dalla Chiesa. Non devono essere le passioni a determinare le nostre reazioni, bensì le virtù teologali, le quali si rafforzano nella misura in cui sono esercitate. Da questo punto di vista, l’attuale congiuntura ecclesiale rappresenta una magnifica opportunità di santificazione, purché permaniamo saldamente all’interno del corpo ecclesiale, per quanto scosso e martoriato. La Provvidenza ci sta dando occasione di acquisire meriti straordinari che le generazioni precedenti, non essendo state messe alla prova in questo modo singolare, non hanno potuto acquisire. Questa prospettiva soprannaturale è l’unica che consenta di superare la prova e di trarne beneficio; diversamente si precipita in un burrone popolato di bestie velenose camuffate da intenzioni virtuose.

Tale è il caso di quanti, pensando di poter così conservare la fede, si arruolano in gruppi scismatici o settari; ciò facendo, essi incorrono nella scomunica latae sententiae e – cosa non meno grave – si trasformano in fanatici incapaci di riflessione obiettiva e privi di reale vita spirituale. Tutto si riduce allora ad un mucchio di convinzioni astratte (magari pure sballate) e di pratiche materiali che non toccano minimamente le disposizioni interiori, ma induriscono progressivamente la coscienza con l’illusione di un’ineccepibile giustizia procurata con le forze umane; in una parola, è il fariseismo. Odio, rancore e cattiveria finiscono col dominare l’anima per ragioni apparentemente sacrosante; il diavolo canta perciò vittoria, godendo di aver catturato per altra via quelli che gli erano sfuggiti con i mezzi ordinari, quelli dispiegati dai suoi servi infiltratisi nella Chiesa: la falsa idea di misericordia, la legge dell’inclusività assoluta, la concezione evolutiva della dottrina e così via.

Fede e buon senso

Un’altra devianza è quella di chi, trascurando un autentico dialogo col Signore, vive di reazioni ai misfatti altrui; se non ne avvenissero, non avrebbe di che sostentarsi interiormente. Il suo tempo è perciò occupato, piuttosto che dalla preghiera e dall’adempimento dei doveri di stato, dalla caccia informatica allo scandalo; appena ne scopre uno nuovo, prova subito un piacere irrefrenabile nel darsi conferma delle proprie convinzioni e nel propagarlo il più possibile, così che faccia più danno ancora. Inutile tentare di farlo riflettere sull’opportunità o meno di tale strategia: il solo pensiero di rinunciarvi gli toglie l’ossigeno. Senza di essa, del resto, gli verrebbe a mancare il materiale che gli serve per decretare, pur non avendone l’autorità, l’invalidità del presente pontificato (della quale, al limite, si può pure essere convinti in coscienza, ma che non si può dichiarare pubblicamente senza incorrere, anche in questo caso, nella scomunica latae sententiae).

Come la grazia suppone la natura, così la fede suppone il buon senso. Considerare nulle le sanzioni ecclesiastiche in base a pure elucubrazioni personali – oltre alla ridicolaggine della pretesa – è una forma di irragionevolezza che distrugge l’unità visibile della Chiesa terrena. Per quanto ingiusti, i provvedimenti legittimi dell’autorità costituita vanno osservati; se non sono legittimi, li si impugna mediante regolare ricorso, senza dimenticare che, «per coloro che amano Dio, tutto coopera in bene» (Rm 8, 28). Quando una giusta ira ti sconvolge lo sguardo, l’anima e il ventre (cf. Sal 30, 10) alla vista della putredine vomitata dalla bocca di empi completamente immuni dal timore di Dio, va’ a rifugiarti davanti al Tabernacolo ed effondi il tuo cuore alla Sua presenza (cf. Sal 61, 9) con le parole ispirate dei Salmi; Egli lenirà il tuo dolore e fascerà le tue piaghe, ridandoti così la forza di continuare a servirlo indefettibilmente per tutto il tempo necessario, finché la prova non sia terminata.

Exsurge, Domine, in ira tua; effunde super eos iram tuam (Sal 7, 7; 68, 25).


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