Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 25 luglio 2026


Per chi non avesse ancora capito

 

Riprendiamo dalla Rete con qualche piccolo ritocco.

La Parola del Signore ci riguarda sempre – ognuno di noi in particolare – ma in certe circostanze si rivela quanto mai pertinente. Dobbiamo purtroppo parlare ancora di un evento molto grave che ha colpito l’unità della Chiesa all’inizio di questo mese. Preferiremmo di gran lunga parlare d’altro, ma la situazione ci impone di dire qualcosa di più chiaro a proposito dello scisma che si è consumato il 1° Luglio scorso. Si può certamente continuare a cavillare, dal punto di vista giuridico, per tentare di concludere in qualche modo che non si tratta di vero scisma, ma soltanto di un atto reso necessario dalle condizioni della Chiesa, ma questi sono discorsi quanto meno fantasiosi.

Se infatti pongo una causa che ha necessariamente un certo effetto, non posso poi dichiarare di non aver avuto l’intenzione di ottenere quell’effetto, poiché l’atto che compio, per sua stessa natura, ha inevitabilmente quel preciso effetto. È quindi inutile appellarsi all’intenzione soggettiva, poiché gli atti oggettivi hanno un peso e comportano conseguenze sul piano giuridico. Se dunque si compie un atto che per sua stessa natura è scismatico, si provoca inevitabilmente uno scisma, a prescindere dall’intenzione dichiarata. Una causa che ha un certo effetto lo produce; se l’effetto è cattivo, non devo porne la causa. Se l’albero è buono, non può dare frutti cattivi; siccome il frutto è cattivo (una divisione della Chiesa), vuol dire che l’albero non è buono (cf. Mt 7, 17-20).

La Parola del Signore è assolutamente inequivocabile; non può essere fraintesa. Possiamo pure cercare di arrampicarci sugli specchi ma, alla fine, è la realtà oggettiva che prevale. Dobbiamo vedere i fatti così come sono; non bastano le parole. «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21)». I  requisiti dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica sono tre: la professione della vera fede, la ricezione dei Sacramenti e l’obbedienza gerarchica. La comunione ecclesiastica si fonda sull’obbedienza ai legittimi Pastori. Di ciò che essi dicono o fanno, risponderanno loro al Signore; se io voglio seguire la sana dottrina e compiere la volontà di Dio, nessuno può impedirmi di farlo.

Nel caso dell’organizzazione che ha causato lo scisma, ci domandiamo: c’è la retta fede? È lecito dubitarne, poiché, per giustificare una disobbedienza che si protrae da cinquant’anni, la dottrina viene manipolata, al punto che è stato necessario manomettere perfino il rito di consacrazione dei vescovi, il quale prevede che, prima dell’ordinazione dei candidati, si ponga la domanda: «È certo che ci sia il mandato pontificio?». Il rito prescrive evidentemente che si risponda di sì; ma, siccome il mandato pontificio non c’era affatto, alla risposta prevista dal rito è stata sostituita una risposta inventata di sana pianta: sono dunque arrivati a manomettere perfino la Liturgia.

Di conseguenza dobbiamo domandarci: «Ci si può fidare di quello che insegnano?». Evidentemente no: non si è sicuri che sia effettivamente proclamata la verità così com’è, in quanto c’è un interesse particolare che determina l’insegnamento. Non è lecito, tuttavia, manipolare la dottrina per difendere un’opinione propria, ma bisogna correggere l’opinione, qualora sia errata; ancor meno è lecito farlo per giustificare un peccato o per legittimare una disobbedienza, ma bisogna eliminare il peccato e sottomettersi in ciò che è lecito. Qualora sia comandato qualcosa di illecito, in quel caso si resiste nelle forme lecite, in quanto un ordine contrario alla legge, semplicemente, non è un ordine; se invece viene comandato qualcosa di conforme al diritto, si deve semplicemente obbedire.

Senza questa obbedienza ci si pone fuori della comunione gerarchica, la quale è uno dei tre requisiti dell’appartenenza alla Chiesa. Il terzo requisito, com’è evidente, manca del tutto, poiché si pretende di stabilire un regime giuridico alternativo a quello del diritto ordinario, un regime di supplenza. Ci si può domandare: chi ha autorizzato questi vescovi e sacerdoti a instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente? Generale, perché riguarda tutto il diritto, non una singola norma; universale, perché abbraccia ogni luogo del mondo abitato, ubique terrarum; permanente, perché dura da cinquant’anni e non si dà alcun segnale che debba cessare. Che cosa li autorizza? Un preteso stato di necessità? Quale necessità?

I fedeli non trovano nessun altro, all’infuori di loro, per conoscere la vera dottrina cattolica? Stiamo scherzando? In tutta la Chiesa non c’è chi insegni la sana dottrina? I fedeli non possono ricorrere a nessun altro per ricevere i Sacramenti? Non ci sono altri sacerdoti che diano Sacramenti validi? E qui veniamo al secondo requisito, che è appunto la ricezione dei Sacramenti, la communicatio in sacris. Ora, un’organizzazione che rifiuti i Sacramenti da tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica, evidentemente, non è in comunione con essa. Lo scisma è definito dal Codice di Diritto Canonico come rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti (can. 751).

Ci sono dunque tutte le condizioni: al Romano Pontefice non obbediscono; nemmeno ai Vescovi locali obbediscono, avendo sviluppato un’attività pastorale totalmente indipendente da loro; infine insegnano a rifiutare i Sacramenti che non siano dati da sacerdoti membri della loro organizzazione. Se questo non è scisma, che cos’è? Vogliamo giocare con le parole? Vogliamo – come dicevamo – arrampicarci sugli specchi? Non si può, perché la realtà prevale. Chi pretende di instaurare un regime di supplenza generale, universale e permanente, fa qualcosa di non autorizzato: nessuna situazione può legittimare una scelta del genere; non esiste.

Stando così le cose, bisogna esser consapevoli che non è più lecito assistere a Sante Messe celebrate da sacerdoti appartenenti alla sedicente Fraternità San Pio X; le concessioni fatte durante i pontificati precedenti sono state revocate. Se quindi non è lecito assistere alle loro Messe, non bisogna andarci sotto pena di peccato mortale, poiché sono Messe celebrate da sacerdoti scismatici. Uno potrebbe obiettare che la scomunica riguarda i soli vescovi; in realtà essa riguarda tutti coloro che fanno parte formalmente di detta Fraternità. Infatti, aderire formalmente (ossia condividendone le convinzioni e gli scopi) a un movimento scismatico comporta la scomunica latae sententiae per il delitto di scisma. Se i sacerdoti membri non ne condividessero le convinzioni e gli scopi, non ne sarebbero membri.

Le Messe celebrate da quei sacerdoti, di conseguenza, sono illecite e sacrileghe, pur essendo valide in virtù del sacramento dell’Ordine da essi ricevuto. Le assoluzioni, invece, sono invalide, poiché, per assolvere validamente – eccetto in pericolo di morte – è necessaria la facoltà del vescovo. Chi ha dato loro la facoltà di assolvere? Certo, il papa precedente l’aveva concessa (non si capisce in base a quale principio), ma ora è stata revocata. Se perciò volete ricevere un’assoluzione valida, dovete andare da un sacerdote che abbia ricevuto la facoltà di assolvere; altrimenti, non soltanto rimanete con i vostri peccati, ma commettete anche un sacrilegio.

Ora, viste le ripercussioni che questo fatto sta avendo su tutto il mondo della Tradizione, abbiate cura di verificare che la Messa antica sia celebrata da sacerdoti regolarmente incardinati o in una diocesi o in un istituto religioso. Siamo fedeli cattolici; siamo membri della Chiesa, poiché abbiamo l’integrità della fede, i Sacramenti e la comunione gerarchica; il resto viene dal maligno. Ricordate ciò che dice il Signore? «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37). Cercare di scantonare per giustificare ciò che non si può giustificare non viene da Dio; non è lo Spirito Santo a ispirare tale condotta.

Raccogliamo dunque l’esortazione di san Paolo, che ci ammonisce così: nella vita o si è schiavi del peccato o si è servi di Dio (cf. Rm 6, 16-23); non ci sono possibilità intermedie. Se sono schiavo del peccato, il risultato finale è la morte eterna, l’Inferno; se invece sono servo di Dio, vado verso la vita eterna, a condizione, però, che mi santifichi in questa vita terrena. Ora, come può santificarsi chi è in stato di scisma e, di conseguenza, non ha più la grazia santificante, anzi non ha più niente, perché non è più membro della Chiesa? Vedete l’enorme pericolo che corrono le anime? Certamente Dio vede nell’intimo di ogni coscienza: se vi vede l’errore invincibile, ne terrà conto e avrà misericordia, dato che le persone sono state manipolate e hanno subìto il lavaggio del cervello; tuttavia il rischio è reale – ed è enorme.

Chi si pone fuori della Chiesa perde tutto. Chiediamo allora la grazia di rimanere fermi nella nostra appartenenza alla Chiesa; leali nella nostra coscienza, distinguendo senza infingimenti ciò che è lecito da ciò che non è lecito, ciò che ci porta in Paradiso da ciò che ci porta all’Inferno; e, infine, fiduciosi nella Provvidenza, che – come ci insegna la Liturgia – non sbaglia mai in ciò che dispone: ci crediamo o no? Se la Provvidenza non sbaglia mai, anche il male che permette è permesso in vista di un bene maggiore. Ogni pena che sopportiamo in questa vita per amore di Dio porterà un frutto eterno; l’importante è avere la grazia necessaria per poterla sopportare conservandoci uniti alla santa Chiesa di Cristo.


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