Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 27 novembre 2021

 

Non si può combattere contro Dio

 

 

Et visitabo super omnem qui arroganter ingreditur super limen in die illa, qui complent domum Domini Dei sui iniquitate et dolo (In quel giorno punirò chiunque varchi la soglia con arroganza, coloro che riempiono la casa del Signore loro Dio di iniquità e di inganno; Sof 1, 9).

«Mai come oggi lo spirito immondo avvolge col suo manto ogni cosa ed è difficile resistergli. Mai come oggi bisogna fuggire il mondo per non rimanervi intrappolati. Dobbiamo emanciparci dalla tirannia dei mass media e del superfluo. Il problema essenziale resta, però, l’assenza della Chiesa, la ritirata del clero dal terreno che gli è proprio. La Chiesa Cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, non trasmette più la fede; questo è il punto fondamentale. Ci sono alcune eccezioni rimarchevoli, certo, ma sono voci che gridano nel deserto. La Chiesa in uscita, in realtà, si è ritirata dal proprio campo, quello del soprannaturale. C’è una crescente ricerca di spiritualità che non è corrisposta dai nostri Pastori, gerarchia materialista e profana. Questa è la vera emergenza del nostro tempo, non il clima. C’è un deserto che ci circonda, un paganesimo asfissiante, un imbarbarimento sconvolgente, a tutti i livelli. C’è un bisogno urgente, gigantesco di preti veri e santi che cerchino di rievangelizzare là dove si riesce. Invece, purtroppo, quanto grigiore, quanta burocrazia, quanto servilismo nel mondo ecclesiastico… Il pesce puzza dalla testa, considerato che il nemico ha occupato i sacri palazzi. La nostra C.E.I. non stupisce più nessuno, se non per la sua incontinenza servile al potere».

Quando non sai più che scrivere, ecco che, provvidenzialmente, l’ispirazione ti arriva dal commento di un lettore. Davvero la società, ad ogni livello, è avvolta e permeata dal fumo di Satana, che ha oscurato le menti e intossicato le volontà, facendole regredire verso un paganesimo più immorale di quello antico e una barbarie imparagonabile a quella degli invasori che abbatterono l’Impero Romano d’Occidente. «Il cane è tornato al suo vomito» (2 Pt 2, 22); per questo la condizione del nostro popolo è divenuta peggiore della precedente (cf. ibid. 2, 20), come sempre accade per chi regredisce a causa del rinnegamento della verità e della grazia. Per sfuggire all’influsso malefico del maligno ed evitare le trappole del mondo – osserva giustamente il nostro lettore – occorre emanciparsi dalle manipolazioni mediatiche e dai bisogni superflui, indotti ad arte per renderci dipendenti da ciò che il sistema ci propone. Si sopravvive anche senza cinema, teatro e ristorante, sebbene, in quest’ultimo caso, si possano ancora aggirare i divieti grazie alla tacita intesa con gestori intelligenti che non si lasciano paralizzare dal terrorismo psicologico del regime.

Più complessa è invece la situazione dei lavoratori già o prossimamente sospesi con l’ignobile ricatto di un certificato inutile, anzi dannoso. Dato che la cosiddetta vaccinazione contro il Covid-19 non assicura affatto l’immunità, ma rende al contrario più vulnerabili rispetto al virus (qualunque cosa esso sia realmente), chi detiene la carta verde può infettarsi e contagiare più degli altri, eppure non è soggetto ad alcun controllo. Per restringerne la concessione ai soli “vaccinati” si è cominciato a ripetere – cosa peraltro nota da tempo – che i tamponi non sono attendibili, salvo basare l’ennesima menzogna della quarta ondata proprio sui loro referti. Chi ancora crede a tale insostenibile storia dev’essersi lasciato lobotomizzare dalla propaganda, la quale sfrutta pure le voci contrarie – che siano sincere o meno – per rafforzare la narrazione ufficiale ridicolizzando le giuste obiezioni o facendole apparire inevitabilmente perdenti. Il sistematico ricorso, da parte dei giornalisti prezzolati, a volgari trucchi e insulti gratuiti, in assenza di un confronto argomentato sui dati, li condanna da sé come complici di una strage di Stato.

Ancor più grave è il giudizio sulla Chiesa in ritirata, fattasi servile ancella del potere politico, proprio come la cosiddetta Chiesa patriottica in Cina. Pur senza pretendere di risolvere un problema che supera le forze umane e il cui scioglimento è possibile solo a Dio, non possiamo fare a meno di rilevare la pertinenza delle osservazioni sopra riportate. La primavera conciliare è stata un pretesto per smettere di evangelizzare, abbandonando le pecorelle in mezzo al deserto della postmodernità e venendo meno al compito di far da baluardo al dilagare del male. Il grosso della gerarchia dà forti motivi di dubitare della sua fede, apparendo concentrato unicamente su questioni materiali e sociali, in perfetta sintonia con l’agenda dei poteri occulti. L’episcopato attuale, del resto, si è in gran parte formato in un’epoca in cui la gioventù professava il maoismo; il suo comportamento non è altro che l’esito naturale delle premesse poste allora. Il clero più giovane (eccettuata la minoranza che, reagendo a questa deriva, ha riscoperto il cattolicesimo) è stato addestrato ad eseguire fedelmente gli ordini, a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

Ci sono preti e religiosi che dimostrano di non credere più in Dio, ma nello Stato. Il loro servilismo incontinente li costringe ad una continua eiezione di dichiarazioni e documenti che non val più la pena nemmeno criticare, tanto palese è la loro malafede. Può persino accaderti di udire da un curiale che i sacerdoti sarebbero obbligati da una legge dello Stato a dar la Comunione sulla mano, quando in realtà c’è solo una circolare del Ministero degli Interni che – in forza di quale giurisdizione? – prescrive loro di non toccare la mano del comunicando, suggerendo così di non deporre la particola sulla lingua. Peccato, però, che le istituzioni civili non abbiano la minima competenza in materia liturgica, la quale resta riservata in modo esclusivo all’autorità ecclesiastica, la cui legge universale sancisce la comunione in bocca come forma ordinaria e ammette quella sulla mano solo in virtù di un indulto concesso in deroga alla norma… In mancanza della fede, dovrebbe supplire almeno il rispetto del diritto vigente; altrimenti, su quale base si esige obbedienza?

Quanto qui asserito parrebbe eccessivo, se non avessimo saputo che secondo il succitato curiale l’Ostia consacrata può essere veicolo di contagio perché è pur sempre pane. Per essere ammessi alla Prima Comunione, com’è noto, occorre distinguere l’Eucaristia dal pane ordinario, sapendo che quella del pane è solo l’apparenza (o specie), mentre la realtà (o sostanza, in termini metafisici) è quella del Corpo di Cristo, la quale comprende corpo, sangue, anima e divinità del Figlio di Dio fattosi uomo e immolatosi sulla croce per la nostra redenzione. Quello, dunque, non è più pane, se non alla vista; la frase del nostro uomo è una negazione (almeno materiale) del dogma della transustanziazione, definito dal Concilio di Trento. In tempi normali, un chierico sarebbe degradato per molto meno, se non ritrattasse prontamente un’affermazione del genere; oggi, invece, questi pretini azzimati, di una cortesia così affettata che sprizza livore da tutti i pori, hanno ruoli di governo e, per impedire di continuare a quelli che fanno il proprio dovere, impongono loro norme illegittime.

Le granitiche certezze di quegli individui, inevitabilmente, sfuggono a chi non ha avuto il privilegio di studiare, come loro, in cima al colle degli allegri festini e delle morti misteriose, nel monastero dell’abate rockettaro e delle riunioni massoniche a porte chiuse. Chi vive fuori dei sacri palazzi, a contatto col mondo reale, esercitando davvero quell’ascolto di cui i gerarchi si riempion la bocca, fa proprio fatica a cogliere la ratio di certi provvedimenti, caduti come fulmini a ciel sereno senza la minima necessità. Lo smarrimento non fa altro che accrescersi quando l’autorità suprema, anziché fornire – come sarebbe doveroso – l’interpretazione autentica di un testo carente sul piano giuridico, lascia che ogni diocesi ne dia la propria interpretazione creativa, che però non è ammessa se si tratta di norme che limitano un diritto. Se poi l’attuazione arriva ben quattro mesi dopo, con un provvedimento privo di forza vincolante e ancor più confuso, ti viene forte il sospetto che l’Ordinario, non avendo alcuna voglia di muoversi, sia stato costretto a farlo ratificando un testo non suo, partorito da chi mostra di non conoscere affatto il rito tradizionale, se non attraverso i pregiudizi inculcatigli.

Senza fasciarci la testa per disposizioni inapplicabili, restiamo tranquillamente seduti sulla riva del biondo fiume in attesa di veder passare i cadaveri dei nostri nemici, al cui capo, lo scorso luglio, han dato sei mesi di vita. Nel frattempo, teniamo fermamente il posto che la Provvidenza ci ha assegnato, decisi a presidiarlo fino al sangue, in quelle piccole oasi che offrono ristoro ai riarsi viaggiatori del deserto. Gli oppositori dovranno rassegnarsi a riconoscere che non si può combattere contro Dio (cf. At 5, 39); intendiamo il Dio vivo e vero, non il simulacro intellettuale della loro ideologia perversa, funzionale all’agenda mondana. Tanti cattolici si stanno risvegliando dall’incantesimo indotto dalla falsa teologia, ritornando alle sorgenti genuine della fede e della grazia. È un movimento che nulla al mondo potrà arrestare, poiché, a differenza di quelli suscitati dalla massoneria per protestantizzare la Chiesa Cattolica, è opera dello Spirito Santo.

I veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti (san Pio X, Lettera Notre charge apostolique, 44; il termine è esente dall’accezione distorta che ha assunto in seguito).


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