Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 21 febbraio 2026


Radicalizzazione di uno scisma

 

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20, 21).

Può forse nutrirsi lecitamente del Corpo reale di Cristo chi ne lacera il Corpo mistico che vive sulla terra? Qualsiasi buon cattolico reagisce a tale domanda con una smorfia inorridita – e ben a ragione. Comunicarsi all’unico Pane senza appartenere all’unica Chiesa è non soltanto un’insuperabile contraddizione,  ma anche un intollerabile affronto a Colui che ha sacrificato Se stesso sulla Croce per dare vita alla Sposa e, al contempo, far sì che fosse una, non in senso puramente numerico, bensì sul piano dell’essenza: il Sangue divino è stato sparso per riunire i figli di Dio dispersi (cf. Gv 11, 52), mentre lo Spirito Santo, quale anima del Corpo, ne unisce tutte le membra col Capo e tra di esse. La Chiesa, in altre parole, non sussiste se non come mistero di unità e di comunione.

Fine delle discussioni inutili

Che la Fraternità Sacerdotale San Pio X sia oggettivamente in stato di scisma non è opinione di chi scrive, ma sentenza della suprema autorità della Chiesa: l’ordinazione di vescovi contro la volontà del Papa è per sua stessa natura un atto scismatico (cf. Giovanni Paolo II, Motu proprio Ecclesia Dei [2 Luglio 1988], 3). La necessità del mandato pontificio, ai fini di tale atto, non deriva unicamente da leggi meramente ecclesiastiche (come erroneamente sostenuto dai “teologi” di detta fraternità), ma dipende dalla costituzione divina della Chiesa, in forza della quale chiunque in essa eserciti un ministero può farlo legittimamente solo se ne ha ricevuto formale mandato dall’autorità superiore.

I vescovi, in quanto membri del collegio episcopale, succeduto a quello apostolico, non possono governare una porzione della Chiesa se non in comunione gerarchica con tutti gli altri, quindi sotto l’autorità del Papa, dal quale ricevono la potestà di governo (potestas iurisdictionis) su una determinata diocesi, benché il potere sacramentale (potestas ordinis) sia loro conferito direttamente da Cristo mediante la consacrazione episcopale. Questi due poteri, sebbene distinti, non sono tuttavia separabili, in quanto sono entrambi ordinati all’edificazione e alla crescita del Corpo Mistico. Perciò pretendere che un vescovo possa legittimamente amministrare i Sacramenti senza avere la giurisdizione sui fedeli o almeno la delega dell’Ordinario del luogo è contraddittorio, oltre a ledere gravemente la funzione episcopale e a trattare i Sacramenti alla stregua di atti magici.

Le (fallaci) argomentazioni della San Pio X sfiorano il giuspositivismo assoluto: la loro pretesa di stabilire una legittimità alternativa presuppone che tutto, nella Chiesa, dipenda da determinazioni positive del legislatore e, di conseguenza, possa essere modificato o sospeso. A questa deviazione si associa il puro nominalismo del pretesto addotto per sanare l’illegittimità del ministero dei suoi sacerdoti: la carità verso i fedeli giustificherebbe gravissime infrazioni all’ordinamento canonico che nel loro caso, oltretutto, sono sistematiche e durano da cinquant’anni. Qui la carità è soltanto una parola con cui si tenta – invano – di coprire il terrificante abuso con cui si amministrano Sacramenti illeciti e si illudono i fedeli di essere in stato di grazia, quando invece (salvo il caso dell’errore invincibile) oggettivamente non può essere così.

La realtà dietro la foglia di fico

Il mantra dello stato di necessità è un misero alibi privo di ogni oggettività e autocertificato da chi ne trae vantaggio. La fattispecie così denominata è una situazione circoscritta nel tempo e nello spazio, non certo una situazione che possa riguardare la Chiesa Cattolica nella sua interezza; sostenere ciò significa considerare inefficace la promessa di Cristo sull’indefettibilità della Chiesa (cf. Mt 16, 18) e dimostrare praticamente di non crederci. Nei regimi comunisti quello stato si è sì protratto per decenni, ma i casi in cui, per inderogabile necessità, si è stati costretti a ordinare vescovi senza mandato pontificio sono eccezioni e, comunque, non costituiscono esempi di ribellione. Qui si pretende addirittura che i sacerdoti e i vescovi della Fraternità siano gli unici ad amministrare i Sacramenti in modo sicuro, al punto di dissuadere i fedeli dal riceverli perfino da sacerdoti tradizionali che non vi appartengano e di proibire severamente la partecipazione alla Messa di Paolo VI, bollata come rito protestante tout court.

Ora, con quale autorità quei sacerdoti danno ordini e impongono divieti, se non hanno giurisdizione sui fedeli? La pretesa di governarli senza alcun mandato si configura come un gravissimo abuso non solo canonico, ma anche di coscienza. Eppure la Fraternità, sia in pratica che in teoria, rivendica il diritto e il dovere di funzionare a tutti gli effetti come una giurisdizione ecclesiastica, che però non esiste. Non solo, ma tale entità-fantasma pretende di operare – per il bene delle anime, beninteso! – in modo completamente indipendente dalla legittima autorità: di fatto è una vera e propria Chiesa parallela e autosufficiente. I tentativi di legittimare tale enormità anche de iure si configurano come una fantateologia che gareggia con quella dei modernisti più estremisti, in quanto tradisce una visione protestantica.

Concordiamo senz’altro sul fatto che la Chiesa Cattolica stia attraversando la più grave crisi interna della sua storia; riconosciamo però, al contempo, che i mali della vita ecclesiale non si sanano con la divisione e che un errore non si vince con un errore di segno contrario, bensì con la verità. Solo chi persevera nell’obbedienza alla verità dentro la Chiesa, per quanto ciò sia martirizzante, può conservare la sana dottrina; chi invece se ne pone fuori deve necessariamente distorcerla per giustificare la propria posizione, che non è assolutamente giustificabile. Così non solo i Sacramenti sono illeciti, ma l’insegnamento stesso finisce con l’essere deformato in nome di una presunta fedeltà a una “tradizione” ridotta a corpo morto di dottrine astratte avulso dal grembo della vera Tradizione, la quale si perpetua grazie alla comunione gerarchica – e in essa soltanto. Uno stato di scisma che si protrae nel tempo, a lungo andare, sfocia perciò, inevitabilmente, nell’eresia: esempio lampante di eterogenesi dei fini.

L’eresia come effetto della lotta all’eresia

La tragedia degli scismatici e degli eretici è che, nella loro sconfinata arroganza, rifiutano qualsiasi cura, respingendo per principio ogni ipotesi di riconciliazione. Nel caso presente, essi pongono come precondizione che la Santa Sede dia loro ragione su tutto e accetti tutte le loro pretese: in parole povere, il Papa dovrebbe ammettere di esser finito completamente fuori strada con l’intero episcopato e, di conseguenza, di doversi far dare lezioni da loro in ogni materia, dalla dogmatica alla morale, al diritto canonico… Che ciò sia palesemente impossibile non è rilevante: la Fraternità non vede alcuna necessità di approvazione canonica, dato che vuole l’indipendenza assoluta e, anzi, intende preservarla. La pantomima delle lettere e degli incontri al vertice è solo una tattica mirante a rafforzare le motivazioni della decisione già presa, come a dire: «Abbiamo esposto le nostre ragioni, ma quelli non ci hanno ascoltati»; infatti la decisione è stata rapidamente confermata.

Lo scisma e l’eresia, poi, si associano necessariamente al fanatismo, del quale han bisogno per legittimarsi e senza il quale non possono continuare a sussistere, dato che le loro ragioni si smontano in due passaggi. Ciò che più addolora è vedere tanti fedeli trasformati in fanatici da un indottrinamento che ruota su tre-quattro idee inculcate in modo ossessivo e senza possibilità di dibattito; chiunque osi avanzare anche solo l’ombra di un dubbio è irrevocabilmente bollato come modernista ed escluso dal consorzio degli eletti, gli unici che si salvino. Dispiace ammetterlo, ma queste sono le caratteristiche tipiche delle sètte; ciò che è davvero paradossale, tuttavia, è che quella, che pur si presenta come antitesi della modernità, sia perfettamente conforme alle più aberranti istanze postmoderne: gli estremi opposti si toccano. Abbiamo non soltanto l’assoluto giuspositivismo e il nominalismo puro, infatti, ma anche l’individualismo egocentrico, esclusivistico e autoreferenziale – come usa dire. Lì, però, la chiamano carità.

La pretesa di legittimare un ministero illegittimo e la frottola di non aver l’intenzione di rompere l’unità nell’atto stesso con cui la si spezza richiedono l’abbandono del principio di non-contraddizione, cosa che rende impossibile qualunque tentativo di dialogo, poiché si nega la realtà in nome di un’idea. A ciò si aggiunge la menzogna secondo cui non si può conservare il seme della fede né il sacerdozio cattolico, insieme agli altri Sacramenti, se non grazie a un’aggregazione che vive separata dal resto della Chiesa. A raccontarsi simili balordaggini per cinquant’anni inculcandole ossessivamente ai fedeli si finisce o in un disturbo mentale (il delirio) o nella più spudorata falsità. In un caso come nell’altro, bisogna d’ora in poi evitare ogni contatto con quella setta e smettere sia di ascoltare che di leggere ciò che da essa è prodotto, poiché ciò porta a peccare non solo contro la fede, ma anche contro la speranza e la carità.

Anziché l’aperta insubordinazione all’autorità (che ha fatto apparire la Messa tradizionale come un appannaggio di gruppi scismatici), la strada giusta da battere sarebbe stata la pacifica rivendicazione del diritto insopprimibile di usare il Messale di san Pio V, che non è stato abrogato né lo potrebbe. I sacerdoti che la scelsero poterono continuare a celebrare la Messa antica, benché in mezzo a gravi sofferenze e ingiustizie. Il Cristo, d’altronde, non ci ha permesso facili scorciatoie, ma ci ha comandato di seguirlo sulla via della Croce. Il vero bene delle anime esige un’obbedienza crocifiggente, non la superbia della ribellione, per quanto ammantata di nobili motivi e di saccenti sofismi. La salus animarum non può in alcun modo esser privatizzata da gruppi separati che ne facciano un pretesto per permanere nella disobbedienza e radicalizzare uno stato di scisma consolidandolo in modo definitivo.


Per approfondire:

https://lanuovabq.it/it/vescovi-fai-da-te-il-rischio-di-creare-una-chiesa-parallela

https://lanuovabq.it/it/lefebvriani-lo-stato-di-necessita-e-una-contraddizione

https://blog.messainlatino.it/2026/02/il-nuovo-scisma-della-fsspx-non-e-giustificato-mons-marian-eleganti.html

https://www.sabinopaciolla.com/la-questione-fondamentale-che-il-vaticano-deve-esigere-dalla-fsspx/

https://www.internetica.it/don-citati-FSSPX.pdf


1 commento:

  1. Consiglio di ascoltare il dott. John Salza, canonista americano, che spiega perché è uscito dalla FSSPX dopo 15 anni di frequentazione delle sue cappelle. Studiando gli scismatici e i sedevacantisti si è accorto che erano accomunati da diversi aspetti, cioè da una visione ecclesiologica protestante. Afferma che la dottrina non è così solida come si pensa e che sono materialmente scismatici, non formalmente. Afferma che i sacerdoti sono tuttora sospesi perché consacrati illecitamente e che non è lecito andare a Messa da loro. Il Papa defunto ha concesso solo il permesso delle confessioni e dei matrimoni (con il consenso dell'autorità ecclesiastica locale), non di celebrare Messa. Canonicamente non sono riconosciuti, per cui non hanno né mandato né missione dalla Chiesa, ma di fatto usurpano. Infine, dice che uno dei tanti errori di monsignor Lefebvre è stato quello di pensare ad una biforcazione tra l'ordine episcopale e la sua giurisdizione. Afferma anche che le consacrazioni episcopali contro la volontà del Papa sono condannate, oltre che dal beato Pio IX, anche dal Concilio di Trento. Mi ha aperto gli occhi e lo ringrazio, per questo condivido.

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