I due livelli di Leone
C’è un modo di esprimersi, proprio degli ambienti di loggia, che si
muove intenzionalmente su due o più livelli di significato: un livello di
comprensione immediato, in cui si formula quanto si vuole far capire al
pubblico comune, e uno o più livelli nascosti, accessibili soltanto a chi
conosce le tecniche della scrittura criptica, nei quali si comunica il
messaggio che interessa veramente, ma solo a coloro che devono recepirlo e sono
in grado di farlo. In tal modo si compie una trasmissione di indicazioni,
ordini e notizie il cui contenuto è generalmente opposto a quello manifestato
in superficie e, proprio per questo, non può esser svelato alle masse, che
vengono così rassicurate in modo ingannevole.
Un’altra nota tattica diversiva è l’attirare l’attenzione di tutti
su un evento che faccia da schermo ad altre azioni, che così passano
inosservate o quasi. Grandi attese aveva suscitato il concistoro indetto per il
7 e 8 Gennaio scorsi, il quale, grazie alla metodologia stabilita dagli
organizzatori, si è risolto in una prosecuzione del tormentone sinodalità,
mentre temi ben più sensibili (come la liturgia) sono stati accortamente
accantonati; niente di strano, se si sa che il tutto è stato orchestrato
dall’ineffabile Segreteria del Sinodo. Molto minore presa sul grande pubblico
ha invece avuto il discorso rivolto dal Papa al corpo diplomatico accreditato
presso la Santa Sede, che sembra però contenere ben altri motivi di
preoccupazione, sia pure abilmente camuffati.
Incongruenze o suggerimenti?
Come al solito, non riusciamo ad associarci al plauso generale
tributato dai conservatori di diverse etichette, che si sono rallegrati delle
osservazioni – in sé sacrosante – sulla necessità che le parole siano aderenti
alla realtà e su quella che la pace si fondi sull’ordine stabilito da Dio.
Sarebbe tutto così consolante, se non fosse per quelle apparenti dissonanze
che, con il loro coerente contrappunto, ci inducono a sospettare che il testo
celi almeno un secondo livello di lettura, che interessa quanti son
segretamente interpellati. Proprio l’accenno al linguaggio orwelliano,
che suona come un monito, potrebbe in realtà contenere l’indicazione della corretta
chiave interpretativa: ciò che si sta dicendo corrisponde al “vero” inteso da
chi parla, ma quel “vero” non è quello che pensa l’ascoltatore. La verità
cui si appella l’oratore, probabilmente, non è la verità del senso comune,
bensì una pretesa verità iniziatica: cos’è, allora, la realtà cui devono
corrispondere le parole? quale l’ordine su cui deve fondarsi la pace? chi è Dio
in quella visione esoterica?
Dopo i ringraziamenti (che danno l’impressione che il Vicario di
Cristo sia debitore di quanti hanno accolto il suo invito e la Chiesa sia uno
Stato alla pari degli altri), la rievocazione del Giubileo testé conclusosi,
ignorando il suo nesso costitutivo con l’indulgenza plenaria, lo ridefinisce
come occasione di esperienze benefiche per la vita terrena, senza alcun
richiamo alla sorte degli uomini dopo la morte. Il riferimento al viaggio in
Libano presenta quel Paese come valido esempio di intreccio di culture e religioni,
quasi fosse un obiettivo da raggiungere. Poi, come un fulmine a ciel sereno,
arriva il ricordo del Sacco di Roma perpetrato da Alarico nel 410, che
introduce la riflessione derivata dall’agostiniana Città di Dio e
sfociante nell’affermazione che siamo giunti al cambiamento d’epoca già preconizzato
da Bergoglio, chiamato padre caritatevole.
Questi indizi di capovolgimento della visuale sono avvalorati dalla
sottolineatura delle differenze tra il V secolo e il nostro tempo: una diversa
consapevolezza culturale e un diverso sviluppo delle categorie di
pensiero, concetti tipici dello storicismo e del relativismo. La storia
dipenderebbe non solo dagli eventi esterni ma anche, in chiave soggettivistica,
dagli atteggiamenti interiori di ogni essere umano dinanzi ai fatti della
vita. Come l’Ipponate, viviamo in un periodo di profondo riassetto dei
paradigmi culturali, oltre che degli equilibri geopolitici; nel suo caso,
però, i cambiamenti erano subiti, ora sono pianificati. Se si accetta tale
processo, come rimediare alla fluidità del linguaggio e all’ambiguità dei
concetti (cose che Leone stigmatizza) così da render possibile un dialogo
fruttuoso e alieno dalla violenza?
Quale sostrato filosofico?
Per garantire una connessione tra parole e realtà che assicuri una
libertà di espressione ancorata alla verità, Prevost richiede l’uso di termini
che esprimano inequivocabilmente cose distinte e chiare. Se l’allusione
è al rosacruciano Cartesio, siamo agli antipodi del realismo del pensiero
cattolico. Per giunta la libertà di coscienza è qui invocata, in chiave vitalistica
e individualistica, in nome di princìpi etici e religiosi radicati nella
vita personale. L’obiezione di coscienza all’aborto e all’eutanasia è de
iure equiparata al rifiuto del servizio militare; nei primi due casi, però,
essa è resa obbligatoria dalla legge morale, mentre nel secondo è dettata da
un’ideologia: chi sopprime un nascituro o un malato terminale è un omicida,
mentre chi uccide un nemico in una guerra giusta fa il suo dovere, per quanto possa
farlo malvolentieri. Invece la scelta dell’obiettore, qualunque essa sia
(quindi, per assurdo, anche quella di negare un farmaco salva-vita ottenuto con
sperimentazioni su animali), è qui definita un atto di fedeltà a sé stessi
anziché all’ordine morale e a Colui che l’ha impresso nella coscienza umana.
Il ribaltamento della realtà è ormai completo, a favore di un
soggettivismo assoluto che dissolve ogni dovere nell’individualismo puro. Se è
vero che lo Stato, per evitare derive totalitarie, non può violare la diversità
delle coscienze sul piano del diritto esterno, rimane fermo che non può neppure
tollerare che essa mini l’ordine pubblico e metta in questione il bene comune
con il disprezzo delle esigenze oggettive di ogni legittimo ordinamento giuridico,
che vigono a prescindere da ogni convinzione personale. Su quale base, con tali
premesse, fondare la difesa della famiglia e della vita e condannare aborto,
eutanasia, maternità surrogata, violenza domestica e abuso di droghe? Quale
adesione è ancora possibile alla realtà, alla verità e alla natura? Cosa si
intende davvero con questi termini, visto che se ne desidera la corrispondenza
a concetti ben definiti e privi di ambiguità?
Una visione fluida e individualistica della coscienza (che – lo ripetiamo
– non viene esplicitamente espressa, ma sembra sottesa allo scritto) permette
ai signori del discorso di riversare nei cervelli le idee più aberranti
con l’imbuto della Rete, ora enormemente potenziato dalla pseudo-intelligenza
artificiale, strumento perniciosissimo al quale l’insistenza dei richiami
papali pare volerci assuefare con intenti overtoniani. Così si spalanca la
porta a qualsiasi deviazione morale: pensiamo in particolare alle perversioni
sessuali, riguardo alle quali qualunque giudizio appare ormai come un
intollerabile attacco alle libertà individuali; anzi, diventa obbligatorio
praticarle per chi, una volta manipolato, desideri essere fedele a se stesso.
A questo punto la gerarchia cattolica, da barriera contro le derive indotte
nella società postmoderna, si è trasformata in alleata dei poteri eversivi; il
suo capo, quasi non ci fosse alcuna contraddizione, può al contempo riaffermare
la famiglia naturale e incoraggiare l’accoglienza dei sodomiti nella Chiesa.
In questo contesto anche la libertà di professare una religione (nei
limiti necessari per quelle false) si riduce a diritto soggettivo
dell’individuo e le persecuzioni dei cristiani, mai prima così diffuse, a crisi
dei diritti umani (quando invece sono forme di odio per Cristo), come se il
cristianesimo non fosse altro che una religione qualunque fra le tante. Ancora
una volta la realtà con cui devono essere in accordo i concetti e le parole che
li designano non è quella abitualmente intesa dal senso comune e ancor meno
quella conosciuta mediante la fede. Qual è il fondamento oggettivo e
trascendente cui ci si richiama, in tale prospettiva immanentistica? Se non è
quello della metafisica classica e scolastica (l’unico che assicuri
l’immutabilità delle realtà pensate e la stabilità del quadro conoscitivo), non
rimane altro che le cattive filosofie contemporanee, profondamente influenzate
dalla cabala giudaica con la sua falsa trascendenza panteistica in incessante
trasformazione.
Conferme geopolitiche?
Indiretta conferma pare fornita dal fragoroso silenzio sulle
atrocità che continua a perpetrare lo Stato più criminale della storia umana,
mentre l’oratore non può esimersi dall’ennesima, ingiustificabile condanna
dell’antisemitismo, corredata con l’immancabile citazione di un relitto, la Nostra aetate. Qui si capisce chi governa realmente il mondo e, purtroppo, anche
la Santa Sede. Come negli Stati Uniti, in Vaticano sembra essere avvenuto un
avvicendamento tra i candidati delle due correnti del giudaismo spurio, le
quali, sia pure in un confronto che impedisce a ognuna delle parti di acquisire
un potere eccessivo, sono coordinate da un’occulta entità superiore. Al di là
dei mezzi adoperati e della velocità del processo, lo scopo comune è la
dissoluzione di ogni ordine e verità a vantaggio dell’instaurazione di una
tirannia satanica.
Diversi interventi di Leone, probabilmente, rispecchiano una
molteplicità di livelli di interpretazione, a cominciare dal discorso dell’Habemus papam, il quale, per l’accurata scelta di temi e parole, non può certo
essere frutto di improvvisazione né di un’affrettata stesura, visto il breve
lasso di tempo intercorrente tra la fumata bianca e la comparsa alla loggia. Si
vocifera, in effetti, che la mattina dell’8 Maggio (per effetto della visita
pasquale di Vance?) i giochi fossero già fatti e il candidato abbia saltato il
pranzo per scrivere l’allocuzione. Nel pomeriggio, inspiegabilmente, alcuni
cardinali son stati visti passeggiare nei cortili interni, quando invece si
sarebbero dovuti trovare nella Cappella Sistina. L’interminabile sessione di
voto della sera prima, conclusasi con una brevissima e fasulla fumata nera, è
forse servita a convincere i cardinali dubbi di nomina bergogliana a lasciare
la scelta a quelli sicuri, onde evitare di perpetuare la situazione di incertezza
del pontificato precedente?
Come che sia, non deve sfuggirci un fatto: in confronto allo
sgangherato “pensiero” del predecessore, qui siamo di fronte a un’insidia ben
più sottile e raffinata; chi non la coglie è o ingenuo o complice o ricattato.
Dopo aver sfruttato la rozzezza di un incolto divorato dall’odio per quanto la
Chiesa ha di più sacro al fine di dividerla in fazioni contrapposte, ora i
nemici di Cristo, con un’abilità che ha del diabolico, son riusciti a riportare
negli argini il dissenso, individuato e compattato dalle avverse circostanze
dello scorso pontificato. Così, mentre il processo dissolutivo, proseguendo la rivoluzione
in cappa e tiara, avanza indisturbato con stola e mozzetta, adesso nessuno
più fiata; anzi, son tutti felici del nuovo corso – anche se, in realtà,
esso radicalizza quello precedente. Ecco gli effetti del linguaggio orwelliano;
per grazia di Dio, tuttavia, ne siamo immuni.
Il vostro linguaggio sia: «Sì, sì; no, no»; il di più viene dal maligno (Mt 5, 37).
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