Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 27 giugno 2026


Usare la verità

per difendere un peccato

 

Riprendiamo dalla Rete e rilanciamo con qualche piccola aggiunta e correzione.

La sedicente Fraternità Sacerdotale San Pio X (che d’ora in poi, per rispetto di quel grande Papa, chiameremo setta lefebvriana), ormai decisa a procedere a consacrazioni episcopali contrarie alla volontà espressa del Sommo Pontefice – ossia a commettere un delitto di scisma a tutti gli effetti –, ha inviato al Papa e a tutti i cardinali una Professione di fede con la quale intende riaffermare la sana dottrina cattolica e respingere al contempo tutti gli errori che, negli ultimi decenni, le si sono opposti. In apparenza è un testo perfetto.

Leggiamo il punto riguardante il Pontefice Romano, l’episcopato e la costituzione gerarchica della Chiesa. Recita il testo: «Riconosco nel Pontefice Romano il Successore di san Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, il Pastore supremo e universale, Capo visibile di tutta la Chiesa, che possiede per istituzione divina un potere di vera e propria giurisdizione suprema, plenaria, immediata e universale su tutti i Pastori e su tutti i fedeli battezzati nella Chiesa. Credo che tale autorità non gli derivi da una delega della comunità, ma direttamente da Cristo stesso, il quale ha istituito tale carica per la salvaguardia della dottrina della fede, la santificazione delle anime e il governo della Chiesa». Perfetto: finora non fa una piega.

Vediamo però come continua: «Riconosco che, in virtù di questo potere proprio e vero, Pastori e fedeli gli devono rispetto e obbedienza filiale in tutto ciò che rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Così, essendo salvaguardate l’unità di comunione con il Pontefice Romano e l’unità di professione della stessa fede, la Chiesa di Cristo costituisce un unico gregge sotto un unico Pastore supremo». Qui cominciano i problemi: testualmente si dice che ogni cattolico, in virtù del potere detenuto dal Papa (un potere proprio, che cioè gli compete in quanto Papa, e vero, dotato quindi di giurisdizione effettiva), gli deve rispetto e obbedienza filiali in tutto ciò che rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio.

Ora, nominare i vescovi rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Chi invece decide di ordinare dei vescovi che non siano stati nominati dal Papa, sapendo anzi che il Papa non vuole, evidentemente non gli sta obbedendo. Qui ci troviamo di fronte a una contraddizione formale. Ciò che è scritto in questa Professione di fede è apparentemente perfetto; il problema è che, almeno in questo punto, non corrisponde ai fatti. La professione di fede non è una teoria astratta. Non basta che la dottrina sia ineccepibile: anche il diavolo conosce perfettamente tutta la dottrina cattolica, punto per punto, e sa che quella dottrina è vera in ogni suo singolo punto; tuttavia egli non crede a quella dottrina, perché non ha la fede e, di conseguenza, neanche la speranza e la carità. Il diavolo non aderisce alle verità contenute nella dottrina cattolica: non le accetta e non vuole obbedire a Dio.

Chi, analogamente, professa la dottrina cattolica senza però applicarla concretamente alle proprie scelte, anzi contraddicendola in modo plateale con le proprie decisioni non può dire di avere la fede, la speranza e la carità. A questo punto appare chiaro che una dottrina, per quanto perfetta, sbandierata senza volerle obbedire – in tutto, non in alcune cose sì e in altre no –, diventa un capo di accusa gravissimo, poiché chi sbandiera questa dottrina non è scusato dall’ignoranza: sa qual è la verità ma non le si sottomette e non vi si adegua. Di conseguenza la sua condanna è molto più grave di quella di chi, non conoscendo perfettamente la dottrina, pecca per ignoranza.

Se, nella Chiesa di oggi, è necessario ribadire questa dottrina (perfino al Papa, ai cardinali e ai vescovi, oltre che a tanti sacerdoti e fedeli), non otteniamo un frutto positivo e non facciamo la volontà di Dio agendo contro la volontà del Papa; otteniamo un frutto buono se rimaniamo dentro la Chiesa, obbedendo in ciò che è legittimo e continuando a professare le verità cattoliche con umiltà e perseveranza. Questo, certo, significa andare sulla Croce e farsi inchiodare su di essa sia dai propri superiori sia da quelli che, invece, preferiscono ribellarsi; così si prendono schiaffi da una parte e dall’altra… ma qual è il problema? Come ci ha salvato Nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo? Lasciandosi inchiodare su una croce. Se dunque vogliamo davvero cooperare al bene della Chiesa, lasciamoci inchiodare anche noi.

Il Signore è onnipotente: può intervenire in qualunque momento e ristabilire le sorti della Sua Sposa in un attimo. Non tocca a noi salvarla; il nostro compito è quello di perseverare nell’obbedienza alla verità e nell’obbedienza ai legittimi Pastori in ciò che è lecito, resistendo in ciò che non è lecito. Il resto lo farà il Signore; al resto provvede Lui. Non tocca a noi trovare mezzi umani per “salvare la Chiesa”, magari con l’effetto di spaccarla. Noi siamo cattolici e vogliamo rimanere tali; chi invece commette il delitto di scisma non è più cattolico, cessa di essere membro della Chiesa ed esce dalla Comunione dei Santi. A parte l’enorme rischio di dannazione eterna che corre, costui agisce in modo contraddittorio, in quanto rinnega coi fatti ciò che proclama a parole.

Se vogliamo essere davvero cattolici, perseveriamo nella professione della verità e nell’obbedienza legittima nei fatti. Se necessario, segnaliamo le incoerenze di azioni e dichiarazioni di membri della gerarchia; facciamo sentire la nostra voce, esprimiamo il nostro scandalo, ma restiamo dentro l’unico ovile. In tal modo conserveremo la fede, la speranza e la carità: la fede viva e vissuta, la speranza ferma e incrollabile nell’intervento di Dio e l’amore verso Dio e verso il prossimo: la carità che, nel momento in cui ci si separa, si perde insieme alla grazia. Chi esce dalla Chiesa perde tutto: le virtù teologali, le virtù morali infuse, i doni dello Spirito Santo, tutto.

Noi siamo cattolici e desideriamo rimanere tali; chi vuole seguire gli scismatici deve sapere che con noi non potrà più avere niente a che fare, a meno che non si penta e non receda dalla sua decisione, chiedendone perdono e facendone adeguata penitenza. Questa è la nostra posizione definitiva, da questo momento al Giudizio universale. Chi non si pente di aver lacerato la Chiesa visibile e non torna indietro, riconciliandosi nei fatti con la gerarchia legittima, non deve assolutamente avere alcun rapporto con noi. Qualcuno dirà che siamo divisivi: certo, perché la verità stessa è divisiva; la Parola di Dio  è una spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo (Eb 4, 12).

La verità, vissuta e applicata, comporta delle scelte, anche dolorose; questo ci dà però la garanzia che la stiamo effettivamente seguendo anziché professare una dottrina morta, una teoria astratta che anche il diavolo conosce, ma alla quale non aderisce. Che il Signore ci assista, ci illumini e ci guidi con la grazia dello Spirito Santo per mantenerci uniti a Sé e tra di noi nell’unica Chiesa, nell’unità del Suo Corpo Mistico; solo in questo modo potremo arrivare al Regno dei cieli. L’atto che sta per compiere la setta lefebvriana non è una semplice disobbedienza, bensì l’usurpazione di un diritto che spetta al Romano Pontefice, il cui inevitabile effetto è la rottura della comunione ecclesiastica. Usare le verità della fede per giustificare questo gravissimo peccato è qualcosa di diabolico.

Ipse Satanas transfigurat se in angelum lucis (2 Cor 11, 14).

 

Da incorniciare:

https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/24/la-professione-che-nasconde-latto/?


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