Usare
la verità
per
difendere un peccato
Riprendiamo
dalla Rete e rilanciamo con qualche piccola aggiunta e correzione.
La sedicente
Fraternità Sacerdotale San Pio X (che d’ora in poi, per rispetto di quel grande
Papa, chiameremo setta lefebvriana), ormai decisa a procedere a
consacrazioni episcopali contrarie alla volontà espressa del Sommo Pontefice –
ossia a commettere un delitto di scisma a tutti gli effetti –, ha inviato al
Papa e a tutti i cardinali una Professione di fede con la quale intende
riaffermare la sana dottrina cattolica e respingere al contempo tutti gli
errori che, negli ultimi decenni, le si sono opposti. In apparenza è un testo
perfetto.
Leggiamo il
punto riguardante il Pontefice Romano, l’episcopato e la costituzione
gerarchica della Chiesa. Recita il testo: «Riconosco nel Pontefice Romano
il Successore di san Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, il Pastore supremo e
universale, Capo visibile di tutta la Chiesa, che possiede per istituzione
divina un potere di vera e propria giurisdizione suprema, plenaria, immediata e
universale su tutti i Pastori e su tutti i fedeli battezzati nella Chiesa.
Credo che tale autorità non gli derivi da una delega della comunità, ma
direttamente da Cristo stesso, il quale ha istituito tale carica per la
salvaguardia della dottrina della fede, la santificazione delle anime e il
governo della Chiesa». Perfetto: finora non fa una piega.
Vediamo però
come continua: «Riconosco che, in virtù di questo potere proprio e vero,
Pastori e fedeli gli devono rispetto e obbedienza filiale in tutto ciò che
rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Così, essendo salvaguardate
l’unità di comunione con il Pontefice Romano e l’unità di professione della
stessa fede, la Chiesa di Cristo costituisce un unico gregge sotto un unico
Pastore supremo». Qui cominciano i problemi: testualmente si dice che ogni
cattolico, in virtù del potere detenuto dal Papa (un potere proprio, che
cioè gli compete in quanto Papa, e vero, dotato quindi di giurisdizione
effettiva), gli deve rispetto e obbedienza filiali in tutto ciò che rientra
nel legittimo esercizio del suo ufficio.
Ora, nominare i
vescovi rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio. Chi invece decide di
ordinare dei vescovi che non siano stati nominati dal Papa, sapendo anzi che il
Papa non vuole, evidentemente non gli sta obbedendo. Qui ci troviamo di fronte
a una contraddizione formale. Ciò che è scritto in questa Professione di
fede è apparentemente perfetto; il problema è che, almeno in questo punto,
non corrisponde ai fatti. La professione di fede non è una teoria astratta. Non
basta che la dottrina sia ineccepibile: anche il diavolo conosce perfettamente
tutta la dottrina cattolica, punto per punto, e sa che quella dottrina è vera
in ogni suo singolo punto; tuttavia egli non crede a quella dottrina,
perché non ha la fede e, di conseguenza, neanche la speranza e la carità. Il
diavolo non aderisce alle verità contenute nella dottrina cattolica: non le
accetta e non vuole obbedire a Dio.
Chi,
analogamente, professa la dottrina cattolica senza però applicarla concretamente
alle proprie scelte, anzi contraddicendola in modo plateale con le proprie
decisioni non può dire di avere la fede, la speranza e la carità. A questo
punto appare chiaro che una dottrina, per quanto perfetta, sbandierata
senza volerle obbedire – in tutto, non in alcune cose sì e in altre no –,
diventa un capo di accusa gravissimo, poiché chi sbandiera questa dottrina non
è scusato dall’ignoranza: sa qual è la verità ma non le si sottomette e non vi
si adegua. Di conseguenza la sua condanna è molto più grave di quella di chi,
non conoscendo perfettamente la dottrina, pecca per ignoranza.
Se, nella
Chiesa di oggi, è necessario ribadire questa dottrina (perfino al Papa, ai
cardinali e ai vescovi, oltre che a tanti sacerdoti e fedeli), non otteniamo un
frutto positivo e non facciamo la volontà di Dio agendo contro la volontà del
Papa; otteniamo un frutto buono se rimaniamo dentro la Chiesa, obbedendo
in ciò che è legittimo e continuando a professare le verità cattoliche con
umiltà e perseveranza. Questo, certo, significa andare sulla Croce e farsi
inchiodare su di essa sia dai propri superiori sia da quelli che, invece,
preferiscono ribellarsi; così si prendono schiaffi da una parte e dall’altra…
ma qual è il problema? Come ci ha salvato Nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio
di Dio fatto uomo? Lasciandosi inchiodare su una croce. Se dunque vogliamo
davvero cooperare al bene della Chiesa, lasciamoci inchiodare anche noi.
Il Signore è
onnipotente: può intervenire in qualunque momento e ristabilire le sorti della
Sua Sposa in un attimo. Non tocca a noi salvarla; il nostro compito è quello di
perseverare nell’obbedienza alla verità e nell’obbedienza ai legittimi Pastori in
ciò che è lecito, resistendo in ciò che non è lecito. Il resto lo farà il
Signore; al resto provvede Lui. Non tocca a noi trovare mezzi umani per
“salvare la Chiesa”, magari con l’effetto di spaccarla. Noi siamo cattolici e
vogliamo rimanere tali; chi invece commette il delitto di scisma non è più
cattolico, cessa di essere membro della Chiesa ed esce dalla Comunione dei
Santi. A parte l’enorme rischio di dannazione eterna che corre, costui agisce
in modo contraddittorio, in quanto rinnega coi fatti ciò che proclama a parole.
Se vogliamo
essere davvero cattolici, perseveriamo nella professione della verità e
nell’obbedienza legittima nei fatti. Se necessario, segnaliamo le
incoerenze di azioni e dichiarazioni di membri della gerarchia; facciamo
sentire la nostra voce, esprimiamo il nostro scandalo, ma restiamo dentro l’unico
ovile. In tal modo conserveremo la fede, la speranza e la carità: la fede viva
e vissuta, la speranza ferma e incrollabile nell’intervento di Dio e l’amore verso
Dio e verso il prossimo: la carità che, nel momento in cui ci si separa, si
perde insieme alla grazia. Chi esce dalla Chiesa perde tutto: le virtù
teologali, le virtù morali infuse, i doni dello Spirito Santo, tutto.
Noi siamo
cattolici e desideriamo rimanere tali; chi vuole seguire gli scismatici deve
sapere che con noi non potrà più avere niente a che fare, a meno che non si
penta e non receda dalla sua decisione, chiedendone perdono e facendone
adeguata penitenza. Questa è la nostra posizione definitiva, da questo momento
al Giudizio universale. Chi non si pente di aver lacerato la Chiesa visibile e
non torna indietro, riconciliandosi nei fatti con la gerarchia
legittima, non deve assolutamente avere alcun rapporto con noi. Qualcuno dirà
che siamo divisivi: certo, perché la verità stessa è divisiva; la Parola di
Dio è una spada a doppio taglio che
penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo (Eb 4, 12).
La verità,
vissuta e applicata, comporta delle scelte, anche dolorose; questo ci dà però
la garanzia che la stiamo effettivamente seguendo anziché professare una
dottrina morta, una teoria astratta che anche il diavolo conosce, ma alla quale
non aderisce. Che il Signore ci assista, ci illumini e ci guidi con la grazia
dello Spirito Santo per mantenerci uniti a Sé e tra di noi nell’unica Chiesa, nell’unità
del Suo Corpo Mistico; solo in questo modo potremo arrivare al Regno dei cieli.
L’atto che sta per compiere la setta lefebvriana non è una semplice
disobbedienza, bensì l’usurpazione di un diritto che spetta al Romano Pontefice,
il cui inevitabile effetto è la rottura della comunione ecclesiastica. Usare le
verità della fede per giustificare questo gravissimo peccato è qualcosa di
diabolico.
Ipse Satanas transfigurat se in angelum lucis (2 Cor 11, 14).
Da incorniciare:
https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/24/la-professione-che-nasconde-latto/?
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