Iam enim securis ad radicem arborum posita est.
(Mt 3, 10)

sabato 17 febbraio 2018


Padre nostro



Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli… non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6, 9.13).

È il Signore stesso che ci ha insegnato a pregare, sia con la dottrina che con l’esempio. La prima parola della preghiera cristiana per eccellenza, che in prossimità del Battesimo è consegnata ai catecumeni, manifesta la condizione propria del battezzato, l’inaudita figliolanza divina. Il diletto Unigenito, Figlio eterno per natura, ci ha resi figli per partecipazione mediante l’incorporazione a Sé. Nel Vangelo il comportamento stesso del Messia è rivelatore: Egli non prega mai insieme con i discepoli, ma sempre da solo; la Sua relazione con il Padre è assolutamente unica e irripetibile, pur potendo essere comunicata per grazia, motivo per cui insegna loro come rivolgersi a Lui. Tale istruzione proviene proprio da Colui che, facendosi uomo, ci ha dischiuso le insondabili profondità della vita trinitaria al fine di aprircene l’accesso con la fede e i Sacramenti.

La nuova traduzione del Pater noster, che in Francia è già entrata nell’uso liturgico con la prima Domenica di Avvento, è stata presentata come un tentativo di rendere il testo originale in modo più adeguato alla mentalità contemporanea. La vecchia traduzione della penultima domanda – si ripete – non era errata, ma poteva provocare degli equivoci, facendo pensare che Dio stesso sia origine della tentazione. Personalmente posso testimoniare che, da quando la recito, un’idea del genere non mi hai nemmeno sfiorato, come moltissimi cattolici praticanti. Il problema potrebbe sorgere per quanti hanno scarsa familiarità con la fede, ma credo proprio che non si arrovellino per questo genere di questioni. La difficoltà nasce piuttosto per chi prega abitualmente ed è quindi intimamente legato alla lettera di determinate formule, specialmente se provengono direttamente dal Vangelo: continui cambiamenti non aiutano certo a crescere nell’unione con Dio.

Pare proprio, dunque, che ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di problema inesistente, la cui “soluzione” non fa altro che complicare ulteriormente la vita dei credenti. Lasciamo da parte l’istruzione Liturgiam authenticam, che, ormai totalmente cassata, raccomandava traduzioni fedeli ai testi originali, ma fa parte dei molteplici tentativi di rimediare ai disastri della cosiddetta “riforma liturgica” senza andare alla radice del male. Lasciamo altresì da parte le dotte disquisizioni sul verbo greco eisphérō, tradotto esattamente dalla Vulgata con il verbo inducere, che in italiano significa indurre. C’è poi la parola tentazione (peirasmós, tentatio), che nella Bibbia indica tanto una prova di qualsiasi genere quanto la sollecitazione al male. Se volessimo accodarci agli esegeti nelle loro interminabili – e discordi – elucubrazioni, non ne verremmo più fuori, ma ci perderemmo in un labirinto senza via d’uscita. Basta un po’ di buon catechismo per sapere che Dio non sollecita nessuno al peccato (cf. Gc 1, 13-15), ma per saggiarci permette che il diavolo ci tenti, così come ci  mette alla prova in tanti altri modi, permettendo disgrazie, ingiustizie e malattie.

L’impressione è che questa volontà ostinata di “correggere” i testi sacri, almeno in traduzione, scaturisca da un tacito rifiuto della paternità divina, quale ci è stata rivelata dalla Scrittura e dalla Tradizione, a vantaggio di una nuova immagine di Dio, costruita intellettualmente in modo che sia compatibile con la “cultura” odierna. Il fatto è che la società attuale è, almeno nella sua dimensione pubblica, rigorosamente atea. Non tiene più nemmeno il deismo illuministico, che del resto era una menzogna bella e buona (si fa per dire), essendo volutamente pensato per sfociare nell’ateismo di massa. Una certa “pastorale”, tuttavia, si attarda caparbiamente a cercare un dialogo con chi, da quell’orecchio, non ci sente più da un pezzo. Davvero quella parte della Chiesa è rimasta indietro di duecento anni, come uno dei suoi principali ispiratori rinfacciava alla parte “conservatrice”, senza rendersi conto che accusava se stesso.

Che il Padre celeste metta alla prova i Suoi figli per educarli, correggerli e farli crescere in grazia è un’idea insopportabile agli esponenti della “neochiesa”, i quali, avendo adottato il culto dell’uomo, professano ormai un altro “dio”, inventato a immagine e somiglianza dell’uomo postmoderno, dimentico della propria natura e vocazione, incapace di vera paternità e ripiegato sulla ricerca di godimenti immediati quanto fugaci. Quei signori propongono un’idea di Dio adatta a persone immature che si rifiutano di maturare e funzionale a un loro illusorio benessere. Una “fede” del genere non serve esattamente a nulla, se non a fornire un vago conforto emotivo, quando se ne provi il bisogno, a chi “sceglie” di cercarlo lì. La parrocchia, di conseguenza, diventa per molti un rifugio in cui sentirsi autorizzati a regredire psicologicamente, moralmente e spiritualmente. Il cambio di paradigma dell’Amoris laetitia è tutto qui: non c’è nessuna riscoperta evangelica, ma soltanto la legittimazione di una resa incondizionata al nemico, che ha ridotto tanti cattolici a bambocci inabili a una vita morale matura, inconsapevoli del fatto che Cristo concede a tutti la grazia sufficiente per adempiere i Comandamenti e ignari dei Comandamenti stessi, che dobbiamo osservare per poter essere graditi a Dio.

In parole povere, un membro o un dirigente della “neochiesa” è uno che non sopporta che ci sia Qualcuno al di sopra di lui, verso il quale, con lo sforzo personale e con l’aiuto della grazia, sia chiamato a innalzarsi e al quale debba un giorno rendere conto. Il suo “dio” è qualcuno a cui deve andar bene qualsiasi scelta o comportamento umano e che non ha mai nulla da recriminare o tanto meno da giudicare, visto che è “misericordioso”; ma questa è soltanto un’idea puerile che dovrebbe servire a far star meglio le persone: in che senso non è chiaro, visto che è contraria, non dico alla fede rivelata, ma al semplice buon senso, anche dell’aborigeno australiano o del pigmeo equatoriale (i quali, quanto a religiosità naturale, potrebbero dar lezione a tanti pseudocattolici). L’immagine che mi sembra render più da vicino quell’idea è quella del distributore di bevande calde: in ufficio non è indispensabile alla sopravvivenza, ma, già che c’è, ci si ficca dentro la monetina e ci si beve un caffè, interrompendo ogni tanto la pausa per lavorare pure un pochino…

E voi, in un contesto del genere, volete parlare di Humanae vitae, indissolubilità del matrimonio, continenza prematrimoniale e via dicendo?… È semplicemente penoso lo spettacolo di quelli che si affannano a “salvare” la dottrina pur aggiornandone lapplicazione: se è immutabile la verità rivelata, è altrettanto immutabile la prassi morale che su di essa si fonda. E poi, di fatto, per la maggior parte dei battezzati è finito il Magistero, che non conta assolutamente più nulla. Forse quei teologi” vorrebbero rassicurare i pochi cattolici che hanno ancora la fede illudendoli che in realtà non stia cambiando nulla. Ma sono cinquant’anni che ci cantano questa manfrina… ed è cambiato tutto, è nata una nuova religione. Ci prendono per cretini? A nuova religione, nuovo culto e nuove preghiere: se non altro, in questo sono molto coerenti. Per modificare la fede, bisognava inventare nuovi modi di rivolgersi e di rendere onore alla divinità (che in questo caso, essendo una proiezione delluomo, non esige da lui alcun ossequio – concezione obsoleta e strasuperata – ma desidera soltanto una sua infantile felicità in questa vita; daltronde, ce n’è forse un’altra?!?).

Quando chiediamo al Padre di non indurci in tentazione, non ci aspettiamo certo che ci esoneri da qualsiasi prova, ma che ci preservi dalle tentazioni superiori alle nostre forze. Una tentazione può provenire da tre sorgenti: il diavolo, il mondo, la carne. Oggi il diavolo è scatenato; il mondo è impazzito; la carne sollecitata in modi e con mezzi inediti, impensabili fino a pochissimi decenni fa. Il Padre sa bene fino a che punto le nostre anime siano indebolite non solo dalla mancanza di una solida formazione e di un previdente addestramento, ma anche dai continui assalti delle forze nemiche, alle quali nulla sembra più opporsi. Per questo dobbiamo recitare il Pater con un ardore e una consapevolezza rinnovati, domandando a Dio di non lasciare che la prova ci schiacci e che le tenebre ci risucchino. Non dimentichiamo mai che la Sua assistenza e la Sua grazia non sono un dovuto: sono un dono concesso per pura benevolenza a creature peccatrici. Chiediamo quindi con umiltà e perseveranza: il Padre celeste non delude i Suoi figli; a chi accetta la sua severa pedagogia fa gustare dolcezze incomparabili.

Mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi colmerai di letizia con il tuo volto: alla tua destra delizie senza fine (Sal 15, 11).

20 commenti:

  1. In realtà, se è Gesù che ha detto quelle parole, forse è Gesù stesso che dovrebbe essere preso come punto di partenza per l'interpretazione di quelle parole, visto che è lui che ha consegnato quella preghiera diretta ed esplicita suggerita poi agli apostoli.
    "Non indurci in tentazione" forse si può riferire sia alla sua vicenda divino-terrena (visto che pronunciò parole simili poco prima della Passione, quando nella preghiera sul Monte degli Ulivi, rivolto al Padre, disse: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Luca 22, 42), menre poco prima - al versetto 40 di Luca 22 - aveva detto, rivolto ai discepoli che l'accompagnavano, «Pregate, per non entrare in tentazione». Dunque, sia la preghiera è rimedio-aiuto nella e dalla tentazione, sia la "tentazione" poteva riguardare lui stesso, in quanto essa è anche il risultato della "mancanza della protezione di Dio" dagli assalti del maligno, voluti, subìti o cercati (ricordiamo le lotte ascetiche dei monaci antichi o di tanti santi e religiosi).

    E chi non ricorda il grido disperato proprio di Cristo sulla croce quando gridò "Elì, Elì, lemà sabactàni?" (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?). E' evidente che Gesù, da uomo, non avrebbe desiderato finire in quel modo, sebbene la sua fine fosse stata preconizzata o annunciata nelle stesse Scritture, perché diventato uomo aveva acquisito sentimenti da uomo, mentre proprio la preghiera ci permette - nel contatto con il divino - di staccarci dal volere dell'uomo e di discernere qual è la volontà di Dio per noi. Se lo fece Cristo, che era proprio figlio di Dio, come non potremmo o dovremmo farlo noi, che siamo Chiesa o singole persone? Se dunque tanto potente è l'influenza del maligno da costringere Gesù a frequenti ritiri od elevazioni in preghiera, lui che era stato assistito dagli angeli dopo le tentazioni offertegli dal maligno (Matteo cap. 4), come non dovremmo o poterlo fare noi, che siamo molto più deboli?
    - commento parte 1, continua -

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  2. - parte 2, continuazione -
    Per cui, secondo me, quel versetto del "Padre nostro" datoci da Cristo è comprensibile sia in riferimento alla prima scena della caduta e tentazione (tutta la vicenda di Cristo è un controcanto alla vicenda della prima caduta per via angelica di Satana - non dimentichiamo la fortissima presenza del maligno in tutta la vicenda terrena di Gesù), sia in relazione alle vicende della Passione, quando Gesù decise di accondiscendere alla sua sorte, visto l'atteggiamento dei discepoli (perché avrebbero dovuto vegliare?), sia poi decisione del Sinedrio e del popolo di Gerusalemme.
    Nell'Eden Satana aveva offerto ad Adamo ed Eva, vincendoli, la possibilità di renderli "tali e quali a Dio", in conoscenza e in parte in una determinata longevità, ottenendo in cambio la moltiplicazione della sua genìa sulla Terra.
    Gli angeli buoni invece avrebbero potuto aiutare Gesù ad evitare le tentazioni descritte in Matteo 4: ma essi si mostrarono a lui per assisterlo e rifocillarlo dopo i 40 giorni di digiuno e preghiera, e poi ad esempio quando Gesù aveva terminato la preghiera sul Monte degli Ulivi, quando aveva deciso di accettare la sorte che Dio - e anche gli uomini - gli avevano riservato. Solo allora apparve un angelo per consolarlo, ma dopo, non prima né durante quella pur angosciosa preghiera - Anna Caterina Emmerick aggiunge anche la presenza di un ultimo dialogo con Satana, come riportato nel film di Gibson.

    Dunque, se di vicenda angelica si tratta, non è anche questo un riferimento? Gesù, cioè, nel "Padre nostro" non chiede a Dio di toglierci o di toglierlo dalla tentazione, ma di non indurci, cioè sia di non fare come fece Satana sia di non metterci in situazioni di difficoltà o di sofferenza enormi, anche se Paolo specifica che, con la tentazione ci arriva anche una forza corrispondente che ci può permettere di vincerla.
    Credo inoltre che la persistente difficoltà ad interpretare la vicenda terrena di Cristo sia dovuta sia al condizionamento culturale, che ormai ha reso la sua vicenda quasi del tutto incomprensibile, sia per la persistenza di interpretazioni di tipo gnostico sull'origine del mondo: se il creatore del mondo, che viene percepito come buono in sé, non è Dio ma qualcun altro, probabilmente Satana a questo punto, che sarà il suo "gestore", e se nel mondo così com'è ci stiamo più o meno coercitivamente bene, in tutto questo dunque che cosa c'entra Dio?
    E se non percepiamo più questa tensione, che cosa sta succedendo?

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    1. Devo fare alcune precisazioni di natura dogmatica.
      1) Il Signore Gesù, Verbo incarnato, non ha subìto le tentazioni come noi, che possiamo cedervi. La tentazione non poteva infatti incidere sulla Sua volontà divina, che è immutabile, né sulla Sua volontà umana, che è perfettamente sottomessa a quella divina. Nel deserto ha accettato di essere tentato per insegnare a noi come respingere le tentazioni. Nel Gethsemani - come spiega san Tommaso d'Aquino - non c'è stato alcun conflitto (del resto impossibile per via dell'unità della Persona di Cristo) tra la volontà divina e quella umana, ma una tensione tra l'inclinazione naturale della Sua volontà umana ("voluntas ut natura"), che rifuggiva spontaneamente dalla sofferenza e dalla morte, e la decisione della volontà guidata dalla ragione ("voluntas ut ratio"), che gli ha mostrato la necessità di obbedire al Padre. Questa tensione, dunque, si è verificata soltanto all'interno della Sua volontà umana e non ha "costretto" Gesù a pregare per adeguare la Sua volontà umana a quella divina, che ha in comune con il Padre in quanto ne condivide pienamente la natura. Non dobbiamo quindi proiettare su di Lui quello che avviene a noi, che abbiamo effettivamente bisogno di pregare per conformare la nostra volontà a quella di Dio.
      2) Il servizio angelico nel deserto e l'intervento dell'angelo nel Gethsemani non sono un aiuto, ma una conferma data dal Padre all'obbedienza di Gesù, che è Signore anche degli angeli e non aveva bisogno (come noi) del loro sostegno per respingere la tentazione né poteva perdere (come noi quando pecchiamo) la protezione paterna.
      3) Quello di Gesù sulla croce non è un grido disperato, ma l'espressione della Sua immedesimazione nella condizione dell'umanità dannata, di cui in quel momento espiava i peccati. Il salmo 21, che inizia con quelle parole, è una profezia molto precisa della Sua Passione, ma si conclude con la fiducia e la speranza: dalle sofferenze del Giusto nascerà un nuovo popolo.
      4) Dio non può "fare come fece Satana" (sollecitare al peccato, cioè alla disobbedienza nei Suoi stessi confronti), ma, come ho ricordato, ci mette alla prova per istruirci, correggerci e farci crescere in grazia. A noi è lecito chiedergli di essere preservati da prove che non saremmo in grado di sopportare. La situazione dei progenitori nell'Eden era completamente diversa, perché essi erano nello stato di grazia originale, avevano un'umanità perfetta ed erano assolutamente innocenti, ma ciononostante hanno acconsentito all'inganno del demonio. Nel deserto Gesù ha effettivamente riparato la loro disobbedienza in quanto uomo perfetto e assolutamente puro, ristabilendo così l'onore dovuto al Creatore. Noi, discendenti di Adamo, nello stato decaduto ("natura lapsa"), sebbene battezzati, abbiamo bisogno della grazia di Cristo per vincere la lotta contro le tentazioni e per questo dobbiamo chiederla incessantemente con la preghiera, cosa che Gesù non aveva alcun bisogno di fare, essendo Egli stesso la sorgente di ogni grazia.

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  3. Grazie padre,ormai il venerdì sera leggerla è diventata una dolce e consolante abitudine. Facciano quello che vogliono,io continuerò a recitare le preghiere così come le ho imparate da bambino. Santa Quaresima a lei e a tutti i suoi lettori.

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  4. Le sue parole sono ispirate don Elia. Solo Dio può vincere satana. Solo un contatto continuo con Dio attraverso la S. Messa ,la preghiera,il silenzio ,i sacramenti ci rende guardinghi e pronti a combattere nelle tentazioni .Ma se siamo disattenti e non supportati dalla preghiera che ci congiunge a Dio non ci accorgiamo dei tranelli nascosti che ci tende il maligno e liberarsene è poi molto difficile,oggi più di ieri in ragione anche delle difficoltà a trovare sacerdoti che siano padri ,maestri medici .Tutto sperimentato personalmente. Si convertano questi membri della nuova chiesa,preghiamo anche per loro. Solo la fede in Dio e nel Suo aiuto e il Timor di Dio ci mette al riparo dalle tentazioni. No,Il Padre Celeste non delude i suoi figli. Cristo ci ha insegnato a guardare la severa legge del Sinai non con la minaccia ma con la legge del l’amore:beato me se sarò...

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  5. "La parrocchia diventa un rifugio in cui sentirsi autorizzati a regredire pscicologicamente, moralmente e spiritualmente".Sta tutto ad accorgersi di questo e convincersene. Non è facile perché prima devi uscirne, cominciare a guardarla dall'esterno,da estraneo,osservare te stesso dal di fuori. Solo allora vedi un altro che stenti a riconoscere, che compie atti e pronuncia parole prive di senso, automatiche,volontaristiche e piene di psicologismi. Solo allora inizia il processo di disintossicazione che ti allontana dalla dipendenza, dai sensi di colpa, dallo sforzo di amare, dalla fatica dei rapporti a tutti i costi. Molti di noi continuano nel "biritualismo" dalla frequentazione, in una sorta di missionarismo che non ci compete né ci è stato richiesto. Prima viene la personale conversione e la personale salvezza. Buona Quaresima a tutti.

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  6. Grazie, carissimo Don Elia.
    Che Iddio la ricolmi delle Sue benedizioni.
    Anche due giorni fa ho tentato di spiegare a due conoscenti cosa sta succedendo nella ormai ufficialmente ex-chiesa cattolica (le maiuscole non sono più dovute) finendo a interpretare la solita parte del malato di mente...
    Ormai è questo lo standard per chi vuole ancora difendere (indegnamente, sia chiaro) il Vero. Ormai è un dialogo impossibile con chi ha fatto del dialogo la propria bandiera.
    Ave Maria!

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  7. https://cronicasdepapafrancisco.com/2018/02/16/da-roma-un-grido-di-dolore/

    il grido di dolore attraversa tutta l'italia

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  8. Solo per dire che nel Vangelo di domani 20 febbraio (Matteo 6, 7-15) il Padre Nostro non ci indurrà più in tentazione...alla fine, zitti zitti, l'hanno cambiato e tra poco accadrà lo stesso nei messali. Trovo demoniaca questa cosa che relativizza le sacre scritture.
    Massimo

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  9. IL SACERDOTE E' UN ALTRO GESU'

    Il Sacerdote è un altro Gesù, è un Salvatore delle anime, è colui che deve soccorrerle.
    Egli dunque non è creatura del mondo, viene dal Re Divino, è rampollo vivo del Redentore, è figlio suo prediletto.
    Il mondo invece gli fa credere che egli è un uomo come gli altri, che le sue miserie sono esigenze naturali, che, in fondo, esercita come gli altri una professione per vivere.
    È proprio brutta l'espressione che si scrive sulle stesse carte di riconoscimento intestate a Sacerdoti: Di professione Sacerdote.
    Bisognerebbe cancellare quell'ingiuriosa frase, poiché il Sacerdote è il Sacerdote, non è quasi più un uomo, non deve esserlo, è più che un angelo, è tutto di Gesù Cristo.
    Il Sacerdote rappresenta il Signore giusto, ed è l'espressione più bella della giustizia, ossia della santità del Signore.
    Egli dunque deve avere un carattere che non flette mai innanzi al mondo e al male, e dev'essere così santo da rappresentare ciò che è giusto, da essere irreprensibile in ogni suo atto.
    Il mondo invece vuole persuaderlo a condiscendere al male, ad essere indulgente anche con se stesso, e lo unisce in connubio con le sue passioni, tristi donne straniere a Dio, che ne rubano la gloria.
    Che cosa diventa mai un Sacerdote in questi ibridi connubi?
    Egli che deve amare Dio solo con un amore pieno e totalitario, come può amare una creatura?
    Egli che è vaso d'immacolata purezza, come può convergersi sui sensi e dare ad essi uno sfogo brutale?
    Egli che tratta le cose del Cielo, come può impegolarsi in quelle della terra?

    (Padre Dolindo Ruotolo)

    Dedicato a tutti i Sacerdoti .

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  10. Cari Cirenei , buoni Samaritani , e' una grazia poter scontare i nostri peccati qui sulla terra , e' una grazia patire per le anime ottenebrate , avvoltolate loro malgrado nella ragnatela del maligno sì che non vedono e non riescono a difendersi . Cerchiamo con le unghie e con i denti di stare con Gesu' Cristo , ascoltarLo , obbedirGli chiedendoGli di soccorrerci e di perdonarci :
    Padre nostro....liberaci dai risentimenti del nostro cuore , desideriamo lavorare per il trionfo del Tuo Amore , per glorificarTi , per farTi regnare nella nostra vita e in quella di tutti .
    Padre...sono Tua figlia...rimetti a noi i nostri debiti ..come noi li rimettiamo ai nostri debitori..togli da noi ogni asperita'..fa che vediamo come ci vedi Tu...donaci di superare le prove che vorrai mandarci...donaci occhi indulgenti..aumenta la nostra piccola Fede !

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  11. Gesu' domandava per noi , amando , supplicando il Padre per le nostre necessita' . Cerchiamo l'intimita' con Dio Padre .

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  12. Segnalo questa iniziativa:
    https://rosarioperlitalia.net/

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  13. Don Elia, lei scrive

    “Il cambio di paradigma dell’Amoris laetitia è tutto qui: non c’è nessuna riscoperta evangelica, ma soltanto la legittimazione di una resa incondizionata al nemico, che ha ridotto tanti cattolici a bambocci inabili a una vita morale matura, inconsapevoli del fatto che Cristo concede a tutti la grazia sufficiente per adempiere i Comandamenti e ignari dei Comandamenti stessi, che dobbiamo osservare per poter essere graditi a Dio.”

    Ma questo non può significare che in molti fedeli odierni manca la consapevolezza necessaria per commettere peccato formale/mortale?

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    1. Effettivamente è possibile, con beneficio della loro anima, ma questo non è certo un motivo per lasciarli nell'ignoranza e nel peccato materiale in materia grave.

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  14. Io penso però che se c'è ignoranza, ai nostri tempi non può che essere colpevole, perché di mezzi necessari per scoprire la verità ne abbiamo a bizzeffe. Altrimenti varrebbe il motto secondo cui uno, meno conosce, meno peccati commette. o no?

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    1. La risposta è nel prossimo articolo.

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  15. Arquata del Tronto: un nuovo miracolo eucaristico?
    http://itresentieri.it/arquata-del-tronto-un-nuovo-miracolo-eucaristico/

    Adoro Te devote, latens Deitas,
    Quae sub his figuris vere latitas:
    Tibi se cor meum totum subiicit,
    Quia te contemplans totum deficit.

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  16. 24 0re su 24 dare testimonianza di Gesu' :
    dal 1°(il Papa) all'ultimo !
    Se vuoi essere aquila devi volare come le aquile .
    https://www.veritatemincaritate.com/2018/02/la-vera-carita-e-compassione-2-2-2/

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