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sabato 29 febbraio 2020


Come trovare Gesù,
sempre e dovunque




Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore (Os 2, 16).

La meditazione non è altro che uno spazio di solitudine riservato all’incontro segreto con lo Sposo dell’anima, che ti attira a Sé per rivolgerti la parola nell’intimo dell’essere. Tale scambio amoroso non può lasciarti come ti ha trovato, giacché il divino seduttore ti colma dei Suoi doni recandoti in dote la Sua giustizia, la Sua bontà, il Suo amore fedele, e tu Gli rispondi offrendogli con slancio il meglio di ciò che sei e possiedi, interiormente ed esteriormente (cf. Os 2, 21-24). Nell’occuparti di Colui che personifica il vero, il buono e il bello, resisi a te accessibili in una forma o in un’altra, hai sentito divampare il desiderio di attrarlo in te e di comunicare alle Sue qualità, quasi che ciò le porti a pienezza estendendosi a te, pur essendo in sé stesse perfettamente complete. Con umile e grato stupore per questa fecondità inattesa, esclamerai anche tu: «Eccoci, io e i figli che Dio mi ha dato» (Eb 2, 13; cf. Is 8, 18). Una buona meditazione fa sempre germogliare un frutto spirituale che nutre e rafforza l’anima, per poi esser di giovamento a tanti altri.

Il Signore, che ti ha preso per mano impedendoti di incamminarti sulla via del Suo popolo infedele, ora ti sussurra: «Non temere ciò che esso teme e non avere paura» (cf. Is 8, 11-12). Quanto desidera potergli ripetere con smisurata tenerezza (cf. Os 2, 25): «Popolo mio» (ʿammî) e sentirsi rispondere con altrettanta confidenza: «Mio Dio» (ʾElî)! Ma proprio la gens sancta, redenta dal Suo sangue prezioso, preferisce prostituirsi agli idoli menzogneri di questo mondo e ne paga le conseguenze. Ora con te, invece, il Salvatore può intrattenersi in quest’intimo vezzeggiare tra amanti. Non è vacuo sentimentalismo, ma elevazione dell’anima che si lascia sedurre e attirare dal volto soave del Sommo Bene, eterna verità e bellezza infinita. La garanzia di autenticità di tale dialogo con Dio è appunto il fatto che ti spinge a ricercare un frutto: quella grazia particolare di cui, come esito della meditazione, riconosci di aver bisogno e che Gli chiedi quindi con fiducia per poterti unire più pienamente a Lui. Qualunque sia l’oggetto della tua domanda, essa deve avere per motivo ultimo l’accrescimento della carità.

A questo punto, dunque, condensa il risultato della tua riflessione formulando con precisione una richiesta o un proposito: l’eliminazione di un peccato, la vittoria su questo o quel vizio, lo sviluppo di una virtù, la forza di portare una determinata croce, il rafforzamento della fede o della speranza, la conversione dei tuoi cari, uno zelo rinnovato nel servire Dio e nell’amare il prossimo… Esprimi il tuo desiderio in una breve proposizione che abbia un contenuto ben circoscritto, poi presentalo allo Sposo con cuore umile, capace al contempo di realismo e di confidenza. Non abbandonarti a impossibili sogni, ma non mettere nemmeno limiti alla Provvidenza. Qui non c’è spazio per l’io carnale con le sue ambizioni irragionevoli e le conseguenti frustrazioni; questa è invece la stanza di quel bambino beneamato che hai riscoperto all’inizio, nascosto nel profondo del cuore. Questo è il giardino in cui il tuo Creatore può di nuovo passeggiare alla brezza del giorno in cerca di te – e tu non hai più bisogno di nasconderti (cf. Gen 3, 8), giacché la rovinosa disobbedienza dei Progenitori è stata riparata dal tuo Redentore sull’albero della Croce e tu, ritrovata la via della casa paterna, sei stato rivestito della veste regale (cf. Lc 15, 22), di quella tunica del figlio prediletto di cui eri stato spogliato per invidia (cf. Gen 37, 23).

Vedi: come per incanto, quasi senza accorgertene, hai spiccato il volo verso la contemplazione. Il soffio potente dello Spirito Santo, ripetutamente invocato, ti ha sollevato in modo incomprensibile: «Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino e si effondano i suoi aromi. Venga il mio Diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti. Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari» (Ct 4, 16-5, 1). Abbandònati a questo mistico amplesso, qualora l’Amore te lo conceda, e lasciagli gustare i frutti che Egli stesso ha fatto spuntare nella tua anima e di cui beneficeranno tanti altri. In questo stato benedetto, a prescindere dal grado di coinvolgimento della sensibilità, aspira con fiducia la grazia che hai chiesto, attirando in te i doni e le disposizioni dello Sposo e contando sulla Sua fedeltà. Egli agisce anche nell’aridità o nell’oscurità, operando talora sotto l’anestesia di un leggero assopimento.

A volte potrai avere l’impressione che non sia accaduto un bel nulla, ma in realtà sarai stato visitato nel profondo, con effetti insospettabili che si manifesteranno col tempo. Altre volte sgorgheranno lacrime abbondanti di pentimento, di gratitudine o di consolazione; altre ancora una pace soavissima ti invaderà il petto o un silenzio abissale regnerà sovrano nella tua mente. Comunque sia, riconosci il passaggio di Dio e accetta di entrare con Mosè nella nube oscura (cf. Es 34, 18) o di prostrarti con Elia chiamato dal mormorio del soffio leggero (cf. 1 Re 19, 12). Non opporre resistenza all’Ospite così illustre e benevolo che si è degnato di farti visita, ma – se ti incute timore o te ne senti indegno – chiedigli la grazia di poter rilasciare i freni della tua umanità ferita, certo che questo è proprio ciò che desidera e che non vi è nulla di sconveniente. Se un turbine di pensieri di disturbo o di emozioni spiacevoli sopraggiunge a turbarti, domanda a Gesù di placarli, come il mare in tempesta, con la potenza di un Suo semplice comando (cf. Mc 4, 39). Scaccia i sensi di colpa infondati che una certa educazione può aver introiettato, proibendoti di gustare il bene onesto e di abbandonarti all’amore autentico, e in una parola… confida, confida e ancora confida.

In questa sorta di “aspirazione” della grazia la tua attività si dirada progressivamente per lasciare il posto all’azione divina, sempre più preponderante. Perciò, arrivato a questo punto, devi ridurre fino al minimo lo sforzo cerebrale e gli atti di volontà, come pure l’eccitazione degli affetti. Non è per sminuire la necessaria collaborazione umana, ma per riconoscerne i limiti e la subordinazione, così che tu possa aprirti il più possibile a quella realtà meravigliosa che sei in virtù del Battesimo: un membro del Corpo di Cristo, in cui circola la Sua vita. Qui non fai altro che attuare la condizione che ti è propria ed esercitare la tua appartenenza al Corpo Mistico, ricevendo vita ed energia come una cellula sana che, per espletare le proprie funzioni a beneficio di tutto l’organismo, assorbe per osmosi l’ossigeno e il nutrimento veicolati dal sangue. «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, ma tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono tuttavia un corpo solo, così anche il Cristo» (1 Cor 12, 12). Ovviamente il Capo rimane distinto dal resto del Corpo, senza confondersi con esso; ciò che Egli è per natura, le membra lo sono per partecipazione.

L’unione ontologica e la comunicazione dei beni soprannaturali sono nondimeno reali, al punto che sant’Elisabetta della Trinità chiede allo Spirito Santo di fare di lei come un’estensione di Gesù: «O Fuoco consumante, Spirito d’amore, scendete in me (cf. Lc 1, 35), affinché si faccia nell’anima mia come un’incarnazione del Verbo: che io sia per Lui un’umanità in aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il Suo mistero». Tutti gli stati che il Salvatore ha assunto nella Sua esistenza terrena devono compiersi anche nelle Sue membra: è questa la pienezza della vita cristiana, che deve condurre il battezzato a raggiungere la statura della maturità di Cristo (in virum perfectum, in mensuram aetatis plenitudinis Christi, Ef 4, 13). In vista di questo obiettivo, termina la meditazione ringraziando di cuore Dio per ciò che ti ha donato, ben al di là dei tuoi meriti e dei tuoi desideri; poi raccogli ogni tua richiesta e aspirazione nella preghiera dei figli: Pater noster qui es in caelis… È Gesù stesso che prega in te e con te, mentre tu ti appropri a tua volta della Sua orazione filiale, parlando al Padre in Lui, con Lui e attraverso di Lui.


Prima parte:


Seconda parte:


Terza parte:


Quarta parte:


3 commenti:

  1. Grazie don Elia della sua direzione spirituale e della sua didattica della meditazione. Questo editoriale illuminato ed illuminante, certamente dettato dalla sua esperienza spirituale che”Egli stesso ha fato spuntare nella tua anima e di cui beneficeranno tanti altri” ci rende partecipi in modo gratuito al suo stato di grazia…per la salvezza delle nostre anime. Preghi per quanti di noi che,attingendo da queste sua guida come da una cisterna d’acqua nel deserto,possiamo fare altrettanto per tutte quelle persone che portiamo nel cuore e che il Signore ci ha affidato.

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  2. L'aver letto questa quinta Istruzione con golosita' mi ha causato un forte senso di vertigine (oltre al vivo desiderio di unione con Dio ) ma forse , per meglio dire , perche' chi scrive riesce a trasmettere così vividamente all'uditore le emozioni gia' provate sì da fargliele abitare . Grazie .
    Spesso , mentre osservo la piccola Maria che sale al Tempio , mi prende il dispiacere di non avere gia' appreso a pregare meditare contemplare Dio nella scuola cattolica fin dall'eta' scolare , prim'ancora di apprendere a leggere e scrivere . In essa avrei voluto essere iniziata e irrobustita per ottemperare compiutamente al 1°Comandamento . L.J.C.et M.I.

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